Il calcio: la mia più grande passione

Quanti pomeriggi passati in cortile a giocare a pallone. Sulla terra dura e i sassi.
Il mio mito: Roberto Bettega. Cosa avrei dato per indossare la sua maglietta bianconera.

Poi, quando alle medie per la prima volta vidi il Modena fu amore a prima vista, e da allora:

solo Modenaaaaa, solo Modena solo Modena solo Modenaaaaa!

Ma allora sognavo d’essere Bettega.

Partivo dalla mia porta (il garage) dribblando tutti i giocatori avversari – veri o immaginari cambia poco – per poi presentarmi davanti alla porta avversaria calciando e riempiendo la rete. Con la fantasia, che al posto della rete c’era il muro che separava il mio cortile con la palazzina della casa a fianco. Un muro che per lo più era usato come stenditoio del condominio; ed io quante volte ho sporcato la roba appena lavata e stesa. Quante volte ho preso sotto.

E quante volte la palla andava al di là del muro. In un condominio serio, con un cancello serio: mica aperto come il mio. E allora suonavo finché non mi aprivano il cancello e correvo a mille per riprendere il pallone, terrorizzato da due cagnacci.

A volte, anche per non rischiare di bucare la palla – con i “punzoni” appuntiti piantati sopra il muretto – palleggiavo contro il muro di casa. Oppure palleggiavo, da solo, cercando di fare il record. Vado ancora oggi orgoglioso dei miei primi cento palleggi, quando non avevo nemmeno compiuto dieci anni.

A scuola ero impacciato e timido; ma il pallone è un toccasana per le amicizie.
Con Paolo condividevo la stessa passione sfegatata per il calcio. Anche lui era Juventino e allora era ancora più facile chiacchierare dei nostri idoli.
Tutte le ricreazioni, aspettavamo che la maestra uscisse per iniziare la nostra partitella in classe. In un baleno si facevano le squadre. Due contro due, tre contro tre, quattro contro quattro… noi due non mancavamo mai. Le gambe di due sedie come porte, una manciata di fogli appallottolati e tenuti insieme col nastro adesivo la palla. Ogni volta era una botta di adrenalina in una mattinata da dimenticare.
Ricordo che su un quaderno segnavamo tutti i giorni risultati e marcatori. Le squadre cambiavano di continuo e allora il vincitore – premiato ogni mese – era il capocannoniere.

È per il pallone che tradii per la prima volta il cortile e la mia combriccola di amici.
In quarta elementare: non mi bastò più giocare con Paolo solo per la ricreazione, ed incominciai – due, tre pomeriggi alla settimana – ad andare da lui.
Di fianco a casa sua c’era un campo d’erba con porte vere. Beh, diciamo un campo di terra con qualche ciuffo d’erba e due pali di legno piantati senza traversa… ma più che sufficienti per farci sognare.
Ci si trovava in dieci, dodici bambini, si facevano le squadre. Ogni volta, la partita del secolo.

Ogni tanto veniva con me anche Cesare: nostro compagno di classe, e soprattutto mio compagno di condominio, di piano, di giochi.
Gli unici due maschi in un cortile pieno di femmine.
Cesare non era capace di giocare e si metteva a raccogliere margherite e sassi… poi dopo poco, si stancava (vorrei vedere!), e ritornava a casa, da solo.
Nulla di grave. Se non fosse che per mia madre, se eravamo andati via insieme dovevamo anche tornare insieme. E vedere Cesare tornare a casa da solo a metà pomeriggio, e poi magari immaginarselo in casa a studiare, mentre quel Sandrone di suo figlio fino a che non era buio non si faceva vedere, la faceva imbestialire. E più passavano le ore più diventava nera.
Il bello è che io lo sapevo che non dovevo fare tardi. Sapevo perfettamente che la mamma si sarebbe arrabbiata, ma era più forte di me.
Del resto sul fronte scuola io e Cesare eravamo agli antipodi; lui che a quattro anni sapeva già leggere e scrivere, io che in prima elementare avevo ancora difficoltà a parlare; lui – ogni anno – primo della classe, io… beh potete immaginarvelo.

Ma nel calcio e più in generale negli sport era tutt’altra storia.
Lì sì che potevo primeggiare.
E allora, in quei pomeriggi, una partiva tirava l’altra e finiva che giocavamo per ore, fino a che la sete diventava insopportabile. Mi si appiccicavano le labbra tra loro, e di colpo l’acqua diventava una questione di vita o di morte. Si andava a bere nella lavanderia di Paolo. Poco importa che ci fosse una puzza di cagnuzzo da vomitare. Ci si metteva in fila indiana e i secondi sembravano ore. Avrei fatto carte false per passare davanti alla fila.
È in quella lavanderia con i cani tra i piedi e le spinte e i lamenti dei compagni, che ho provato il piacere più forte della mia vita: dissetarmi.
Perché non c’è niente di più piacevole e buono dell’acqua, quando si ha davvero sete. Ed io vi assicuro che avevo sete.
È in quel lavandino che ho imparato a bere a imbuto. Senza respirare.
Avevamo a disposizione una manciata di secondi a testa… era una questione di sopravvivenza.
Ci sono sostanzialmente tre modi per bere direttamente dal rubinetto.
Il primo è utilizzando le mani come un recipiente. Più che una bevuta è uno sciacquarsi la bocca. Chi fa parte di questa categoria non ha mai avuto veramente sete. Non può capirmi.
Il secondo è a collo. È già una discreta bevuta ma, come dice il termine stesso, ci si bagna il collo. Metà acqua va sprecata.
Il terzo – lo considero una mia invenzione – è ad imbuto. Senza tregua! L’acqua passa direttamente dal lavandino alla gola. Non se ne perde nemmeno una goccia.

Passata la sete si tornava a giocare. Fino a quando c’era luce.

Si vinceva e si perdeva. E non sono qui a dire che l’importante era partecipare. Perché non è così. Eccome se volevo vincere, e quando perdevo mi arrabbiavo un sacco. Ma la rabbia, così com’era forte sbolliva subito: che la prossima volta gli avrei fatto vedere…

E poi, appena dopo avere salutato i compagni e svoltato l’angolo, avevo ben altri pensieri.
Mi mettevo a correre per recuperare un paio di minuti, all’inesorabile discesa del buio.
Perché c’era una bella differenza ad arrivare a casa con un pochino di luce, oppure come succedeva nonostante la mia inutile corsa contro il tempo, col buio pesto.

Eh sì! l’avevo combinata di nuovo grossa. Che la pagata che mi aspettava me la meritavo tutta.
Meritata sì, ma prendere botte non piace a nessuno.
E allora scappavo e mi nascondevo sotto il letto, con il risultato di far imbestialire il triplo mia madre.
E quando mi beccava, perché mi beccava sempre, erano cavoli amari.

Ma il mio povero cortile non lo tradivo mica solo con Paolo.

Era ancora più bello con mio fratello Ivan e la sua compagnia: Ciccio, Attila, Erio, Bruno, Alberto, Maurizio…
Di quattro, cinque, sei anni più grandi nel loro gruppo ci facevo parte per diritto di fratellanza, ma per lo più perché ero un rompicoglioni.
Spesso andavano a giocare a pallone e quando mi prendevano con loro era il paradiso. A volte si andava in un campetto delle scuole elementari, oppure in uno spiazzo asfaltato della parrocchia. Ma il mio preferito era un campetto all’università.
Per giocare con i grandi dovevo litigare ogni volta con Sandra e Patrizia, che gelose mi rimproveravano di preferire il calcio a loro. A me dispiaceva deluderle, mi divertivo un sacco anche con loro in cortile; ma giocare a calcio con i GRANDI…
Per non discutere facevo finta di non stare bene e andavo in casa. Poi all’ora pattuita uscivo di nascosto con la paura d’essere scoperto.
A volte mi portava Ciccio in motorino.
Salivo dietro, e lui partiva a razzo. E che paura ogni volta di cadere, che mi attaccavo a lui come una femminuccia.

Giocare con loro era per me un sogno. Un’emozione che si ripeteva ogni volta come la prima volta.
Come pali delle porte i tronchi d’alberi, la traversa era lasciata all’immaginazione. Si litigava spesso (o meglio litigavano loro, a me bastava esserci) per goal dati o non dati.
Orgoglioso di essere tra i grandi, compensavo la mia bassa statura e il fisico da pivello correndo come un matto. Quando non mi toccava giocare in porta: lo spauracchio di quei pomeriggi.
Da bambini è più facile che finiscano in porta quelli più scarsi o i più piccoli. Solo quando si diventa più grandi e si gioca in vere e proprie squadre, il ruolo del portiere diventa importante, e non un ripiego.
Nel mio caso ero troppo scalmanato, troppo irrequieto per aspettare il gioco degli altri. Molto meglio correre dietro alla palla. Molto meglio dribblare un avversario e fare goal. E quanto capitava sì che mi sentivo Bettega, e correvo ed urlavo come un matto con le braccia alzate abbracciando i miei compagni: GOOOOOOOL!!!

Una gioia infinita.

Mia madre brontolava perché avevo di continuo le scarpe scassate. Ne avevo solo due paia e dovevo starci attento. Non trattarle come un zavaglione.
Ma era più forte di me e con entrambe, ahimè anche quelle della festa, calciavo di tutto – cartacce, plastica, sassi, pietre – distruggendole ad una velocità supersonica.
Quando mi compravano delle scarpe da tennis mi sembrava di volare: correvo ancora più veloce e calciavo ancora più forte. Succedeva allora che le nuove scarpe, fatte apposta per lo sport, durassero ancora meno. Del resto nemmeno le scarpe antinfortunistiche di oggigiorno, sarebbero sopravvissute al terremoto che ero.

Quelli sì che erano momenti di pura felicità; che avrei potuto toccare il cielo con un dito, da tanto il respiro mi si faceva leggero; che avrei dovuto trattenere, per diventare invincibile. Ma che poi sono passati.

Perché la vita non la si può fermare.

E allora bisogna rimboccarsi le maniche e tirare avanti per la propria strada, ma senza rinunciare mai a sognare. Perché in ogni stagione si può e si deve trovare il proprio campo di terra con qualche ciuffo d’erba e due pali di legno piantati per terra; quel qualcosa – interesse o azione o gesto cambia poco – che ti faccia fremere, bruciare.

In fondo lo scopo di questo mio Blog è anche questo: scrivere e condividere con voi istanti di felicità.

Infine faccio un esperimento.
Vorrei che sentiste ciò che sentivo allora, e che ho sentito tutte le volte che ho giocato in un campo di calcio: poco importa che fossero semplici campetti o veri e propri stadi. Non mi riferisco alla pura emozione; quella è a parte ed è scontata.

Questa volta non vi proporrò la colonna sonora dell’articolo.
Perché non è l’udito,  tra i cinque sensi, quello che più rappresenta questo articolo.

Provate ad immaginare un campo di calcio.
La pioggia, il vento, il sole che si alternano su questa distesa di erba.
E poi chiudete gli occhi, per un solo istante – uno soltanto che se no come fate a sapere come finisce l’articolo -, ma sufficiente perché facciate un respiro forte. Sufficiente ad eliminare un secondo dei cinque sensi: gli occhi.

Non so se vi siete prestati al gioco, e se sì cosa avete sentito.
Ma l’articolo deve pur finire, e vi dirò allora cosa ho sentito io:
L’odore dell’erba.
Il suo profumo: ancora più forte dopo un temporale, acre e pungente non appena tagliata.
Che sentivo allora e sento tuttora, anche solo passeggiando sull’erbetta, anche solo col pensiero.

L’odore più buono del mondo.

 

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Sono nato a Modena 53 anni fa, e abito a Formigine. Amo la mia famiglia; i miei due splendidi figli Francesco ed Eleonora; mia moglie Luisa. Le immagini del blog sono principalmente sue. Ho deciso di aprire questo blog per raccontare le mie passioni: libri, film, musica... Lo faccio principalmente per me stesso. Perché mentre mi racconto, verbalmente o per iscritto non cambia molto, mi torno ad emozionare. Come la prima volta. Spero che, nei miei articoli, questo sentimento si percepisca, che arrivi all'eventuale lettore. Dimenticavo due cose. Entrambe rilevanti. La prima: nella vita, chi mi conosce lo sa, da 31 anni faccio "piastrelle". Ogni anno una nuova sfida. Ma vivo la mia professione con passione. L'unico modo a mio parere, per non "impazzire". La seconda: ho un'altra grande passione. Sono tifoso del Modena Football Club 1912... Sì lo so, è una bella "sfiga"! Ma sono nato a Modena, amo la Ghirlandina e il vero amore mica puoi sceglierlo... P.S. Ho messo il nome della mia squadra del cuore per intero, perché oramai, del Modena calcio rimane solo la storia.

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2 pensieri riguardo “Il calcio: la mia più grande passione

  1. Quante volte anche io ho risentito quegli odori di erba e terra bagnata che riempivano l’ aria,ma anche di spogliatoio e di magliette della muta usata ma anche pulita, anche i palloni avevano il loro odore a seconda che fossero di cuoio gomma o altro, per non parlare di quei suoni unici che avevano i fischietti dell’ arbitro o i sibilii dei palloni che ti passavano vicino, o quando colpivi un palo o una attraversa che fosse una porta vera o di legno in qualche sperduto campo improvvisato ,insomma una miriade di emozioni che può ricordare solo uno che ha amato quei momenti, anche il silenzio di quegli attimi che precedevano di pochi secondi l’ inizio di ogni gara era unico che fosse una partita ufficiale o una semplice sfida tra amici.
    Come non ricordare la scelta delle squadre che veniva fatta fra i due capitani o i due più grandi ;si faceva pari e dispari e chi vinceva iniziava a scegliere un compagno e poi toccava all’ altro fino a quando non rimanevo alla fine i più scarsi ,solo ora pensandoci mi chiedo come si sentissero quei poveretti che rimanevano sempre ultimi,dico rimanevano perché erano poi sempre gli stessi, una selezione crudele ma anche innocente che solo dei ragazzini potevano perpetrare. Fatto sta che quando si cominciava eravamo tutti avversari o compagni.
    Ricordo partite nei cortili o sul cemento in piena estate di primo pomeriggio ma anche mitici incontri sulla neve ghiacciata o pozzanghere larghe come laghi , ricordo anche i piedi ghiacciati e le mani e orecchie paonazze.
    Credo che questa passione abbia riempite gli anni della mia adolescenza con una tale intensità da non avere eguali, quelle tue situazioni così simili alle mie mi hanno fatto capire come sia stato forte anche per te.
    Non ci fermavano difronte a niente e nessuno,ricordo partite terminate con palloni forati ormai inutilizzabili, palle recuperate scavalcando cancelli e muri al limite anche per i Marines, quanda calava la luce eravamo capaci di giocare con una visibilità vicino
    allo zero e chi faceva goal bisognava credergli sulla parola
    Quando mi mettevo a letto dopo aver giocato tutto il giorno ero solito chiudere gli occhi e immaginarmi di essere un calciatore famoso che segnava goal fantastici.
    Non so cosa darei per tornare a rivivere un solo giorno di quei tempi

    1. E l’immancabile rito dei cartellini con l’arbitro che ti giravi per fare vedere il tuo numero, e l’ingresso in campo in fila indiana, e le ore che precedevano la partita, eh già: non so cosa darei per tornare a rivivere un solo giorno di quei tempi!

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