Chiamami col tuo nome

Mai come in questo primo mese del 2018 sono stato così spesso al cinema.

Ho visto in ordine cronologico:

  • La ruota delle meraviglie di Woody Allen
  • Ragazzo invisibile 2 di Gabriele Salvatores
  • Napoli velata di Ferzan Ozpetek
  • Tre manifesti ad Ebbing, Missouri di Martin McDonagh
  • Ella & John di Paolo Virzì
  • Chiamami col tuo nome di Luca Guadagnino.

Quindi cinematograficamente parlando e per quello che mi riguarda è stato un inizio d’anno più che proficuo.
Se poi consideriamo che a febbraio non mi perderò di certo il “mitico” Clint Eastwood (Attacco al Treno), e probabilmente nemmeno A casa tutti bene di Gabriele Muccino, più che proficuo  è un po’ troppo riduttivo.
E allora se devo dire una frase che spacca, una soltanto ma che renda l’idea e che sia il contrario di riduttivo, l’unica che mi viene in mente è: sciolgo le trecce e i cavalli corrono.

Se non vi è scattata una molla e non avete capito, fa niente. Il fatto è che questa frase non funziona così com’è: nuda e cruda. È necessario conoscere la canzone Balla di Umberto Balsamo, di cui queste sette parole sono l’inizio del ritornello. Se l’avete più volte ballata con l’Alligalli capireste al volo quanta energia e potenza queste sette parole sprigionano, così come la canzone.

sciolgo le trecce e i cavalli 
corrono
e le tue gambe eleganti
ballano
balla per me
balla balla
tutta la notte sei bella
non ti fermare ma balla,
fino a che
non finiranno le stelle
l’alba dissolva il tramonto
io non completi il mio canto
e canto te…

Che poi, record personale di film visti a parte, questi sei film, non sono tutti capolavori.
Il seguito di Ragazzo Invisibile, per esempio, è stata una delusione.
Woody Allen e Ozpetek: discreti.
Tre manifesti ad Ebbing, Missouri e Ella & John di Paolo Virzì: belli.
Chiamami col tuo nome: il migliore dei sei.

Se siete qui a leggere questo articolo è grazie a Chiamami col tuo nome. Sì perché dopo aver visto il film ho comprato e letto anche il romanzo di André Aciman. E solo dopo avere finito il libro ho deciso di scrivere l’articolo.

Parto dal film.

Regia di Luca Guadagnino (Palermo, 1971), questo film viene considerato il terzo e ultimo film della “trilogia del desiderio”; dopo Io sono l’amore (2009) e A Bigger Splasch (2015). Tutti e tre diretti da Guadagnino, che precedentemente aveva diretto The Protagonists (1999) e Melissa P (2005).

Una curiosità: Chiamami col tuo nome, inizialmente, doveva essere diretto da James Ivory (regista, tra le tante cose, di Camera con vista, Casa Howard, Quel che resta del giorno). Solamente successivamente, nel 2016, viene scelto Guadagnino che era stato assunto inizialmente come consulente di location.
James Ivory che, viceversa, ha scritto la sceneggiatura, tratta dal romanzo Chiamami col tuo nome di André Aciman.
Il film ha ottenuto tre candidature al Golden Globe 2018, come migliore film, migliore attore (Timothée Chalamet che fa la parte di Elio), e miglior attore non protagonista (Armie Hammer, l’americano Oliver).
E quattro candidature ai premi Oscar 2018, come miglior film, migliore attore, migliore sceneggiatura non originale, migliore canzone (Mystery of Love).

Voto: 4/5

Veniamo al libro.

Chiamami col tuo nome (il titolo originale inglese è Call Me by Your Name) è un romanzo del 2007 dell’autore statunitense André Aciman.

Nato nel 1951 ad Alessandria d’Egitto in una famiglia ebraica e di origine turche, André si trasferisce nel 1965 e con la famiglia a Roma, per sfuggire alle persecuzioni degli ebrei promosse dal presidente Nasser.
Nel 1969 si trasferirà  di nuovo e definitivamente a New York, dove frequenterà il Lehman College, laureandosi nel 1973.
Scrittore di fama mondiale, insegna letteratura comparata alla City University di New York.

Dopo aver letto il libro pressoché in contemporanea al film, posso dire che sceneggiatore e regista hanno fatto un ottimo lavoro: non ricordo altri film così fedeli al romanzo di partenza.
Certo nel libro, come è ovvio che sia, i personaggi sono più minuziosamente descritti. Un’altra evidente differenza è il luogo in cui è ambientata la storia. Se nel romanzo è una località imprecisata della riviera ligure, il film è stato girato nella splendida villa di Moscazzano (Crema), e sarà il Lago di Garda e la bella campagna del lodigiano a sostituire il mare. È stato lo stesso regista Guadagnino, che a Crema ci vive, a scegliere i luoghi della storia d’amore.
Tuttavia sulle cose importanti libro e film coincidono.

Non stupitevi quindi se da qui in poi non farò distinzioni tra le due opere.
Le frasi che riporterò sono ovviamente del libro.

Ambientato durante una calda estate dei primi anni ’80, è la storia dell’attrazione travolgente che nasce tra due ragazzi: Elio e Oliver.
Elio, diciassettenne, studente, musicista sensibile e decisamente colto per la sua età. Figlio di un professore universitario che ogni anno accoglie, nella sua casa e per sei settimane, giovani letterati per aiutarli a rivedere il loro manoscritto di post dottorato prima della pubblicazione.
Oliver, ventiquattrenne di New York è L‘ospite dell’estate, l’ennesima scocciatura, per Elio. Sì perché Elio è costretto a lasciare al nuovo ospite, come ogni anno, la sua stanza più grande e comoda.
Ma Oliver non è come i suoi predecessori. È bello, affascinante e simpatico, e con i suoi modi bruschi ma mai scortesi, americani, conquisterà tutti. Anche Elio. Soprattutto Elio, che s’innamorerà pressoché da subito.
Nonostante i setti anni di differenza i due ragazzi sono fondamentalmente molto simili.
Entrambi ebrei, la stessa passione per le arti: libri, film, musica; la stessa voglia di vita, la stessa fame di desiderio.
Desiderio il vero e unico protagonista del racconto. Un desiderio disperato, fortissimo e inesorabile che travolgerà i due ragazzi. Più forte della paura, più forte del peccato.
E allora Elio e Oliver vivranno un’esperienza di un’intimità assoluta, talmente forte che, come si dice in questi casi, non può che essere irripetibile.

Prima di trascrivere, come di consueto, le frasi più rappresentative del libro, vi propongo una poesia di Li Po, che amo e che ho immaginato perfetta per i primi attimi di Elio e Oliver:

Ancora non ho inteso
il colore dei tuoi occhi
mentre ti guardo brancolo
in una nebbia di gioia

da Il Primo Libro di Li Po di Vittorio Saltini.

… in una nebbia di gioia: Così questa stupenda poesia del poeta cinese viene tradotta in italiano. Ma si sa, spesso capita che da una traduzione all’altra parole assumano diversi significati, così come un’intera frase sfumature diverse. Nel caso di Li Po (701-762), ho letto più d’una poesia tradotta in modi diversi.
E allora m’immagino che in una nebbia di gioia possa essere tradotta: in una nebbia di piacere. Oppure, perché no: in una nebbia di desiderio.

. . . . .

E dimmi che non stavo sognando quella notte, quando sentii un rumore sul pianerottolo vicino alla porta e all’improvviso mi resi conto che c’era qualcuno in camera mia, seduto ai piedi del letto e pensava, pensava, pensava e poi iniziò ad avvicinarsi e alla fine si sdraiò, non accanto a me, ma sopra di me, mentre io ero supino, e mi piaceva tanto che, per non rischiare di fargli capire che mi aveva svegliato o che cambiasse idea e se ne andasse, finsi di dormire beato, e intanto pensavo: Questo non è, non può essere, speriamo non sia un sogno, perché le parole che mi vennero in mente, mentre stringevo più forte gli occhi, furono: È come tornare a casa, sì, è come tornare a casa dopo essere stato via per anni, tra lestrigoni e troiani, è come tornare in un luogo dove sono tutti uguali a te, dove la gente sa, lo sa e basta… Tornare a casa, come quando ogni cosa va al posto giusto e d’improvviso ti rendi conto che per diciassette anni non hai fatto altro che trafficare con la combinazione sbagliata. E fu allora che decisi di farti capire senza spostarmi, senza muovere un solo muscolo del corpo, che se avessi insistito ero pronto a cedere, avevo già ceduto, ero tuo, tutto tuo, ma all’improvviso non c’eri più, e se era sembrato troppo vero per essere un sogno, capii che da quel giorno in poi avrei voluto solo che facessi ciò che mi avevi fatto nel sonno.

. . . . .

Il sogno era esatto, era come tornare a casa, come chiedersi: Dove sono stato finora?, che poi era un altro modo di chiedere: Quando io ero bambino, Oliver, tu dov’eri?, che poi era un altro modo ancora per chiedere: Che cos’è la vita senza questo?, che poi era il motivo per cui, alla fine, ero stato io, e non lui, a buttar fuori tutto, non una, ma tante, tante volte, Se ti fermi mi uccidi, se ti fermi mi uccidi, perché era anche il mio modo di chiudere il cerchio tra sogno e fantasia, tra me e lui, parole tanto agognate, dalla sua bocca alla mia e di nuovo alla sua, parole che passavano di bocca in bocca, e allora è stato allora che iniziai a pronunciare oscenità che lui ripeté dopo di me, prima con dolcezza, finché mi disse: «Chiamami col tuo nome e io ti chiamerò col mio», non l’avevo mai fatto prima e, non appena pronunciai il mio nome come se fosse il suo, mi ritrovai trasportato in una dimensione che non avevo ma i condiviso con nessuno prima, né mai avrei condiviso dopo.

. . . . .

«Senti» mi interruppe, «tra voi c’è una bella amicizia.
Forse anche qualcosa in più. E io ti invidio. Al posto mio, la maggior parte dei genitori spererebbe che tutto si dissolva, o pregherebbe che il figlio ne esca indenne. Ma io non sono così. Al posto tuo, se il dolore c’è, lo farei sfogare, e se la fiamma è accesa, non la spegnerei, cercherei di non essere troppo duro. Chiudersi in se stessi può essere una cosa terribile quando ci tiene svegli di notte, e vedere che gli altri ci dimenticano prima di quanto vorremmo non è tanto meglio. Rinunciamo a tanto di noi per guarire più in fretta del dovuto, che finiamo in bancarotta a trent’anni, e ogni volta che ricominciamo con una persona nuova abbiamo meno da offrire. Ma non provare niente per non rischiare di provare qualcosa… che spreco!»
Era un discorso che non riuscivo nemmeno a prendere in considerazione. Ero ammutolito.
«Ho parlato a vanvera?» mi domandò.
Scossi la testa.
«Allora lascia che ti dica un’ultima cosa. Servirà ad allentare la tensione. Magari si sono andato vicino, ma non ho mai avuto ciò che hai avuto tu. C’era sempre qualcosa che mi tratteneva o mi ostacolava. Come vivi la tua vita sono affari tuoi. Ma ricordati, cuore e corpo ci vengono dati una volta sola. La maggior parte di noi non riesce a fare meno di vivere come se avesse a disposizione due vite, la versione temporale e quella definitiva, più tutte quelle che stanno in mezzo. Invece di vita ce n’è una sola, e prima che tu ne accorga ti ritroverai col cuore esausto e arriva un momento in cui nessuno lo guarda più, il tuo corpo, e tantomeno vuole avvicinarglisi. Adesso soffri. Non invidio il dolore in sé. Ma te lo invidio, questo dolore.»

. . . . .

Queste parole finali fra padre e figlio sono tra le più belle e profonde di libro e film.
Che invidia che ho per il professore: Quanto vorrei riuscire a parlare come lui, con tutti ma ancora di più con i miei figli, senza paura ne vergogna, aprendomi semplicemente. E di temi poi così intimi, imbarazzanti…

Chiamami col tuo nome di André Aciman. Uscito per la prima volta nel 2007. Prima Edizione Guanda nel 2008.

Voto: 5/5

Infine la mia colonna sonora, del libro perché del film c’è già ed è bellissima: Mystery of Love di Sufjan Stevens.
Per il libro ho scelto Amore di Riccardo Cocciante e Mina.
In particolare per la seconda strofa, quando canta Mina.

Ciao, che fai tu da queste parti
qui al portone mio?
Se aspettavi qualcuno
non significa che sia io,
E’ una bella serata questa di primavera,
e ti senti sicuro di non perdere mai.
Amore,
ti ho trovato un giorno sotto casa
e mi hai detto
Senti io non penso ormai che a te
dimmi solo se hai voglia di un momento insieme a me
o io possa sparire adesso,
una foglia che alza il vento .
Amore amore,
amore amore
amore amore amore amore amore,
amore amore
amore amore
amore amore amore amore amore…

 Amore, testo e musica scritto negli anni ’70 da Maurizio Monti. Reinterpretato da Cocciante e Mina nell’album Un uomo felice del 1994 di Riccardo Cocciante.

Voto: 5/5

Cliccando QUI la potete ascoltare.

 

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Sono nato a Modena 53 anni fa, e abito a Formigine. Amo la mia famiglia; i miei due splendidi figli Francesco ed Eleonora; mia moglie Luisa. Le immagini del blog sono principalmente sue. Ho deciso di aprire questo blog per raccontare le mie passioni: libri, film, musica... Lo faccio principalmente per me stesso. Perché mentre mi racconto, verbalmente o per iscritto non cambia molto, mi torno ad emozionare. Come la prima volta. Spero che, nei miei articoli, questo sentimento si percepisca, che arrivi all'eventuale lettore. Dimenticavo due cose. Entrambe rilevanti. La prima: nella vita, chi mi conosce lo sa, da 31 anni faccio "piastrelle". Ogni anno una nuova sfida. Ma vivo la mia professione con passione. L'unico modo a mio parere, per non "impazzire". La seconda: ho un'altra grande passione. Sono tifoso del Modena Football Club 1912... Sì lo so, è una bella "sfiga"! Ma sono nato a Modena, amo la Ghirlandina e il vero amore mica puoi sceglierlo... P.S. Ho messo il nome della mia squadra del cuore per intero, perché oramai, del Modena calcio rimane solo la storia.

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2 pensieri riguardo “Chiamami col tuo nome

  1. Bella la tua recensione del film e gli stralci tratti dal libro…mi è venuta la voglia di leggerlo ed allora..”.sciolgo le trecce e i cavalli… ballano” e mi compero il libro. 🙂

    1. Brava! E’ un libro da leggere e da conservare. Spero ti piaccia come è piaciuto a me.
      Mi fa piacere che anche tu hai usato la frase della canzone di Umberto Balsamo… sono stato indeciso fino all’ultimo se metterla o no nell’articolo. I ragazzi del 2000 non possono capire la carica che trasmette e le emozioni che ci ha regalato.

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