La straordinaria avventura di Hobby, Frank e Onny

Vi capita mai di desiderare di tornare bambini? Al momento più magico di sempre: la favola con cui vi addormentavano?
Io sì! E non provo solo nostalgia per il piccolo Robby di mezzo secolo fa, ho nostalgia anche del Robby padre di una ventina di anni  fa, che addormentava i suoi due bimbi con l’immancabile fiaba. E visto che è oramai Natale ho pensato non ci fosse articolo più adatto di questo per farvi gli auguri. Perché a Natale si torna tutti piccini e un po’ di nostalgia è inevitabile.
Poi, visto che questo articolo l’ho iniziato dalla fine, dagli auguri, non può mancare la dedica ai miei figli, perché senza di loro questa fiaba non esisterebbe, e io non sarei la stessa persona.
Questo articolo lo dedico dunque a Francesco (Frank Rolly) ed Eleonora (Onny Rolly).
Per anni per addormentarvi vi ho cantato canzoni, raccontato storielle e letto fiabe. Non tutto ciò che ascoltavate era proprio adatto a dei bambini, ma io sceglievo solo ciò che mi emozionava. Ci siamo divertiti un sacco a vicenda, e sono sicuro che anche a voi, come a me, manca il magico mondo delle nostre fiabe.

il vostro papà Roberto (Hobby Rolly)

La straordinaria avventura di Hobby Rolly, Frank Rolly e Onny Rolly

C’era una volta un papà che s’incamminava con i suoi due figlioli al parco di Villa Aggazzotti. Cammina che cammina Roberto aveva il suo bel da fare a tenersi buoni i suoi due angioletti. Franci saltellando Elli che dentro il passeggino era un terremoto, più che la personificazione di due angioletti parevano due diavoletti. Stava ancora una volta raccontando la favola della Nave volante quando arrivarono al solito posto: un piccolissimo boschetto appartato in un angolo della villa, talmente lussureggiante e verde da non far passare i raggi solari. Qui spesso giocavano ad essere inghiottiti senza scampo, come fossero in una giungla. Era in realtà l’unico posto del parco in cui avere una tregua dal caldo asfissiante.
Roberto aveva molti dubbi e poche certezze nella vita, ma due cose i suoi due bimbi gliele avevano insegnate. La prima è che se inizi a raccontare una favola la devi finire, e così fece anche stavolta: … lo Zar e la Zarina lo amarono, la principessa lo adorò e vissero tutti felici e contenti. La seconda è che qualsiasi favola o storiella racconti ti prendi una bella e ardua responsabilità, perché dovrai sempre ripeterla con le stesse identiche parole. Quante volte si era sentito dire: papà non fa così!
Si erano appena seduti per terra quando cominciò a diluviare.
Per fortuna siamo al coperto, disse Roberto, sembra d’essere dentro ad una capanna. Facciamo un buco per terra?
Sì dai! Risposero in coro i due bimbi.
Potremmo fare un tunnel; ci sono persone che sono fuggite da carceri scavando gallerie sotterranee con il solo aiuto delle mani, oppure di un cucchiaio come questo, e prese dalle mani della figlia il cucchiaino con il quale aveva finito di mangiare la pappina.
Scavavano e pioveva e la terra diventava sempre più molle, pioveva e scavavano e la terra diventava fine come sabbia; quando capitò una cosa che lasciò tutti e tre di stucco: si aprì un buco grosso come una voragine, come quando in spiaggia giocavano con la sabbia a costruire un ponte e scavando, con una mano da una parte e l’altra mano dall’altra, si formava finalmente una galleria e le mani si toccavano. Subito dopo Francesco o Eleonora riempivano un secchio d’acqua di mare e buttavano l’acqua in uno dei due buchi battendo le mani contenti di vedere apparire il liquido anche dall’altra parte. Avevano la stessa espressione anche in quel momento. Roberto mise la testa dentro il grosso buco illuminandolo con una pila improvvisata: un portachiavi che gli avevano regalato e che con un interruttore s’illuminava. È proprio una vera caverna, esclamò, e non sembra nemmeno tanto profonda. Spinto dalla curiosità scavò fino a quando il diametro della bocca non fu sufficiente a permettergli di scivolarci dentro. In realtà era più alto di quello che aveva pensato, ma per fortuna la caduta fu attutita da un piccolo corso d’acqua che scorreva ai piedi della caverna. Papà, papà, vengo anch’io: posso? chiese Francesco. Eleonora fece di peggio: presa dalla smania di rimanere indietro s’avvicinò troppo e ci finì dentro. Non si fece niente dal momento che si sa: i bambini piccini son fatti di gomma. Francesco chiaramente non ci pensò due volte e seguì di getto la sorellina. Accesero la pila e videro che il corso d’acqua formava una specie di fiumiciattolo, non si vedeva la fine, e i tre esploratori seguirono emozionati il corso d’acqua fino a quando in fondo alla caverna l’acqua ingrossandosi formava una piccola cascata. Sarebbe stato più sensato ritornare indietro, ma non è quello che accadde, se no che cavolo di storiella sarebbe stata. Seguendo un dirupo di sassi e pietre formatosi da una piccola frana scesero piano piano la cascata. Li aspettava un’enorme grotta che proseguiva in centinaia e centinaia di diramazioni. Ogni diramazione una nuova grotta che proseguiva con una o più aperture: un vero e proprio labirinto. Procedendo più d’istinto che con la ragione arrivarono in una caverna dal cui soffitto pendevano centinaia di lucenti stalattiti. Con la bocca aperta e sempre più emozionati continuarono per un lungo corridoio buio; Roberto illuminò in alto, non lo avesse mai fatto: centinaia di pipistrelli appesi al soffitto calarono a frotte squittendo, e se riuscirono a uscire dal tunnel appena in tempo per schivare l’attacco non fu certo per aver battuto il record mondiale di fuga da pipistrelli, andavano ai due all’ora. Chiamiamolo fato o culo fu comunque risolutivo, ma nemmeno San Geminiano avrebbe potuto arginare la disperazione dei due bimbi, che per la prima volta da quando era iniziata l’avventura piangevano a dirotto. Un attimo prima felici ora disperati, Eleonora se né usci con: Voglio la mamma, voglio la mamma, voglio la mamma! Una tragedia.
Elli non piangere che fra un po’ saremo a casa. Franci, racconta a tua sorella di quella volta che ci siamo persi sulla pista del ghiacciaio di Val Senales con venti gradi sotto zero. Anche tu piagnucolavi che volevi la mamma, ma poi siamo riusciti a tornare all’albergo senza conseguenze, sgridata a parte che abbiamo preso da Elena.
Roberto stava bluffando. S’era reso conto di essersi perso e stemperava allegria per non preoccupare di più i suoi bimbi. A tal scopo ricominciò a raccontare la Nave Volante: C’era una volta, tanto tempo fa, due fratelli… Papà no, non mi va di sentirla, si lamentò Francesco.  Non era per niente un bel segnale. In silenzio e piagnucolando arrivarono in una grande caverna luminosa: un piccolo lago al centro, era un luogo perfetto per riposarsi. Non potevano rimanere ancora a lungo senza acqua e il papà assaggiò quella del lago. Franci, Elli, venite a bere l’acqua più buona del mondo.
Papà, papà, lassù c’è una luce, urlò all’improvviso Francesco. Parecchi metri sopra loro, tra le rocce, si apriva una fessura in cui entrava la luce del giorno: SALVI!
Non fu facile uscire: Roberto provò più volte a salire arrampicandosi con le mani, ma la roccia era troppo ripida e ogni volta scivolava indietro.
Aiutatemi a cercare delle grosse pietre che costruiamo una scalinata, propose il padre ai figli. Più facile a dirsi che a farsi, non appena l’improvvisata scala si avvicinava ad essere completata crollava inesorabilmente. Più di una volta, presi dallo sconforto, stavano abbandonando l’impresa, ma alla fine, dopo ore e ore di lavoro, una sottospecie di scaletta fu completata. Man mano che salivano la fessura sembrava sempre più grossa e luminosa. Evviva! Dall’altra parte del buco alberi verdi, il cielo azzurro. Il buco era leggermente piccolo per far passare Roberto, ma sufficientemente grande per Eleonora e Francesco, che senza farsi pregare lo attraversarono.
Papà c’è un sole bellissimo, e più giù il mare rispose Francesco, che bello disse Eleonora.
Roberto picchiando con un sasso appuntito, Francesco ed Eleonora dando una mano come meglio potevano, riuscirono ad allargare il diametro del buco quel tanto da far passare anche il Papà.

Era uno spettacolo incredibile: una collina verdissima, in ogni angolo crescevano alberi e fiori, in basso un mare talmente bello da sembrare dipinto: una distesa d’acqua infinita.
Saliamo più in alto che voglio capire dove ci troviamo, propose Roberto. Arrivati più su tutto intorno sempre e solo oceano: si trovavano in un’isola e non si vedevano uomini, case, barche. Roberto pensò preoccupato ad un’isola deserta, ma si guardò bene da condividere con i propri figlioli tale spauracchio.
Vi va di fare un tuffo in acqua?
Sì, dai, possiamo? Urlò Elli.
Certo, facciamo così, l’ultimo che arriva rimane a guardare gli altri fare il bagno.
Roberto fu felice come una Pasqua di perdere la scommessa, pur di sentire ridere i suoi bimbi. Arrivarono in una spiaggia dalla sabbia bianca, come avevano visto solo nelle cartoline. Nell’acqua, di un colore azzurro chiaro, si vedevano alghe e pesciolini, come in un acquario.
Papà non abbiamo il costume!
Che ci frega, ci teniamo le mutande e ci buttiamo.
Si divertirono come pazzi, Roberto fingeva di essere uno squalo e rincorreva i suoi bimbi che ridevano come matti.
Fino a quando Eleonora urlò per davvero, e spaventata a morte: Papà aiuto c’è un pesce ho paura, ho paura. Un pesce enorme e questa volta vero si stava avvicinato alla bambina; tutto sembrò fermarsi, la paura li inghiottì e tutto sembrò finito, fino a quando il grosso pesce prese a saltare intorno alla bambina.
Elli non piangere, non avere paura, è un delfino che vuole giocare, non preoccuparti è buono, disse Roberto perdendo in braccio la bimba, ringraziando ancora una volta la buona sorte. Viceversa Francesco, piano piano prese coraggio e si avvicinò al delfino. La risata che poco dopo esplose fu fragorosa. Una risata contagiosa che tranquillizzò la sorellina, che mica poteva stare indietro. Giocarono per ore, e non fu facile per il papà convincere i bimbi ad uscire dall’acqua, lasciando solo il delfino. Passato lo spavento Elli era convinta di poter prendere il delfino per mano e portarselo magari a nanein, come uno dei suoi bambolotti.
Una volta fuori si sdraiarono sulla sabbia per riposarsi. Era il momento giusto per fare una seria chiacchierata: Allora bambini miei temo che siamo capitati in un’isola deserta, ma non preoccupatevi perché andrà tutto bene, anzi sarà la più bella avventura della nostra vita. Per prima cosa mi dovrete aiutare a cercare dell’acqua, del cibo, e un posto per dormire. Per fortuna i due bimbi, dopo una prima mescola e un risanante pianto della bimba più piccola che voleva la mamma, seguirono il loro papà.
Lasciando alle proprie spalle la spiaggia s’addentrarono nel boschetto. Dopo pochi passi si trovarono in una foresta vera e propria. Procedevano a fatica tra le piante rampicanti quando sentirono un rumore, alla loro destra videro scappare uno strano maialino piccolissimo, e contemporaneamente una gran varietà d’uccelli di razze che non avevano mai visto prima si alzò dai rami volando in cielo. La strada aveva incominciato a salire e più su ancora si scorgeva una grande montagna. Un piccolo rumore che fino a pochi attimi prima si intuiva, aumentò via via che salivano, e da sconosciuto divenne familiare. Sì! Era lo scroscio dell’acqua. Infatti, ben presto, ecco un ruscello che scendendo dalla montagna proseguiva in basso aprendo in due la macchia. Ai due lati del ruscello alberi pieni di frutta.
Roberto era al settimo cielo, avevano trovato l’acqua e il cibo.
Continuando a salire la montagna si faceva più rocciosa. Ecco ci fermeremo a dormire qui! E Roberto indicò una piccola grotta che aveva notato tra le rocce della montagna. Il buio arrivò di colpo. A giudicare dal verde e dalle piante così numerose, sull’isola spesso pioveva, e quella grotta era una manna dal cielo. Papà ma non c’è la luce, dissero in coro entrambi i bimbi. Vorrà dire che domani accenderemo un bel fuoco, adesso però dormiamo. Poi Roberto, sconfortato dal pianto dei bimbi e preoccupato da tutto ciò che li aspettava, fece la cosa che ultimamente gli veniva meglio: raccontò una favola. La Bella Venezia tranquillizzò i bambini, addormentandoli in pochi minuti. Roberto, stanco morto, non s’accorse che mentre raccontava la fiaba erano entrati nella grotta degli uomini alti come un tappo di sughero.

Il mattino dopo ebbero un brutto risveglio; erano tutti e tre legati come salami: intorno a loro degli esseri piccolini come Tappini di sughero discutevano. Fate parlare me, disse ai propri simili quello che sembrava essere il capo, dei mostri grossi come voi non ne abbiamo mai visti e per sicurezza vi abbiamo fatto prigionieri. Abbiamo l’ordine di condurvi dal Re!
I Tappini provarono in tutti i modi a trasportare Roberto e i suoi figlioli, ma alla fine esausti dovettero rinunciare.
Si presentò il Re in persona: Avete qualcosa da dire prima d’essere ammazzati?
La prego, potentissimo Imperatore, non siamo cattivi. Sono arrivato con i miei figli in questa terra per errore, potremmo andarcene anche subito se ci aiutaste a costruire un’imbarcazione.
Come faccio ad essere sicuro che non ci mangerete?
Non siamo cattivi, e nemmeno cannibali, e a quanto posso vedere siamo uguali a voi, solamente molto più grandi. Parliamo la stessa lingua. Abbiamo come voi due braccia, due piedi, due occhi, due orecchie, due mani.
L’Imperatore rimase un bel po’ a pensare, poi disse: Mi hanno riferito i miei sudditi che sei un racconta storie. Se me ne racconterai una che mi piace vi farò la grazia.
Roberto decise di giocarsi le sue cartucce con il suo cavallo da battaglia: La Nave Volante. Il Re e la sua corte si riunirono intorno al prigioniero. Non si sentiva volare una mosca. Non potete immaginare le risate, quando sentirono che uno dei personaggi della fiaba cammina con una gamba legata ad un orecchio. Quando il racconto arrivò al punto in cui il protagonista stupido dice: Me misero, me sempliciotto, me stupido, ci fu un tripudio di risate. La grazia fu concessa.
In una vallata ai piedi di una cascata sorgeva l’accampamento Reale: tante casette di legno in miniatura. Il Re non perse tempo e ordinò ai suoi sudditi di costruire una capanna dalle dimensioni sufficienti a contenere i tre giganti.
Per degli ometti così piccini era un’impresa titanica. Roberto la paragonò allo sforzo compiuto dagli antichi Egizi nella costruzione delle piramidi, e l’imperatore, che non abbandonava più  i giganti, volle subito sapere la favola degli Egizi e delle loro strane costruzioni. Hai voglia spiegargli che non era una fiaba…
I tre giganti aiutarono i Tappini, e in pochi giorni la costruzione fu completata.
Il Re stravedeva per i nuovi amici e non gli fece mancare nulla.
Eleonora giocava a far da mamma ai bimbi dei Tappini, che chiamava TappininiTappinino cosa ti ho detto! Non puoi entrare nel bosco da solo! Non puoi entrare in acqua appena mangiato!
Tutti i giorni faceva il bagno nello stesso posto; ritrovava il delfino di cui aveva avuto tanta paura e ci giocava per ore. Lo aveva  Delfin Rolly. Quello d’inventarsi nomignoli, era un vecchio gioco tra il Papà e i suoi bimbi: Bobby, Obbo, Papu, Chicco, Chich, Frank, Paciu, Paci, Pacianellina, Ina. Quante volte erano cambiati i loro nomi nel corso degli anni. In quel periodo il papà era Hobby Rolly, Francesco era Frank Rolly, Eleonora era Onny Rolly.
Ecco spiegato il nome del delfino.
Francesco invece andava a cacciare e pescare insieme agli amici Tappini. Gli avevano costruito armi della sua misura: arco con frecce, coltelli e lance. Oltre ai maialini, nell’isola si trovavano altri animaletti tutti piccini: conigli, lepri e scoiattoli, ad esempio. Francesco diventò presto un ottimo cacciatore, e fu eletto capo squadra.
Roberto restava invece spesso con il Re, che voleva sapere sempre più cose del mondo dei giganti. Sua Maestà restava a bocca aperta nel sentire cose tanto strane: la televisione, la luce che si accende con un interruttore, l’acqua che esce da rubinetti, le automobili, i treni, gli aerei. Non riusciva a capire il perché i giganti dovessero lavorare tutta una vita solo per pagarsi una casa. Il motivo per il quale vivessero persone che mangiavano tanto da diventare obese, ed altre invece morissero di fame. Che strani che siete, si meravigliava.
Passarono mesi e forse anche anni, Roberto chiedeva con sempre più insistenza al Re il permesso di tornare a casa: Vostra Maestà se mi aiutasse a costruire una grossa imbarcazione le sarei grato per sempre. Il Re s’era affezionato troppo alla loro compagnia e non voleva cedere, ma dopo mesi di suppliche disse: Se insegnerai al Gran Sciaman, il nostro sacerdote, l’arte della scrittura, così che possa trascrivere tutte le storie che mi hai raccontato, una parte di voi resterà per sempre con noi, e vi lascerò partire. Avrete inoltre la vostra scialuppa.
Fu così che mentre Roberto insegnava a scrivere e a leggere al Gran Sciaman, un centinaio di Tappini costruivano un’enorme imbarcazione.
Passato un anno la barca fu costruita, il libro terminato.
Il Re disse: Voglio che il mio sacerdote legga personalmente un passo della scrittura, per essere sicuro che abbia appreso questa meravigliosa arte. Scelgo che mi si legga la storia dell’uomo che gira con una gamba attaccata all’orecchio. Era la sua preferita.
Inizialmente insicura la lettura del Gran Sciaman via via che proseguiva divenne più sciolta. Ancora una volta quando il racconto arrivò al punto in cui il protagonista stupido dice: Me misero, me sempliciotto, me stupido… il Re esplose in una grassa risata, che significava che era tutto OK. I patti erano stati rispettati e i giganti potevano partire.
Il giorno dopo fu caricata sulla barca un’enorme provvista di viveri e acqua. In un pianto generale Roberto, Francesco ed Eleonora, salutarono gli abitanti dell’isola e partirono.
Non fu facile prendere il largo, perché la corrente li riportava sempre a riva. Fino a quando impararono a remare sincronizzati tra loro, guadagnarono metri e l’isola si allontanava. Verso sera si trovarono in mezzo all’oceano. L’isola tanto amata era una macchia verde lontana. Di giorno il sole e un caldo infernale, di notte il buio e un freddo da cani, che per scaldarsi dormivano stretti stretti, rimpiansero presto l’isola tanto amata.
Poi, un mattino di un paio di settimane dopo, si svegliarono con una luce chiarissima che avvolgeva ogni cosa e la faceva sembrare sospesa, immobile, irreale. Dal nulla si alzò un vento fortissimo e le nuvole che prima si trovavano all’orizzonte di colpo si avvicinarono. La luminosità diminuì e in un attimo divenne tutto grigio. Lampi e tuoni assordanti esplosero in cielo. Era il preludio della tragedia: un temporale violentissimo si abbatté su di loro: Bambini stringete forte la mia mano…
Roberto non fece in tempo a dire altro, la barca si capovolse e si ritrovarono in acqua in mezzo alla tempesta.

Quando Roberto aprì gli occhi per prima cosa vide un sole spendente, ma non fu per niente un buon risveglio. Era dentro una gabbia, prigioniero di un energumeno alto almeno venti metri; ogni cosa intorno a lui, alberi, animali, case, ingrandite dieci volte. Doveva essere naufragato in questa strana terra, ma ciò che lo disperava di più era non vedere i suoi bimbi. Temette il peggio: ti prego Dio mio, fa che si siano salvati! Fa che si siano salvati! Fa che si siano salvati! Pregava piangendo.
Roberto fu esibito a pagamento come attrazione di un circo, ma i suoi occhi erano costantemente pieni di lacrime, dal momento che non gli importava più niente.
Un giorno entrò nel tendone del circo sua Maestà la Regina. Era stata informata di questo strano essere, simile a loro ma dieci volte più piccolo, e voleva conoscerlo. La Regina dal primo momento che lo vide provò una grossa compassione. Volle parlargli.
Perché non smetti di piangere?
Sono naufragato in questo luogo con i miei due bambini, ma di loro non so nulla e ho tanta paura che siano… Roberto non ebbe nemmeno la forza di terminare la frase che si buttò per terra a piangere disperato. La Regina commossa da tanto dolore lo liberò rassicurandolo: Non ho avuto la benedizione d’aver figli, ma amo tutti i bambini dell’isola come gli avessi partoriti personalmente. Farò tutto ciò che è in mio potere per trovare i tuoi figlioli, ma per favore smetti di piangere.
Fu così che Roberto fu condotto alla città Imperiale.
Francesco ed Eleonora erano vivi, ma prigionieri di un pescatore ubriacone che credendoli folletti magici li aveva chiusi a chiave in cantina. Aspettava che gli esaudissero i classici tre desideri. Fu più facile del previsto per i soldati della Regina scoprire la verità e liberare i bambini, perché il pescatore, come tutti gli ubriaconi, quando beveva diventava loquace e spifferò ai quattro venti dei due folletti.
Quando Roberto rivide i suoi bambini dalla gioia pianse e rise, cantò e ballò. Ci furono baci e abbracci, e questa volta fu la Regina che, assistendo alla scena, pianse come una fontanella.
Furono trattati da pascià, ma la voglia di tornare a casa cresceva ogni giorno. I due piccini stavano spesso con la Regina, che sentiva quanto fosse forte in loro la voglia di riabbracciare la mamma, a volte assisteva ai loro pianti, testimone di una ferita che non era possibile cicatrizzare.
Infine si decise: Vorrei tenervi qui per sempre, ma sento che vi manca la vostra mamma, la vostra casa. Nella nostra isola c’è un grosso uccello parlante, che ogni anno emigra dall’altra parte del mondo. Da lui ho imparato che esistono esseri della vostra specie. Gli ho ordinato di portarvi a casa.
Fu fatta preparare una specie di gabbia da contenere i tre. Il grosso uccello ghermì con gli artigli la scatola e s’alzò in volo.
Fu così che abbandonarono l’isola dei giganti volando sopra l’oceano in balia di un enorme uccello. Passata la paura iniziale riuscirono a godersi il volo. Molto più emozionante che essere sopra un aereo, l’uccello faceva traiettorie da far rimanere senza fiato i passeggeri. Il panorama visto dall’alto era bellissimo, pur essendo monotono: per giorni e giorni solo una distesa di mare piatto.
Come lo chiamiamo? chiese Eleonora, riferendosi al loro pilota pennuto.
Chiamiamolo King Kong, rispose Franci.
Ma no… dai, quello è il nome di uno scimmione, rispose Roberto.
Papà, lo potremmo chiamare Super Paciu, propose la bambina.
Chiamiamolo… ecco sì: lo chiameremo Big Rolly: siete d’accordo? Propose Roberto.
Ma Papà, vuoi sempre aver ragione te: uffa! Si arrabbiò Eleonora.
Ma Elli, anche tu ti chiami Onny Rolly!
Stavano discutendo animatamente quando Francesco urlò: Guardate c’è una barca!
Erano i primi segnali di vita umana. Subito dopo videro un’altra nave, e poi un’altra ancora. Capirono d’essere tornati nel loro mondo e cantarono dalla gioia. Dormirono per ore, sfiniti. Al loro risveglio, una grande sorpresa. Sotto di loro non più il mare. Ma terra, case, strade, automobili, campi coltivati, uomini. Bravo Big Rolly, disse Eleonora, che aveva deciso che come nome poteva andare quello scelto dal suo papà. Big Rolly di colpo virò e scese in picchiata sopra una striscia di terra che sembrava un boschetto o un parco. Depose Roberto e i suoi bimbi sull’erba, e salutando riprese il volo alleggerito. I tre eroi non potevano credere ai loro occhi. Si trovavano nel parco di villa Aggazzotti. S’era fatto buio, stanchi ed affamati passarono dal loro rifugio. Del buco grosso come una voragine, non v’era traccia, appena un piccolo buchetto per terra. Il passeggino invece era nello stesso punto in cui l’avevano lasciato. Lo presero e tornarono a casa.
Appena entrati corsero ad abbracciare la mamma. Sai mamma, abbiamo avuto tanta paura di non vederti più. Siamo stati in un’isola con dei Tappini, e poi in un’altra con dei giganti, e siamo tornati a casa con un…
Sì, sì, mi raccontate poi dopo, andate con vostro padre a lavarvi le mani, che è tardi, e c’è già pronta la cena. Dopo facciamo i conti: vi sembra questa l’ora di tornare?
Quella notte nel loro letto i bambini chiamarono Roberto per farsi raccontare una favola.
Ma Papà, la mamma non crede a quello che c’è successo, dissero in coro i due  bimbi. Ma è tutto vero! Vero?
Elli ti ricordi dei Tappinini, di Delfin Rolly, e di Big Rolly?
Sì, Papà.
E tu Frank ti ricordi dei Tappini cacciatori e della Regina?
Sì, che me lo ricordo, e anche delle mie armi!
Allora è successo.
Vi voglio raccontare una bella storia:
Un giorno io Chuang-Tzu sognai d’essere una farfalla. Una farfalla che svolazzava da fiore in fiore alla ricerca del proprio capriccio. Di colpo mi svegliai e fui Chuang-Tzu. Oggi non so se sono Chuang-Tzu, che ha sognato d’essere una farfalla. O una farfalla che sta sognando d’essere Chuang-Tzu.
I bambini s’erano addormentati alla seconda strofa della poesia. Quella notte Roberto s’accorse che i suoi bimbi erano cresciuti. Ricordò che da neonati doveva coccolarli per una buona mezz’oretta tutte le sere per farli dormire e sorrise, perché sentiva nostalgia.
Qualcuno aveva detto che quel modo tanto faticoso per addormentare i bambini era una rottura di palle. Quella notte pensò invece che era un modo molto dolce per far entrare i bambini nel magico mondo dei sogni. Andò a letto e si sognò di una caverna dalla cui volta pendevano centinaia di lucenti stalattiti, e di un’isola dall’acqua così trasparente che si vedevano le alghe e i pesciolini come in un acquario.

——————–

Questa favola è una mia fantasia. La raccontavo per addormentare Francesco ed Eleonora. Non so dirvi bene da dove mi sia uscita; probabilmente c’è un po’ di ogni cosa che ho letto da bambino e non… (tra le tante vorrei nominare: Le avventure di Tom Sawyer di Mark Twain, I viaggi di Gulliver di Jonathan Swift, e Il signore delle mosche di William Golding).

La nave volante

C’era una volta tanto tempo fa due fratelli: il primo più grande era intelligente, il secondo più piccolo era stupido.
Lo Zar di quel regno desiderava così tanto un bel nipotino, che fece arrivare in tutte le case del reame questo proclama: Chi saprà costruire una nave volante, riceverà in moglie la figlia dello zar.
Migliaia di ragazzi, uomini e vecchi partirono speranzosi diretti alla città Imperiale.
Nella casa dei due fratelli come in ogni altra casa non si parlava d’altro.
Il fratello maggiore disse: Papà voglio andare, sono furbo e svelto, fammi provare!
Il padre acconsentì, e la madre preparò per il suo viaggio il necessario: un salame, una coppa, del prosciutto, una scatola di biscotti, e un bel fiasco di vino.
Arrivato vicino al bosco incontrò un vecchietto, piccolo, piccolo che gli chiese: Dove stai andando con tanta fretta?
Il ragazzo, che si credeva furbo ed era di natura sospettosa, rispose: Ho un lavoro da fare per mio padre.
E cosa porti in quel sacco? Sono affamato, assetato, non avresti qualcosa da dividere con me?
Magari, rispose il furbetto che voleva tenersi tutto per sé, sapessi che fame ho anch’io: Nel sacco ho dei vecchi stracci. E si allontanò dal vecchietto.
Anche il secondo figliolo voleva tentare la fortuna. Vado, vado! diceva
La madre cercava di convincerlo a non partire: sei stupido, ti mangeranno i lupi!
Ma lo sciocco ripeteva sempre e solo vado, vado!
Il padre alla fine acconsentì, e la madre gli diede quello che era rimasto: una pagnotta e un fiasco d’acqua.
Arrivato vicino al bosco incontrò il vecchio, piccolo, piccolo che gli chiese: Dove stai andando con tanta fretta?
Lo Zar ha promesso di dare in sposa la principessa a chi si presenterà volando su una nave, rispose lo stupido.
E tu credi di saperla costruire?
No, che non so!
Siediti, riprese il vecchio, ho tanta fame, tanta sete, avresti qualcosa per me?
Il bravo figliolo tirò fuori quel poco che aveva, divise in due la pagnotta, offrendone al vecchio una parte, e poi gli offrì da bere.
Il vecchio apprezzò l’animo puro dello stupido, ed essendo in realtà uno gnomo dai poteri magici disse: Entra nel bosco e avvicinati al primo albero, fatti il segno della croce e dà un colpo all’albero con l’accetta. Poi gettati a terra e addormentati. Quando ti sveglierai ci sarà la nave pronta. Ma ricordati: lungo la strada dovrai accogliere chiunque incontrerai.
Lo stupido fece tutto quello che gli disse lo gnomo, e al risveglio aveva davanti agli occhi la nave volante. Ci salì sopra e volò via.
Vola che vola, vide sotto di lui un uomo che camminava con una gamba sola, l’altra se l’era legata all’orecchio. Si fermò e gli domandò:
Perché giri con una gamba sola?
Massè! Non sai che con tutte due le gambe corro così forte che in un lampo faccio il giro del mondo, gli rispose l’uomo.
E lo fece salire sopra la nave volante.
Vola che vola, incontrarono un uomo che camminava incurvato dal peso di un sacco che portava sulla schiena.
Cosa porti sulle spalle?
Ho un sacco pieno di pane, gli rispose l’uomo.
Dove stai andando?
Ho una fame da lupo, cerco ovunque del cibo.
Ma hai un sacco pieno di pane!
Massè! Cosa vuoi che sia, non mi basta neppure come primo boccone.
Vieni con noi! gli disse lo stupido. Quello salì, e volarono più avanti.
Vola che vola, videro un uomo davanti ad un lago.
Buongiorno a te, che cerchi?
Ho tanta sete, ma non trovo acqua.
Hai davanti a te un lago intero, perché non bevi?
Massè! Per me è appena una sorsata.
Allora vieni con noi! Egli salì, e di nuovo volarono.
Vola che vola, videro un uomo che camminava verso il bosco e portava sulle spalle un mucchio di legna.
Perché porti legna nel bosco? gli domandò lo stupido.
Massè! Non è mica legna normale. Se la butto per terra, sorge un esercito addestrato a combattere.
Sali con noi! Sedette con loro, e volarono più avanti.
Vola che vola, arrivarono alla città imperiale.
Lo Zar non poteva credere ai propri occhi, non era tanto sorpreso di vedere la nave volante, abituato da sempre ad avere esauditi i propri desideri, la vera sorpresa era vederci sopra contadini e straccioni, e non cavalieri e signori. Giudicò che non era obbligato a dar sua figlia a un semplice contadino. Io sono il gran sultano, pensava l’Imperatore, e mia figlia merita il meglio.
Ecco cosa escogitò:
Prima di celebrare le nozze, voglio offrire a tutti voi un pranzo di benvenuto. Dovrete però mangiare tutto senza sprecare niente, in un’ora. Poi diede l’ordine di portare 30 maialini arrostiti, 60 tacchini, 120 conigli, 240 pagnotte, 360 crostate di prugna.
Me misero, me sempliciotto, me stupido, si lamentò lo stupido non appena rimasero soli, non ce la farò mai!
Massè! Esclamò tutto contento l’uomo che portava sulla spalla un sacco di pane: per me è uno spuntino. E in un attimo si divorò tutto.
Lo Zar, passata l’ora, nel vedere che era stato mangiato tutto rimase di stucco, ma non si scoraggiò:
Mi sono accorto di non avervi offerto da bere. In un’ora dovrete bere tutto ciò che vi farò portare. E fu così che una dozzina di servi portarono 30 damigiane di vino rosso, 60 damigiane di vino bianco, 120 botti di birra, 240 botti d’acqua gassata.
Me misero, me sempliciotto, me stupido, si lamentò lo stupido non appena rimasero soli, non ce la farò mai!
Massè! Disse tutto contento l’uomo che per dissetarsi non gli bastava un lago intero: per me sarà ancora poco. E in un attimo si bevve tutto.
Lo Zar non poteva credere ai suoi occhi, nemmeno una goccia per terra.
Non ancora contento disse:
In un’ora voglio che mi si porti l’acqua della vita e della salute, che si trova dall’altra parte del mondo.
Me misero, me sempliciotto, me stupido, si lamentò lo stupido non appena rimasero soli, non ce la farò mai!
Massè! Disse tutto contento l’uomo con una gamba attaccata all’orecchio, ho giusto voglia di sgranchirmi le gambe. Si staccò la gamba dall’orecchio e in un batter d’occhio scovò l’acqua della vita e della salute e ritornò.
Stavolta lo Zar era davvero sorpreso. Ai confini del suo regno erano anni che combatteva un’estenuante guerra contro un esercito di barbari. Pensò che se gli avesse risolto quel grattacapo non solo avrebbe concesso il permesso per il matrimonio, ma gli sarebbe stato debitore per sempre. Disse:
Se riuscirai entro un’ora ad organizzare un intero esercito di soldati e a sconfiggere il mio nemico, avrai la mia benedizione per il matrimonio.
Ancora una volta lo stupido si disperò:
Me misero, me sempliciotto, me stupido, non ce la farò mai!
Massè! Esclamò l’uomo dalla fascina di legna, per me è uno scherzetto.
Uscì nei campi buttò per terra la legna e subito comparve un esercito addestrato con tanto di fanteria e cannoni. Passata l’ora il nemico era sconfitto per sempre.
Lo Zar era al settimo cielo, il contadino stupido era riuscito perfino a liberarlo dalla più grossa paura che aveva: perdere il regno per mano nemica.
Fece portare allo stupido vestiti e decorazioni e fu celebrato il matrimonio.
Lo Zar e la Zarina lo amarono e la principessa lo adorò e vissero tutti felici e contenti.

Liberamente tratta da La nave volante
da Antiche fiabe russe, raccolte da Aleksandr Nikolaevic Afanasjev. Einaudi editore 1953.

Nel mio racconto faccio un accenno ad un’altra bellissima favola: La Bella Venezia. La potete trovare in Fiabe Italiane: raccolte dalla tradizione popolare e trascritte in lingua dai vari dialetti da Italo Calvino. Einaudi editore 1956.

 

 

 

The following two tabs change content below.
Sono nato a Modena 53 anni fa, e abito a Formigine. Amo la mia famiglia; i miei due splendidi figli Francesco ed Eleonora; mia moglie Luisa. Le immagini del blog sono principalmente sue. Ho deciso di aprire questo blog per raccontare le mie passioni: libri, film, musica... Lo faccio principalmente per me stesso. Perché mentre mi racconto, verbalmente o per iscritto non cambia molto, mi torno ad emozionare. Come la prima volta. Spero che, nei miei articoli, questo sentimento si percepisca, che arrivi all'eventuale lettore. Dimenticavo due cose. Entrambe rilevanti. La prima: nella vita, chi mi conosce lo sa, da 31 anni faccio "piastrelle". Ogni anno una nuova sfida. Ma vivo la mia professione con passione. L'unico modo a mio parere, per non "impazzire". La seconda: ho un'altra grande passione. Sono tifoso del Modena Football Club 1912... Sì lo so, è una bella "sfiga"! Ma sono nato a Modena, amo la Ghirlandina e il vero amore mica puoi sceglierlo... P.S. Ho messo il nome della mia squadra del cuore per intero, perché oramai, del Modena calcio rimane solo la storia.

Ultimi post di Roberto Alboresi (vedi tutti)

Un pensiero riguardo “La straordinaria avventura di Hobby, Frank e Onny

  1. Ciao Robby, mi hai fatto tornare indietro nel tempo, anche io ho avuto un periodo di alcuni mesi dove ero solo con i miei figli e
    loro avevano rispettivamente 4 e 6 anni.
    Dormivamo insieme (io in mezzo a loro) nel letto matrimoniale e proprio come tu ero solito raccontare una favola per farli addormentare,sopratutto nel periodo invernale,forse l ‘unica differenza era che io cercavo , per quanto alcune per ovvi motivi si assomigliassero, di cambiarle ogni sera.
    Complice anche la mia fantasia ma sopratutto la mia dialettica riuscivo sempre nell’ intento di farli e di farmi addormentare, proprio così alla fine come sopraffatto dalle mie stesse storie e dopo essermi accertato con una breve conferma della loro partenza per il mondo dei sogni crollano in un sonno quasi infantile.
    Sono momenti che mi porto nel cuore come unici e straordinari e la mia speranza quando parlo loro di questi momenti è che se li portino sempre dentro anche quando non ci sarò piu.
    La vita anche nei momenti più difficili ti può riservare emozioni e situazioni talmente uniche che solo pochi possono aver provato e colto in tutta la loro essenza.
    Grazie per avermi fatto rivivere nel tuo racconto anche la mia” Favola”

Lascia un commento