I passi del tempo: Terzo Capitolo

La città

Dopo un paio d’anni, nell’ottobre del 1958, tutta la famiglia Alboresi si trasferì a Modena, in via Fossa Monda e a pochi chilometri dal fiume Panaro. La campagna non bastava più a sfamare la famiglia.
Mio padre provvisoriamente fece il muratore, poi l’operaio in una fabbrica di trattamenti termici.
La nuova casa non era molto grande, e quando zio Wilmo sposò Mirella tutti non ci stavano. Furono i miei genitori ad adattarsi, spostandosi in un piccolo appartamento a piano terra. La stanza da letto rimase al secondo piano.
In quegli anni di miseria era dura per una giovane sposina affrontare i tanti problemi di convivenza con la nuova famiglia; e poi si sa che tra donne non è sempre facile andare d’accordo, e a rimetterci fu mia madre che è sempre stata ingenua come una bambina. Sento ancora le parole di mio padre che la prendeva in giro:

«Te propria neda da na buteglia et murirè in un bicier» (Sei proprio nata in una bottiglia e morirai in un bicchiere).

Ma mia madre sarà anche ingenua  ma non è stupida, e le cose che contano le capisce bene e sa raccontarle:
«Che to peder l’aviva apeina truvee da lavurer in officina ma tot i sold a li deva in cà al papà Berto, e quand andeva a fer la spesa am sintiva dir che la Mirella liva lasè da pagher. La mama Elvira, che per me le steda na mama, l’am giva: “U ciò iein mi fioo tot du”. E me, cun cal po’ ca ghiva a pagheva anch i so debit: grapa e sigaratt cumpres. E po’ nueter a magneven al salam, le puvreina, al parsot» (Che tuo padre aveva appena trovato da lavorare in officina ma tutti i soldi li dava in casa al papà Berto, e quando andavo a fare la spesa mi sentivo dire che la Mirella non aveva pagato. La mamma Elvira, che per me è stata una mamma, mi diceva sempre: “sono miei figli tutti e due”.

Nel 1961 Wilmo e Mirella uscirono di casa, e da un certo punto di vista andò meglio. Meno discussioni, che quando nonna Elvira preparava da mangiare a Mirella non le andava mai bene niente; ma Wilmo lavorava in banca, e il suo stipendio in una famiglia così numerosa faceva comodo. Non fu facile per nonno Berto sfamare la famiglia. La miseria si sentiva eccome.
Per racimolare un po’ di soldi mia madre confezionava grembiuli da cucina e vestagliette con la macchina da cucito della Contarda, che si era sposata e aveva lasciato anche lei la casa. Quella famosissima Singer, abbandonata da mia zia, divenne per mia madre lo strumento di lavoro più longevo di tutti. Longevo: non so se questa parola si può usare anche per un oggetto; ma poi se anche NO se anche non si potesse usare non me ne frega niente, dal momento che è giusta per me. Dal momento che la Singer dopo cinquant’anni è ancora lì nella cameretta della mamma e pronta per fare gli orli dei miei pantaloni, e di Ivan, Francesco, Eleonora e mia nipote Francesca. Dal momento che alla Singer le vogliamo tutto il bene del mondo.

Ma la mamma mica confezionava solo vestiario.
Con un carriolino andava a prendere parti di fiori di plastica in una azienda vicina per poi comporli come lavorante a domicilio. Prendeva una miseria, ma sempre meglio che niente.
Un altro lavoro era comporre le classiche lucine dell’albero di Natale e del presepe; l’aiutava anche nonna Elvira, ben felice di arrotondare.
«U cio stem las i sold per la speisa, can ghnè piò, quand i peghen Enzo a ti dagh indree (Veh se mi lasci i soldi per la spesa, che sono finiti, quando pagano Enzo te li do indietro), diceva Elvira. E mia madre che ha sempre considerato la suocera, una mamma, non aveva obiezioni.
«Porta pazinzia», la tranquillizzava mio padre la sera, «che la mama la gà tanti bàchi da sfamer» (Porta pazienza, che la mamma ha tante bocche da sfamare).

Erano già capitate un sacco di cose: nel 1960 era nato Ivan, e poi il 26 novembre 1964 ero nato anch’io, lo stesso giorno dello zio Tonino ma 39 anni dopo.
Purtroppo ho il rammarico di non aver fatto in tempo a conoscere nonno Berto che morì il 17/05/1963.

Nonno Berto, Elvira, mamma, Deanna e Ivan

Il 14 novembre del 1965 si sposò anche Enzo con Lina. Per la famiglia fu uno scossone: se ne andarono con loro anche la nonna e zio Duilio.
Due anni dopo fu la volta della Deanna, che si sposò con Nino.
Rimanemmo noi quattro da soli.

In molti si ricordano, anche attraverso immagini televisive di repertorio, dell’alluvione del centro storico di Firenze (4 novembre del 1966); ma l’alluvione non colpì solo l’Arno, noi abitavamo vicino al fiume Panaro, dove adesso c’è l’ipermercato I Portali, e la nostra casa, così come la campagna intorno a noi, fu sommersa per giorni dalle acque che traboccarono dal bacino del Panaro.
L’acqua riempì la cucina e noi ci rifugiammo al secondo piano. Fu Enzo a salvarci con un barcone.
Io naturalmente non ricordo e mi hanno spesso ripetuto che non mi trovavano più, che mi ero nascosto in bagno piangendo come una fontanella.
Aprirono porta e finestre per far uscire fuori l’acqua. Poi arrivò il comune a pulire i muri con un getto d’acqua pulita. L’unico aiuto che avemmo.
La puzza di muffa e l’umidità non se ne andarono più via.
Con l’alluvione in pratica avevamo perso tutto, anche la prima seicento di mio padre.

 Sandra e il cortile

Nel novembre del 1968 ci trasferimmo in via Vignolese 574, nel quartiere Sant’Agnese; allora si traslocava per la festa dei morti.
Ed eccolo lì, il piccolo Robby, attaccato al muro della nuova casa. Finalmente può rispondere al segnale di Sandra e buttarsi letteralmente giù dalle scale.
Quarant’anni e passa fa e a tre piani dal suo cortile, dove tutto diventava possibile; il corrimano delle scale si trasformava in un fantastico scivolo, un bastone diventava una spada, una pietra diventava un diamante, un albero un castello, un sasso un pallone.
Niente nel mondo che verrà potrà più competere o anche solo avvicinarsi all’emozione di quelle prime volte.
Le prime rincorse a rotta di collo giocando a nascondino. La prima volta che Ivan mi ha portato a giocare a calcio, con i ‘grandi’ e in un vero campo d’erba. Il primo goal segnato tra le grida dei compagni di classe. Le prime uscite con la bicicletta di mamma; che ero così piccolo che dovevo scendere dal sellino per pedalare. Cadevo a ogni curva, ma… niente male!
Con Sandra inventavamo mille giochi.
Io ero il re di un regno fantastico e lei la regina. L’attimo dopo Sandra veniva rapita da una tribù d’indiani assatanati e io mi trasformavo in Robby Sparalesto che faceva secco ogni pellerossa e la salvava. Oppure, sotto soli cocenti, uragani di pioggia e bufere di neve scappavamo da mostri a tre teste che non ci davano tregua.
Altre volte fingevamo semplicemente di essere grandi. Io andavo a lavorare e per un po’ non mi facevo vedere; poi, sfinito da una dura giornata di lavoro, tornavo da Sandra che intanto aveva preparato la cena.
Sandra un po’ più bassa di me, bionda-castana, con la frangetta e i capelli sciolti che le arrivavano sulle spalle. Scura di carnagione, occhi neri e furbi da cerbiatto, naso a patata.
Sandra che non si vergognava e non aveva paura di niente.
Dovreste provare cosa sentivo quando ero con lei. Dovreste essere me e allora capireste. Sentireste il sapore dei nostri pomeriggi insieme: un odore forte, acre, intenso. Un misto di sudore e di sporcizia. L’odore pungente dei nostri corpi sudati che si abbracciavano. Della polvere che si alzava, quando ci rincorrevamo in cortile.
Dello stesso millesimo, Sandra era nata otto mesi prima, a marzo, e si vedeva. Tra i due era la più forte. Io la battevo alla lotta, nella corsa, con la palla, ma non bastava.
Inseparabili, eravamo sempre insieme; il cortile e ogni corridoio che portava alle cantine, il nostro regno.

«Facciamo il gioco della forza?»

Era sempre lei a chiedermelo, e a me andava sempre.
Il fatto è che i nostri corpi già dall’età di quattro anni si cercavano, si confrontavano, sentivano il bisogno di toccarsi, di sfregarsi insieme…
Non ricordo quando iniziò, né in che modo. Lo chiamavamo il gioco della forza. Per andare alle cantine c’era un corridoio stretto e lungo. Ci mettevamo nell’angolo più nascosto e buio. Poi univamo i palmi delle nostre mani tenendo le braccia tese in alto, e facevamo a chi aveva più forza, a chi gli cedeva prima le braccia. Ero io a vincere. Era lei a cedere, ad essere schiacciata contro il muro
E ci abbracciavamo. E rimanevamo appiccicati. E sfregavamo i nostri corpi per tutto il tempo che ne avevamo voglia.
Penso a quei momenti e li associo all’inverno, alla pioggia. Era ancora meglio stringerci.
Per un bambino è facile amare il sole, l’estate, i prati.
Ma la pioggia?
Io amo la pioggia forse più del sole. Gli attimi che precedono il temporale, quando il cielo si spegne e le nuvole sono cariche di pioggia; che già si sente in bocca il sapore della polvere che si alzerà dalle centinaia, migliaia di gocce d’acqua, che formeranno pozzanghere, ingrosseranno i fiumi, disseteranno i campi, la natura, l’uomo. Il cielo diventa grigio, quasi bianco, e ti si appiccica addosso una strana sensazione di malinconia, dolorosa ma allo stesso tempo eccitante, misteriosa e arcana, come i ricordi d’infanzia.
Mentre si vive un particolare momento della nostra vita non c’è dato di sapere l’importanza che potrà avere per noi nel futuro. Si vive e basta.
È a causa di Sandra che probabilmente amo tanto la pioggia. E la malinconia che con la pioggia s’impossessa di me, diventa un tutt’uno con la malinconia di Sandra.
Era ancora meglio stringerci col freddo, con la nebbiolina, col picchiettio della pioggia.
Senza neanche parlarne avevamo capito entrambi che era meglio non farci vedere. Se sentivamo un rumore, dei passi, smettevamo di colpo, e in un baleno correvamo in cortile.
Avevamo di certo un santo protettore perché non ci scoprì mai nessuno.

Nel vangelo di Giovanni è scritto:

“In principio era la parola
e la parola era presso Dio
e la parola era Dio…”

Per noi in principio erano i nostri corpi stritolati come una cosa sola. In principio era la nostra carne, il bisogno urgente dei nostri corpi d’appiccicarsi.
I nostri sensi avevano scelto per noi.
Se il Dio della pioggia è l’abbraccio tra me e Sandra, il Dio del sole è il nostro rincorrerci, i nostri giochi, le nostre risate, saltellare e rincorrerci in cortile.
Sandra che riempiva i muri del cortile di cuoricini con le nostre iniziali (ci saranno ancora?).
A volte pretendeva di stare ore a baciarmi davanti a tutti, le sue labbra appiccicate sulla mia guancia.
Io che ero il più timido fingevo di arrabbiarmi; in realtà mi sentivo orgoglioso e invidiavo la sua intraprendenza.

Nel cortile, oltre a noi, c’erano altri bambini: Patrizia, la sorella di Sandra e più grande di due anni, Cesare e sua sorella Antonella, Chiara, Daniela e Claudia, figlie del pasticciere.
Cesare ed io eravamo gli unici maschi in un cortile pieno di femmine. E se poi consideriamo che Cesare era il classico secchione, il primo della classe ma imbranato nei giochi di cortile – io scalmanato che a tre anni andavo già in bicicletta, lui che a nove anni usava ancora le rotelline; io che appena potevo stavo in cortile, lui che preferiva leggere in casa – è chiaro che in quel mondo non avevo rivali.
A volte giocavamo al gioco della bottiglia. Ricordo ancora il terrore di dover baciare Daniela sulla bocca. Aveva l’abitudine di bagnarsi le labbra con la propria saliva, giusto un attimo prima di baciare: vomitevole.

 

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Sono nato a Modena 53 anni fa, e abito a Formigine. Amo la mia famiglia; i miei due splendidi figli Francesco ed Eleonora; mia moglie Luisa. Le immagini del blog sono principalmente sue. Ho deciso di aprire questo blog per raccontare le mie passioni: libri, film, musica... Lo faccio principalmente per me stesso. Perché mentre mi racconto, verbalmente o per iscritto non cambia molto, mi torno ad emozionare. Come la prima volta. Spero che, nei miei articoli, questo sentimento si percepisca, che arrivi all'eventuale lettore. Dimenticavo due cose. Entrambe rilevanti. La prima: nella vita, chi mi conosce lo sa, da 31 anni faccio "piastrelle". Ogni anno una nuova sfida. Ma vivo la mia professione con passione. L'unico modo a mio parere, per non "impazzire". La seconda: ho un'altra grande passione. Sono tifoso del Modena Football Club 1912... Sì lo so, è una bella "sfiga"! Ma sono nato a Modena, amo la Ghirlandina e il vero amore mica puoi sceglierlo... P.S. Ho messo il nome della mia squadra del cuore per intero, perché oramai, del Modena calcio rimane solo la storia.

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