La Locanda dell’Ultima Solitudine

È la storia di Libero che vive nella convinzione che qualsiasi cosa arriva se si è capaci di saper aspettare. E Libero le attese le ama al punto di prenotare, in anticipo di dieci anni e tre giorni, un tavolo da due posti (l’unico del locale) alla Locanda dell’Ultima Solitudine. Convinto che per allora avrà finalmente conosciuto la sua lei.
E poi è la storia di Viola che vive in un paese dove i fiori si scordano, e allora ha il compito, insieme alla madre Margherita, di accordarli; perché se no, se i fiori venissero scordati, tutto andrebbe in rovina e non esisterebbero più i pensieri belli.
Ma anche Viola aspetta; che ritorni il padre che le ha lasciate inspiegabilmente da sole; di trovare il coraggio di lasciare Bisogno, il suo paese, che se lo sente sempre più stretto, sempre più assurdo… come questa storia che le ha tramandato la nonna Ciclamino dei fiori d’accordare…
È la storia di Libero e Viola che si stanno cercando senza conoscersi, senza essersi mai visti.

Complimenti ad Alessandro Barbaglia per il suo originale romanzo d’esordio, finalista del Premio Bancarella 2017: una bellissima storia d’amore; con una scrittura che ti coinvolge dalla prima all’ultima riga, una scrittura leggera e diretta, ricca di dialoghi e con un susseguirsi continuo di battute, di giochi di parole, che mi hanno ricordato Alessandro Bergonzoni.
In due parole: magico e ironico.

Libero delle attese amava tutto perché lui, le attese, le aveva accettate. Ogni mattina sapeva che doveva aspettare la sveglia, poi il pulmino che veniva a recuperarlo per portarlo a scuola; poi una volta lì sapeva che avrebbe dovuto aspettare il professore perché la lezione potesse iniziare; quindi sapeva che doveva attendere l’una per poter tornare a casa e, infine, la mamma per mangiare e le quattro, ma solo il giovedì (che infatti aspettava come il suo giorno preferito) per poter andare a nuoto. Non c’era niente di male in tutto questo e se qualcosa nella vita non arrivava era perché non l’aveva aspettato abbastanza, non perché era sbagliato aspettarlo. Tutto qui.

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E Libero, soprattutto, si allenava ad aspettare lei.
Lei avrà labbra rosse. Sempre così, rosse, che il mare ci si rifletta dentro o che ci sia il vento della collina a farla starnutire. Che pianga, sorrida, preghi o maledica. Rosse labbra di carne, attraversate da un fremito che poi è lo stesso che scuote anche quelle di lui.
Rosse come il sangue? No, no, banale.
Rosse come le rose? Ancora più banale.
Rosse come certi tramonti?
No: rosse Nebbiolo.
Nebbiolo, il vino buono che ci ha messo ore nell’enoteca grande per sceglierlo proprio di quel colore che aveva in mente: il color labbra di lei. Una bottiglia di Nebbiolo color labbra. La stapperà con lei, la berranno insieme. Un altro modo per bersi le labbra a vicenda. Lo sa.

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L’aveva visto aggirarsi per quelle zone già altre volte, ma aveva sempre pensato fosse di qualche casina dei dintorni e non gli si era mai avvicinato. Finché un giorno, quando lo vide spuntare dalle canne di mais, per giocare gli disse solo: “Vieniquì!” e quello corse da lui così velocemente che Libero, quando se lo trovò addosso a fargli le feste, non ebbe nemmeno il tempo di pensare “Chissà di chi è” o “chissà come si chiama” che il cane era diventato suo e il nome era rimasto quello a cui, almeno la prima volta, aveva sembrato ubbidire: Vieniquì.
Se avesse avuto il tempo di ragionarci lo avrebbe chiamato Bau, perché gli sarebbe piaciuto che il suo fosse l’unico cane al mondo capace di pronunciare il proprio nome. E poi Vieniquì, quando ci aveva pensato meglio, gli era sembrato un nome fin troppo pieno d’ansia e di comando per uno che amava le attese come lui. Ma era andato così. Solo lui sapeva chiamarlo davvero “Vieniquì”; tutti gli altri lo chiamavano male, lo pronunciavano “Vieni qui” e lui, il cane, non aveva orecchie per chi nemmeno sapeva chiamarlo.

La locanda dell’ultima solitudine

di Alessandro Barbaglia. Edizioni Mondadori (2017)
Voto: 4/5

E poi, questo romanzo, mi fa venire in mente Oceano mare di Baricco. Ecco l’ho detto e scritto. Fino all’ultimo me lo sono tenuto per me, non ero certo di volerlo dire. Cioè, voglio dire… non è che bisogna sempre e per forza fare paragoni, trovare somiglianze, analogie. Tuttavia, l’ho detto. E intendiamoci i due libri sono diversi. Però… questa storia di Libero che attenderà per dieci anni di conoscere la donna della sua vita…

Il fatto è che anche in Oceano mare tra tutti gli strampalati personaggi di quell’albergo (o era anche in quel caso una locanda?) c’è un uomo che attende (anche lui ) di incontrare la donna della sua vita, e nella attesa le scrive lettere d’amore. Ma non è solo questo: nelle pagine del libro di Baricco c’è un momento magico – tra i tanti del romanzo – in cui quest’uomo confesserà ad una donna che incontra – bellissima – un dubbio; che potrebbe trasformarsi in paura, e vanificare tutto il suo progetto. Lo racconto con le mie parole. Quest’uomo – dicevo – le confida di essere sicuro d’incontrare, prima o poi, la donna della sua vita, ma…
Se le passasse accanto e non la riconoscesse? Se sparisse per sempre?
E allora questa donna compirà un gesto e gli dirà una frase che è poesia, che ha fatto entrare per sempre questo romanzo e Baricco  nel mio cuore: lo invita a chiudere gli occhi e poi lo accarezza con calma, dolcemente. E poi ancora, a gesto concluso, gli chiede che cosa ha provato. E lui è chiaro che le risponde che è stato bellissimo. Cioè voglio dire, nell’attesa della sua lei non me lo vedo conteso da frotte di donne. Senz’altro, quando era piccolo, sarà stato accarezzato dalla mamma, ma non è la stessa cosa. Infine la donna – che aveva anche lei i suoi problemi che se no non sarebbe lì – gli dirà che quando incontrerà la donna della sua vita la riconoscerà di sicuro, perché sentirà ciò che ha provato prima senza bisogno di essere toccato.
E non so cosa ne pensate voi, ma io penso che questo momento ha davvero tutto dentro: tenerezza, magia, amore, poesia…

Poi mi blocco.

In questo stesso momento mi blocco.
E mi assale un dubbio:

E se quella parte del libro di Baricco, quelle parole e quel gesto fosse più del dovuto opera della mia immaginazione. A volte mi succede… di farmi prendere troppo la mano, e far dire ad autori frasi che non hanno detto…
E allora, con questo articolo, non riesco proprio più a proseguire.
Devo rileggermi Oceano mare e scovare quel momento. Perché io i libri, quando li amo, li leggo più volte. Ma Oceano mare l’ho letto solo una volta.
Quindi.
Vi confermo che smetto di scrivere e rileggo per la seconda volta Oceano mare.
Dopo.
Continuerò l’articolo.

Letto. Tutto d’un fiato.

Eh… sì, è un capolavoro.
Quel momento?
No, non era proprio così. Ma nemmeno tanto diverso.
Sì: Libero e Bartleboom si assomigliano, e poi c’è la storia delle lettere. Lettere che scriveva anche Viola al padre. Però i due libri sono molto diversi, e poi a pensarci bene non mi importa se è o non è casuale.
Sono entrambi belli e da leggere. Questo è quello che conta.
Del resto:

Un giorno un discepolo curioso chiese a Chuang Tzu
“Chi ha detto questo, chi ha scritto quest’alto?”
“Che importa chi l’ha detto o scritto per primo”, rispose Chuang Tzu.
“Oramai è detto e scritto per sempre e per tutti”.

E non chiedetemi dove l’abbia letta perché proprio non mi ricordo…

Ma torniamo a Oceano mare.
È tanta roba. Molte cose le avevo perse, dimenticate. Altre cose sicuramente mi erano sfuggite, non le avevo lette con la giusta attenzione. Perché, quasi sempre leggo di notte, a letto, dopo una dura giornata lavorativa. E Oceano mare, in alcuni momenti, non è proprio semplice. Ma va bene lo stesso non è obbligatorio capire tutto, e in un libro come questo: magico, surreale, ci sta anche di perdercisi dentro.

Non vi farò il solito riassunto. Quello lo trovate ovunque.
Preferisco raccontarvi il libro con le parole del libro.

OCEANO MARE di Alessandro Baricco. Edizioni Feltrinelli (1993)

Ha 38 anni, Bartleboom. Lui pensa che da qualche parte, nel mondo, incontrerà un giorno una donna che, da sempre, è la sua donna. Ogni tanto si rammarica che il destino si ostini a farlo attendere con tanta indelicata tenacia, ma col tempo ha imparato a considerare la cosa con grande serenità. Quasi ogni giorno, oramai da anni, prende la penna in mano e le scrive. Non ha nomi e non ha indirizzi da mettere sulle buste: ma ha una vita da raccontare. E a chi se non a lei? Lui pensa che quando si incontreranno sarà bello posarle sul grembo una scatola di mogano piena di lettere e dirle
– Ti aspettavo.
Lei aprirà la scatola e lentamente, quando vorrà, leggerà le lettere una ad una e risalendo un chilometrico filo di inchiostro blu si prenderà gli anni – i giorni, gli istanti – che quell’uomo, prima ancora di conoscerla, già le aveva regalato. O forse, più semplicemente, capovolgerà la scatola e attonita davanti a quella buffa nevicata di lettere sorriderà dicendo a quell’uomo
– Tu sei matto.
E per sempre lo amerà.

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– Madame Deverià… io come farò a riconoscerla, quella donna, la mia, quando la incontrerò?
– Ma in tutti questi anni non ve lo siete mai domandato?
– No. Sapevo che l’avrei riconosciuta, tutto qui. Ma adesso ho paura. Ho paura che non sarò capace di capire. E lei passerà. E io la perderò.
Ha davvero addosso tutta la pena del mondo, il professore Bartleboom.
– Insegnatemelo voi, madame Deverià, come farò a riconoscerla, quando la vedrò.
– Chiudete gli occhi, Bartleboom, e datemi le vostre mani. Bartleboom ubbidisce. E subito sente sotto le sue mani il volto di quella donna, e le labbra che giocano con le sue dita, e poi il collo sottile e la camicia che si apre, le mani di lei che guidano le sue lungo quella pelle calda e morbidissima, e se le stringono addosso, a sentire i segreti di quel corpo sconosciuto, a stringere quel calore, per poi risalire sulle spalle, tra i capelli e di nuovo tra le labbra, dove le dita scivolano avanti e dietro fino a quando non arriva una voce a fermarle e a scrivere nel silenzio:
– Guardatemi, Bartleboom. La camicia le è scesa sul grembo. Gli occhi le sorridono senza nessun imbarazzo.
– Un giorno vedrete una donna e sentirete tutto questo senza nemmeno toccarla. Datele le vostre lettere. Le avete scritte per lei.

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Poi il libro continua – non siamo nemmeno a metà -, ma ho pensato di non svelarvi nient’altro. Sono arrivato giusto alla frase del mio momento magico. E allora se volete potete confrontare il mio ricordo con le parole originali di Baricco.

Va bene, ho fatto un po’ di confusione. Era lui che toccava lei e non solo il viso… e poi le parole di Baricco… le sue originali, sono tutt’altra cosa.

Bartleboom incontrerà la sua lei? La riconoscerà? E ancora: sarà una grande storia d’amore?

Se non avete letto il libro, o se non vi ricordate più la fine e siete curiosi, dovrete leggere il libro.
E poi non vorrei che pensaste che Oceano mare si riduca a questo momento. E non è che non sarebbe stato sufficiente. A mio parere lo sarebbe stato. Ma non è così. Oceano mare è molto di più. Ogni personaggio della Locanda Almayer, e non solo della locanda, ha una propria visione del mondo. Un dolore. Un obiettivo. Una speranza. E tanta poesia.
Come ho già detto è tanta roba. Non sarà un bel modo di dire ma penso che renda l’idea.

Uscito nel 1993. Vincitore del premio Viareggio.

 Voto: 5/5

Infine la canzone. La mia colonna sonora, di entrambi i romanzi – perché oramai che ho fatto la frittata li tengo a braccetto – non può che non essere Moonlight Sonata (Sonata al chiaro di luna) di Ludwig Van Beethoven. Qui la potete ascoltare

Voto: 5/5

Che poi questa canzone è la colonna sonora di un film: L’uomo che non c’era. Non la conoscevo prima di vedere il film. Non sono un esperto di musica classica. Ricordo però che ascoltando quelle note di pianoforte, la prima volta, ho pensato fossero perfette. E che fossero perfette per il film che stavo vedendo. Del resto non sono certo state scritte dall’ultimo arrivato…
È questo che intendevo nel mio primo articolo del blog (toccato: da tutto ciò che mi circonda): quando mi piace una cosa non ma la tolgo più da addosso.

Come questa canzone.

Come L’uomo che non c’era: film del 2001 dei fratelli Coen, con Billy Bob Thornton e Scarlett Johansson.
Sì, non proprio un filmetto. Il capolavoro, a mio parere, di Joel e Ethan Coen. Il primo film, mi sembra, della Johansson. Con una interpretazione magistrale di Thornton.

 L’UOMO CHE NON C’ERA

diretto da Joel e Ethan Coen

Voto: 4/5

Nota finale: La foto dell’articolo è di Carlo Venturelli.

 

 

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Sono nato a Modena 53 anni fa, e abito a Formigine. Amo la mia famiglia; i miei due splendidi figli Francesco ed Eleonora; mia moglie Luisa. Le immagini del blog sono principalmente sue. Ho deciso di aprire questo blog per raccontare le mie passioni: libri, film, musica... Lo faccio principalmente per me stesso. Perché mentre mi racconto, verbalmente o per iscritto non cambia molto, mi torno ad emozionare. Come la prima volta. Spero che, nei miei articoli, questo sentimento si percepisca, che arrivi all'eventuale lettore. Dimenticavo due cose. Entrambe rilevanti. La prima: nella vita, chi mi conosce lo sa, da 31 anni faccio "piastrelle". Ogni anno una nuova sfida. Ma vivo la mia professione con passione. L'unico modo a mio parere, per non "impazzire". La seconda: ho un'altra grande passione. Sono tifoso del Modena Football Club 1912... Sì lo so, è una bella "sfiga"! Ma sono nato a Modena, amo la Ghirlandina e il vero amore mica puoi sceglierlo... P.S. Ho messo il nome della mia squadra del cuore per intero, perché oramai, del Modena calcio rimane solo la storia.

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