Il fondo del barile di ognuno di noi…

Tra i tanti difetti che noi umani abbiamo – e ne abbiamo tanti – quello forse più subdolo è disprezzare continuamente il malcapitato di turno. Lo facciamo tutti e da così tanti anni che non ci facciamo più caso, come se fosse normale. In realtà è un bruttissimo vizio intrinseco dell’essere uomo, per cui gli uni sfogano le loro miserie disprezzando e prendendo in giro gli altri. Perché lo facciamo? A mio parere per tre fattori: debolezza, insicurezza, paura. Già dalle elementari, pensateci, non facciamo altro che prendercela con il più debole, il diverso, quello più strano. Per sentirci superiori? In realtà lo facciamo proprio perché siamo deboli, per paura di essere noi stessi presi di mira, e allora creiamo alleanze, ce la prendiamo con il primo che capita, evidenziandone difetti, addirittura inventandone, nella speranza di farla franca, con la paura di essere smascherati.

Elizabeth Strout lo definisce il fondo del barile di ognuno di noi.

Io amo leggere romanzi: perché mi emoziono, perchè mi immedesimo; ed è come se mi impossessassi di mille altre vite… li leggo di ogni genere, più o meno belli. Poi, raramente, ho il culo, di imbattermi in romanzi che oltre ad avere tutte le caratteristiche per essere capolavori, t’insegnano qualcosa. È il caso di Tutto è possibile di Elizabeth Strout.
Elizabeth Strout, nel caso non la conosciate, segnatevi questo nome.
Io l’ho scoperta leggendo Olive Kitteridge – scritto nel 2009 e che le è valso il Premio Pulitzer – e da allora è tra i miei autori preferiti. Sono tra i dieci e i quindici, tanto per essere chiaro. Scrittori che non vedo l’ora che esca un loro nuovo lavoro, che difficilmente me lo perdo.

Tutto è possibile, appena uscito nelle librerie, è il seguito di Mi chiamo Lucy Barton (2016), ed è proprio in questo suo penultimo libro che la Strout parla per la prima volta del fondo del barile di ognuno di noi:

L’ho già detto: mi meraviglia come riusciamo a trovare modi per sentirci superiori a un’altra persona, o a un gruppo di persone. Succede dappertutto, di continuo. Comunque lo si chiami, a mio giudizio è il fondo del barile di chi siamo, questo bisogno di trovare qualcuno da snobbare.

da Mi chiamo Lucy Barton

Anche Alessandro Baricco, nella sua rubrica Archivio General De Indias di Vanity Fair, parla proprio di questo libro, di questa brutta abitudine:

Ecco cos’era, maledizione: quando sono in treno e sento le telefonate altrui – me le fanno sentire loro, io ne farei volentieri a meno – e parlano solo di due cose: quel che c’è da mangiare la sera e quanto quelli là sono deficienti, o falsi, o furbi o non so cosa. Spesso è un quello là o una quella là. Ha sempre sbagliato qualcosa. Sovente crede di farla franca. Talvolta è la terza volta che ci prova. Il bello è che mentre li ascolto, ovviamente li compatisco, forse addirittura disprezzo, diventando immediatamente uno di loro: umani che snobbano altri umani, non perché sono cattivi, ma perché quello è il fondo del barile di quel che sono. Micidiale.

da Vanity Fair: articolo di Alessandro Baricco del 22 giugno 2016.

Ma è proprio in Tutto è possibile – attraverso le vicende dei tanti personaggi, le loro cicatrici, i loro angoli bui, i tanti traumi che li hanno irrimediabilmente cambiati -, che questo sporco sfogo viene più volte a galla:

Dico sul serio, Patty. Il fatto che la nipote di Lucy Barton sia solo feccia non dovrebbe proprio stupirti, no?Perché dici così?Perché sì. Ma non te li ricordi? Erano il fondo del barile, Patty. Santo cielo, mi viene in mente adesso che avevano quei, cos’erano, cugini? Sì, mi pare. Il maschio si chiamava Abel. Dio santo che tipo. Si cacciava nel bidone della spazzatura dietro la pasticceria Chatwin a rovistare in cerca di roba da mangiare. Possibile che avesse tanta fame? Perché fare una cosa del genere? E invece mi ricordo che lo faceva, e senza la minima vergogna. E mi ricordo che c’era anche Lucy con loro. Mi metteva i brividi vederli. Ancora adesso se ci penso, giuro. La sorella di lui si chiamava Dottie…

Due parole su Mi chiamo Lucy Barton:

La storia si svolge in una camera d’ospedale, dove Lucy – ricoverata in ospedale per una banale appendicite – riceverà la visita inaspettata della madre. E per cinque giorni e cinque notti le due donne si ritroveranno, parlando a ruota libera del loro passato e degli abitanti che lo hanno popolato, tornando ad essere semplicemente una mamma e una figlia che si amano.
Non vi ho detto che Lucy ha avuto un’infanzia durissima, un passato di miseria, traumi e vergogna, e che non appena ha potuto ha lasciato la piccola cittadina d’infanzia per trasferirsi a New York, diventando moglie, madre e scrittrice di successo. Non vi ho detto che mamma e figlia non si vedevano da anni.

Voto: 5/5

TUTTO E’ POSSIBILE

di Elizabeth Strout, edizioni Einaudi (2017)

In questo nuovo romanzo, Elizabeth Strout, va direttamente al cuore del problema: la trama si svolge direttamente ad Amgash, Illinois, la piccola cittadina dove è nata Lucy. I personaggi già conosciuti nel romanzo precedente e tanti altri prendono vita, intrecciati gli uni agli altri a formare una sorta di trama collettiva, in cui se pur il filo conduttore è la stessa Lucy, i veri protagonisti sono i personaggi stessi: ognuno di loro. Lucy infatti apparirà in carne ed ossa in un solo capitolo, tra i più intensi del libro: ritorna dopo anni a casa (di fatto da quando se n’era andata non era più tornata) incontrerà il fratello Pete e la sorella Vicky. Subendo l’attacco della sorella che non le perdona di averli abbandonati. Parleranno dei loro ricordi, della madre che taglia a pezzi i vestiti di Vicky, del padre e delle sue turbe.

Sapete che cosa odiavo più di tutto? – Vicky rivolse lo sguardo a Lucy e Pete e proseguì in tono quasi sereno: – I rumori di quando facevano sesso. Se papà non girava per casa a spararsi seghe, lo facevano proprio lassù, – disse indicando il soffitto. – E sentirli mi dava la nausea, il letto che ballava e i versi che faceva lui. Mai sentito nessuno fare versi simili mentre scopa -. Si soffiò il naso. – Boia, non è come dirlo provare ad avere una vita sessuale nella norma, dopo anni di quella merda.
Pete disse: – Io ci ho rinunciato. A provare, intendo -. La sua faccia avvampò subito…
Vicky disse: – Un attimo, però. Sai cosa? Era lui a fare tutti quei rumori; da lei non veniva mai un fiato.
Pete non ci aveva mai pensato prima. – Ehi, hai ragione, – disse – Hai proprio ragione. Lei non emetteva mai suono.
– Oh Dio, – disse Vicky, e sospirando aggiunse: – Oh, povera…
Lucy si alzò. – Piantala, – disse. Aveva in faccia due chiazze rosse sopra gli zigomi.
-Piantala, – ripeté. – Piantala e basta -. Guardò prima Vichy, poi Pete. Infine urlò con voce tremante: – Non era così terribile -. E ancora più forte: – Dico sul serio.
Nella stanza calò il silenzio
Di lì a pochi secondi, Vicky disse pacata: – Era proprio così terribile, invece, Lucy.
Lucy alzò gli occhi al soffitto e prese a scuotere le mani come se le avesse appena lavate e non ci fosse un asciugamano. – Non lo sopporto, – disse. – Oh Dio ti prego. Non lo sopporto, non lo sopporto…
E allora Pete capì che non sopportava quella casa, e Amgash in genere, che si era spaventata, più o meno come era successo a lui con la faccenda di farsi tagliare i capelli, solo che per Lucy era enormemente peggio.
– Non ci riesco, – disse Lucy. – Non ci riesco. Non ci riesco… Per favore aiutatemi. È che proprio non so… Oh Dio. Oh santo Dio per favore aiutatemi -. Si alzò, sbattendo come una furia le mani. – Non so come fare, non so come fare… Vicky e Pete si scambiarono uno sguardo.
– È un attacco di panico, – disse Lucy. – Non ne avevo da anni, ma questo è brutto, oh Dio, oh mio Dio. 

Perché per Lucy è tremendamente dura: quei ricordi quella casa non li sopporta; per questo se n’era andata: per sopravvivere. E la gente del suo paese potrà anche invidiarla, attendere con gioia l’uscita di ogni suo nuovo libro, vederla in interviste che trasmette anche la TV: prova tangibile e assoluta del suo successo della sua felicità… ma la verità dice un’altra cosa, dice che è la più fragile di tutti. Talmente debole da fuggire di nuovo e di corsa dalla loro casa… perché – a differenza dei due fratelli solo all’apparenza più fragili – non è pronta ad accettare la verità: hanno passato un infanzia terribile.

Ma nonostante il libro sia pieno di brutture, persone alla deriva, traumi che hanno lasciato più di una cicatrice, in Tutto è possibile rimane intatta la speranza, la gentilezza. Momenti di pura bellezza, istanti di grazia; come l’incontro di Charlie Macauley con Dottie in una stanza anonima di un bed and breakfast: un momento di comunione tra due anime disperate, sole; inatteso e senza secondi fini, ma di un intensità assoluta.

Da principio le rispose che il televisore in effetti non gli serviva, ma quando vide la sua stanza capì che non ce l’avrebbe fatta a starsene lì ad aspettare, perciò fece ritorno in ingresso e lei gli disse: – Ma certo, – e gli consegnò il telecomando e domandò: – Le dispiace se la raggiungo quando finisco in cucina? – No, disse lui. – Non importa cosa guardiamo, – aggiunse la donna. Con remota intuizione comprese che anche lei aveva ombre di dolore – alla loro età era normale, pensò. Ma per molti non è così, si disse anche. Gli succedeva spesso di ragionare sul fatto che moltissime persone non conoscevano le ombre di dolore gettate dal baccano silenzioso che lui si portava nella testa…
[…] Quello che Dottie ancora non aveva capito, finché gli Small non vennero a stare da lei era che nel suo mestiere certe esperienze la facevano sentire in comunicazione con la gente e certe altre, invece, sfruttata. C’era stato ad esempio quel signore tanto caro che era arrivato una sera verso l’ora di cena – poteva avere suppergiù la sua età, anno più anno meno – e aveva preso una stanza ma poi aveva deciso che preferiva guardare un po’ di televisione e lei era rimasta con lui a guardare una di quelle commedie inglesi – Dottie le trovava davvero divertentissime e si sforzava di non ridere forte visto che il signore non rideva – e a un cero punto aveva capito che lui stava molto male. Emetteva un suono che Dottie non aveva mai sentito in vita sua; un verso non del tutto asessuato, che in realtà esprimeva un dolore atroce… Il viso molto segnato dell’uomo si era poi bagnato di lacrime senza ritegno; oh, sia benedetta la sua povera anima, aveva sempre pensato Dottie al ricordo. Va bene, gli aveva detto, e gli si era seduta accanto sul divano mentre lui la scrutava con una tale intensità, talmente a fondo, che mai nessuno l’aveva guardata così, si era detta, né lei aveva mai guardato un uomo in quel modo…
L’uomo ripartì alle sette del mattino dopo: un tipo alto di statura e tutt’altro che brutto ora che il riposo gli aveva disteso i tratti. Disse: – la ringrazio tanto, – con un misto di imbarazzo e sincerità. Lei non gli chiese se volesse fare colazione, rendendosi conto che l’avrebbe messo a disagio farsi servire uova e pane tostato da una donna che aveva visto qualcosa che non avrebbe dovuto vedere, che nessuno avrebbe dovuto vedere. E così se ne andò. Se ne andavano sempre tutti.
Tenne il foglio della sua registrazione come un bambino potrebbe conservare la matrice di un biglietto in ricordo di una giornata particolare. Limpida come un torrente di primavera, era stata l’esperienza insieme. Non andò mai a cercarlo su internet, non sentì mai neanche la tentazione di farlo. Si chiamava Charlie Macauley, l’uomo dal dolore indicibile.

Il libro è scritto in maniera magistrale, con dialoghi che ti catturano e una trama fitta e avvincente, ma ciò che rende questo libro della Strout un capolavoro unico, sono – mi ripeto – questi due aspetti:

  • Il primo: È proprio questo suo averci smascherati… perché anche noi, tutti noi nel nostro piccolo, non prendiamo sempre di mira qualcuno? Screditandolo, evidenziandone difetti, mancanze…
  • Il secondo: Pur nella disperazione non dobbiamo mollare. Perché Tutto è possibile: per tutti.

Voto: 5/5

 

 

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Sono nato a Modena nel 1964 e vivo in un paese che è parte dell’Unione dei Comuni del Distretto Ceramico. Da 35 anni faccio piastrelle. Mi occupo di ricerca. Crescere, crescere, crescere: non esistono altri obbiettivi. Ogni anno è una sfida. Sposato con due figli, da quattro anni scrivo su questo blog. Ma fin dal primo articolo ho capito che recensire un libro, un film o una canzone non è che un pretesto per raccontarmi: pensieri, passioni, desideri. Ricordi. Il vero scopo è fermare il tempo. Trattenere il più possibile istanti di felicità.

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