101 STORIE ZEN

Più minuto di una mano – che sembra fatto apposta per stare sul mio comodino – questo piccolo libricino è pura poesia. Da leggere e rileggere per tutta la vita, e non fa niente se poi non comprendi le storielle che lo compongono fino in fondo, perché la vera poesia, come l’amore, va al di là delle parole. Ogni volta che ne leggo una sento un senso di pace, di serenità, di equilibrio. Se il tema costante di ognuna di queste storie è il satori (l’illuminazione), i personaggi e le situazioni  – anche se sono state scritte centinaia di anni fa – sono tuttora attuali, perfette per parlare di noi stessi, rivelatrici dei nostri limiti.

La strada fangosa

Una volta Tanzan ed Ekido camminavano insieme per una strada fangosa. Pioveva ancora a dirotto.
Dopo una curva, incontrarono una bella ragazza, in chimono e sciarpa di seta, che non poteva attraversare la strada.
«Vieni, ragazza» disse subito Tanzan. Poi la prese in braccio e la portò oltre le pozzanghere.
Ekido non disse nulla finché quella sera non ebbero raggiunto un tempio dove passare la notte. Allora non poté più trattenersi. «Noi monaci non avviciniamo le donne» disse a Tanzan «e meno che meno quelle giovani e carine. È pericoloso. Perché l’hai fatto?».
«Io quella ragazza l’ho lasciata laggiù» disse Tanzan. «Tu la stai ancora portando con te?». da 101 STORIE ZEN a cura di Nyogen Senzaki e Paul Reps, Edizioni Adelphi.

Delle 101 Storie Zen, La strada fangosa, è tra le mie preferite. I due monaci, protagonisti della parabola, sono l’uno l’opposto dell’altro. Ekido osserva i precetti di Buddha e dell’Ordine religioso alla lettera. Tanzan ha un approccio con Buddha molto personale: se ne frega di regole e comandamenti; se ha fame mangia, se gli viene sonno dorme, se vede una donna in difficoltà l’aiuta, come avrebbe aiutato un qualsiasi altro essere vivente: bambino, uomo, animale, vegetale.
Ekido non disse nulla finché quella sera non ebbero raggiunto un tempio dove passare la notte. Allora non poté più trattenersi. È arrabbiato, soffre, da ore non pensa ad altro. Sbotta. Per lui esistono solo le regole, sorreggono il suo mondo. Al punto che una persona innocua e in difficoltà potrebbe essere un potenziale pericolo. Mi piacciono queste storielle perché ogni parola è quella giusta, ogni frase è rivelatrice. Noi monaci non avviciniamo le donne» disse a Tanzan, e meno che meno quelle giovani e carine. È pericoloso. Ekido, o meglio la sua mente che da anni filtra ogni cosa attraverso la rigidità del suo credo, distingue addirittura la tipologia della ragazza: giovane e carina e perciò pericolosa. Se fosse stata brutta o vecchia sarebbe stato meglio? Sarebbe stato meno tentato? L’avrebbe eventualmente aiutata?
Viceversa Tanzan, non fa distinzioni: bene/male, bello/brutto; vede una persona in difficoltà e l’aiuta. Punto. Fine della storia. Non è che sia andato a cercarsi i guai; cioè voglio dire, mica è entrato in un bordello. Pioveva ancora a dirotto. Dopo una curva, incontrarono una bella ragazza, in chimono e sciarpa di seta, che non riusciva ad attraversare la strada. Vieni, ragazza, disse subito Tarzan. Poi la prese in braccio e la portò oltre le pozzanghere. La vedono all’ultimo momento, dopo una curva. Già questo dovrebbe scagionare Tanzan, non ha nemmeno il tempo per riflettere.
La fine è fantastica. È sempre così. È la fine che rende una storia un capolavoro.
Quando si vive troppo rigidamente aggrappati a regole, dogmi, al passato, non si vive serenamente il presente. Questa tipologia di persone fa di tutto per trovare colpevoli, incolpare altri, lo dimostra l’accanimento contro chiunque non la pensi come loro.
Perché l’hai fatto?
Ma fatto cosa? Cosa avrà mai fatto? Tarzan ha semplicemente aiutato una persona in difficoltà! L’ha lasciata a dieci ore di distanza e nemmeno se la ricorda più. Viceversa Ekido non smette di pensare a lei, se la sta ancora portando addosso.
Del resto, pensateci, quando non si è a posto con sé stessi, quando si fa una brutta azione non si è sereni, al punto da non dormire la notte. E in questa storia chi dei due non è sereno? Tanzan che se la dormiva alla grande? O Ekido che non fa altro che ripensare a quella bella ragazza? Chi dei due monaci vive male la propria sessualità?

Non so a voi, ma anche a me capita di non essere sempre capace di frenare i brutti pensieri, di lasciarli semplicemente andare, così come il passato… Non che ci sia niente di male nell’avere pensieri, ricordi, ma il fatto è che spesso sono una zavorra che ci impedisce di vivere serenamente il quotidiano, il presente.
Vivere Zen significa in effetti proprio questo: la capacità di vivere il qui-ed-ora; significa armonia, consapevolezza, equilibrio, trovare serenità e pienezza di significato in ogni cosa che facciamo.

Prima di lasciarvi vi cito un passo che ho letto di Osho sul significato delle analogie e delle Parabole, è molto interessante:

Cos’è un’analogia? Se faccio una particolare esperienza che tu non fai, come posso descrivertela?
Il solo modo è per analogia: se tu fai un’esperienza che, pur non essendo esattamente la stessa che faccio io, le assomiglia, posso descriverti la mia esperienza dicendo che è simile alla tua. Pertanto posso dire che non è uguale, non è la stessa cosa; ma c’è una somiglianza, magari piccola; e quella somiglianza, una volta compresa può fare da ponte.

Ecco perché, per esempio, coloro che hanno raggiunto l’estasi suprema, per descrivere la loro esperienza, hanno parlato dell’abbraccio di due amanti, di due amanti in un orgasmo profondo, del momento in cui il rapporto sessuale raggiunge il culmine: è un’analogia. Non vogliono dire che l’estasi suprema sia un orgasmo. Vogliono dire soltanto che, fra le esperienze che tu fai, non ce n’è nessun’altra che possa fare da ponte.
Gesù dice: “Dio è amore”. È un’analogia. L’amore è ciò che esiste di più alto nella tua vita, ed è ciò che esiste di più in basso in Dio. Perciò Gesù dice: “L’amore è Dio”. Non che l’amore sia Dio; ma, nell’ambito della tua esperienza, non c’è nient’altro che sia analogo a Dio.
Lao-Tzu come altri maestri (Gesù, Krisnha…) può solo parlare per analogie. In questo modo, riesce parlando di qualcosa di noto ad arrivare all’ignoto. Un’analogia è sempre pregna di significato, a differenza di un’affermazione logica che è, per sua stessa definizione, limitata, ristretta. La logica si esaurisce, l’analogia è inesauribile.
Perciò il Tao-Te-Ching, o la Bhagavad Gita, o il Discorso della montagna di Gesù (io ci metto anche queste storie Zen), si possono leggere e rileggere infinite volte: sono inesauribili. Più cresci, più  aumenta la tua capacità di approfondirli, più scopri in essi qualcosa di nuovo, di diverso. Benché l’analogia sia la stessa, scopri significati più profondi, diversi a seconda dello stato della tua mente. non sono semplici libri: sono dotati di vita propria, sono qualcosa di vivo. Non si possono leggere una volta, e farla finita; no, non è questo il modo. Un libro logico basta leggerlo una sola volta, una volta compreso lo puoi buttare. Ma un libro di analogie è poesia: cambia con il tuo stato d’animo, con il tuo grado d’intuizione, con la tua crescita.

di OSHO: fra le rive del nulla – discorsi sul Tao-Te-Ching di Lao Tzu

 

 

 

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Sono nato a Modena nel 1964 e vivo in un paese che è parte dell’Unione dei Comuni del Distretto Ceramico. Da 35 anni faccio piastrelle. Mi occupo di ricerca. Crescere, crescere, crescere: non esistono altri obbiettivi. Ogni anno è una sfida. Sposato con due figli, da quattro anni scrivo su questo blog. Ma fin dal primo articolo ho capito che recensire un libro, un film o una canzone non è che un pretesto per raccontarmi: pensieri, passioni, desideri. Ricordi. Il vero scopo è fermare il tempo. Trattenere il più possibile istanti di felicità.

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