La Trilogia della Pianura e Le nostre anime di notte

La Trilogia della pianura

di Kent Haruf. NNEditore. Traduzione di Fabio Cremonesi.

Mi riaggancio al precedente articolo: Autori con frasi che spaccano e autori che non… e più precisamente alla parte in cui parlo degli scrittori che pur essendo maestri non hanno frasi ad effetto.
Forse perché non ne sono capaci?
E se fosse perché l’intera loro opera è ad effetto?
Poesia?
È proprio il caso di Kent Haruf. Anzi, è probabilmente l’autore che più rappresenta questa categoria.

NNE ha pubblicato per primo Benedizione, cui ha fatto seguire Canto della pianura e Crepuscolo. Poco importa che la sequenza originale, uscita negli Usa, abbia il primo e l’ultimo romanzo invertito. Lo stesso autore rivela infatti che i romanzi sono indipendenti e si possono leggere in qualsiasi sequenza si desideri. Tuttavia, la mia opinione è che sia meglio leggerli nella sequenza in cui Haruf li scrisse: Canto della pianura (1999), Crepuscolo (2004), Benedizione (2013). Il fatto che tra il primo e l’ultimo siano passati 14 anni vorrà dire qualcosa. Comunque, il mio consiglio ve l’ho dato.

Infine Le nostre anime di notte uscito postumo nel 2015, dopo la morte dell’autore.

Letti tra dicembre 2016 e febbraio 2017.

Tutti ambientati ad Holt, una cittadina sperduta nella pianure del Colorado e completamente inventata da Haruf, questi romanzi sono poesia pura. Con una narrazione semplicissima e coinvolgente, mai sopra le righe, lo scrittore descrive ogni personaggio con una delicatezza ed una sensibilità che faccio fatica a descrivere. Non trovo le parole adatte… I personaggi descritti prendono vita. Punto. Li senti così vicini che ti sembra di conoscerli da sempre. Di volergli bene. Come se fossero parte della tua famiglia. Te ne innamori. Non mi è mai capitato prima. Con nessun altro scrittore. Non così intensamente. L’autore non sembra nemmeno esserci. Te ne dimentichi.
L’uomo è il protagonista di questi romanzi, e a mano a mano che un personaggio ci viene svelato, che ne percepiamo le speranze, i piccoli piaceri, le rinunce e la disperazione, ne gioiamo e ci rattristiamo insieme a lui. Se è nel giusto lo difendiamo; viceversa, se si comporta male, lo condanniamo. E ci arrabbiamo… almeno io.
Ma non è solo questo che voglio dire. C’è molto di più… Vi capita mai di perdere il filo del discorso? A me sì… ed è una lunga storia. Anche quando andavo a scuola mi capitava, e per capire meglio le cose dovevo trascriverle. Rileggerle. Riuscivo in questo modo a concentrarmi meglio. A comprenderne il senso.
E anche adesso, rileggendo l’articolo, mi è tutto più chiaro. Mi sono accorto che avevo scritto, quasi senza accorgermene, le parole rivelatrici: l’autore non sembra nemmeno esserci. È questo il punto.
Haruf, ha una scrittura talmente delicata, da rendersi invisibile. Non si permette di giudicare mai nessuno. Nemmeno i pochi personaggi cattivi. Espone semplicemente i fatti, i dialoghi, così come sono. Dialoghi che, tra l’altro, non hanno le classiche virgolette. Come se anche queste siano un di più, un non volere interferire in una prosa che, mi ripeto, è asciutta, diretta, priva di eccessi. Haruf non ha bisogno di alzare i toni per rendere i personaggi più intensi.

Non ha bisogno di frasi ad effetto.

Spetta eventualmente a noi lettori alzare i toni. Giudicare. Arrabbiarci.
Cioè voglio dire: se io fossi così bravo da descrive così bene le vite di ognuno dei personaggi intrecciandole le une con le altre, con dialoghi pervasi di una malinconia così struggente che… col cazzo che me ne starei buono. Entrerei nella psiche dei personaggi a gamba tesa. Non lasciando dubbi. Alzando la voce. Nulla da interpretare. Rancoroso con i cattivi. Sdolcinato con i buoni.

Se per i primi tre romanzi – La Trilogia della pianura – ho preferito non svelare trame e personaggi, per Le nostre anime di notte faccio un eccezione. Alla fine se ne capirà il motivo.

Le nostre anime di notte

di Kent Haruf. NNEditore (2017). Traduzione di Fabio Cremonesi.

In questo suo ultimo romanzo, Haruf, parla dell’incontro e della tenerezza di due vedovi settantenni: Addie e Louis. Il libro inizia senza preamboli, con una scrittura ancora più asciutta e diretta. Sarà Addie (perché si sa sono sempre le donne che si decidono, che scelgono…) che già dalla prima pagina proporrà a Louis… avevo deciso di non mettere frasi dei libri di Haruf. Ma ho cambiato idea. Le sue parole sono senz’altro più adatte, convincenti e toccanti di ogni mia possibile spiegazione.

. . . . .

Mi chiedevo se ti andrebbe qualche volta di venire a dormire da me.
Cosa? In che senso?
Nel senso che siamo tutti e due soli. Ce ne stiamo per conto nostro da troppo tempo. Da anni. Io mi sento sola. Penso che anche tu lo sia. Mi chiedevo se ti andrebbe di venire a dormire da me, la notte. E parlare.
Lui la fissò, rimase a osservarla incuriosito, cauto.
Non dici nulla. Ti ho lasciato senza parole? chiese lei.
Penso proprio di sì.
Non parlo di sesso.
Me lo stavo chiedendo.
No, non intendo questo. Credo di aver perso qualsiasi impulso sessuale un sacco di tempo fa. Sto parlando di attraversare la notte insieme. E di starsene al caldo nel letto, come buoni amici. Starsene a letto insieme, e tu ti fermi a dormire.
Le notti sono la cosa peggiore, non trovi?
Sì. Credo di sì.

. . . . .

Concludo condividendo con voi l’articolo di Repubblica.it, in cui Caty – moglie di Kent Haruf – parla del marito e di questo suo ultimo libro. Mi ha molto commosso.

Kent Haruf muore poche settimane dopo, il 30 novembre, a 71 anni, nel suo amato Colorado. Non fa in tempo a vedere pubblicato “Le nostre anime di notte”, il suo libro testamento. E neanche l’ultima bozza, pochi giorni prima. Perché Haruf non ne ha più la forza, prosciugato da una malattia polmonare e terminale. È sua moglie Cathy a mettere il timbro. Il 29, la sera prima della morte del grande scrittore americano, rifiutato da tutti per decenni come John Williams e oggi venerato come Carver. Kent e Cathy sono nello stesso letto. Come ogni notte parlano, tenendosi per mano. Come Addie e Louis, i vecchi e soffici protagonisti di Le nostre anime di notte.
“Allora chiedo a Kent: “Hai paura di morire?”. “No”. “Sei triste”? “No”. “Quando vorresti andartene?”. “Forse stanotte”. L’ho baciato e ci siamo addormentati, stringendoci le mani”, racconta con la voce rotta dai ricordi Cathy Haruf, 72 anni, seconda moglie del romanziere. “Il mattino dopo Kent era morto. Mi sono sentita morta anch’io. Ma poi ho capito che tutto era perfetto. Kent se n’era andato come voleva lui: in silenzio, senza drammi. Oramai potevamo dirci addio, perché non avevamo alcun rimorso. Come Addie e Louis, abbiamo parlato, sempre, ogni notte. Ci eravamo detti tutto. Quando si parla, non si hanno mai rimorsi”.
Ma quanto c’è di Kent e lei in Louis e Addie, signora Haruf?
“Molto, visto che parlano sempre tra loro di notte al buio, di tutto, come facevamo Kent e io. Il resto è frutto della fantasia”.
Come sono stati quegli ultimi tragici giorni?
“Strani. Kent in passato aveva paura della morte. Ma col tempo aveva imparato ad affrontarla: mi dava persino una mano al lavoro in ospizio, pulendo e vestendo i cadaveri. E nell’ultimo periodo abbiamo letto insieme molti libri di spiritualità e reincarnazione, che lo hanno rilassato”.
Haruf come aveva reagito alla notizia della malattia?
“All’inizio con un senso di abbattimento. Poi però ha deciso di scrivere Le nostre anime di notte e secondo me s’è divertito molto, nonostante la fatica”.
Ma a lei non avrebbe fatto piacere se Kent avesse trascorso più tempo con lei in quei giorni, invece di isolarsi col libro?
“No, per lui Le nostre anime di notte era tutto e io ero contenta così. E poi, come sempre, scriveva al massimo fino a mezzogiorno, e in quelle poche ore lo proteggevo, non disturbandolo mai e rifiutando le telefonate”.
E lo aiutava nella scrittura?
“Rileggevo i suoi testi scritti con la sua inseparabile macchina da scrivere, correggevo i refusi. E ricopiavo tutto sul computer”.
Gli dava anche qualche consiglio sulla narrazione?
“No, mai. Una volta mi sono permessa di dire che avrebbe dovuto approfondire un personaggio del Canto della Pianura e mi ha tenuto il muso per giorni”.
Haruf non amava molto parlare dei suoi libri, vero?
“No. Lo faceva solo con il suo amico e collega Mark Spragg. Kent era un uomo normale, timido ma con un grande humour. Era incredibilmente gentile e sensibile. Per me, “Le nostre anime di notte” è il suo testamento proprio per come lui sapeva e sa parlare al cuore delle persone. Ma non si vantava mai di essere uno scrittore. Non amava la competizione. Tanto che quando doveva scrivere un libro, leggeva solo biografie perché non voleva gareggiare con altri romanzieri, anche se adorava Faulkner, Hemingway, Cecov e McCarthy”.
Forse anche perché nella sua vita Haruf aveva già lottato tanto per emergere?
“Fino a quando non gli pubblicarono il primo romanzo The Tie that Binds, a 41 anni, era molto frustrato, anche perché non aveva tempo lavorando all’università. Ma sapeva di avere talento e lo ha allevato con cura, nonostante le umiliazioni. Ai suoi studenti ripeteva: nella scrittura il problema non è la mancanza di talento, ma la mancanza di impegno”.
In un vecchio saggio, Haruf parla di un altro suo primo romanzo “fortunatamente mai pubblicato”, scritto negli anni ’70. Lo leggeremo mai?
“Credo di no. Kent ne ha bloccato la pubblicazione perché non lo reputava all’altezza. Comunque la biblioteca di San Marino in California ha acquisito tutti i suoi scritti. Lì quel romanzo c’è di sicuro ed è a disposizione di studenti e dottorandi”.
Ma voi quando avete capito che avreste passato il resto della vita insieme?
“Nel 1991, a una festa, un ritrovo di liceali dopo 30 anni. L’ho rivisto e ho pensato: “Ti ho aspettato tutto questo tempo”. Ma eravamo entrambi sposati con 8 figli in due! Solo cinque anni e due divorzi dopo, ci siamo riuniti”.
C’era qualcosa di Haruf che non sopportava?
“Il fumo. Mi arrabbiavo molto per questo. Ha smesso, dopo quarant’anni, troppo tardi”.
Ma a lei Haruf ha mai rivelato l’origine del nome Holt, la leggendaria città dei suoi libri?
“Gli piaceva il suono. Forse era simile ad “alt”. Come se Kent volesse “fermare”, cristallizzare un luogo. Ma… ora che ci penso, no, non lo so. Mi sono dimenticata di chiederglielo”.

“Cathy Haruf: Eravamo io e Kent le due anime nella notte”, articolo di Antonello Guerrera. Uscito 11 Febbraio 2017 sulla Repubblica.it. 

Voto – dei quattro romanzi complessivi -: 5/5

Due parole su NN Editore. Nata nel 2015 è una piccola casa editrice indipendente. Benedizionetra tutti i possibili romanzi da pubblicare, è stata la loro prima scelta. Il loro inizio. E che inizio!
Quando per la prima volta, in libreria (Natale 2016), ho visto i tre libri che compongono la trilogia, prendendoli in mano, sfogliandoli, nella classica delle liturgie che unisce lettore e libro. Quando il libro è ancora un ipotesi. Un possibile compagno di viaggio. E te lo giri e rigiri. La copertina. La trama. La prima pagina. Mezza pagina che leggi aprendola a caso… Non ho avuto dubbi. Ho comprato il cofanetto con la Trilogia completa. Questo articolo è testimone dell’emozione che ne ho ricevuto. Tornando a NNE. Mi piace molto il loro lavoro. La copertina di carta. Il colore delle copertine di carta. Il disegno o la foto delle copertina di carta. Lo spazio che hanno scelto di dare al traduttore: con la loro Nota finale. In una editoria in crisi non si sono fatti scoraggiare e hanno fondato una casa editrice nuova e di qualità, che continuerò a seguire.

Infine la colonna sonora dei quattro romanzi. Chi ha letto altri miei articoli sa che è un mio pallino.
Ho pensato a Tears in heaven di Eric Clapton. Perché è una canzone dolce, con un ritmo malinconico, mai sopra le righe come i libri di Haruf, cantata a voce bassa, quasi sussurrata. L’avevo scelta ancora prima di leggerne la traduzione in italiano, per l’emozione che mi da ogni volta che l’ascolto. Poi mi sono documentato.  Ho scoperto il significato del testo autobiografico; della gravissima perdita subita da Clapton, e sono aumentati i dubbi. Non per la qualità del testo. Ma per una forma di rispetto nei confronti dell’artista. Del suo dolore. Poi mi sono deciso. La canzone è stata pubblicata nel 1992. E’ conosciuta e famosa in tutto il mondo. E’ stata dedicata alle vittime dello tsumani del 2004.
Per chi non la conoscesse o volesse riascoltata può farlo cliccando qui.

Tears in heaven di Eric Clapton

Voto: 5/5

 

 

 

 

 

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Sono nato a Modena 53 anni fa, e abito a Formigine. Amo la mia famiglia; i miei due splendidi figli Francesco ed Eleonora; mia moglie Luisa. Le immagini del blog sono principalmente sue. Ho deciso di aprire questo blog per raccontare le mie passioni: libri, film, musica... Lo faccio principalmente per me stesso. Perché mentre mi racconto, verbalmente o per iscritto non cambia molto, mi torno ad emozionare. Come la prima volta. Spero che, nei miei articoli, questo sentimento si percepisca, che arrivi all'eventuale lettore. Dimenticavo due cose. Entrambe rilevanti. La prima: nella vita, chi mi conosce lo sa, da 31 anni faccio "piastrelle". Ogni anno una nuova sfida. Ma vivo la mia professione con passione. L'unico modo a mio parere, per non "impazzire". La seconda: ho un'altra grande passione. Sono tifoso del Modena Football Club 1912... Sì lo so, è una bella "sfiga"! Ma sono nato a Modena, amo la Ghirlandina e il vero amore mica puoi sceglierlo... P.S. Ho messo il nome della mia squadra del cuore per intero, perché oramai, del Modena calcio rimane solo la storia.

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