Tu… e così sia

Basta poco canta il grande Vasco, ed è proprio vero. Nel mio precedente articolo (Tu chiamale se vuoi emozioni: la mia Top Ten) vi avevo proposto un gioco: Tutti voi che leggete questo articolo avrete una vostra Top Ten. Al punto che, se vi prestate al gioco e la segnate nei commenti, non si troverebbero neanche due persone che l’hanno uguale. È matematico. Si potrebbero scoprire anche nuovi titoli… e chissà che non mi facciate cambiare idea.
Ho avuto un solo commento. Fa niente. Capisco che tutti quanti, oggi giorno, abbiamo mille cose da fare, che non c’è più tempo…
Comunque, quell’unico commento mi è bastato. Mi è bastato per farmi ripensare ad una canzoncina di Franco Simone. Ad un periodo della mia infanzia: le medie. Ad una ragazzina…

Che sia chiaro, con Lucia fu un amore platonico, che ero troppo timido anche solo per parlarle.
Lucia, magra e non molto alta, con i capelli neri fin sulle spalle e con due occhi nocciola che ogni volta che incrociavo mi facevano battere il cuore a mille. Lucia che, pur essendo minuta che veniva la voglia di proteggerla quasi si potesse rompere, dava l’idea di essere una ragazzina sicura, di saper il fatto suo. Lo dimostra il fatto che era nella compagnia dei più fighi della classe.
Per i primi due anni credo di non averle mai rivolto la parola. Beh, nella realtà, che nella fantasia parlavamo eccome, e non solo…
Poi, alla fine della seconda media un nostro compagno di classe organizzò una festa nel cortile-tavernetta di casa sua. Graziano era timido come me. Invitò tutta la classe.
Inizialmente – a parte rimpinzarmi di dolci e salatini e bere litri di coca cola – giocai a calcio con i miei compagni. Ma ben presto la musica che proveniva dalla tavernetta vinse la mia titubanza ed entrai nella “balera”. Graziano che non era solo timido ma anche un brocco col pallone, era il disc-jockey.
E aveva preparato ogni cosa come doveva essere.
Le sedie disposte in ordine contro il muro, il tavolo con le golosità in un angolo, in modo che il centro della stanza – illuminato con faretti colorati – fosse sgombro e apparisse una vera e propria pista da ballo. Aveva fatto davvero un bel lavoro.
Naturalmente le uniche che ballavano erano le ragazze, ma nemmeno tanto bene. Insistevano per far ballare i maschi, ma i pochi che cedevano alle loro suppliche, dopo qualche sgraziato tentativo si scoraggiavano e tornavano contro il muro a guardarle.
Io conoscevo le canzoni, le movenze, i passi, ma mi mancava il coraggio di buttarmi. Per due anni, in classe, ero stato timido e muto come un pesce, dalla paura che avevo nemmeno il Padreterno mi avrebbe convinto a ballare.
Il Padreterno no, ma Patrizia e Susanna sì che ci riuscirono. All’improvviso vennero proprio dalla mia parte prendendomi di forza e buttandomi al centro della pista. Io che avevo schivato, come la maggior parte dei ragazzi una buona quantità di attacchi, non fui abbastanza deciso. Certo avrei potuto andarmene lo stesso. Ma la scena di quelle due che mi tiravano per le braccia, con me che cercavo di liberarmi, aveva attirato un bel po’ di risate. Mi sentii al centro dell’attenzione e, sarà perché avevo perso l’attimo buono per scappare, sarà perché c’era la canzone Mamma Mia degli Abba che mi piaceva un sacco, mi buttai.
Quella canzone era perfetta da ballare con la spinta. Quando Rossella – la miglior amica di Lucia – provò ad insegnarmi i passi, rimase di stucco. Come tutti quanti. Io quei passi li sapevo fare ad occhi chiusi. Sì, perché per me era come essere a un deja-vù. Nel mio cortile, con Sandra e gli altri, ne avevamo fatte a decine di feste come quella.
Fu un successone, tutte le ragazze volevano ballare con me. Perfino i ragazzi pretendevano che gli insegnassi. Appena partiva una nuova canzone, sapevo già cosa fare, quale ballo era più adatto.
Con Fatti mandare dalla mamma mi buttavo in un twist scalmanato, con Dieci ragazze in un boogie boogie, e poi il cha cha cha, il valzer, i lenti.
Certo ballai anche con Lucia, due volte: una spinta e un valzer.
Fu lei a chiedermelo, perché io, nonostante quel giorno avrei potuto fare ogni cosa, non ce l’avrei mai fatta a invitarla. La sbirciavo di nascosto, questo sì e lei se ne accorse e sorrise: un sorriso da togliere il respiro.
Si avvicinò e mi fece secco.

Ancora adesso ricordo quel momento e mi emoziono. Che potere che hanno certi ricordi. Saranno passati trentacinque anni ma mi sembra di essere ancora lì in quella tavernetta, lo stesso cuore matto.
«A me non m’insegni?» mi disse, «con me non ci vuoi ballare?»
Io devo essere diventato rosso come un peperone. E avrei tanto voluto risponderle come si deve. Che so… è tutta la vita che aspetto questo momento, ma ahimè, risposi semplicemente di sì.
E sapeva anche ballare benino. Ricordo che rise tanto, e sono convinto che eravamo proprio una bella coppia.
Ma allora di certezze ne avevo ben poche, e non riguardavano sicuramente Lucia. E poi la sfiga volle che il giorno dopo iniziavano le vacanze estive e per tre mesi non ci saremmo visti.
Tre mesi! Che quando si hanno dodici anni sono un’eternità.
Avevo pensato mille volte a cosa dirle quando ci saremmo incontrati di nuovo in classe.
Ma quel primo giorno rimandai, avevo troppo paura, non ricordo nemmeno se l’ho salutata. Così come non le dissi niente la prima settimana e così pure il primo mese.
Ho imparato sulla mia pelle che le cose importanti non vanno procrastinate, che più passa il tempo più diventa difficile rimediare.
E difatti dopo i primi mesi di silenzio, cosa avrei potuto dirle?
«Ciao Lucia, mi è piaciuto ballare con te».
«E me lo dici dopo sei mesi», mi avrebbe di sicuro risposto Lucia.
Ma l’emozione quando la vedevo era comunque fortissima.
Nei miei sogni quotidiani la incontravo per strada e la caricavo in bici (trasformata per l’occasione in una fiammeggiante Ducati), la riportavo a casa sua. Nella realtà mi accontentavo di passare centinaia di volte davanti al suo palazzo. E se la vedevo scappavo, accelerando come i battiti del mio cuore. Non salutandola nemmeno, ma ripetendo le strofe della canzone di Franco Simone, che tante volte ascoltavo pensando a lei.

Sta piovendo…
Posso darti un passaggio
Fino a casa?…
Cosa vuoi che mi costi
Fare un giro
Forse un poco più lungo
Se lo faccio con te?…
Aspettavo
di parlarti da sempre
Di spiegarti
Quanto sei importante.
Veramente
Ti ringrazio di esistere
E ti amo
Ti amo ti amo ti amo ti amo…” (da Tu… e così sia).

In quell’ultimo anno di medie ci saremo scambiati pochi, pochissimi monosillabi. Tuttavia non ho mai più provato tanta emozione e vergogna nel guardare una ragazza negli occhi.

Tu… e così sia – dall’Album Il poeta con la chitarra – del 1976 di Franco Simone, Testi e musica, ad eccezione della famosa cover il cielo in una stanza, sono di Franco Simone.

Voto: 5/5

Sì, lo so, con i voti sono largo… se fossi un insegnante renderei felici i miei studenti. Ma è più forte di me, e poi questa canzoncina mi fa impazzire. Qui la potete ascoltare.

P.S. Spesso mi rimproverano che i miei articoli sono troppo lunghi. Quindi se andate di fretta fermatevi. Le cose più importanti, le ho già dette.
A chi può interessare c’è un seguito.

Vent’anni dopo ho partecipato ad una cena di rimpatriata delle medie e ho rivisto Lucia.
Mi sembra che fosse maggio, o forse giugno del 1997.
Ci trovammo in una pizzeria di Montale. Non mi sono mai piaciuti questi incontri, mi danno l’idea di minestre riscaldate.
Non ricordo se mi avevano invitato altre volte. Mi telefonò proprio Graziano. Non so come avesse avuto il numero del mio primo cellulare. Ricordo che da un paio di giorni lo tenevo spento e che, non appena lo riaccesi, trovai una quantità abnorme di chiamate senza risposta. Mi stavo giusto chiedendo chi potesse essere – beh, un’idea ce l’avevo, ma è un’altra storia – quando mi chiamò proprio lui, che non sentivo e non vedevo dalla terza media.
«Ciao sono Graziano, un tuo compagno di classe… ti ricordi? Ti volevo invitare a una cena di classe che facciamo venerdì».
«Ciao Graziano, certo che mi ricordo. Stai bene?»
«Sì abbastanza bene… è un bel po’ che non ci vediamo e sarebbe bello rivedersi. Pensi di venire?»
«Non so… e poi venerdì ho una cena con la ceramica». In realtà era una scusa, ma, come ho detto, non diventavo matto per queste cene.
«Questa volta ci dovremmo essere in tanti», insistette Graziano, «non è stato facile, ma alla fine sono riuscito a rintracciare tutti».
Mentre parlava pensai che sarebbe stato bello rivederlo. Era un bravo ragazzo e ricordai che in terza più di una volta ci trovammo nella sua tavernetta a chiacchierare. Proprio in quella tavernetta. E a essere sinceri non ci limitavamo solamente a chiacchierare. Avevamo la stessa passione per i cantautori: Guccini, Battisti, Bennato… e figuratevi, c’eravamo messi in testa di scrivere delle nostre canzoni.
Peccato che lui, pur avendo una chitarra, non conoscesse le note e che entrambi eravamo stonati come una campana. Una pena che non vi dico.
Tuttavia ricordavo ancora i primi versi di un nostro aborto:

Mi ricordo quella sera
quella sera in fondo al mare
tra abeti e animali
proprio bella quella sera.
Proprio bella quella sera.
Quando un tratto venne lei
lei ingiusta e punita
lei vergine e orfanella
mi faceva impazzire
quella sera in fondo al mare…

E dopo quel ricordo come avrei potuto non accettare.
«Scusa Graziano ma… mi hai chiamato altre volte?»
«Sì, è da ieri che ti telefono, ma eri sempre irraggiungibile».
«Molte volte quante, quaranta, cinquanta?». Avevo litigato con una certa persona ed ero curioso di saper chi effettivamente mi avesse chiamato.
«Non le ho contate», rispose, «comunque ogni venti minuti ti chiamavo».
«Ok, vengo».
A uno che ti chiama così tante volte e con cui ci hai condiviso la tavernetta del tuo mercoledì da leoni, non puoi dire di no.
Però avevo ragione io: minestra riscaldata!
Tutto come previsto.
Gli stessi gruppetti, gli stessi discorsi.
Chi era un figo allora, lo era per sempre.
Chi come me era considerato sfigato, rimaneva sfigato.
Provai a inserirmi in qualche discorso, erano passati vent’anni, ero cambiato. Sapevo di poter essere di compagnia. Feci qualche bella battuta, qualcuno rise e più d’uno si stupì di quanto fossi cambiato. Fino a quando, inesorabilmente, si tornava a tirare fuori gli stessi discorsi, aneddoti di come eravamo alle medie, di come ero IO alle medie: timido, strano, poco socievole.
Ricordo che in classe c’erano tre correnti.
La prima era quella dei bulli. Quelli che facevano i prepotenti, sempre pronti a dimostrare la loro forza, a combinare guai. Più erano stronzi più piacevano alle ragazze. Fabio era il capo. Il più forte, sempre pronto a fare a sberle, a superare i propri limiti. Ma fondamentalmente sono i più fragili, il loro modo di comportarsi, di vivere di eccessi, li porta a bruciare la loro stessa vita. E Fabio, la vita, l’ha buttata via per davvero, con i primi spinelli, le prime sniffate, fino a farsi in vena e morire di overdose a vent’anni.
La seconda corrente era quella dei bravi ragazzi. Perfettini, vestiti bene, bravi negli studi e con a fianco la ragazza che fa per loro. Sono quelli che sanno sempre cosa vogliono dalla vita. Ottimi studenti, si diplomano, si laureano, un un paio di master indispensabili alle spalle, un lavoro di grande responsabilità. È il caso di… lo chiamerò secchione, che aveva rubato – guarda caso – il centro dell’attenzione e stava elencando i propri successi professionali. Ricordo che mi scappò una risata. In pochi se ne accorsero, così presi dal racconto del secchione.
«Curioso, vero?», mi domandò una voce femminile seduta accanto a me, «sono passati così tanti anni, eppure continuiamo ad essere gli stessi di allora».
Mi voltai verso Catia. Era diventata proprio una bella ragazza, del resto non poteva essere diversamente. Già alle medie non passava inosservata: alta e proporzionata spiccava sulle altre ragazzine, ma aveva quel tipo di bellezza che incute paura. Almeno a dei ragazzini immaturi delle medie. Almeno a me.
È difficile da spiegare, ma è abbastanza frequente. Sono quelle ragazze che ti sembrano inavvicinabili: troppo belle, colte, mature. Sì, insomma, troppo tutto. E allora è molto più facile avvicinare, perfino con i pensieri, ragazze meno appariscenti. Pensai proprio a Lucia. Sì c’era anche lei, seduta vicina allo stesso gruppo di allora (il gruppo dei bulli); non che ci fosse niente di male, ma mi sembrò rispetto a Catia di colpo insignificante, come il suo gruppo.
Poi, siccome non dicevo nulla Catia continuò: «Beh, mi sbaglio oppure un attimo fa hai riso?»
«Ebbene sì, è stato più forte di me. Un istinto di sopravvivenza», risposi. «Molto meglio del vomito no?»
Adesso fu lei a ridere. Del resto avevo avvertito un certo sarcasmo nella sua domanda.
«Non ti fa piacere sapere che il più bravo della classe è diventato un super manager?», riprese.
«Come no, non sai che ansia che ho avuto in questi anni per le sue sorti . Sono venuto a cena apposta», dissi. «Però guarda che ti sbagli. Eri tu la più brava». Non vi ho detto che Catia apparteneva chiaramente al gruppo dei bravi ragazzi, e ovviamente io appartenevo al terzo gruppo, quello degli sfigati.
«Non credo proprio, certo che sei diventato proprio un bel tipo. Come mai alle altre cene non sei venuto?»
«Avevo paura!».
«Di cosa?»
«Che fosse una minestra riscaldata, hai presente? Succede sempre in questi casi. Si riformano gli stessi gruppi, e si finisce sempre a parlare delle stesse cose. Non lo hai detto anche tu prima?»
«Può darsi» rispose Catia, osservando i compagni. «Però chi è assente ha sempre torto, e questa sera ci sei. Perché non provi a rianimare la serata?»
«Non essere ingenua», risposi. «Sei troppo intelligente per non sapere che in queste cene bisogna rispettare la propria parte: si torna ad avere quattordici anni. E tu ti ricordi com’ero allora?».
Catia mi guardò, stupita dalla mia reazione. «Sì. Non parlavi con nessuno».
«Ma non solo. Andavo male a scuola, eh… sì, diciamo la verità, ero un disastro».
«E adesso cosa fai nella vita. Sei sposato?»
«Purtroppo mi sono da poco separato, ma ho due bambini fantastici. E lavoro dodici ore al giorno in una ceramica».
«Che mansione?»
«È da sei anni che sono responsabile di laboratorio, ma da qualche mese sono direttore di produzione, e non è per niente facile».
Non avrei voluto parlare del mio lavoro, e deviai il discorso: «Ma non è di certo paragonabile al prestigioso lavoro del nostro luminare».
Il secchione stava infatti spiegando proprio ora la sua giornata lavorativa.
«Scommettiamo che adesso racconterà del macchinone che gli hanno dato», continuai.
«Ma sei terribile», bisbigliò Catia.
«Aspetta» le dissi, «diamogli una occasione».
«Ma io gliel’ho detto al Presidente, adesso che non ho figli le do la massima disponibilità e lavoro anche 24 ore al giorno, ma quando Silvia ed io pianificheremo matrimonio e nascite, dovrà accettare una mia inevitabile riduzione di ore di lavoro. E se adesso viaggio dai quattro ai sei mesi all’anno, dopo al massimo sarò disponibile a farne tre…»
«Macchinone, macchinone…», ripetevo a Catia.
Non che la nostra conversazione fosse passata inosservata. Ci guardavano tutti con curiosità e sono convinto che suscitavamo una punta d’invidia, soprattutto quando ridevamo.
«… che non si può mica tirare sempre al massimo. Non m’interessa se dovrò scendere di livello, guadagnare di meno e restituire la macchina della ditta. È chiaro che è una bella comodità. Tutto gratis: benzina, bollo, assicurazione. E poi un Audi, ma… che avete voi due, che è mezz’ora che ridete?»
«No no, niente». Rispose Catia.
Mi avvicinai a lei sussurrandole una frase nell’orecchio. So per esperienza che, per chi la subisce, è una cosa molto fastidiosa.
«Visto che ho vinto la scommessa, adesso devi ridere ancora più forte. Così lo facciamo morire».
«Ah, ah, ah…».
«Non ve l’ha insegnato nessuno che è da maleducati parlare nelle orecchie?» Il secchione alzò la voce. «Se avete qualcosa di così divertente da dire ditelo a voce alta, così ridiamo anche noi!».
«Scusa per la maleducazione, non sempre so come comportarmi: del resto non ho mica fatto un master io», risposi d’istinto.
Ci furono risate fragorose che lo fecero infuriare ancora di più.
«Mi stai prendendo in giro? E poi sentiamo, chissà che lavoro interessante che farai? Sempre che tu ce l’abbia un lavoro».
Non era mia intenzione litigare e mi sentii di colpo nel torto. Avevo bevuto un bicchiere di troppo e come spesso mi succedeva avevo esagerato.
Preso dall’euforia mi era già successo altre volte di dire qualche battuta fuori luogo, di prendere in giro amici e conoscenti, pur di far ridere. Mi capitava specialmente fuori a cena, quando mi sentivo a mio agio. In quelle serate mi trasformavo in un giullare e la serata decollava. Ma la mattina dopo me ne pentivo, per le tante battute al limite. Con sensi di colpa per amici che avevo deriso, preso di mira.
Non che provassi gli stessi sentimenti di pentimento per il secchione. Tuttavia ebbi il buon senso di fermarmi.
«La mia è stata solo una battuta. E come lavoro faccio… lavoro in una ceramica a Fiorano».
Non mi andava di vantarmi del mio lavoro. Non l’ho mai fatto.
Comunque il secchione ha pensato che facessi l’operaio (non che sia un demerito). E la sua vendetta se l’è presa.
L’ultima cosa che ricordo di quella serata è che ho avuto il coraggio di parlare del mio amore platonico. Ormai la serata era al termine.
«Lo so che alle medie ero un caso clinico. Per fortuna alle superiori mi sono aperto; altrimenti non mi sarei nemmeno sposato», confidai a Catia. «Ma allora le ragazze non avevo nemmeno il coraggio di guardarle negli occhi. Ma la testa sì che l’avevo persa e per una nostra compagna. Ma muto come un pesce. E adesso, dopo vent’anni eccola qua, seduta in questo tavolo. Non sei curiosa?»
«No no. Assolutamente NO! E poi dopo così tanti anni… altro che minestra riscaldata».
Tanto di cappello. Catia non aveva solo ragione, mi aveva fatto secco.

Ho pensato spesso a quella serata. Specialmente alla stoccata finale di Catia.
Un paio d’anni dopo, Graziano mi ha telefonato per un’altra rimpatriata.
Non ci sono andato.
Non so se Catia avesse pensato che mi riferissi a lei. Tuttavia ha evitato che mi rendessi ridicolo. Ha evitato che rovinassi tutto. Perché certi sogni bisogna custodirli dentro il cuore. Devono rimanere segreti… se no che segreti sono.

 

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Sono nato a Modena nel 1964 e vivo in un paese che è parte dell’Unione dei Comuni del Distretto Ceramico. Da 35 anni faccio piastrelle. Mi occupo di ricerca. Crescere, crescere, crescere: non esistono altri obbiettivi. Ogni anno è una sfida. Sposato con due figli, da quattro anni scrivo su questo blog. Ma fin dal primo articolo ho capito che recensire un libro, un film o una canzone non è che un pretesto per raccontarmi: pensieri, passioni, desideri. Ricordi. Il vero scopo è fermare il tempo. Trattenere il più possibile istanti di felicità.

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6 pensieri riguardo “Tu… e così sia

  1. sei bravissimo scrivi bene e fai emozionare …mi sono tornati in mente tanti ricordi e io ero più timida di te una cosa da nascondersi. la mia canzone preferita era ” nessuno mi può giudicare”dell allora caschetto d oro…

  2. Sono contento di averti ispirato nel raccontare questo tuo ricordo,bello,scorrevole, da leggere tutto d’ un fiato.
    Chi non ha avuto almeno un amore inespresso nella propria vita,quasi sempre tra i banchi di scuola; il mio si chiamava Rita e l ho avuta
    come compagna sia alle elementari che alle medie quindi puoi immaginarti quanto è durato.Ho ancora presente l ’emozione nel’averla vicino o nello sfiorarla,L’ho incontrata parecchie volte nel corso della vita perché per un periodo le ho abitato vicino e anche perche ha un paio di negozi storici a Sassuolo che gestisce da sempre insieme alla Famiglia,mi sono sempre chiesto come sarebbe stato con lei ma poi facendo il confronto con l uomo che ha poi sposato e con il quale ha avuto dei figli mi rendo conto di essere molto differente e quindi probabilmente non sarebbe stata una storia duratura.
    Rimpatriate con ex compagni di scuola non le ho mai avute ,però non ti nascondo che quando mi capitano in mano le foto di classe mi soffermo a guardarle e tanti ricordi mi scorrono davanti come spezzoni di film .Vorrei tornare indietro e dichiararmi ,vivere quell’ amor che nulla ho amato..

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