I passi del tempo: Secondo Capitolo

Marisa

Mia madre è nata il 28 agosto del 1935 al Cantone di Mugnano di Modena. Abitava in via stradello Nava – vicino alla tenuta di Pavarotti – con il papà Emilio, la mamma Ermida, i nonni paterni Giuseppe e Pia, zio Gino con moglie e cinque figli, e zio Antonio con moglie e due figli.
Al Cantone i miei nonni formavano una strana coppia, che tutti chiamavano «la butteglia e al biccier».
Nonna Ermida era alta e magra con una capigliatura scura, detta a “concio”: i capelli cotonati in alto a formare una specie di cipolla.
Nonno Emilio era… fate conto di vedere Charlie Chaplin: moro di bassa statura e con due baffi da sparviero sempre ben curati. La foto che lo ritrae rende l’idea e lascia ai postumi l’immagine di un uomo fiero, che non disdegna un tocco di vanità.

Hanno avuto quattro figli: Marisa (la mamma) nel ’35, Aldino nel ’36, Dimma nel ’37, Giancarlo nel ’39. A quei tempi la mortalità dei bambini era molto alta e i due figli di mezzo morirono al primo anno di vita: Aldino con la meningite e Dimma con il vaiolo.Emilio, nel giugno nel 1940, dopo il famoso discorso del Duce che annunciava la dichiarazione di guerra alla Gran Bretagna e Francia e l’alleanza con la Germania nazista, fu richiamato alle armi e partì per la Liguria.
Non fu facile per nonna Ermida far crescere i due piccolini, in una casa che non sentiva sua, senza il marito e con i suoceri di poche parole e dai modi bruschi.
Quando il 25 Aprile del 1945 finì la seconda guerra mondiale la gioia era tanta, ma la speranza?

Il destino non aiutò per niente la famiglia Pramazzoni.
Emilio tornò a casa ma Ermida, già da un paio di mesi, aveva dei seri problemi respiratori.
Si trasferirono comunque nella canonica della chiesa di Santa Maria del Mugnano. Uno stabile con tre appartamenti. Il più grande era occupato dal parroco con la perpetua, i due più piccoli venivano affittati, e non appena Emilio seppe che si era liberato un appartamento non si fece sfuggire l’occasione. Ci stavano appena, ma per la prima volta erano soli.
Mia madre, appena poteva, si affacciava alla finestra di casa. Poco importa che dava sul cimitero, l’importante era chiacchierare con Susanna.
Si erano conosciute il giorno stesso del trasloco. Marisa, incantata a guardare tutte quelle croci, sentì dire:
«Non devi avere paura e poi dopo un po’ non ci si fa più caso».
La mamma si girò a sinistra e vide una ragazzina con i gomiti appoggiati sul davanzale della finestra, vide per la prima volta Susanna:
«A cosa non ci si fa più caso?».
«Ai morti, ci sono solo quelli».
«Ma io non ho paura».
Per un momento rimasero in silenzio, girandosi entrambe a guardare il cimitero. C’era stato un funerale quello stesso giorno, e i tanti mazzi di fiori catturarono la loro attenzione.
«Sì sì, dicono tutti così, scommettiamo che non ti attenti a entrare nel cimitero di notte?», riprese Susanna. «Beh, non fa niente, vieni giù che giochiamo a nascondino?».
Susanna fu la prima amica di mia madre. Figlia di un maresciallo dei Carabinieri, occupavano l’altro appartamento disponibile della palazzina. Giocavano alla settimana, a nascondino, ma soprattutto con le bambole. Susanna di bambole ne aveva più di una e con i capelli. Marisa nemmeno una fino a quando il padre – che nel frattempo da contadino si era inventato marangoun (falegname) – gliene costruì una di legno. Dei soldi per comprarle vere non ce n’erano. Ma poco importa, per mia madre quella bambola, la Cosetta, era una principessa con tanto di abiti da sera, che le confezionava lei stessa con tessuti pregiati (stracci da buttare).
Finita la terza elementare, la mamma, smise di andare a scuola per aiutare in casa. Tutti i giorni teneva dietro il fratellino, puliva in casa e portava il pranzo a sua madre che lavorava nei campi vicini. Beh vicini… Marisa era solamente una bambina di nove anni e si faceva dai tre ai cinque chilometri a piedi. Fino a quando alla sua mamma – che continuava  a peggiorare – venne diagnosticata una polmonite e poi la TBC, e fu ricoverata in un sanatorio a Pavullo. Morì quattro anni dopo nel 1952, al Ramazzini, un ospedale di Modena. In quegli anni di agonia mia madre la vide una sola volta, poco prima che morisse da dietro un vetro, e dopo tanti anni risentì la sua voce:

«Non piangere Marisin non piangere».

Io non so esattamente come sono andate le cose, se il nonno è stato in guerra un paio d’anni o di più, mia madre non se lo ricorda, e di certo il periodo storico in cui vissero non aiutò.
Ma se non ci fosse stata la guerra la nonna si sarebbe salvata?
Se si fosse strapazzata di meno?
Se fosse andata prima all’ospedale?
Se l’avesse curata il miglior medico del mondo?
Ma con i se e con i ma non si va da nessuna parte. Rimangono riflessioni sterili su ciò che poteva essere ma non è stato, che non portano a nulla e possono anzi essere deleteri. La vita va avanti e rimuginare troppo sul passato può trasformarsi in un alibi per non accettare la realtà. E la dura realtà che si trovarono davanti – mia madre aveva sedici anni, il fratello Giancarlo dodici – non permetteva certo di dilungarsi troppo sul passato.
Nonno Emilio non sempre era pagato e comunque sempre in ritardo. E allora era dura sfamarsi, era difficile per mia madre andare a comprare la farina, il pane, il latte, lasciando sempre da pagare. Una continua umiliazione e vergogna.
Ma era ancora più dura affacciarsi alla finestra.
Marisa provava a resistere ma era più forte di lei. Vedere la lapide di sua mamma la faceva stare male, ma se non si affacciava stava ancora peggio. Sarebbe stato come tradirla, come ammettere che era più facile dimenticarla, per soffrire meno; e alla fine si affacciava di continuo.
Capitava per fortuna, che alcuni contadini di buon cuore davano quello che potevano a quei due orfanelli sfortunati: «Du ov, al pan, la fareina» (due uova, il pane, la farina).
Anche nonna Elvira contribuiva, ignorando di certo che dopo pochi anni quella ragazzina sfortunata sarebbe diventata sua nuora.
La grande famiglia Alboresi si era infatti da poco trasferita da Nonantola a Modena, e proprio a pochi chilometri da mamma, in via Cadiane.
Grande famiglia, dicevo, ma soprattutto numerosa: nonno Berto, nonna Elvira e ben otto figli.
Mezzadri da generazioni vivevano di braccia e sudore. Lavorando la terra, quando il grano si mieteva con la falce sotto il primo sole d’estate, coltivando la frutta e la verdura di stagione, badando e curando le poche bestie che si aveva la fortuna di avere; quando la famiglia del mezzadro era sola a lavorare la terra, ma il raccolto si divideva per due: a metà tra i contadini e il padrone.
Il nuovo sito era di proprietà di Agazzotti. Una delle famiglie più ricche di Colombaro e della provincia.
Giliano – il mio papà – una o due volte la settimana, portava la frutta e la verdura al padrone, e Marisa lo vedeva passare sopra al suo cavallo nero.
Quell’incontro divenne un’abitudine e un piacere irrinunciabile per entrambi. Al punto da aspettarlo con emozione e speranza. Speranza che cresceva, a mano a mano che le prime occhiate sfuggenti si trasformarono in saluto, e poi in un vero dialogo.
Il papà, pur essendo un ragazzo, aveva spesso da ridire col padrone. I conti si facevano una volta l’anno e a loro spettava sempre meno: erano sempre a debito.
«Berto non voglio micca il Rosso a discutere» ordinava Agazzotti al nonno con voce risoluta.
Il fatto è che mio padre pretendeva, figuratevi, di vedere per bene i conti col padrone.
E non aveva tutti i torti.
Se cercate sul vocabolario la parola mezzadria troverete: “Contratto agrario abrogato in Italia nel 1964 in base al quale un colono (mezzadro) coltiva un fondo altrui, dividendo poi i prodotti e gli utili della coltivazione a metà col proprietario. Un sistema che è stato al centro di grandi lotte dei partiti della sinistra e del sindacato della terra a chi lavora che in due sulla stessa terra non si vive…”
Di fatto, questo sistema è sparito nel 1974, con la stipulazione di nuovi contratti, in cui si stabiliva la conversione in contratti di affitto, il passaggio alla proprietà della terra, con diritto di prelazione del mezzadro che diveniva coltivatore diretto.
La storia ha quindi dimostrato che mio padre aveva le sue buone ragioni.
Ma se per la famiglia Alboresi il sudore del proprio lavoro era comunque sufficiente per vivere, non si poteva dire la stessa cosa per i Pramazzoni.

Si stava avvicinando il Natale del 1952, ma per mia madre non c’era nulla da festeggiare.
C’è sempre, per tutti, un momento in cui ci si sente soli come non mai, in cui si vede tutto nero e ci sembra che nulla possa più tornare come prima.
Da adulti questo stato d’animo ha un nome: depressione. Ma per una bambina…
Mia madre la sera del 23 Dicembre, dopo aver preparato quel poco che era riuscita a comprare a credito, dopo aver sparecchiato lavato e sistemato la cucina se ne andò a letto disperata.
Aveva da pochi mesi compiuto 17 anni, e quel Natale senza la sua mamma proprio non le interessava.
Era stata dura far finta di niente davanti a suo padre. Fingere che andasse tutto bene con il fratellino.
S’inventò una scusa e corse nella sua camera che già le lacrime scendevamo copiose sulle guance, piangendo piano piano per non disturbare.
Aveva nevicato molto. A mia madre – come tutti i bambini – era sempre piaciuta la neve. Ma adesso no! Vedere la lapide gelata e ricoperta di neve mentre lei era in casa al caldo era una coltellata.
Quel giorno era entrata nel cimitero più volte per pulire la lapide. Ma non faceva in tempo a entrare in casa e a riaffacciarsi alla finestra che era al punto di partenza. E adesso che era nel suo letto al calduccio si sentiva ancora più in colpa. Più volte pensò di alzarsi per scendere dalla mamma e toglierle tutta quella neve; ma era notte e il nonno non glielo avrebbe permesso.
Si sentì impotente, e pianse per ore. Pensava che oramai faticava perfino a ricordare il viso della mamma. Pensava a Giancarlo che quando la loro mamma era stata ricoverata era solo un bambino e non poteva ricordare quasi nulla. Pensava a prima. A quando erano tutti e quattro insieme e felici.
E mentre piangeva per la sua mamma per se stessa e per  Giancarlo si addormentò.
Accadde un miracolo.
Le apparve la mamma con il viso sorridente avvolto da una luce bianchissima: un viso bellissimo. E pensò che era proprio come la ricordava. Ermida le disse di non piangere, di non preoccuparsi che tutto si sarebbe sistemato e sarebbero stati meglio. Poi le diede un compito per il mattino dopo.
«Prema ca faga dè, prema chi fàghen la ‘Nuveina’ e tott iein ancàra in cà va fora dai Buretti. In fònda a la strèda, ed fianc a la lor cà, lè dala querza a ghè un mocc ed gera, guerda bein per tèra et truvarè desmèla franch.» (Prima che si faccia giorno, prima della Novena e tutti sono ancora in casa vai dai Buretti. In fondo alla strada, di fianco a casa loro, là dalla quercia c’è un mucchio di ghiaia, guarda bene per terra e troverai 10.000 £).
Marisa quella notte si sveglia agitata, ma allo stesso tempo serena; come non le capitava da un po’. Si ricorda di tutto. Si alza e si veste.
Suo padre Emilio la sente.
«Ma in du vèt?» (Ma dove vai?)
«A gò d’ander fora, am saun sugneda la mama, la m’a det d’ander» (Devo uscire, mi sono sognata la mamma, mi ha detto di andare.)
Quella mattina gelida mia madre ha davvero trovato i soldi. Il nonno che l’aveva seguita di nascosto, l’ha abbracciata, e poi ha riso e pianto con lei.

Lo so che sembra impossibile, e ve lo dice uno che non crede nei miracoli. Mi sono sempre sembrati così faziosi, ingiusti. Perché Dio Onnipotente permette che muoiano di fame milioni di bambini senza peccato tutti i giorni, e poi fa apparire dieci mila lire?
Mah… non so cosa dire. So di certo che mia madre mi ha detto la verità. E poi sono testimone della sua purezza d’animo.
Per un po’ sono stati meglio. Intanto hanno passato un Natale più sereno. E poi dieci mila lire era davvero una bella cifra.
Mia madre mi ha spesso raccontato che tutte le sere per anni è andata a letto con la speranza di sognare di nuovo la mamma, ma fino ad oggi non le è mai più capitato.
A duecento metri da casa, sulla strada principale, in via Bellaria (oggi Nuova Estense), c’era un appartamento con sotto un magazzino, che il nonno trasformò nella sua prima falegnameria.
«E al fù acsè ca iàm spatinè per la secanda vòlta» (fu così che traslocammo per la seconda volta.)
E che panorama. Dalla finestra ci si poteva affacciare e vedere passare il mondo: biciclette, cavalli, le prime macchine… altro che le lapidi.

Marisa nella primavera del ’53 iniziò a lavorare per dei signori di Modena.
Tutte le mattine, con una bicicletta vecchia, andava a servire in una casa vicino al Tempio: marito, moglie e due grossi cani.
Il suo compito: portare due volte al giorno a passeggio i cani, assicurandosi che facessero la pipì, che se la facevano in casa erano guai; preparare da mangiare e servire il pasto ai padroni e ai due cani; pulire la casa.
Quando la signora andava a letto per il pisolino pomeridiano rimaneva sola con il marito. Quello sporcaccione se le inventava tutte per vederle le gambe, il seno, il sedere. La obbligava a pulire il pavimento in ginocchio, le faceva pulire gli infissi sulla scala e lui sotto la gonna a guardare.
Ma quel giorno che fu licenziata, non si accontentò di guardare: colse mia madre di sorpresa e le diede un bacio.
Dello schifo che provò nel sentire quella lingua viscida nella sua bocca se lo ricorda ancora. Non aveva mai baciato nessuno e d’istinto gli diede uno schiaffo che risuonò così secco e forte da svegliare la padrona.
«Marisa, Marisa cosa hai fatto, hai rotto un piatto?».
«No, a iò dè un sciaff a cal spurcazzoun ed so marii» (No, ho dato uno schiaffo a quel sporcaccione di suo marito), rispose mia madre.
Non solo fu licenziata senza avere la paga della settimana, venne pure sgridata dal padre.
Al nonno non gli ha mai detto di essere stata molestata. Allora con i padri si tenevano le distanze, si dava del voi, e lei si tenne tutto dentro: compresa la vergogna.

Intanto Contarda e Marisa, sorelle del papà, erano diventate amiche della mamma. La incontravano a far la spesa e si erano accorte di quell’amore che stava sbocciando tra il loro fratello maggiore Giliano e quella ragazza senza madre.
Marisa aveva compiuto 18 anni Giliano 21 ed erano andati oltre ai pochi sguardi sfuggenti: si vedevano ormai regolarmente.
Per la prima volta, come le aveva predetto la mamma, andava meglio, si sentiva spensierata: una ragazza come tante che andava a ballare con il moroso.
Che emozione aspettare Giliano il sabato sera; e poi in bicicletta pedalare fino alla balera di Montale.
Non che fosse una ballerina provetta. Ma poco importa, i passi base glieli aveva insegnati mio padre, bravissimo e instancabile, e allora la mamma, dopo un paio di valzer e mazurche, chiudeva con l’immancabile tango e passava la mano a ballerine più preformanti.
La gelosia certo che c’era, ma più forte era l’orgoglio perché Giliano era solo suo. Le altre ragazze potevano pure ballarci insieme, ma la fidanzata rimaneva lei.
E avevano superato anche la prima grande litigata.
Marisa aveva una paura matta di dare un bacio a Giliano. Le veniva sempre in mente la lingua viscida di quello sporcaccione del vecchio padrone.
E poi nessuno le aveva spiegato come ci si comportava con il moroso.
Quando il papà si avvicinava lei si allontanava, così per settimane. Alla fine, dopo decine di approcci, mio padre riuscì a baciarla e la mamma perse la testa.
«Va via spurcazzoun, te propria come cal vecc schifos» (Va via sporcaccione, sei come quel vecchio schifoso).
Per fortuna mio padre portò pazienza e poi era un testardo, che se gli veniva in mente una cosa non era facile farlo desistere.
«Al fat lè che a me an ma mai insgnè nissun, sa fer in chi ches lè. A cardiva che dabaun i ragasoo i li purtessa la cicogna, che con un bes a s’armagnesa  incinta. An saiva brisa sa fosa giost o sbagliè, al me zii e me nona im given seimper: te magnia, bev e tes» (Il fatto è che a me non mi ha mai insegnato nessuno cosa fare in quei casi lì. Pensavo davvero che i bambini li portasse la cicogna, che con un bacio si rimanesse incinta. Non sapevo cosa fosse giusto o sbagliato. Le mie zie e mia nonna mi dicevano sempre: te mangia, bevi e taci).
Nonna Pia (la nonna paterna) era scorbutica e inacidita da non si sa cosa. È normale che i genitori siano severi con i propri figli, te lo aspetti. I nonni viceversa, anche se sono stati duri con i figli, normalmente si sciolgono – come gelati al sole – di fronte agli sguardi dei nipoti. Beh la mia bisnonna no. Nemmeno con due orfani? No, nemmeno con due orfani.
E una nonna cattiva è una delle cose peggiori che possa capitare a un bambino.
La mamma avrebbe fatto volentieri a cambio con nonna Liduina. Lei sì che era buona, e le poche volte che vedeva i nipotini li stringeva forte, li consolava e gli parlava della loro mamma, di quando era stata anche lei bambina.
Ma Liduina stava a Formigine e non c’era mica la macchina… allora Marisa andava a piedi da nonna Pia. E aveva imparato a non chiederle niente, a non disturbarla; che se no la nonna si arrabbiava. Ma non questa volta, non dopo essere stata baciata da Giliano, troppo grande la paura di essere incinta per non far domande, e una volta presa la decisione corse, senza mai fermarsi, fino a casa della nonna. Lo sbaglio fu prendere il discorso troppo troppo alla larga, e dopo un’esitazione di troppo nonna Pia le urlò:
«Ma csa vot… te magna, bev e tes».

Emilio quell’estate trovò da lavorare a Serramazzoni.
Stava via tutta la settimana con l’eccezione della domenica. Marisa e Giancarlo rimasero a casa da soli; notti comprese. Poi si scoprì che Emilio aveva accettato perché lì vicino lavorava anche la Berta.
Si erano conosciuti da un paio d’anni ed Emilio aveva perso letteralmente la testa.
Il nonno non era il tipo da riuscire a tirare su due figli da solo. La sua idea era di vivere con Berta.
Rimasto vedovo era un pensiero più che legittimo, se non fosse che subì incondizionatamente l’egoismo e i capricci della nuova compagna, permettendole di fare i propri comodi a discapito dei figli. Prima veniva la felicità della nuova compagna.
«La prima moglie è una donna, la seconda è una madonna», diceva sempre mio padre riferendosi alla Berta.
Chi subì le angherie più grosse fu zio Giancarlo, che dopo il matrimonio della sorella rimase solo.
Berta aveva un figlio che trattava come un principe, mio zio viceversa divenne il bastardo.
Insomma una vera e propria perfida matrigna delle favole. Matrigna che si era messa in testa di abitare con il nonno, e se la casa era piccola (cucina, bagno, e una camera e mezzo da letto) mia madre se ne doveva andare: poteva benissimo fare la serva, al suo posto, da dei signori di Modena, notte compresa.
Risolse nonno Berto, che chiese a Emilio il permesso per il matrimonio dei due ragazzi.
Allora era tradizione così, e si trovarono con i futuri sposini presenti in casa Pramazzoni.
Berto disse a Emilio che se voleva tenere ancora la figlia in casa per fare i fatti di casa e crescere il fratello Giancarlo, Giliano avrebbe aspettato. Ma se doveva mandare la figlia a far da serva, perché non ci stava in casa, avrebbero potuto sposarsi anche subito; che del lavoro in campagna ce n’era per tutti.

Fu così che il 2 Giugno 1957 si sposarono, dopo quattro anni d’amore, nella chiesa di San Martino di Mugnano.

Durante l’inizio della cerimonia più volte i pensieri di Marisa corsero alla sua povera mamma: le mancava da morire.
Il parroco celebrava la Santa Messa rendendo omaggio al matrimonio cristiano, alla magia dell’amore terreno, ma… Marisa era distratta. Riviveva con dolore il funerale della sua povera mamma, nemmeno cinque anni prima, e proprio in quella stessa chiesa.
Bastò un lieve tocco di mio padre per destarla, e il sorriso che seguì completò l’opera: fu la miglior medicina contro la malinconia. Il viso di mamma s’illuminò. Stava per coronare il suo sogno, sposare Giliano; e niente e nessuno al mondo le avrebbe rovinato quella giornata.

Il pranzo di nozze fu fatto in casa Alboresi.

«Sott al pordegh tachè ala stala… e in du psiven ander» mi dice la mamma (Sotto il portico, attaccato alla stalla. E dove potevamo andare)

La nonna Elvira porta suo figlio Giliano alle nozze

Da sposati sono rimasti nella grande famiglia Alboresi.
A nonno Berto, nonna Elvira, Duilio, Vilmo, Enzo, Contarda, Deanna, si aggiunsero i nuovi sposini (Tonino il fratello maggiore si era da poco sposato con Anna ed era uscito di casa, così come Marisa a sua volta sposata con Tonino Bavutti).

«Veh sposa la vaga a pester al fein… veh sposa la vaga a monzer» (ve sposa vada a pestare il fieno e a mungere), diceva nonno Berto.
Ma la mamma, pur essendo volenterosa, non sarebbe mai diventata una brava contadina, non c’era portata, che ogni volta che provava a mungere la vacca veniva scalciata e il secchio si  rovesciava.
E allora nonna Elvira, che trattò da subito la nuora come una figlia, trovava il modo di calmare Berto e lo convinceva a cambiarle lavoro, che in una famiglia così numerosa qualcosa da fare si trovava sempre:
«Veh sposa la vaga ad aiuter la resdora in cà» (ve sposa vada ad aiutare la mia sposa in casa), ordinava allora il capofamiglia.
Mia madre si era sposata incinta ma il suo primo bimbo morì durante il parto. Allora era usanza partorire in casa con l’aiuto di una levatrice, e sopraggiunsero delle complicazioni.
«In un ospedale Maurizio sarebbe nato», furono le poche parole che si sentirono dire i miei genitori dal dottore.
E in questo caso, chissà io dove sarei?
Non mi hanno sempre detto che volevano due figli? …

 

 

 

 

 

 

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Sono nato a Modena 53 anni fa, e abito a Formigine. Amo la mia famiglia; i miei due splendidi figli Francesco ed Eleonora; mia moglie Luisa. Le immagini del blog sono principalmente sue. Ho deciso di aprire questo blog per raccontare le mie passioni: libri, film, musica... Lo faccio principalmente per me stesso. Perché mentre mi racconto, verbalmente o per iscritto non cambia molto, mi torno ad emozionare. Come la prima volta. Spero che, nei miei articoli, questo sentimento si percepisca, che arrivi all'eventuale lettore. Dimenticavo due cose. Entrambe rilevanti. La prima: nella vita, chi mi conosce lo sa, da 31 anni faccio "piastrelle". Ogni anno una nuova sfida. Ma vivo la mia professione con passione. L'unico modo a mio parere, per non "impazzire". La seconda: ho un'altra grande passione. Sono tifoso del Modena Football Club 1912... Sì lo so, è una bella "sfiga"! Ma sono nato a Modena, amo la Ghirlandina e il vero amore mica puoi sceglierlo... P.S. Ho messo il nome della mia squadra del cuore per intero, perché oramai, del Modena calcio rimane solo la storia.

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