I passi del tempo: Quarto Capitolo

Estate

Ma se è vero che ho sempre amato la pioggia era l’estate la mia stagione preferita. Finalmente finiva la scuola e con lei svanivano i pensieri, così come i compiti da fare a casa. Tre mesi di pacchia da passare sempre in cortile. Giocare con Sandra e con gli altri, a rincorrerci dalla mattina alla sera.
Il massimo era giocare a calcio, rubar palla scartare tutti e segnare GOOOL!
Non mi teneva testa nessuno. Della compagnia di noi piccoli, che con Ivan e i suoi amici era tutta un’altra storia; ma loro erano più grandi e quasi mai giocavano con noi.
Ma la palla, per mia disgrazia, mica sempre c’era. Sopra il muro che delimitava il nostro condominio con quello a fianco c’erano dei punzoni di ferro appuntiti e maledetti: quante palle mi hanno bucato, e quanti pianti mi sono fatto, sapendo di dover attendere settimane prima di ricomprarla.

Ecco la classifica dei miei giochi preferiti:

1. Calcio e tutto ciò che aveva a che fare con la palla: Pallavolo, Palla avvelenata, Palla prigioniera, Pallacanestro.
2. Nascondino.
3. La bicicletta: che all’occorrenza si trasformava in moto o cavallo .
4. Pattinare: con i miei pattini riciclati, che neanche in guerra. Andavamo nel piazzale delle scuole elementari, poco importa che fosse proibito e si dovesse scavalcare il cancello, troppo bella la strada asfaltata e liscia come l’olio, perfetta per le nostre gare. Naturalmente vincevo io, sempre che non perdessi i pattini, che si slacciavano due volte su tre e facevo ogni volta voli da massacrarmi.
5. Le gare di corsa.
6. Rubabandiera.
7. Strega comanda color, le belle statuine, un due tre stella, Pepito di Maiorca, il gioco dei mestieri: ad exequo.

Pattinando ma soprattutto in bicicletta – m’ero messo in testa di fare le acrobazie senza tenere le mani sul manubrio – cascavo di continuo sbucciandomi i gomiti e le ginocchia, per non parlare delle botte in testa. Finché non compariva il sangue non avevo nulla da preoccuparmi ma se sanguinavo erano dolori; e che divertimento per il condominio assistere alle medicazioni. Un rito che si ripeteva ogni estate davanti a tutti; quando il condominio usciva di casa con sedie e tavolini a rifugiarsi in cortile. Non che ci fosse fresco, ma sempre meglio di stare chiusi in quegli appartamenti trasformati in forni: mica c’era l’aria condizionata.
La mamma mi disinfettava con quintali di alcool. Sempre che riuscisse a prendermi, perché io non ero proprio d’accordo e scappavo ogni volta strillando come un matto. Chi non s’è mai disinfettato con l’alcool non può capire. A parte che non credo che allora, come dice mia madre, non esistesse un comune disinfettante. Vi assicuro che quel bruciore sulla ferita aperta era dieci volte peggio che farsi una puntura; e per me una puntura era come prendere un calcio nei maroni: hai voglia che mi dicessero di rilassarmi.
Una volta che mi aveva agguantato mi tenevano stretto in tre, e se le mie urla triplicavano le risate di chi aveva la fortuna di vedere questa scenetta si facevano altrettanto rumorose.
Sì sono convinto che nemmeno dei comici nati avrebbero fatto meglio di noi; nemmeno Raimondo Vianello e Sandra Mondaini avrebbero fatto ridere tanto. Ma io mica ridevo.
A fine serata, dopo aver corso e giocato da sfinirmi ed ero cotto a puntino, mi sedevo con mamma ad ascoltare le chiacchiere dei grandi. Mi piaceva ascoltare le loro storie, quando arrivava il buio e il sonno e la mamma mi prendeva in braccio e mi coccolava.

La mattina ero un pelandrone e mi piaceva stare a letto il più possibile.
Ma ogni volta, quando le grida dei miei amici mi svegliavano, mi pentivo di aver dormito tanto, mi dispiaceva scendere in cortile per ultimo, che chissà quanti giochi m’ero perso.
Come quella mattina:
«ventisette, ventotto, ventinove e trenta chi è dentro è dentro e chi è fuori è fuori… era ora che arrivassi», mi disse Patrizia finita la conta quando mi vide. «Siccome sei arrivato per ultimo tocca a te a contare».
«Va bene, tanto vi becco tutti», risposi iniziando a mia volta a contare.
La tana era la porta della cantina di Chiara, posizionata nell’angolo tra i garage e la palazzina della casa di fronte al nostro palazzo.
Finita la conta, un attimo a guardarmi attorno e poi dritto filato verso il pianerottolo delle cantine, prima a destra – verso la cantina di Sandra – e poi a sinistra. Per perdere meno tempo possibile, per tanarli avevo il mio sistema: correre come un matto. Ma non sempre funzionava.
E anche quella volta sentii dei passi rumorosi e… «tana Patrizia». Cavolo una era andata. E non avevo trovato ancora nessuno. Rischiai tutto e puntai verso le scale: niente. Uscii allora dal portone di casa, in strada; sulla mia sinistra, nascosta dietro una macchina parcheggiata, vidi Antonella partire a razzo. Di due anni più grande, mi dava del filo da torcere.
Sulle scale ero ancora in vantaggio. Sul pianerottolo delle cantine ero ancora, un pochino, in vantaggio. In cortile e oramai affiancati, vidi anche Cesare che correva verso la tana; due piccioni con una fava, pensai. Eravamo tutti e tre vicinissimi e a pochi metri dalla tana quando con un balzo mi buttai allungando il braccio al massimo e toccando per primo la porta.
«Tana Antonella e tana Cesare».
Se non mi facevano tana per tutti, sarebbe stata Antonella a contare. L’avevo chiamata per prima, avevo deciso così e sapevo che me l’avrebbe fatta pagare. Antonella era più pericolosa di Cesare; non avrebbe accettato serenamente di perdere da un bambino più piccolo, ma poco importa.
C’erano rimaste Sandra, Chiara e Daniela.
Stavolta girai a destra, dalla parte del cancello del cortile, sulla via vignolese e in direzione chiesa. Non vidi nessuno, ma non feci in tempo a tornare indietro che sentii Sandra e Chiara che si tanavano.
Mancava solo Daniela.
«Dove cavolo si è nascosta?», pensai.
A nascondino non basta solo correre forte.
Io ero istintivo. Pochi calcoli per intenderci. Non ero tra quelli che quando contano hanno paura e non si allontanano mai dalla tana. Io corro a mille, cercando di qua e di là come un forsennato.
Qualcuno è chiaro che mi scappa, ma la maggioranza li becco.
Quella mattina ne mancava solo una, ma avrebbe potuto fare Tana per tutti, era la regola del gioco e io avrei perso, e avrei dovuto ricontare.
Bisognava pensare e rallentare, essere meno impulsivi. In pratica dovevo agire contro natura. La mia di natura che anche oggi corro a mille, anche oggi non sono capace di andare piano, di rilassarmi. Brucio e mi divoro ogni cosa a una velocità e un’intensità fuori dalla norma. Un pasto, un divertimento o una partita di calcio cambia poco: sempre al massimo. Ma se si hanno otto anni è accettabile. Tutt’altra storia se si è vicini ai cinquanta. Tutt’altra storia quando, dopo una dura giornata di lavoro, vado a fare un calcetto – ahimè per il calcio a undici me ne sono fatto una ragione – e parto ancora come un razzo non risparmiandomi come quando ero bambino. Risultato: poco dopo mi trascino in campo come un cadavere. Poi, per i due giorni successivi zoppico e vado via di traverso, come se mi avessero preso a bastonate, subendo e accettando le sghignazzate dei miei colleghi di lavoro: «Sei andato a giocare a calcio eh?».
«Figh e mlaun i han la so stagiaun» (fichi e meloni hanno la sua stagione), mi ripete mia madre ogni volta che mi vede zoppicare.
Come darle torto?
Ma allora ero solo un bimbo, e come tutti i bimbi era normale che corressi.
Tuttavia quella mattina rallentai. Me ne stavo stranamente tranquillo davanti alla tana e mi fermai a pensare.
Tra tutti Daniela era la più lenta.
«Dove potrebbe essersi nascosta?», pensa Robby pensa, «intera com’è che la supera perfino Cesare. Si deve essere nascosta in un posto sicuro ed è capace di rimanere nascosta per un sacco di tempo senza muoversi. Mah! Roba da matti. Allora vediamo dove potrebbe essere… sicuramente in un posto nuovo, che se no l’avrei già trovata. Nel bar dei suoi genitori? No, è difficile, suo padre non ci vuole lì a giocare e si arrabbia».
È vero che non ero un gran pensatore ma quando mi ci mettevo m’impegnavo eccome, che mi spremevo le meningi all’inverosimile.
«Che si sia nascosta nel laboratorio della pasticceria?»
Mi si accese una lampadina, e schizzai come un razzo.
Il laboratorio era nel corridoio di fianco alla mia cantina. A dire il vero l’ingresso principale era sulla strada, di fianco al bar, ma c’era un ingresso secondario con una porticina che in estate era sempre aperta per combattere il caldo, proprio alla destra della mia cantina. C’erano due motivi per cui quella porta era spesso nei miei pensieri.
Il primo motivo era molto piacevole.
Capitava che il pasticciere, all’insaputa del proprietario, mi desse gratis delle paste da mangiare, e allora un sacco di volte passavo davanti alla porta con l’acquolina in bocca.
Il secondo motivo era tutt’altro che piacevole.
Uscivano da sotto la porta decine e decine di scarafaggi, che poi entravano nella mia cantina. Di giorno era più difficile vederli, ma di sera e di notte quando andavo in cantina e accendevo la luce erano dappertutto, e si nascondevano in ogni fessura o nascondiglio. Mi facevamo proprio schifo ed era a loro che pensavo quando corsi a vedere se c’era Daniela.
Come previsto la porta era mezza aperta. Mi avvicinai piano, piano. Sentivo il pasticciere che parlava con qualcuno e… tombola!
Far tana a Daniela fu un gioco da ragazzi.
Avrebbe fatto la conta Antonella che mi guardava con un sorriso per nulla rassicurante.
Sapevo che pur di tanarmi per primo avrebbe fatto passare tutti gli altri.
Appena iniziò a contare mi nascosi veloce come un razzo sul tetto dei garage. Normalmente ci salivo passando proprio dalla porticina della tana – sul lato destro del muro c’era una rientranza perfetta per infilarci il piede e darsi la spinta per arrampicarsi – ma Antonella stava contando proprio lì e non potevo passare. Mi feci aiutare da Sandra. Con le mani mi fece la scaletta e riuscii ad aggrapparmi al tetto di catrame dei garage, rimanendoci appeso con le gambe penzoloni; poi, un attimo prima che Antonella finisse di contare con la forza delle braccia e l’aiuto di Sandra che spingeva in su i miei piedi salii sul tetto.
Dopo di che fu un gioco da ragazzi, aspettai di essere l’ultimo e non appena Antonella si allontanò scesi dal tetto e urlai a squarciagola: «tana per tutti.»
Non le ho mai detto dove mi ero nascosto.

Un’altra cosa che mi piaceva era scavare buchi profondissimi.
Ai bambini non importa sporcarsi, ed io quando giocavo mi buttavo per terra che era un piacere.
Un po’ meno, ne sono sicuro, il piacere di mia madre nel lavarmi dalla testa ai piedi; ma io, allora, non stavo di certo a pensare alle tribolazioni di mia madre.
Perciò eccomi lì nel mio cortile a metterci tutto me stesso nel fare un buco: allora il cortile non era mica asfaltato. Scavavo con ciò che trovavo: un bastoncino, una pietra, ma soprattutto con le mani. Con le ginocchia nude era bello trovare sottoterra un sasso sapendo che, una volta tolto di mezzo, mi si apriva sotto una voragine. Mia madre per un po’ portava pazienza, poi quando mi vedeva melnetto da capo a piedi mi mandava in casa a lavarmi. E quando tornavo giù, avevo sempre una parte di me ancora sporca: un ginocchio, un gomito, il collo, che anche a lavarmi ero veloce come un lampo. Succedeva così che la mamma mi rimandasse su a lavarmi.
Mi ricordo che una vota sarò andato su e giù a lavarmi quattro cinque volte, e sono sicuro che non ero pulito perfettamente nemmeno quell’ultima volta.

Il fatto è che mi avevano detto che sotto il cortile c’era il mare: ma io mica l’ho mai trovato.

 Venerdì 29 luglio 2011

Questa sera torno al presente, e che bel presente: le ferie di agosto. Stacco due settimane dalla Ceramica. Ci vuole perché sono un tot stressato. È che sono imballato di lavoro, e sto portando avanti mille cose diverse.
Innanzitutto le nuove serie per il Cersaie 2011 – da curare nei minimi dettagli – e contemporaneamente produciamo articoli di “terzi”.
Quello del “terzismo” potrebbe sembrare un compito semplice, ma in realtà spesso mi capita di perdere più tempo ed energie rispetto al mio stesso marchio. Intanto, per lo più, si tratta di progetti che devo portare avanti da zero. Mi danno un argomento di massima da realizzare in gres porcellanato – che so… un’imitazione di una pietra o un marmo o un legno o un cemento – dopo di che lo sviluppo del progetto diventa un mio problema. E poi i clienti pretendono, giustamente poiché pagano, la massima ricercatezza estetica e cromatica, la giusta materia, la superficie più adatta. E allora farmi firmare il prototipo di laboratorio, da tenere come campione di riferimento per la produzione, non è per niente facile.
«La pietra è più naturale, ha una materia che non riflette la luce, un colore beige neutro e non verde o rosa», mi fa notare il cliente. Ed io certo che lo vedo, ma non sono mica il creatore… che come mamma natura non c’è niente!
Poi dopo altre snervanti prove e settimane di lavoro troviamo un compromesso.
Per fortuna per due settimane stacco – o almeno ci provo – e domani mattina andiamo tutti e quattro a Sestri Levante. Speriamo nel sole e che ci siano delle belle spiagge.
Che sia stressato lo dimostra questa mia digressione, non era programmata. Tuttavia…
Tuttavia è meglio pensare alle vacanze; ai miei bimbi cresciuti, che quando erano piccoli era facile farli divertire. Bastava fare il bagno in mare o in piscina. Mi trasformavo in un pesce spada e via a inseguire i miei due pesciolini.

                                                 Estate 2003 il pesce spada Hobby si divora il pesciolino Elly

Oppure giocavamo con il secchiello e la paletta e si costruiva un castello di sabbia o si faceva un bel buco a cercar l’acqua.

                                                                             Estate 1988 Francesco con il suo secchiello

Anche se a voler essere sinceri, allora come adesso, ero io quello del secchiello e della paletta e non i miei bimbi. Beh comunque funzionava, questo è certo.
Prendiamo anche le carte, che pinnacolo piace a tutti e quattro. E poi c’è sempre la palla. E poi siamo in vacanza!
Viene anche Francesco, è da un bel po’ che non capita e sono contento.
È che sono un po’ preoccupato per Franci.
Gli voglio un bene dell’anima ed è chiaro che vorrei che fosse felice. Si è da poco lasciato con Roberta, e non è stato facile. Si vede.
E poi ha interrotto anche l’Università. Me n’ero accorto che qualcosa non andava. Eccome…
Quando gli chiedevo degli esami s’innervosiva, e poi non lo vedevo mai studiare. Era sempre al computer a giocare, specialmente ai “giochi di ruolo” (si chiamano così?). Mi sembrava che non andasse da nessuna parte. Il lavoro al Bingo lo impegnava tre quattro sere alla settimana, ma con orari che non potevano aiutare un universitario: finiva alle tre del mattino.
Ho più volte insistito che lasciasse il lavoro, per essere più concentrato negli studi; ma lui non era d’accordo e, come ho detto, era spesso nervoso.
Fino a che non ha ammesso che non gli piaceva studiare – beh quello era evidente – , che si era iscritto all’Università per noi.
Sono stato contento quando finalmente me ne ha parlato. Gli ho risposto che non si può frequentare l’Università tanto per fare, che non si deve studiare per i genitori; che se si fosse laureato ne sarei stato orgoglioso, ma deve sceglierla lui la sua vita e se non si laurea mi dispiace, ma più importante è la sua felicità.
«Franci io sarò sempre con te, se non vuoi studiare non è la fine del mondo. Ti sei comunque diplomato, e con un buon punteggio. Ricordo ancora quando sono venuto a parlare con i tuoi professori, per il colloquio di fine anno; che orgoglio sentirmi dire quanto sei intelligente. L’assistente di laboratorio di elettronica disse che lo avevi sorpreso: lui che aveva deciso di non dare dei dieci, te lo diede. Poi disse che saresti diventato proprio un bravo tecnico. Beh: sarebbe perfetto. Hai lasciato l’Università proprio nel periodo in cui è scoppiata una crisi che non si è mai vista. Alcune aziende hanno chiuso, le altre hanno chiesto allo stato gli ammortizzatori sociali: cassa integrazione e mobilità. Da allora è quasi impossibile per un giovane essere assunto fisso. Franci sei stato sfortunato ma sono orgoglioso di te, che per un anno  hai fatto due lavori: il Bingo di notte e l’impiegato in un’agenzia di viaggi di giorno.
Ti sei fatto un bel culo, io avrei lasciato il Bingo, ma tu hai tenuto duro, e l’agenzia come avevi previsto ha poi chiuso.
Vedrai che alla fine troverai la tua strada. Io sono dalla tua parte. Vorrei soltanto che non ti accontentassi. Sei timido ma non smettere di cercare e non adagiarti con quello che hai, perché sei intelligente, e un potenziale bravissimo tecnico. Io lo so, bisogna solo che ti diano la possibilità di dimostrarlo».

Adesso sono stanco, vado a letto. Speriamo che domani non ci sia la fila in autostrada.

Domenica 7 agosto 2011

Ieri mattina siamo tornati a casa.
La Liguria è andata.
Siamo stati bene, almeno a me è sembrato così.
A parte la prima sera che, per la tensione accumulata nelle ultime settimane di lavoro, mi era venuta la febbre, ma già la mattina dopo stavo meglio.
Sole, bagni, cenette in ristoranti sempre diversi… che bella la Liguria!

 

 

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Sono nato a Modena 53 anni fa, e abito a Formigine. Amo la mia famiglia; i miei due splendidi figli Francesco ed Eleonora; mia moglie Luisa. Le immagini del blog sono principalmente sue. Ho deciso di aprire questo blog per raccontare le mie passioni: libri, film, musica... Lo faccio principalmente per me stesso. Perché mentre mi racconto, verbalmente o per iscritto non cambia molto, mi torno ad emozionare. Come la prima volta. Spero che, nei miei articoli, questo sentimento si percepisca, che arrivi all'eventuale lettore. Dimenticavo due cose. Entrambe rilevanti. La prima: nella vita, chi mi conosce lo sa, da 31 anni faccio "piastrelle". Ogni anno una nuova sfida. Ma vivo la mia professione con passione. L'unico modo a mio parere, per non "impazzire". La seconda: ho un'altra grande passione. Sono tifoso del Modena Football Club 1912... Sì lo so, è una bella "sfiga"! Ma sono nato a Modena, amo la Ghirlandina e il vero amore mica puoi sceglierlo... P.S. Ho messo il nome della mia squadra del cuore per intero, perché oramai, del Modena calcio rimane solo la storia.

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