Più veloce dell’ombra

Che figata andare al mare quando gli altri lavorano… che a me Fabri Fibra non mi fa poi impazzire, ma questa frase (da Stavo pensando a te) sì, e la tiro sempre fuori neanche fosse un tormentone; associandola a tutte le mie di figate.

Un esempio: Che figata scovare un autore e restare stecchiti.

Perché io sono sempre a caccia di nuovi scrittori che mi allarghino il giro: parole e pensieri che si trasformano in immagini. E quando capita, perché non sempre scatta la scintilla, è ogni volta una comunione: tra me e il romanzo di turno; da essere più sereno anche al lavoro, già pregustando il piacere che mi attende, sul comodino, a fine serata, quando finalmente riapro il libro e ritrovo i miei nuovi amici: luoghi e colori, sapori e profumi sconosciuti fino a d’ora, e inaspettati.
È il potere di un buon libro, quando tocca le corde giuste:

[…] “le persone che leggono i libri hanno tante vite, una per ogni libro. E tutte diverse. Puoi andare nella giungla, alla corte del re, in Cina. Puoi essere una ballerina, un capitano, un indiano. Quando leggi, ti può pigliare la vita delle persone che leggi, i loro amori, le loro feste, i loro vestiti, i loro cuori. Chi legge ha cento vite.”

da Il negativo dell’amore di Maria Paola Colombo, Edizioni Mondadori

È il caso di Più veloce dell’ombra, di una scrittrice che non conoscevo.
Nata a Flint Michigan (USA) nel 1973, Federica Tuzi è un artista polivalente: ha scritto per Fox Cult la serie tv Santiago. Anche le lesbiche sono pellegrine, e diretto il lungometraggio Viaggio d’inverno con Remo Remotti. Il suo primo romanzo Non ci lasceremo mai, uscito nel 2010, ha vinto il premio John Fante come miglior opera prima.

Ambientato negli anni ’80, questo suo secondo romanzo, è la storia di una ragazzina alta e grassa, di dieci anni ma che ne dimostra il doppio e che proprio non si capacita – piena di tic e tutt’altro che femminile com’è – di avere due genitori bellissimi e perfetti.

Scritto bene e scorrevole, appassiona dalla prima all’ultima pagina: un bel tuffo nel passato!

Era la primavera del 1982 e io facevo la quarta elementare. A quel tempo papà portava i baffi come tutti gli altri, ma a differenza degli altri somigliava a Tom Selleck. Indossava camicie hawaiane come lui e spesso anche il cappellino; non aveva la Ferrari ma i miei compagni dicevano: “Ehi, lo sai che tuo padre sembra Magnum P.I.?.
[…] Mia madre invece era una Charlie’s Angel. Aveva un guardaroba pieno di camicie colorate che sblusava dentro ai pantaloni, un’andatura dritta e fiera, i capelli molleggiati e i denti bianchi da sorriso Durbans. Fisicamente somigliava a Kelly perché era alta, mora e con la faccia da bambola, ma di carattere era simile a Sabrina: le piaceva studiare , le piaceva comandare, le piaceva vincere e avere sempre ragione. Invece di Jill aveva la linea Fabergé con la faccia di Farrah Fawcett sull’etichetta, ovvero lo shampoo, il balsamo e la lacca che servivano per tenere in piedi le paraboliche dei suoi capelli.
[…] Con dei genitori così avrei dovuto essere Heather Parisi, ma come diceva la pubblicità della caramella Polo non tutte le ciambelle riescono col buco.

. . . . .

Fu in quel momento che il mio corpo ricominciò a smaniare. Era una specie di solletico, una piuma che mi sfrugugliava i tendini del collo così in profondità che era inutile grattarmi . l’unico modo era storcermi a destra e poi a sinistra con movimenti bruschi e ripetuti, sperando che prima o poi si calmasse.
“Ma la vedi?”, mi indicò Magnum. “Non sarebbe il caso di aiutarla?”
“A sentire te sembra che è colpa mia se Alessandra è…”, ma poi si girò verso di me e non finì la frase.
Mi guardò con aria dispiaciuta, un misto fra pena e altre cose che non riuscivo mai a capire. “E comunque hai sentito cosa ha detto il pediatra: all’età sua è piuttosto normale avere qualche tic.”
“Qualche?”
Io nel frattempo cercavo di resistere alla tentazione di storcermi tutta, ma non ci riuscivo. Era come quando una mosca ti cammina sulla faccia: quanto tempo puoi andare avanti prima di scacciarla?
“Dove te ne vai?” disse Magnum.
“A fare pipì”, risposi io.
Salii in piedi sulla tazza del gabinetto e lanciai un’occhiata al grande specchio con le lucine sopra. Dentro c’ero io: una bambina di dieci anni che somigliava a Barbapapà. Una pera rosa vestita con una salopette di jeans e un maglioncino a righe con le toppe sui gomiti. In testa uno scarabocchio al posto dei capelli.
Non lo facevo apposta a non somigliare a una femmina, e neppure ad andare in giro come una figlia di nessuno. Mi piaceva stare comoda, anzi ne avevo bisogno, forse perché mi sentivo già abbastanza scomoda con tutte quelle forze che mi scalciavano nel corpo e mi tiravano di qua e di là, come i prigionieri degli antichi greci che venivano attaccati a quattro cavalli spinti in quattro direzioni opposte.

. . . . .

“Certo sei un bel tipo, eh?”, disse infilando la racchetta nel fodero. “Vieni a chiedermi di giocare a tennis e non ti va di raccogliere le palle.”
“Ma io non volevo mica chiederle di giocare a tennis.”
“E che volevi allora?”
“Voglio che mi insegni a educare Frida. Scappa in continuazione, oggi si è tolta il guinzaglio.”
“Scapperei pure io se fossi il tuo cane”, disse sfilandosi il cappellino e passandosi la mano in mezzo ai pochi capelli bianchi. “E comunque puoi pure buttarlo quel guinzaglio del cavolo, tanto non ti serve a niente.”Ma come non mi serve? Le ho già spiegato che…”, ma lui mi fece cenno di stare zitta.
“ Cerca di ragionare invece di aprire bocca e dare fiato. Pensaci un po’: tu ci staresti in catena? O cercheresti di scappare appena ti liberano?”, e dietro alle lenti fotocromatiche dei suoi occhiali riconobbi il sorrisetto di chi sa di aver colto nel segno.
“A quell’età devono abituarsi a starti sempre vicino, ma non ti devono associare al guinzaglio. Il tuo compito è farla sentire libera di muoversi e nel frattempo darle il senso delle distanze.
“Capisci cosa voglio dire?”
“Non sono mica scema.”
“Il maestro prese il fodero della racchetta e se lo mise a tracolla, poi ci ripensò e tornò verso di me.
“Voglio darti un consiglio. Ma sappi che lo dico per lei, non certo per te che sei maleducata. Prendi una corda lunga cinque metri e legagliela intorno alla pancia. Niente collare estendibile, che per lei è sempre una catena. E meno che mai il collare a strozzo. Quando l’hai legata lasciala correre finché non finisce la corda: è il modo migliore per insegnarle la distanza massima. Fallo per almeno un paio di mesi e vedrai che quando toglierai la corda lei ti starà sempre vicina. Al massimo si allontanerà un po’, ma poco prima di arrivare a cinque metri le verrà istintivo tornare indietro. Si chiama imprinting. E adesso fammi andare via che ho già perso fin troppo tempo.”

. . . . .

“Alessandra!”, sentii gridare alle mie spalle, e poco più in là vidi mia madre con il giubbotto di pelle in una mano e una corda nell’altra mano.
[…] “E quella corda?”
“Serve per fare l’imprinting.”
Mi venne un groppo in gola così grosso che scalciai contro il brecciolino.
“È troppo tardi ormai. Non c’è più nessun cucciolo con cui fare l’imprinting.”
Mamma mi guardò scuotendo la testa, e i suoi capelli non molleggiarono. Indossava un cappotto rosso, un foulard viola e un paio di pantaloni neri o marroni, non si vedeva bene. Teneva le braccia aperte, con la mia giacca da una parte e la corda dall’altra. Non riuscivo a capire che cosa pensasse. Non ci ero mai riuscita.
”Mi guardi come se fossi un’estranea”, disse.
“E tu mi guardi come se fossi una giungla.”
“Infatti. Ma se tu non fossi la giungla, nonna sarebbe morta.”
Aveva gli occhi fissi nei miei. Non quegli sguardi alla: rimettiamo tutto a posto, che si fermano prima di raggiungerti e scattano la foto di come dovrebbe andare se andasse tutto bene. I suoi occhi si spostavano insieme ai miei e mi seguivano, sembrava che si fossero incollati. Non ero abituata a farmi guardare così.
“Adesso andiamo da nonna, però prima voglio fare una cosa”, disse appoggiando il mio giubbotto per terra e poi avvicinandosi piano come se fossi stata una tigre o uno di quegli animali che può staccarti il braccio con un morso. Si muoveva lenta, con circospezione: aveva paura che l’aggredissi? O aveva paura che scappassi?
Arrivò così vicina a me che cominciai a sentire il suo profumo: un misto di Nivea e mela verde e anche sapone di Marsiglia della lavatrice.
“Non ti faccio niente, stai tranquilla okay?
Le lasciai fare un giro intorno a me, e poi anche un altro.
“Ecco qui”, disse. “Ora la fermo.”
Mi aveva passato la corda intorno al collo, l’aveva stretta e poi l’aveva bloccata con un doppio nodo.
“Adesso tocca a me”, e girò su se stessa come Wonder Woman quando si trasforma.
Era davvero strano vederla girare al rallentatore con quella corda arrotolata intorno. Bloccò anche la sua estremità con un doppio nodo, poi mi disse:”Allontanati”.
Ci guardammo di nuovo, esattamente come prima. Sapevamo entrambe cosa sarebbe successo.
Mi voltai di spalle e feci qualche passo, lentamente, con le lacrime che precipitavano giù come nei cartoni animati. La corda era ancora lenta ma si tendeva a poco a poco in mezzo a noi.
Quando arrivò alla fine, sentii il limite: uno strattone che mi chiamava direttamente dalla pancia, che mi bloccava, mi conteneva, mi legava a qualcuno.
Restai ferma lì, a sentire la tensione della corda sulla mia pancia.
“Io vorrei tenerti sempre così amore mio”, disse mamma alle mie spalle. “Vorrei proteggerti ma non posso. Tu hai molto più di cinque metri che ti aspettano. C’è il mondo intero che ti aspetta. Però sei ancora una cucciola e non conosci tutti i pericoli.”
Ripensai a Frida che faceva zig-zag in mezzo alle macchine. Quella sua smania di correre e scappare via, anche se non sapeva nemmeno attraversare la strada. Mi voltai verso mia madre.
“Se Frida muore è colpa mia.”
“Se ti succede qualcosa di brutto la colpa è mia.”

. . . . .

E anch’io quante volte nella vita avrei voluto fare l’imprinting con le persone care; con un figlio: prendere una corda e legarlo a me, per insegnargli la distanza massima che ci deve essere tra noi, sufficiente perché possa fare le proprie esperienze, ma non troppo distante per non perderlo di vista e all’occorrenza proteggerlo; una distanza, infine, che lo faccia istintivamente tornare indietro, a quando era piccolo, a quando eravamo un tutt’uno. Non sempre, che ognuno deve fare la propria vita, ma tutte le volte che si sente solo o che si perde.

Più veloce dell’ombra

di Federica Tuzi – 2018 Fandango Libri.

Voto: 4/5

Come colonna sonora di libro e articolo ho scelto Un piccolo aiuto di Zucchero, a mio parere la sua più bella canzone:

[…] Io e te due vite strane 
E un mare di troppe grane
Io e te di nuovo qui
Io e te.
Se vuoi io ti preparo
Un caffè un po’ leggero
Così puoi dormire se lo vuoi
Perché io ho bisogno di un piccolo aiuto
E lo sai nel mio letto c’è un posto per te
Non parlare se non ti va
E riposati quanto vuoi
Ho bisogno di serenità
E di un piccolo aiuto
Io ho bisogno del tuo aiuto
E lo sai nel mio letto c’è un posto per te
Questa volta come vedi
Non mi reggo più nemmeno in piedi
Ho bisogno di serenità
E di un piccolo aiuto.

Un piccolo aiuto

di Zucchero – musica di Zucchero, testo di Alberto Salerno -, uscito per la prima volta nell’album: Zucchero & The Randy Jackson Band – secondo album del cantautore reggiano e pubblicato nel 1985.

Voto: 4/5

Cliccando QUI potete sentirla 

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Sono nato a Modena 53 anni fa, e abito a Formigine. Amo la mia famiglia; i miei due splendidi figli Francesco ed Eleonora; mia moglie Luisa. Le immagini del blog sono principalmente sue. Ho deciso di aprire questo blog per raccontare le mie passioni: libri, film, musica... Lo faccio principalmente per me stesso. Perché mentre mi racconto, verbalmente o per iscritto non cambia molto, mi torno ad emozionare. Come la prima volta. Spero che, nei miei articoli, questo sentimento si percepisca, che arrivi all'eventuale lettore. Dimenticavo due cose. Entrambe rilevanti. La prima: nella vita, chi mi conosce lo sa, da 31 anni faccio "piastrelle". Ogni anno una nuova sfida. Ma vivo la mia professione con passione. L'unico modo a mio parere, per non "impazzire". La seconda: ho un'altra grande passione. Sono tifoso del Modena Football Club 1912... Sì lo so, è una bella "sfiga"! Ma sono nato a Modena, amo la Ghirlandina e il vero amore mica puoi sceglierlo... P.S. Ho messo il nome della mia squadra del cuore per intero, perché oramai, del Modena calcio rimane solo la storia.

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