I passi del tempo: Primo Capitolo

Nel 2011 ho scritto un libro sulla mia infanzia, sulle mie radici.
L’ho intitolato I passi del tempo e l’ho fatto rilegare e stampare in poche copie per pochi intimi.

Mi mancava il piccolo Robby, il mio cortile.
Mi mancava mio padre, mia madre, mio fratello Ivan, la nonna Elvira…
Ma più di tutto mi era venuta la voglia, l’urgenza, di conoscere e tramandare la storia della mia famiglia, dei miei antenati.
Ho immaginato di poterli conoscere da bambini – di chiacchierare con loro del più e del meno – come fossimo, che so, semplici coetanei, amici.

Impossibile penserete voi, beh è solo un sogno.
E in un sogno tutto può succedere, tanto da trovarmi nel 1938 a Nonantola in prima elementare compagno di banco di mio padre.
Oppure perché no, a parti invertite, io adulto e mio padre bambino, e trasformarmi nel suo maestro; scoprire le sue speranze, i suoi progetti e le sue paure.

Ho un libro – beh più di uno –, ma questo è speciale.

“Lo Specchio Della Memoria. L’Album Fotografico Di Nonantola 1900–1970”.

Come s’intuisce dal titolo, attraverso le foto c’è tutta la storia di quei settant’anni di Nonantola.
A pagina 61 c’è anche mio padre: Foto ricordo dei ragazzi del Fronte della Gioventù 1947. Sono 36 ragazzi in posa, probabilmente, davanti ad una chiesa. Mio padre è quello davanti al portone, lo si riconosce dalla croce di fianco al viso che mia figlia Eleonora ha fatto da bambina, quando le avevo fatto vedere la foto del nonno.
Quasi tutti sorridono, mio padre no.
Magari è triste per una delle prime delusioni d’amore, o chissà forse è solo in imbarazzo… ma il fatto è che non lo saprò mai. E se non so quasi nulla io, di mio padre, figuriamoci i suoi nipoti.
È da questi sogni che ho capito l’importanza di buttar giù queste righe. Di lasciare una traccia indelebile del mio passato, del loro passato. Prima che fosse troppo tardi.

 

 

La maggior parte di cose che ho scritto sono ricordi d’infanzia.

Altri pezzi, che non potevo sapere ma indispensabili per la buona riuscita di questa mia  fatica (come il capitolo sui miei nonni e sulla guerra), li ho strappati sottoponendo mia madre e i miei zii a dei veri e propri interrogatori. Mio padre purtroppo non c’era già più.

Gli articoli di questo blog: Tu e… così sia e Il calcio: la mia più grande passione, sono estratti da due capitoli del libro.
Ad essere sincero non so nemmeno io in che modo ci siano finiti dentro. Probabilmente non ho potuto fare diversamente.
Parlandovi di me stesso era normale che, prima o poi, avrei raccontato la mia storia.
Sì perché, l’ho già detto altre volte, in questo blog racconto le mie passioni.
Ma poi finisce sempre che, a prescindere dall’oggetto (o si dice soggetto?), parlo soprattutto di me stesso.

“Ciascuno di voi ha soltanto una storia. Scrivete la vostra unica storia in molti modi diversi. Non state mai a preoccuparvi, per la storia. Tanto ne avete una sola”

da Mi chiamo Lucy Barton di Elizabeth Strout

Sì. Quanto ha ragione la Strout. In fondo anch’io – nel mio piccolo – in ogni articolo di questo Blog non ho fatto altro che raccontarmi.

Quindi, spronato da Francesco ed Eleonora – il libro l’ho scritto principalmente per loro – ho deciso di pubblicare il primo capitolo della nostra storia.
Mano a mano, intervallati da recensioni di libri e film, troverete i capitoli seguenti.

I passi del tempo

Gennaio 2011

Quando sono con mia madre torno bambino: i problemi quotidiani mi danno una tregua e la vita torna ad essere leggera. Oggi, come allora, chiacchieriamo, giochiamo, ci facciamo i dispetti, come se la vita fosse semplice come bere un bicchiere d’acqua. Semplice come spegnere le poche candeline dei primi compleanni, dopo avere espresso l’immancabile desiderio.

«Te propria restè un ragazzol», mi dice mia madre fingendosi arrabbiata.

Poi però mi asseconda e davvero il tempo non sembra passato. Mi sento leggero come una piuma, ma… è solo un attimo. L’attimo dopo ho di nuovo la testa pesa come un “giarone”, ed il cervello ricomincia a macinare gli stessi vecchi pensieri.

Beh è inevitabile, provate voi a spegnere 47 candeline con un soffio solo. È impossibile. Anche con tutta la volontà e la spensieratezza del bambino che è in me. Che poi così tante candeline nemmeno ci starebbero… non c’e torta che tenga.

Vorrà dire qualcosa no?

Innanzitutto col cavolo che salto i fossi per la lunga. Più probabile una “bella” operazione alla prostata o alle emorroidi…

Per un bambino si è vecchi, per un adulto si raggiunge un’età importante: la piena maturità.

E allora è il tempo di un’analisi, si spera, costruttiva.

Perché avvicinandosi alla cinquantina, c’è chi è costretto a scegliere tra il lastrico e il trionfo (Heinrich Boll in Opinioni di un clown).

Ci sono quelli che non accettano di invecchiare: e allora palestra, parrucchino, creme magiche e lifting.

Chi ha raggiunto finalmente la maturità, e per sentirsi bene gli basta sapere di avere ragione senza sentire il bisogno di dimostrare che l’altro ha torto: ma sono pochissimi.

Chi s’iscrive – per la prima volta – a un corso di yoga, tantra, zen… per ritrovar se stesso!

Poi ci sono quelli – la stramaggioranza – che sono convinti di non poter più cambiare.

«Sono fatto così», ribattono, «con questo carattere ci sono nato, e non posso certo cambiare adesso».

Sono quelli di prendere o lasciare, ed io di prenderli non ci penserei un solo istante, e vorrei ignorarli e lasciarli sguazzare nel loro brodo. Se non fosse che sono i più rumorosi: hanno sempre mille cose da esternare, puntualizzare. Si lamentano di ogni cosa, incolpano sempre qualcun altro o la sfortuna. Hanno tutti i vizi del mondo, sputano sentenze e insultano chiunque gli capiti a tiro. Che poi non è vero che non cambiano. Invecchiando amplificano i loro difetti: diventano più pesi di un testimone di Geova, più acidi di una madre superiora.

Infine ci sono quelli che – avvicinandosi alla cinquantina – sono costretti a scegliere se continuare a vivere prigionieri della paura, oppure liberarsene. Prima che sia troppo tardi.

Io faccio parte di quest’ultima categoria e non me ne vanto. Sì perché ogni giorno convivo con la paura folle e costante di sbagliare, di non farcela; soprattutto nel lavoro. Da quarant’anni mi porto addosso una zavorra di insicurezze, che mi impedisce di vivere serenamente il presente; non vedendo l’ora che sia domani, la settimana prossima, e così via il mese e l’anno.

In questi venticinque anni di lavoro, ogni Natale ho gioito per avercela fatta, e ogni nuovo anno che iniziava avrei venduto l’anima per essere già a dicembre. Senza pensare che in questo modo è la vita che scivola via. Non ho fatto altro che correre, con una frenesia fuori dal comune – che non ho mica tempo da perdere – bruciando così ogni cosa: un pasto, un dialogo… perfino un piacere.

Tuttavia, alla faccia di chi dice che non si può cambiare, per la prima volta sto rallentando. Nonostante la pensione sia un miraggio, sono un po’ più tranquillo.

Ma la paura mica sparisce così. Non basta desiderarlo per sconfiggerla. Quarant’anni non sono noccioline e per adesso diciamo che ce la sto mettendo tutta.

La tengo a bada, ed è già sufficiente per vivere la giornata con più partecipazione: un viaggio, una semplice passeggiata in centro, due chiacchiere con gli amici…

Mi sento per la prima volta incredibilmente empatico, come se sentissi ciò che sentono gli altri.

Non so se riesco a spiegarmi… sono più sentimentale. Se guardo un film, ho la lacrima facile. E lo so che questa è una puttanata, che anche Hitler si commuoveva a guardare un film, rideva come un bambino nel vedere Stanlio e Olio e poi sterminava milioni di ebrei, ma è il miglior esempio che sono riuscito a trovare. Quindi.

È che mi sento più vicino al genere umano, al loro dolore. Perché a volte ti trovi davanti due occhi che come un pugno nello stomaco non riesci proprio ad ignorare. E per sdrammatizzare sorridi… ma quasi piangi tanto ti penetrano dentro.

E poi, inevitabilmente, mi sembra di non avere mai amato tanto la mia famiglia.

Niente di male penserete voi, se non fosse per il rovescio della medaglia: proprio a causa di questa maggiore sensibilità, vivo ogni piccolo problema quotidiano con troppa partecipazione.

Una semplice influenza dei miei figli, un modesto battibecco in casa o nel lavoro diventano piccoli drammi. Mi rendo conto di essere esagerato ma è più forte di me. Un problema che anni prima me lo sarei fatto scivolare come niente fosse, oggi me lo porto addosso per ore.

Almeno potessi incolpare gli ormoni, che so prendermela con l’imminente menopausa, ma no! Non sono mica una donna. E allora rimpiango la spensieratezza che avevo da ragazzo e convivo con i miei rospi nello stomaco.

Capitolo Primo

Ivan

Ok sono peso, a forza di sentirmelo dire; in famiglia, dagli amici, al lavoro… me ne sono fatto una ragione.

Lo sono sempre stato e da bambino, a pensarci bene, ero peso al cubo. Si dirà che tutti i bambini lo sono, è nella loro natura, ma… provate a dirlo a Ivan.

Il fatto è che essendo più grande ha dovuto sopportarmi, e non gli ho mai chiesto scusa. Quindi.

Chiedo scusa a Ivan perché in colonia volevo sempre stare appiccicato a lui; che una volta dalla rabbia che mi aveva lasciato solo, mi sono mangiato quintali di sabbia, piangendo come una fontanella davanti a tutti.
Chiedo scusa a Ivan perché pretendevo sempre che mi prendesse con i suoi amici a giocare. Chiaramente volevo sempre vincere, ritrovandomi perdente a piangere come una fontanella (e due!).
Chiedo scusa a Ivan perché volevo sempre essere al centro dell’attenzione. Non so, se ci mettevamo a leggere… beh, diciamo guardare l’enciclopedia Conoscere, il mio unico scopo era di rompergli le scatole. Che allora non c’era una lira, ma l’enciclopedia era un obbligo.

«Uno strumento indispensabile per i futuri studenti», lo slogan dei vari rappresentanti – porta a porta – di turno. E per sentirsi a posto con la propria coscienza, era naturale credere al venditore, che sapeva che per un genitore l’istruzione dei figli veniva al primo posto.
Eh sì, per vendere, sapevano toccare “le corde giuste”. Anche senza avere, come sembra diventato indispensabile nel nuovo millennio, tre lauree, un Master in Marketing e Comunicazione, e l’attestato dell’ultimo Corso di Vendita e Persuasione con lo Special Trainer di fama internazionale del momento.
Ma la cosa non finiva mica lì, come sempre succede ecco la fregatura. Dopo nemmeno un paio d’anni – in cui non avevi nemmeno finito di pagare le rate – si ripresentava lo stesso rappresentante sorridente con gli “aggiornamenti”: in pratica una nuova enciclopedia.

«Perché il mondo va avanti, così come gli studi e le nuove scoperte di scienziati, storici, matematici, fisici, chimici», ti rimbambiva di nuovo il venditore. Per poi arrivare alla stoccata finale. «Sì insomma ci vogliono gli aggiornamenti… se no i vostri figli non avranno il massimo». Anche senza un Master erano dei bei “bastardi”. La prima volta erano stati ben attenti a sorvolare sui successivi e infiniti aggiornamenti.

In ogni caso Conoscere era una bella novità.

«Da trater bein, cle custeda un occ dla testa» (da trattare bene, che era costata un sacco di soldi), diceva la mamma.

E noi allora, dopo aver scelto un volume a testa, ci mettevamo sul tavolo a “conoscere il mondo”.
Io naturalmente dopo poco mi annoiavo, mica erano poi così interessanti quelle foto. E poi, già un minuto dopo avrei voluto essere altrove… che so in cortile a giocare col pallone.
Me ne stavo comunque lì, con Ivan, e ogni tanto sbirciavo il suo libro. E volete sapere una cosa? il suo era sempre più interessante del mio. Per quanto mi sforzassi di scegliere per primo, non c’era nulla da fare. Il libro scelto da Ivan aveva le foto e i disegni più belli.
E allora giravo le pagine in fretta e furia, nella speranza di scovare, anch’io, qualcosa di bello da far veder a mio fratello.

 

 

«Ia ada i mali! Ia ada ivivi!…» (Ivan guarda gli animali! Ivan guarda gli uomini primitivi!); ogni pretesto era buono per mettergli davanti il mio volume.
Sì insomma rompergli i “maroni” era il mio scopo.
Va bene che ho cinque anni in meno; ma se io avevo quattro anni, Ivan ne aveva nove. E a pensarci oggi non era poi tanto grande.
Che poi a essere preciso io sono nato nel 1964, mio fratello nel 1960. E se la matematica non è un’opinione, ci sono quattro anni di differenza. Tuttavia.
Tuttavia io sono nato verso la fine dell’anno, il 26 novembre; quindi mi piace pensare che sono quasi un ’65. Ivan viceversa è nato all’inizio dell’anno, il 7 febbraio; quindi è quasi un ’59. E si potrebbe dire che ci sono sei anni. Quindi facendo una media, tornano fuori i cinque anni di differenza.

Ok sono peso!!!

In prima elementare ero un disastro. Timido e molto vivace non avevo ancora imparato a parlare bene: molte parole le storpiavo, alcune lettere non le pronunciavo.
Il primo giorno di scuola un incubo.
Ero in classe con Cesare, che abitava nel mio palazzo, nel mio stesso piano.
Io che non sapevo nemmeno parlare, lui che a quattro anni sapeva già leggere e scrivere…
Ricordo il primo giorno di scuola; bambini che piangevano perché volevano la mamma. Ricordo la maestra scuotere la testa quando mi sentì parlare.
Appena iniziato l’anno parlò con i miei genitori, sentenziando che era meglio mettermi in un istituto per bambini con difficoltà: per essere seguito meglio. Fu la prima che nominò, per la prima volta, la parola “dislessia”.
Non mi voleva, assolutamente, e aiutarmi non rientrava nel suo programma scolastico. Molto più facile insegnare a bambini “modelli” come Cesare.

Inoltre, come se non bastasse, iniziai a soffrire di paure assurde, che mi prendevano all’improvviso. Urlavo dal terrore di non vederci più, piangendo con le mani aperte e strette a coprire gli occhi. Altre volte mi convincevo di non essere più in grado di camminare e piangevo disperato.
Con quanta pazienza allora mio padre mi spronava ad aprire gli occhi, mi alzava in piedi a forza, dimostrandomi che le mie fobie erano infondate.
Ho il ricordo di un Dottore che mi visitò e che non la smetteva di far domande.
Non so dire se queste mie paure siano state innescate dall’atteggiamento della maestra . Di certo il non sentirmi voluto non mi aiutò.

Mio padre discusse con il preside, si arrabbiò molto. Alla fine rimasi, ma le umiliazioni e le sberle della maestra – allora i maestri alzavano le mani – me le ricordo ancora. Quel senso di essere sbagliato, diverso, di non essere all’altezza, mi avrebbe segnato per sempre.
Se avessi ripetuto il primo anno sarebbe stata una fortuna?
Probabilmente sì. Qualche parola in più l’avrei saputa e poi avrei cambiato la maestra. Che peggio di così.
In quegli anni era impossibile essere bocciato, e successe che la maestra, per non perdere tempo con il resto della classe “normale”, si dimenticò semplicemente di me. Rimasi isolato e trattato da somaro.

Mi salvò la mia vivacità, la passione per il calcio… mi salvò il mio cortile.

Mentre sono seduto qui, davanti al computer a scrivere questi miei ricordi quarant’anni dopo, accosto l’orecchio al passato, come ai muri della nostra casa in via Vignolese 574, aspettando il richiamo di Sandra.

Ci eravamo trasferiti nel 1967.

Mia madre ripete spesso che quel primo giorno – non avevo ancora tre anni – appena sceso dalla macchina mi misi a correre e attraversai la strada senza guardare le macchine che sfrecciavano a tutta velocità.
Abituato alla campagna e vivace com’ero.
A sentire i miei, furono le prime e ultime botte che presi. Ma su questo avrei da dissentire!
Ed eccolo il nostro segnale, lo sento forte oggi come all’ora: un urlo acuto e stridulo, come un richiamo d’uccelli.
Ho letto che per alcuni tipi d’uccelli, imparare a cantare fa parte del processo di crescita, proprio come imparare a parlare lo è per i bambini.
E a noi due che non sapevamo parlare ancora bene – almeno io – l’istinto, ci aveva donato quel richiamo d’amore. Del resto le parole, che poi vennero, non sono mai state fondamentali. Più importante era toccarci sentirci: la pelle, gli odori…

“L’amore ha parole mute, più trasparenti del fiume” (da L’isola sotto il mare di Isabel Allende.)

Anche oggi, dopo tanti anni, quando penso a Sandra non ricordo tanto il suo viso, i suoi capelli, il suo corpo. Più che vederla la sento. E la sento come allora… non con le orecchie, non è quello. La sento con le mani, la sento con l’olfatto…. Quando penso a lei, sento perfino il sapore dei nostri pomeriggi insieme.

Ma prima di lasciare correre quel bimbo, prima che possa ricambiare il segnale di Sandra e si catapulti letteralmente giù dalle scale, faccio un salto indietro nel tempo. Il piccolo Robby dovrà aspettare. Lo lasciamo lì, appiccicato al muro che dà sulle scale.

 

 

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Sono nato a Modena 53 anni fa, e abito a Formigine. Amo la mia famiglia; i miei due splendidi figli Francesco ed Eleonora; mia moglie Luisa. Le immagini del blog sono principalmente sue. Ho deciso di aprire questo blog per raccontare le mie passioni: libri, film, musica... Lo faccio principalmente per me stesso. Perché mentre mi racconto, verbalmente o per iscritto non cambia molto, mi torno ad emozionare. Come la prima volta. Spero che, nei miei articoli, questo sentimento si percepisca, che arrivi all'eventuale lettore. Dimenticavo due cose. Entrambe rilevanti. La prima: nella vita, chi mi conosce lo sa, da 31 anni faccio "piastrelle". Ogni anno una nuova sfida. Ma vivo la mia professione con passione. L'unico modo a mio parere, per non "impazzire". La seconda: ho un'altra grande passione. Sono tifoso del Modena Football Club 1912... Sì lo so, è una bella "sfiga"! Ma sono nato a Modena, amo la Ghirlandina e il vero amore mica puoi sceglierlo... P.S. Ho messo il nome della mia squadra del cuore per intero, perché oramai, del Modena calcio rimane solo la storia.

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7 pensieri riguardo “I passi del tempo: Primo Capitolo

  1. Forse posso sembrare di parte, che la tua bimba un commento non può lasciartelo sincero, ma voglio essere oggettiva perchè te lo meriti. E quindi, papà, OGGETTIVAMENTE, è tutto bellissimo. OGGETTIVAMENTE traspare il tuo cuore grande e l’amore che metti per ogni cosa fai, dal rimboccare le coperte a me, le poche volte che sono a casa, a fare le tue “piastrelle” a scrivere piccoli frammenti della tua vita. Da quando hai scoperto la “penna” che hai dentro (e non stiamo a puntualizzare che è una tastiera dai, non essere il solito peso!!!) ti vedo più vivo, pimpante. Forse in parte è anche perchè l’hai messa in quel posto a quella stupida maestra che neanche ti voleva portare al circo (magari un giorno racconterai anche di questo episodio) o a quel tuo compagno di classe che si sentiva figo e che, a quella cena delle elementari (O forse erano le medie? Dovrò leggere di nuovo “Tu…e così sia”) si credeva tanto superiore a te. O forse, ancora, è che hai capito tu per primo che non servono vendette perchè vali più di ogni sconfitta. Ma sai che ti dico, citandoti il titolo di un film di Muccino? “Come te nessuno mai”. Sei il più forte papà e, nonostante tutto, ancora il più bello del mondo per me.

  2. Mi associo a Eleonora, questo è sicuramente uno degli articoli più toccanti che hai scritto , prima di tutto perché ti consacra come uno scrittore maturo, capace di trasmetterci emozioni come tu le vivi o le hai vissute ,ma sopratutto perché ti metti in gioco e sveli i tuoi limiti ,segreti e paure più intime , una cosa rara al giorno d’ oggi.
    Chi ti conosce bene come la tua Famiglia non é sorpreso a leggere i tuoi racconti e recensioni cosi come le persone che ti conoscono bene da anni, anche se ci sorprendi ad ogni pubblicazione ,ma tutti quelli che non fanno parte di queste categorie rimarranno sorpresi.
    La cosa più importante per uno scrittore è trasmettere emozioni e lasciare un messaggio e quella che mi hai lasciato durante questo percorso è come sia importante nel corso della nostra vita lasciare testimonianza di quello che abbiamo fatto ,vissuto e provato tramite libri,foto,racconti proprio come stai facendo tu.
    L’ unica possibilità che Dio ci ha dato per dare continuità alla nostra vita sono i nostri Figli e il fatto che loro possano conoscere tutta la nostra storia e l Amore che proviamo per loro ci rende Immortali

  3. Che dire Robbi , sei riuscito a riavvicinarmi alla lettura , erano anni che non mi interessavo a libri o letture “impegnative” se non banali riviste specialistiche .
    Ti ho conosciuto nel lontano 2001 , ricordo ancora col sorriso quella bellissima esperienza a Borgotaro con le polveri da spatolare , una tre giorni infernale professionalmente ma allo stesso tempo divertente per la maniera in cui riuscivamo a sdrammatizzare la sera a cena.
    Ti ho ritrovato da qualche anno frequentandoti tra una prova e l altra e devo ammettere che non c’è limite nel conoscere profondamente una persona , soprattutto se questa persona ha il talento e l umiltà di dare al prossimo la possibilità di entrare nel proprio mondo , cosa assolutamente non da tutti.
    Da padre ( felicemente da 5 anni ) posso solo sperare che mia figlia un domani lasci un commento così su di me , io a differenza tua da quando è nata invece di scrivere ho iniziato a fare maratone e ultra maratone , una maniera come un altra per dimostrargli che nella vita qualsiasi cosa accada bisogna ” andare avanti “.
    Mi hai colpito, non solo con questo articolo , ma con il tuo blog , nel quale ormai sono diventato un frequentatore, scrivo questo commento solo oggi , ma che vuole riassumere in generale questa bellissima esperienza .
    Continua così e soprattutto grazie per la condivisione !!!

    1. Ciao Fabio, più interessi coltiviamo più è intensa e ricca la nostra vita, che sia un libro, un film o una maratona cambia poco…
      Ricordi: “Devi fare ciò che ti fa stare bene… “

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