Vivere Bene

Chi mi segue abitualmente sa che in questo Blog racconto solo ciò che mi ha Toccato, che mi ha emozionato e che continua ad emozionarmi; è per questo che fioccano dei 5/5, che mi faccio prendere la mano e finisco per parlare di me stesso, risucchiato da aneddoti, digressioni o anche solo pensieri passati e presenti che pur essendo marginali, non riesco proprio ad accantonare; ed è sempre per questo che non mi riesce di fare articoli sintetici.
E dire che la sintesi, vi sembrerà strano, è l’obiettivo numero uno di ogni mio lavoro.

Non bisognerebbe aggiungere neanche una virgola a ciò che può essere detto in poche parole

Quanto ha ragione Bertrand Russell. Ma se nella vita, nel lavoro, sono a un buon punto, quando scrivo mi accorgo di diventare prolisso, di non riuscire a tagliare.
Cioè voglio dire, prendiamo un film che non mi è piaciuto: Inferno di Ron Howard (tanto per non far nomi), ho smesso di guardarlo ad una ventina di minuti dalla fine, io che non lascio mai un film a metà… beh, quasi mai; ma questo film… e dire che Il codice De Vinci e Angeli e Demoni sono discreti, così come i romanzi di Dan Brown che li hanno ispirati: un gradino superiori ai film. Ma Inferno? Come può un regista di livello come Ron Howard (oh: il mio Richie Cunningham di Happy Days!) – premio oscar per A Beautiful Mind (2001) – aver fatto un così brutto film?
Sul libro di Dan Brown, non avendolo letto, non mi esprimo.
Quindi? Quindi tante parole per arrivare a dirvi che quando vi parlerò di un misero 2/5 farò finalmente un articolo sintetico, avendo molte meno cose da dire.

In questo articolo vi parlerò di Shantaram di Gregory David Roberts.
È la storia autobiografica di Roberts, rapinatore ed eroinomane, evaso da un carcere di massima sicurezza di Pentridge (Australia) e rifugiatosi a Bombay; dove s’innamorerà e vivrà esperienze al limite della sopportazione, che lo avvicineranno a Dio e al senso della vita.
È senz’altro uno dei libri più belli che ho letto negli ultimi anni.

 Ogni sofferenza deriva da una perdita. Da giovani pensiamo che il dolore sia causato dagli altri. Quando invecchiamo, in un modo o nell’altro ci viene sbattuta la porta in faccia, comprendiamo che la vera sofferenza si misura con ciò che abbiamo perduto.

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 “Ogni battito di cuore è un universo di possibilità”. Avevo sempre pensato che il fato fosse immutabile: determinato al momento della nostra nascita e fisso come le orbite delle stelle. All’improvviso compresi che la vita è molto più bella e complessa. La verità è che la fortuna e la sfortuna non contano, e non importa ciò che stai facendo: puoi cambiare completamente la tua vita con un solo pensiero, con un solo gesto d’amore.

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 Shantaram è a mio parere il tentativo di Roberts (nel libro Lindsay) di comprendere il significato della  vita, un viaggio alla scoperta del vero se stesso. Non è un caso che Lindsay viene soprannominato dalla madre del suo migliore amico indiano Shantaram, che in lingua marathi (una delle tante lingue indiane) significa uomo della pace di Dio. Così come non può essere un caso che lo scrittore abbia scelto di chiamare il libro stesso Shantaram.

Shantaram di Gregory David Roberts

Edizioni Neri Pozza.Uscito per la prima volta nel 2003- Prima edizione italiana 2005

Voto: 5/5

A questo punto l’articolo dovrebbe essere finito. Tuttavia, oramai potete immaginarvelo, ho qualcos’altro da dirvi.
Riparto ancora da un dialogo chiave di Shantaram:

“La storia dell’universo è una storia di movimento”, attaccò Khaderbhai. “L’universo che conosciamo – questa è solo una delle tante vite – cominciò con un’espansione così rapida e smisurata che possiamo parlarne, ma ci è impossibile capirla, o anche solo immaginarla. Gli scienziati la chiamano Big Bang, ma non fu un’esplosione paragonabile a quella di una bomba. Nei primi istanti dopo quella gigantesca espansione, l’universo era come una ricca zuppa fatta d’ingredienti semplici. Talmente semplici da non essere ancora atomi. Mentre l’universo si espandeva e si raffreddava, quei piccoli elementi si unirono e formarono particelle. Poi le particelle formarono i primi atomi. Poi gli atomi costituirono le molecole. Poi le molecole si uniscono e formano le prime stelle. Le stelle seguirono il loro ciclo, ed esplosero producendo una pioggia di nuovi atomi. I nuovi atomi si unirono e formarono altre stelle e pianeti. La materia di cui siamo fatti proviene da quelle stelle morenti. Siamo fatti di stelle. L’universo, così come lo conosciamo, è diventato sempre più complesso a partire dall’istante della sua nascita. La tendenza alla complessità ha portato l’universo da una semplicità quasi perfetta al tipo di complessità che vediamo tutto intorno a noi, ovunque volgiamo lo sguardo. L’universo è sempre in azione. Procede continuamente dalla semplicità alla complessità.
Quella complessità suprema, la meta verso cui tutto, è diretto, è ciò che ho scelto di chiamare Dio”.
“Insomma. L’universo procede verso Dio, o verso una specie di Complessità Suprema. Tutto ciò che aiuta questo processo è bene. Tutto ciò che l’ostacola è male”… 

È più o meno di questo che vi voglio parlare. Se da qui in avanti perderò mano a mano i lettori, fa niente… devo essere sincero non so bene nemmeno io dove mi porterà questo articolo. A volte mi succede. Di non sapere fino ad un attimo prima ciò che scriverò.
Ok, mi butto!
Io penso che la vita debba avere uno scopo, e mi piace pensare che ognuno di noi possa e debba fare del proprio meglio per raggiungere tale scopo.
Non sprechiamo ciò che siamo diventati. Non sprechiamo milioni e milioni d’anni d’evoluzione. Non vi preoccupate, non voglio dire che lo scopo della mia vita è raggiungere la Complessità Suprema. Non mi è andato a fuoco il cervello… ho letto un buon libro, mi ha fatto riflettere, mi sembra più che sufficiente, no? Ma non sono un fisico o un teologo, e non m’interessa andare a documentarmi più del dovuto su ciò che ho letto: mi è piaciuto, penso sia interessante, ecco tutto. Mi piace pensare che così come da uno scimpanzé si è evoluto il primo ominide (sette-otto milioni d’anni fa), e di seguito l’homo erectus e poi l’homo sapiens (duecentomila anni fa); così io sono l’evoluzione dei miei nonni e genitori, e miei due figli sono l’anello più evoluto del mio albero genealogico: più forti, belli, intelligenti.
Io non sono cattolico, non credo nemmeno in Cristo, ma ho letto la Bibbia. È parte del nostro bagaglio culturale, è inutile negarlo. Così come ho letto molti testi “sacri” di altre religioni: Buddista, Taoista, Induista…
M’interessavano, è semplice. Chi siamo? Com’è nato il mondo? Cosa c’è dopo la morte?
Ho smesso di leggerli quando non ho trovato le risposte. Ma c’è poi una risposta?
Ogni cosa che ho letto, le esperienze vissute, i tanti errori che ho commesso fino ad oggi, mi hanno comunque “illuminato” sul vero scopo della vita: VIVERE BENE.
E ci volevano tutti questi pseudo libri religiosi–filosofici, per arrivare a un pensiero così semplice?
Per me sì! E non è stato semplice. Non è per niente semplice accettare la morte e il dolore come normale conseguenza della vita, senza aggrapparmi a nessuna religione. Perché per chi ha fede probabilmente è più facile.
Rispetta DIO e i suoi comandamenti e raggiungerai il paradiso, ti ripetono tutte le religioni.
Per me no. Il fatto è che ho sempre cercato di pensare con la mia testa, avvicinandomi con curiosità e speranza a tante religioni, per poi a mano a mano demolirle. Perché non ho bisogno di nessuna guida spirituale per impegnarmi a VIVERE BENE. Non ho bisogno di nessun comandamento scritto in testi sacri preistorici, immutabili, e rigorosamente da rispettare: pena la condanna eterna.
Poi, poiché la frittata è fatta vado fino in fondo; e allora eccovi i miei due comandamenti per VIVERE BENE.
Il primo comandamento è:

  • Conosci te stesso.

Solo se riesci a comprenderti bene puoi capire cosa vuoi dalla vita ed essere felice.
L’esortazione conosci te stesso è un motto antico, greco, iscritto persino sul tempio dell’oracolo di Delfi e può ben riassumere l’insegnamento di Socrate, in quanto esortazione a trovare la verità dentro di sé:
“Uomo, conosci te stesso, e conoscerai l’universo e gli Dei”.
Nel corso degli anni, tutti quelli che hanno a che fare con le vicende e i problemi spirituali dell’uomo: Filosofi, psicologi, religiosi, hanno proclamato a gran voce lo stesso motto: l’uomo per vivere bene ha bisogno di essere in armonia con se stesso, e perché questo sia possibile è necessario conoscersi bene.
Impara ad apprezzare ciò che fai, il gusto di un dato alimento, godi il risultato di una certa ricetta: magari al ristorante con un buon calice di vino, che per la bottiglia non c’è più il fisico. E poi un goal del Modena (quando tornerà a giocare…), quattro chiacchiere con un amico, il cinema, un buon libro, e scoprire posti nuovi…
Ma per conoscere se stessi è necessario conoscere meglio i propri antenati, ripartire dalle proprie Radici.
E non solo per il DNA per cui capita di fare le stesse cose e nello stesso modo dei propri genitori e dei nonni o bisnonni che non abbiamo mai conosciuto, non solo perché li amiamo e sono stati i nostri primi insegnanti, ma perché SONO LE RADICI CHE DANNO LA VITA!
Adesso che l’ho scritto mi rendo conto che potrei sembrare un matto.
Ma non è così! Il fatto è che fin dalla nascita ci bombardano di una quantità mastodontica di insegnamenti, regole, dogmi. Tali informazioni pur servendo per vivere (o sopravvivere) rendono la vita più complessa, col risultato che scordiamo il nostro istinto primordiale. E così facendo perdiamo equilibrio e stabilità.

Non vi ho convinto?

Prendiamo le radici delle piante: quante cose potremmo imparare se ci fermassimo ad osservare di più Madre Natura; ho letto che le piante posseggono una intelligenza così straordinaria da permettergli di riconoscere le piante della loro stessa specie da quelle di altre specie: nel primo caso limitano la crescita per non sottrarre spazio alle radici della loro stessa famiglianel secondo caso crescono a dismisura. Perché ogni organismo vivente sa cosa fare, ha dentro di sé lo strumento per progredire: il proprio istinto. Anche noi umani lo abbiamo, ma troppo spesso lo accantoniamo, sopraffatti da troppe parole e troppi pensieri.

Radici che è anche una bellissima canzone di Francesco Guccini del 1972.

La casa sul confine dei ricordi, 
la stessa sempre, come tu la sai
e tu ricerchi là le tue radici
se vuoi capire l’anima che hai

Se vuoi capire l’anima che hai…

Guccini, nella canzone, si riferisce al Mulino di Pavana; la casa dove ha vissuto la sua infanzia.

La casa è come un punto di memoria, 
le tue radici danno la saggezza
e proprio questa è forse la risposta
e provi un grande senso di dolcezza,
e provi un grande senso di dolcezza…

Il maestrone con poche parole dice tutto: se vuoi capire te stesso ricerca le tue radici, ritroverai una grande dolcezza.

La più alta espressione di sintesi che ho trovato io è una frase di nove parole – sono stato più bravo di Guccini? – che spesso per gioco ripeto ai miei figli: Veh che senza di me voi non ci sareste. Non sarà profonda come il testo di Guccini, ma provate voi a far di meglio con sole nove parole!
E poi che per una volta sono stato sintetico!
Comunque, e adesso sono serio, il pensiero di poter dare un contributo – anche con queste pagine – alla crescita spirituale e alla serenità dei miei figli è un pensiero che mi rasserena.

Veniamo al secondo e ultimo comandamento:

  • Fai la cosa giusta.

Solo se impari a prenderti le tue responsabilità, ad essere sincero con te stesso e con gli altri puoi essere sereno, forse felice, e VIVERE BENE.
Invece troppo spesso rimandiamo decisioni  fondamentali. Si ha paura di ferire un amico, un compagno, un famigliare. Non abbiamo la forza di essere semplicemente sinceri, di dire la verità. Perché la cosa più difficile per noi umani è proprio, se ci pensate, fare la cosa giusta. Per gli animali scegliere è più facile, seguono il loro istinto; le loro scelte sono dettate dalla necessità. Viceversa l’unicità di noi esseri umani, che ci porta ad avere un pensiero filosofico e ci da la capacità di tradurre le esperienze in linguaggio, troppo spesso si trasforma in una vera e propria spada di Damocle sulla nostra testa: una minaccia per la nostra salute psichica. Quante volte sopportiamo situazioni al limite quando invece dovremmo dire basta? Quante volte dovremmo dire no?

“Semplicemente dite “sì” quando è sì; dite “no” quando è no”.
(Lettera di Giacomo 5, 12)

Il mio consiglio è essere più egoisti. Per noi stessi, per STARE BENE, perché prima viene la nostra felicità, che se no se stiamo male non abbiamo nulla da dare agli altri. Il nostro corpo lo sa da sé di cosa ha bisogno, di fatto quando non stiamo bene ci ammaliamo. Basterebbe prendere esempio dai bambini, che loro sì che dicono di no, e anche troppo spesso. E dire che tutti noi siamo stati bambini. Ma pensateci: mano a mano che il bambino diventa adulto si capovolge la percentuale dei sì e dei no. Sempre più spesso da adulti, per non discutere, per compiacere l’interlocutore, per troppa sensibilità nei suoi confronti tendiamo a dire sì: anche quando va contro i nostri interessi, anche quando ne va della nostra felicità, anche quando sarebbe davvero necessario dire di no. E far sapere agli altri che non siamo d’accordo, che non è questo che vogliamo.

Perché – come quando eri un bambino –: Devi fare ciò che ti fa stare bene!

Come colonna sonora, di libro e articolo, ho scelto Ti fa stare bene, di Caparezza. È una bellissima canzone, orecchiabile e commerciale ma con un testo potentissimo e ricco di significati. Gioca sulla contrapposizione tra i due poli: bambino/adulto.

Con le mani sporche fai le macchie nere
vola sulle scope come fan le streghe.
Devi fare ciò che ti fa stare, devi fare ciò che ti fa stare bene.
Soffia nelle bolle con le guance piene e disegna smorfie sulle facce serie.
Devi fare ciò che ti fa stare, devi fare ciò che ti fa stare bene.

Bambino che nella sua semplicità ti invita a fare le cose che ti fanno stare bene. Perché come spiega lo stesso Caparezza: “Solo un bambino, nella sua ingenuità e spontaneità, può dire una cosa folle che un adulto non direbbe mai come con le mani sporche fai le macchie nere’ e così via”.

Viceversa, l’adulto non ne può più:

Hey, ho bisogno almeno di un motivo che mi faccia stare bene,
sono stufo dei drammi in tele, delle lamentele, delle star in depre,
del nero lutto di chi non ha niente a parte avere tutto,
delle sere chiuso per la serie culto, della serie: “Chiudo e siamo assieme, punto”.
Soffiano venti caldi, siamo rimasti in venti calmi
e sono tempi pazzi, fricchettoni con i piedi scalzi che diventano ferventi Nazi…

Pare che il “brutto male” nasca spontaneo da un conflitto irrisolto,
vadano a dirlo a chi ha raccolto l’uranio dal conflitto in Kosovo.
Chi se ne sbatte di diete famose, di strisce nel cielo e di banche…

Ti fa stare bene di Caparezza

Primo estratto dall’album Prisoner 709, pubblicato il 15 settembre 2017.

Voto: 5/5

Qui la potete ascoltare.

Un’ultimo pensiero sui miei due comandamenti: Certo avrei potuto metterne altri, che non me l’ha mica obbligato nessuno a metterne solo due; che so… Rispetta la natura, Non uccidere, Non fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te stesso.
Tuttavia, e potrà sembrare una provocazione, ho pensato non ce ne fosse bisogno, che potessero essere superflui. Perché: SE VIVIAMO BENE, il Bene prevarrà spontaneamente sul Male.

 

 

 

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Sono nato a Modena 53 anni fa, e abito a Formigine. Amo la mia famiglia; i miei due splendidi figli Francesco ed Eleonora; mia moglie Luisa. Le immagini del blog sono principalmente sue. Ho deciso di aprire questo blog per raccontare le mie passioni: libri, film, musica... Lo faccio principalmente per me stesso. Perché mentre mi racconto, verbalmente o per iscritto non cambia molto, mi torno ad emozionare. Come la prima volta. Spero che, nei miei articoli, questo sentimento si percepisca, che arrivi all'eventuale lettore. Dimenticavo due cose. Entrambe rilevanti. La prima: nella vita, chi mi conosce lo sa, da 31 anni faccio "piastrelle". Ogni anno una nuova sfida. Ma vivo la mia professione con passione. L'unico modo a mio parere, per non "impazzire". La seconda: ho un'altra grande passione. Sono tifoso del Modena Football Club 1912... Sì lo so, è una bella "sfiga"! Ma sono nato a Modena, amo la Ghirlandina e il vero amore mica puoi sceglierlo... P.S. Ho messo il nome della mia squadra del cuore per intero, perché oramai, del Modena calcio rimane solo la storia.

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