101 STORIE ZEN

Più minuto di una mano – che sembra fatto apposta per stare sul mio comodino – questo piccolo libricino è pura poesia. Da leggere e rileggere per tutta la vita, e non fa niente se poi non comprendi le storielle che lo compongono fino in fondo, perché la vera poesia, come l’amore, va al di là delle parole. Ogni volta che ne leggo una sento un senso di pace, di serenità, di equilibrio. Se il tema costante di ognuna di queste storie è il satori (l’illuminazione), i personaggi e le situazioni  – anche se sono state scritte centinaia di anni fa – sono tuttora attuali, perfette per parlare di noi stessi; rivelatrici dei nostri limiti.

La strada fangosa

Una volta Tanzan ed Ekido camminavano insieme per una strada fangosa. Pioveva ancora a dirotto.
Dopo una curva, incontrarono una bella ragazza, in chimono e sciarpa di seta, che non poteva attraversare la strada.
«Vieni, ragazza» disse subito Tanzan. Poi la prese in braccio e la portò oltre le pozzanghere.
Ekido non disse nulla finché quella sera non ebbero raggiunto un tempio dove passare la notte. Allora non poté più trattenersi. «Noi monaci non avviciniamo le donne» disse a Tanzan «e meno che meno quelle giovani e carine. È pericoloso. Perché l’hai fatto?».
«Io quella ragazza l’ho lasciata laggiù» disse Tanzan. «Tu la stai ancora portando con te?». da 101 STORIE ZEN a cura di Nyogen Senzaki e Paul Reps, Edizioni Adelphi.

Delle 101 Storie Zen, La strada fangosa, è tra le dieci mie preferite. Non temete, se l’esperimento di questo mio Blog continuerà, vi parlerò anche delle altre nove… vedrete voi se ignorarle o come me innamorarvene.
Veniamo a questa splendida storia: non so voi, ma a me già il titolo cattura. Del resto se non fosse stata fangosa, la strada intendo, questa parabola Zen non sarebbe mai esistita. Non sarebbe esistita per il semplice fatto che la ragazza non avrebbe avuto bisogno di aiuto… questa raccolta si sarebbe chiamata 100 Storie Zen, e soprattutto io, in questo momento, avrei fatto tutt’altro.
Tuttavia sono qui, a darvi – pur essendo tra le 101 quella che avrebbe meno bisogno di commenti e spiegazioni – il mio personale contributo…

I due monaci, protagonisti della parabola, sono l’uno l’opposto dell’altro. Ekido osserva i precetti di Buddha e dell’Ordine religioso alla lettera. Tanzan, viceversa, ha un approccio con Buddha personale. Se ne frega di regole e comandamenti. Se ha fame mangia, e se gli viene sonno durante il giorno dorme; indipendentemente da orari e regole. Vede una donna in difficoltà? L’aiuta, come avrebbe aiutato un qualsiasi altro essere vivente: bambino, uomo, animale, vegetale.
Ekido non disse nulla finché quella sera non ebbero raggiunto un tempio dove passare la notte. Allora non poté più trattenersi. «Noi monaci non avviciniamo le donne» disse a Tanzan «e meno che meno quelle giovani e carine».
Ekido non può più trattenersi: è arrabbiato, soffre, da ore non pensa ad altro. Sbotta. Per lui esistono solo le regole, sorreggono il suo mondo. Al punto che una persona innocua e in difficoltà potrebbe essere un potenziale pericolo. Mi piacciono queste storielle perché ogni parola è quella giusta, ogni frase è rivelatrice. «Noi monaci non avviciniamo le donne» disse a Tanzan «e meno che meno quelle giovani e carine. È pericoloso. Ekido, o meglio la sua mente che da anni filtra ogni cosa attraverso la rigidità del suo credo, distingue addirittura la tipologia della ragazza: giovane e carina e perciò pericolosa. Se fosse stata un cesso sarebbe stato meglio? L’avrebbe eventualmente aiutata? Probabilmente Sì. Sarebbe stato meno tentato… da pazzi!
Viceversa Tanzan, non fa distinzioni: bene/male, bello/brutto; vede una persona in difficoltà e l’aiuta. Punto. Fine della storia. Non è che sia andato a cercarsi i guai; cioè voglio dire, mica è entrato in un bordello.
Pioveva ancora a dirotto. Dopo una curva, incontrarono una bella ragazza, in chimono e sciarpa di seta, che non poteva attraversare la strada. «Vieni, ragazza» disse subito Tanzan. Poi la prese in braccio e la portò oltre le pozzanghere. La vedono all’ultimo momento, dopo una curva. Già questo dovrebbe scagionare Tanzan… non ha nemmeno il tempo per riflettere.
La fine è fantastica. È sempre così, è la fine che rende una storia un capolavoro.
Quando si vive troppo rigidamente aggrappati a regole, dogmi, al passato, non si vive serenamente il presente. Questa tipologia di persone fa di tutto per trovare colpevoli, incolpare altri, lo dimostra l’accanimento contro chiunque non la pensi come loro.
È pericoloso. Perché l’hai fatto?».
Ma fatto cosa? Cosa avrà mai fatto? Ha semplicemente aiutato una persona in difficoltà!
«Io quella ragazza l’ho lasciata laggiù» disse Tanzan. «Tu la stai ancora portando con te?».
Quando la racconto a voce ci metto del mio, la interpreto, la coloro… vi propongo quindi il mio finale parlato:
I due monaci sono a letto, è piena notte. Tanzan dorme da ore, mentre Ekido si gira e si rigira nel letto con un chiodo fisso che lo perseguita… Alla fine non ce la fa più, sveglia il suo compagno e si sfoga: “È tutto il giorno che ci penso, ma perché questa mattina hai preso in braccio quella ragazza? Non ci posso credere! Eppure lo sai che noi monaci le donne non dovremmo nemmeno guardarle, sfiorarle, figurarsi toccarle… prenderle in braccio poi? Tu sei pazzo. Perché l’hai fatto?”
“Vedi io quella ragazza di cui parli, l’ho lasciata a dieci ore di distanza e nemmeno me la ricordo più, tu invece te la stai portando ancora addosso”.
Del resto, pensateci, quando si fa una brutta azione ci si accorge di farla e ci si sente in colpa, non si è sereni, al punto da non dormire la notte. E in questa storia chi dei due non è sereno? Tanzan che se la dormiva alla grande? O Ekido che non fa altro che ripensare a quella bella ragazza? Chi dei due monaci vive male la propria sessualità?

Non so a voi, ma anche a me capita di non essere sempre capace di frenare i brutti pensieri, di lasciarli semplicemente andare, così come il passato… non che ci sia niente di male nell’avere pensieri, ricordi, ma il fatto è che spesso sono una zavorra che ci impedisce di vivere serenamente il quotidiano, il presente.
Vivere Zen significa in effetti proprio questo: la capacità di vivere il qui-ed-ora; armonia, consapevolezza, equilibrio, trovare serenità e pienezza di significato in ogni cosa che facciamo.

Prima di lasciarvi vi cito un passo che ho letto di Osho sul significato delle analogie e delle Parabole, è molto interessante:
Cos’è un’analogia? Se faccio una particolare esperienza che tu non fai, come posso descrivertela? Il solo modo è per analogia: se tu fai un’esperienza che, pur non essendo esattamente la stessa che faccio io, le assomiglia, posso descriverti la mia esperienza dicendo che è simile alla tua. Pertanto posso dire che non è uguale, non è la stessa cosa; ma c’è una somiglianza, magari piccola; e quella somiglianza, una volta compresa può fare da ponte.
Ecco perché, per esempio, coloro che hanno raggiunto l’estasi suprema, per descrivere la loro esperienza, hanno parlato dell’abbraccio di due amanti, di due amanti in un orgasmo profondo, del momento in cui il rapporto sessuale raggiunge il culmine: è un’analogia. Non vogliono dire che l’estasi suprema sia un orgasmo. Vogliono dire soltanto che, fra le esperienze che tu fai, non ce n’è nessun’altra che possa fare da ponte.
Gesù dice: “Dio è amore”. È un’analogia. L’amore è ciò che esiste di più alto nella tua vita, ed è ciò che esiste di più in basso in Dio. Perciò Gesù dice: “L’amore è Dio”. Non che l’amore sia Dio; ma, nell’ambito della tua esperienza, non c’è nient’altro che sia analogo a Dio.
Lao-Tzu come altri maestri (Gesù, Krisnha…) può solo parlare per analogie. In questo modo, riesce parlando di qualcosa di noto ad arrivare all’ignoto. Un’analogia è sempre pregna di significato, a differenza di un’affermazione logica che è, per sua stessa definizione, limitata, ristretta. La logica si esaurisce, l’analogia è inesauribile.
Perciò il Tao-Te-Ching, o la Bhagavad Gita, o il Discorso della montagna di Gesù (io ci metto anche queste storie Zen), si possono leggere e rileggere infinite volte: sono inesauribili. Più cresci, più  aumenta la tua capacità di approfondirli, più scopri in essi qualcosa di nuovo, di diverso. Benché l’analogia sia la stessa, scopri significati più profondi, diversi a seconda dello stato della tua mente. non sono semplici libri: sono dotati di vita propria, sono qualcosa di vivo. Non si possono leggere una volta, e farla finita; no, non è questo il modo. Un libro logico basta leggerlo una sola volta, una volta compreso lo puoi buttare. Ma un libro di analogie è poesia: cambia con il tuo stato d’animo, con il tuo grado d’intuizione, con la tua crescita. (di OSHO: fra le rive del nulla – discorsi sul Tao-Te-Ching di Lao Tzu).

 

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Sono nato a Modena 53 anni fa, e abito a Formigine. Amo la mia famiglia; i miei due splendidi figli Francesco ed Eleonora; mia moglie Luisa. Le immagini del blog sono principalmente sue. Ho deciso di aprire questo blog per raccontare le mie passioni: libri, film, musica... Lo faccio principalmente per me stesso. Perché mentre mi racconto, verbalmente o per iscritto non cambia molto, mi torno ad emozionare. Come la prima volta. Spero che, nei miei articoli, questo sentimento si percepisca, che arrivi all'eventuale lettore. Dimenticavo due cose. Entrambe rilevanti. La prima: nella vita, chi mi conosce lo sa, da 31 anni faccio "piastrelle". Ogni anno una nuova sfida. Ma vivo la mia professione con passione. L'unico modo a mio parere, per non "impazzire". La seconda: ho un'altra grande passione. Sono tifoso del Modena Football Club 1912... Sì lo so, è una bella "sfiga"! Ma sono nato a Modena, amo la Ghirlandina e il vero amore mica puoi sceglierlo... P.S. Ho messo il nome della mia squadra del cuore per intero, perché oramai, del Modena calcio rimane solo la storia.

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