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Sliding Doors

Avete presente Sliding Doors, con Gwyneth Paltrow. Nel film fanno vedere due scenari opposti. Due dimensioni di tempo parallele. Nella prima la protagonista non riesce a prendere la metro per un niente. Nella seconda riesce a salire un attimo prima che la porta si chiuda. Ed è inutile che vi dica che le due vite sono completamente diverse. Da strippare, a pensarci bene. Perché questa cosa si ripresenta decine e decine di volte al giorno. In una vita fanno milioni e milioni di potenziali me che in ogni istante e a seconda se hanno oltrepassato o no quella Sliding Doors di turno potrebbero vagare ovunque nel mondo. Anime in pena. Oppure felici. Ma tutti diversi fra loro. Diverse professioni, donne, figli, amici.

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Quando siete felici, fateci caso

“Quando siete felici, fateci caso” raccoglie nove commencement speech, tenuti da Kurt Vonnegut fra il 1978 e il 2004. Il libro è bello ma questa frase, questo titolo… questo titolo basta e avanza, ripaga già i soldi spesi. Anche se poi non leggessimo il libro. Come quando si è allo stadio e la partita è penosa, e poi all’improvviso accade l’imprevedibile, una poesia, come certe giocate che faceva Roberto Baggio.

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Quel che affidiamo al vento

In Giappone – in un giardino chiamato Bell Gardia, una delle zone più devastate dallo tsunami del 2011 – c’è un vecchio telefono non collegato che trasporta le voci del vento. Da tutto il Giappone migliaia di persone ogni anno visitano quella cabina per parlare nell’aldilà, ritrovare i loro cari.
L’ultimo romanzo di Laura Imai Messina si ispira a questo luogo, a questa magia.

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Una camminata sabbatica

A volte, nei tardi pomeriggi estivi sentiva spirare un venticello rinfrescante sulla sua pelle. Qualsiasi cosa facesse si fermava e sorrideva. Poi sentiva un’insostenibile nostalgia, ricordando quei pomeriggi estivi in cui la mamma gli diceva: «l’é la madunéina ch la và a màssa (È la madonnina che va a messa)», quando dal nulla si alzava dell’aria fresca.

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C’era un tempo

Salivamo sull’autobus e io cercavo in tutti i modi di starle vicino. Che bello quando era pieno e ci si doveva stringere per starci tutti. E che emozione sfiorarla, facendo finta che fosse un caso e non il gioco più dolce di sempre.
Quante volte ho immaginato di parlarle.
Invitarla.
Dichiararmi.
Baciarla.
Poi una mattina non c’era.
E nemmeno il giorno dopo.
E il giorno dopo.
E ho pensato: “che pirla che sono”.