I passi del tempo: Quinto Capitolo

 La colonia

In estate e per due settimane mi mandavano in colonia a Pinarella di Cervia: AL MARE!
Mare che ho sempre amato, e da bambino il triplo, che se lo avessi avuto in cortile nella hit dei miei giochi preferiti sarebbe balzato al primo posto.
C’era questo lungo e basso casermone a due piani. A piano terra un’infinita sala pranzo per mangiare tutti insieme. Al primo piano le camere di noi maschi: gruppi di venti o trenta, divisi per età, in letti a castello che non appena arrivati ci si litigava. In fondo alla camera il bagno, lungo e stretto con i gabinetti e una fila di lavandini per lavarsi alla meglio mani faccia e denti.
Al secondo piano le femmine: gruppi di venti o trenta divise per età, in letti a castello che non appena arrivate… sì insomma avete capito, spiccicato al nostro piano. Non che ci fossi mai stato, ma immaginato sì, e desiderato… poco importa che le maestrine ci proibissero anche solo di salire le scale, un’occhiata ce l’abbiamo data tutti di notte, quando partivano le escursioni e correvamo su e giù per le scale veloci come il vento senza riuscire a trattenere i gridolini che diventavano un tutt’uno con le urla delle nostre ambite prede.
Giù il cortile, che di sera a volte, ma troppe poche volte, si trasformava in un fantastico cinema: una magia!
In fondo al cortile una piccola palazzina adibita a doccia, in cui tutti noi di sabato, dopo essere tornati dalla spiaggia e prima di cena, venivamo obbligati a lavarci: che palle! Ma non avevamo appena fatto il bagno in mare?
Cortile che scendeva nella fantastica pineta dove giocavamo per ore e che portava, attraverso una stretta e lunga stradina di sabbia, alla nostra spiaggia. Al MARE.
C’era tutto ciò che un bimbo avrebbe potuto desiderare. E tuttavia io non ci volevo andare.
Assolutamente! Ero un piagnucolone che non vi dico.
Mi mancava un casino la mamma, il papà, Ivan e gnolavo.
Piangevo fin dall’inizio.
Quando partivo per la colonia e salivo sul pullman.
Piangevo quando arrivavo.
Piangevo di notte prima di addormentarmi.
Piangevo perfino quando i miei genitori venivano a trovarmi, di domenica.
Ricordo un anno in cui tardarono ad arrivare. Vedevo arrivare le mamme e i papà degli altri bambini e mi disperavo sempre di più. Dalla pena che facevo mi si avvicinò un bambino più grande:
«Non piangere dai, sabato prossimo torniamo a casa. Vedrai che passa in fretta. Se i tuoi genitori non vengono ci sto io con te».
Poi, quando gnolando gli dissi che sarebbero venuti, mi guardò perplesso:
«Beh e allora perché piangi?»
«Piango perché non sono ancora arrivati ehhhh…».
«Ma sei proprio stupido», esclamò l’amico che avevo già perso, facendosi di colpo serio.
E poi piangevo quando andavano via per il pranzo, e soprattutto quando se ne tornavano a casa, nel tardo pomeriggio.
Che poi in colonia, se devo essere sincero, eccome se mi divertivo.
Colonia comunale e non parrocchiale, e c’è una bella differenza. Attila, ad esempio andava nelle seconde e ci raccontava d’essere sempre dietro a pregare: «a colazione a pranzo a merenda a cena a letto a messa: c’du maroun» (che due maroni).

Il massimo era fare il bagno, dopo le tre ore canoniche da far passare dopo l’ultimo pasto, quando la maestrina cedeva alle nostre infinite suppliche, e ci buttavamo letteralmente in mare, correndo e strillando come dannati.
Il gioco più gettonato della spiaggia era il mitico Giro d’Italia con le palline di plastica colorate; e tutti volevamo la pallina con la foto di Merckx o Gimondi, ma pur di giocare anche Motta o un perfetto sconosciuto andava bene, che si era in tanti e si faceva i turni e quando arrivava il mio la nostalgia spariva di colpo.
I più grandi costruivano super piste di sabbia, con rettilinei che non finivano mai, curve a parabolica, salite e discese, e le immancabili trappole. Non m’importava perdere, l’importante era criccare. Che io se ci fosse il campionato del mondo del cricco più potente non avrei rivali. Ma questa è un’altra storia.
Subito dopo, per preferenza, venivano le partite di calcio. E sulla sabbia non è per nulla facile, ma io ero sempre pronto, ed era come tornare nel mio cortile, ritornare a casa.

Ma alla fine il pensiero di noi maschietti tornava sempre a loro: alle ragazzine. Chi si faceva la mina era rispettato e invidiato come una star. E in un’ipotetica graduatoria di punti schizzava a mille.
Uno dei giochi che si faceva tutti insieme era Peppino di Maiorca.
Si faceva un cerchio afferrandoci per mano e s’iniziava a cantare:

Oh Peppino,
Peppino di Maiorca,
aprimi la porta,
aprimi la porta.
Oh Peppino,
Peppino di Maiorca,
aprimi la porta
e dai un bacio a me!

Finita la canzone, il bambino dentro il cerchio (il Peppino di turno), sceglieva una bambina e la baciava.
Dopo di che la bambina prescelta entrava nel cerchio e ricominciava il gioco.
Io questo gioco lo conoscevo e lo facevo spesso anche a casa, ma con esiti diversi. Nel mio cortile ero un personaggio attivo. Sandra mi sceglieva ed entravo nel cerchio da protagonista, con lei e con le altre bambine non ero timido. Ero cresciuto insieme a loro e mi sentivo sereno. Mi sentivo parte del gruppo.
Viceversa in colonia non venivo mai scelto. E giocare a Peppino di Maiorca senza essere mai scelto non è il massimo, anzi è proprio avvilente, e se si è malinconici prima finito il gioco è un macello.
E se con i maschi mi limitavo ad essere timido con le femmine ero da manicomio. Chiuso come un riccio, timido al punto di passare per un sordomuto.
Ma era proprio perché mi credevano un sordomuto che non mi sceglieva nessuno?
Mah!
Sta di fatto che in colonia avrei potuto godermela di più.
Per fortuna poi tornavo a casa.
Tornavo nel mio cortile.

La fine dell’estate e l’incubo maestra

A fine estate organizzavamo la recita. Cantavamo, ballavamo e recitavamo scenette comiche viste in televisione: un vero e proprio spettacolo teatrale per parenti e amici.
Le settimane che precedevano l’evento provavamo tutti i giorni per ore; Patrizia e Antonella, più grandi, oltre a recitare orchestravano tutti noi.
Io e Sandra facevamo coppia fissa: in Sandokan inscenavamo un balletto di gruppo in cui tutti partecipavano, ma io solo ero la Tigre della Malesia e solo lei la Perla di Labuan; con “Un corpo e un’anima” io ero Wess e Sandra la bella Dori Gezzi, e alla fine di ogni spettacolo era bello abbracciarsi.
A conclusione dell’evento, in un tripudio di applausi, l’immancabile rito del batter cassa: le ragazze con un cappello capovolto in mano passavano tra il pubblico che come ogni anno si dimostrava generoso. Il ricavato ce lo dividevamo in parti uguali, una bella sommetta… mica potevamo far tanta fatica gratis!

L’ultimo appuntamento estivo era la sagra.
Per noi bambini, tra giochi, lotterie e stand gastronomici era uno spasso: da sentir l’acquolina in bocca con una settimana di anticipo!
Fu proprio di domenica, giornata di processione, che scoppiò l’unica seria litigata tra i miei genitori.
Colpa di un lenzuolo bianco che mia madre aveva appeso alla finestra. Un semplice e innocuo segno di fede per il passaggio della Madonnina, e poi lo avevano messo tutti nel condominio.
Mia madre è molto religiosa, anche se ha un modo tutto suo d’esserlo. A volte la prendiamo in giro, perché pur facendo la comunione non si confessa. Lei ribatte che di peccati non ne ha, e da quella volta che il prete le ha chiesto cosa facesse con il marito nel letto – lo stesso prete che toccava i sederi alle spose – non si è più confessata. E non serve dirle che è impossibile non avere peccati e che prima della comunione è obbligatorio confessarsi, perché lei sarà anche ingenua ma ha sempre la risposta pronta, e infatti, con una semplicità disarmante, risponde che si confessa tutte le sere con la Madonnina. E a questo punto…
Mio padre, viceversa, è sempre stato ateo.
Quando ci fu la liberazione aveva 13 anni e viene da quella generazione che se si era comunisti si era atei.
E lui era comunista.
Per mio padre quel lenzuolo era un affronto.
Quando tornò a casa e se ne accorse diventò nero.
Era appena stato in bar e aveva discusso con gli amici di quell’usanza per lui assurda: «Non appenderò mai a casa mia uno stupido telo. E poi perché? Per far bella figura col parroco?».
Mia madre non poteva certo sapere che quel simbolo – appeso alla finestra per il primo anno – era stato un tema di discussione così acceso, e proprio quello stesso giorno.
Probabilmente fu orgoglio, ma per giorni la rabbia di mio padre non sbollì.

Poi dopo la sagra iniziava la scuola.
Iniziavano i miei problemi.
Era dura sentirsi sbagliato, essere continuamente umiliato dalla maestra.
In terza facevo ancora decine di errori d’ortografia, non sapevo le tabelline e i problemi di aritmetica erano spesso irrisolvibili.
Ma a dispetto della maestra miglioravo, e avevo una fantasia fuori dal comune.
Mi viene in mente di quella volta in cui in un tema scelsi un argomento insolito. Dovevamo descrivere un episodio a scelta che ci aveva fatto stare male, ed io parlai della vigilia di Natale appena passata: del mio fortissimo mal di pancia.
Raccontai che dopo aver mangiato di tutto e di più, arrivato dalla nonna  avevo continuato a divorare dolci e a bere schifezze senza fermarmi mai; da farmi venire un male alla pancia da morire. Ero andato in bagno, ma pur spingendo con tutto me stesso: ehhhh… il male di pancia non passava. Spingevo e spingevo ma niente. Poi quando stavo per rinunciare spinsi così forte, ma così forte che a momenti sccioppavo (scoppiavo), e finalmente riuscii a fare la cacca. Era passato il mal di pancia ed ero tornato a mangiare dolci e a giocare con mio cugino Andrea.
Sì insomma, ero riuscito a descrivere questo episodio – che ce l’avevo io mal di pancia mica lei! –, scrivendo due pagine super dettagliate.
Ma la maestra questo tema non l’ha mica tanto gradito. Me lo ricordo bene… forse era povera di fantasia e di umorismo!
Le umiliazioni però non me le risparmiava.
Non mi ricordo un complimento in cinque anni.
E se mi vedeva copiare un esercizio di aritmetica si metteva a strillare come una matta.
Oggi quando penso a quei momenti, a parte la rabbia che mi cresce, mi sembra più che normale che un bimbo possa copiare ciò che non sa.
È una forma di autodifesa. Mi vergognavo a presentare il foglio bianco.
Ma se io non sapevo era soprattutto perché la maestra non m’insegnava.
Lo dimostra che alle medie e alle superiori, non appena ho avuto insegnanti decenti, ho smesso di copiare, e ho incominciato ad imparare.
Ma quanta fatica! Provate voi a saltare cinque anni di elementari.
Una delle più grosse delusioni della mia vita, guarda caso, è un dono della maestra.
In terza tutta la classe era emozionata: saremmo andati a vedere il circo Orfei e noi bambini non stavamo nella pelle.
Negli anni ‘70 la mia famiglia era povera, mio padre era operaio e mia madre per problemi di salute non sempre lavorava.
Io non avevo mai visto un circo ed ero emozionato: le tigri, i leoni, gli acrobati…
In classe non si parlava d’altro ma, quel fatidico giorno, la maestra portò tutta la classe ad eccezione di me: non meritavo di andare al circo. Punto.
Molto meglio, mi disse, che rimanessi a fare lezione in un’altra classe, con un’altra maestra.
Ricordo che entrai in un’aula che non era la mia aula, mi sedetti vicino a un compagno che non era un mio compagno, ad ascoltare una maestra che non era la mia maestra ma che mi sorrideva.
Ogni tanto mi capita di pensare a quel sorriso, probabilmente era anche lei a disagio. Magari gli facevo pena. Forse lo sto fin troppo idealizzando è passato tanto tempo, ma ricordo che era un sorriso dolce e accogliente. Ricordo che per anni ho sognato e desiderato quel sorriso. E quella maestra al posto della mia.
Beh… non penso che ci sia altro da dire.

1972 in seconda elementare: io sono in terza fila il secondo da destra. Cesare (occhialuto) è sotto di me nella fila centrale.

 

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Sono nato a Modena 53 anni fa, e abito a Formigine. Amo la mia famiglia; i miei due splendidi figli Francesco ed Eleonora; mia moglie Luisa. Le immagini del blog sono principalmente sue. Ho deciso di aprire questo blog per raccontare le mie passioni: libri, film, musica... Lo faccio principalmente per me stesso. Perché mentre mi racconto, verbalmente o per iscritto non cambia molto, mi torno ad emozionare. Come la prima volta. Spero che, nei miei articoli, questo sentimento si percepisca, che arrivi all'eventuale lettore. Dimenticavo due cose. Entrambe rilevanti. La prima: nella vita, chi mi conosce lo sa, da 31 anni faccio "piastrelle". Ogni anno una nuova sfida. Ma vivo la mia professione con passione. L'unico modo a mio parere, per non "impazzire". La seconda: ho un'altra grande passione. Sono tifoso del Modena Football Club 1912... Sì lo so, è una bella "sfiga"! Ma sono nato a Modena, amo la Ghirlandina e il vero amore mica puoi sceglierlo... P.S. Ho messo il nome della mia squadra del cuore per intero, perché oramai, del Modena calcio rimane solo la storia.

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3 pensieri riguardo “I passi del tempo: Quinto Capitolo

  1. Racconto accattivante e molto gradevole. Una sola osservazione: se scrivi così correttamente, quella maestraccia (anch’io ne ho una simile nel mio armadio!) suo malgrado, un merito l’ha avuto. Complimenti.

    1. Grazie, di certo devo a lei il mio carattere: la zavorra di insicurezze che mi trascino da allora mi hanno reso cocciuto come un mulo, o come direbbe la mia “maestraccia” come un somaro…

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