I passi del tempo: Sesto Capitolo

Le vigilie di Natale
Papà si ammala

Come tutti i bambini aspettavo il Natale con frenesia.
Che bello uscire di sera in macchina, quando si avvicinava il fatidico giorno, e far la gara con Ivan a chi vedeva più alberi illuminati.
Più di tutto aspettavo la vigilia.
Vigilia da sempre speciale, nel bene e nel male, arricchita nel corso degli anni di avvenimenti unici e indelebili.
Speciale per mia madre, quando si sognò la mamma.
Per tutta la numerosa famiglia allargata, quando si festeggiava da nonna Elvira.
Ed è rimasta tale anche dopo, quando io ed Ivan abbiamo continuato la tradizione a casa dei nostri genitori, con mogli e bimbi.
Vigilia speciale dunque, ma di colpo drammatica, nel 1999, con mio padre in coma all’ospedale, e ce l’abbiamo messa tutta a far finta di niente, da mia madre, per la prima volta sola.
Era la mamma quella più fragile, con più problemi di salute, mio padre prima di allora me lo ricordo sano come un pesce, fatta eccezione per un unico episodio, successo molti anni prima.
Lavorava come direttore di produzione, in una fabbrica di trattamenti termici, a Rubiera.
Ricordo che telefonarono verso sera, io avevo otto anni, al massimo nove. Era inverno. Lo so perché stavo giocando in casa con Ivan, ai soldatini. Con la bella stagione col cavolo che sarebbero riusciti a tenermi in casa. Stavamo facendo il mio gioco preferito: nel corridoio dell’ingresso, io da una parte e Ivan dall’altra, mettevamo lo stesso numero di soldatini, e poi con un tappino dovevamo cercare di ammazzare (far cadere) i soldati nemici. Vinceva chi, per primo, li abbatteva tutti.
Qualche volta giocavamo d’azzardo, mica dei soldi veri, quello che avevamo; ad esempio, se c’erano, delle noccioline, arachidi e noci, ne conservavamo come posta in gioco, che era più bello giocare per uno scopo.
Quella sera, rispondendo al telefono, mia madre si agitò subito. Io fraintesi, avevo capito che era stato ricoverato mio zio Duilio e volevo continuare a giocare. Poverino lui sì che era spesso ricoverato: con le crisi epilettiche che aveva.
«Ma come… vuoi giocare anche con il papà all’ospedale?», mi disse Ivan. E allora, quando capii, ci restai male eccome, e piansi.
Era scoppiato un forno in fabbrica, e mio padre aveva delle brutte bruciature, su viso e collo.
Ricordo che quando lo andavo a trovare mi sembrava una mummia.
Rimase ricoverato un bel po’. Almeno a me sembrò così.
Poi un bel giorno, di ritorno da scuola, vado a in bagno a lavarmi le mani, e ci trovo mio padre che si era nascosto per farmi una sorpresa.
Che gioia: quel momento rimane una delle più belle sorprese della mia vita.

Ma venticinque anni dopo no. Altro che bella sorpresa.
Era appena finito il festival dell’Unità provinciale, e mio padre, seppur pensionato, era stato non poco impegnato: dalla preparazione degli stand, a cameriere e aiuto cuoco; e poi prima di tornare a casa un valzer, una mazurca e l’immancabile tango.
Purtroppo non fu il solito dopo festival, fu mia madre ad accorgersi che, al mattino, la parte del letto in cui dormiva mio padre era bagnata fradicia di sudore. Fatto che si ripeté per le due giornate successive. Mio padre non si sentiva proprio male, appena un po’ indolenzito, ad insospettirlo furono quelle due linee di febbre che non andavano via; per la salute era molto scrupoloso: faceva spesso  visite di controllo, analisi del sangue e quanto era consigliabile fare per un uomo di 67 anni.
Per questo la telefonata di mia madre, quella sera di metà ottobre, fu più che inaspettata.
Mi disse che il papà, quella mattina, era andato dal dottore, che inizialmente lo tranquillizzò, poi per sicurezza e per l’insistenza di mio padre, preoccupato, gli fece l’impegnativa per farsi fare le lastre ai polmoni.
Se avesse preso l’appuntamento con la mutua avrebbe aspettato settimane o mesi, decise invece di andare a pagamento, e quel pomeriggio stesso, in una clinica privata, gli fecero le radiografie al torace.
Radiografie che rilevarono una macchia in un polmone.
«Magari è un focolaio, una bronchite non curata bene.  ma le consiglio di portare le lastre al pronto soccorso del policlinico di Modena, e sentire il loro parere », le parole del medico.
Mio padre fu ricoverato quella sera stessa, e non uscì più dall’ospedale.
In queste situazioni si capisce quanto siamo fragili e impotenti. Quando va tutto bene pensiamo di essere privilegiati, immortali. Viviamo le disgrazie altrui con distacco, superficialmente.
Poi di colpo tocca a noi.
È a noi che la dottoressa, senza nemmeno aspettare gli esami, ci dice con distacco, tranquillamente:
«Guardate, vedendo questa lastra e per l’esperienza che ho, vostro padre ha un tumore maligno non operabile. È già tanto se arriva a Natale».
«Ma che cazzo dice?», mi domandavo in silenzio.
«Non può stare così male, se soltanto due settimane fa ballava il liscio tutte le sere».
E poi a Natale mancavano due mesi appena!
Di colpo si precipita in un mondo diverso. Con un’altra concezione delle cose.
Sono passate giornate di speranze, di finte illusioni.
A cercare di tranquillizzare mio padre, a tentare di dare speranze a mia madre, le stesse speranze che ci negava la dottoressa.
Sono arrivate giornate grigie, in cui mio padre sapeva. Perché adesso te lo dicono in faccia.
Certo che c’è modo e modo, come continua a ripetere mia madre da ormai dieci anni.
«Che tuo padre appena vedeva la dottoressa le chiedeva se c’erano novità, se era arrivato l’esito della biopsia. E lei quando si è decisa a rispondergli, l’ha trattato come un cane, gli ha detto che aveva un tumore maligno e che non era operabile. Glielo ha detto in faccia, e da quella volta tuo padre non ha chiesto più niente, aspettava solo di morire».
E poi sono arrivate le giornate più nere, in cui c’è solo sofferenza. Giornate in cui il tumore si mangiava letteralmente mio padre, diventato pelle e ossa. Giornate in cui mio padre è in coma coperto di metastasi in tutto il corpo, imbottito di morfina ma che continua a resistere, a soffrire; e tu ti ritrovi a pregare un Dio che non conosci di prenderselo, che ha sofferto già troppo e non è giusto…

Infine è arrivata quell’ultima vigilia di fine secolo.
È chiaro che nessuno aveva voglia di festeggiare, con nostro padre in fin di vita, ma i bambini era giusto che avessero il loro Natale: Eleonora aveva appena cinque anni, mia nipote Francesca otto, Francesco dodici, e per loro si decise di trovarci comunque da mia madre.
Povera mamma se penso che, nonostante  il dolore che provava, dovette anche preoccuparsi di preparare la cena.
Elena ed io c’eravamo separati un paio d’anni prima.
Dei diciassette anni che siamo stati insieme, quindici sono stati di vero amore.
Mi sono sempre sentito in colpa, per com’è finita, nonostante abbia sempre pensato che in una vera storia d’amore, com’è stata la nostra, si è in due a mollare, non uno solo.
Non cerco un’assoluzione,  non è questo. Voglio solamente dire che negli ultimi anni c’eravamo entrambi allontanati. Siamo andati insieme che eravamo ragazzi, facevamo ancora le superiori, Elena era ancora minorenne e abbiamo fatto tutto troppo in fretta. Senza accorgercene eravamo già sposati e con un bambino: un bellissimo bimbo, il nostro Franci.
Che sia chiaro è stato tutto come doveva essere. Non ho rimpianti. Ci amavamo e abbiamo amato Francesco ed Eleonora dal loro primo istante.
Tuttavia il nostro rapporto troppo in fretta si è dovuto adattare. Non vivevamo più come i primi mesi: spensieratamente l’uno per l’altro. Eravamo di colpo una famiglia, con delle responsabilità, un bambino e poi due da far crescere nel modo migliore, che giustamente assorbivano gran parte delle nostre energie. Ma in definitiva eravamo solamente dei ragazzi, con un lavoro che doveva assolutamente andare bene.
E poi è normale per ogni storia d’amore, anche la più grande, entrare in una fase di stanca. Quando ognuno dei due incomincia a pensare più a se stesso, ai propri problemi quotidiani, e vedersi diventa una routine. Ma io ero stato troppo bene con Elena. Non riuscivo ad accettare quell’inevitabile appiattimento.
Ricordo che per mesi, prima di separarci, sono stato male. Ero dimagrito, dormivo male la notte.
Francesco che aveva dieci anni mi chiedeva: «Cosa c’è papà stai poco bene?».
Sì, stavo male, non facevo apposta, e sapere che se ne accorgeva anche il mio angioletto mi faceva stare ancora peggio.
Probabilmente ho sbagliato, ma non riuscivo più a essere me stesso. Forse Elena era semplicemente più matura, forse il problema era che mi mancava tanto l’emozione dei nostri primi anni. Quando ogni volta che ci vedevamo era un dono.
Ci siamo separati nel maggio del 1997, ma continuiamo a volerci bene.
Auguro a Elena di essere felice e serena. Non solo perché è la madre dei miei figli, ma perché rimane per sempre nel mio cuore, ed è una bella persona.

La sera della vigilia ci trovammo a cena un po’ prima del solito: dovevo fare la notte a mio padre. Erano quattro settimane che a turno con mio fratello facevo le notti.
Mio padre stava sempre peggio, e vederlo soffrire era devastante.
Di quella notte ho un bel ricordo nitido, sapevo che era oramai una questione di giorni e poi avrebbe smesso di soffrire.
Mio padre passò una notte molto agitata, ma all’improvviso aprì gli occhi e mi sorrise. Erano giorni che era in coma, ma giuro che quella sua ultima notte aprì gli occhi e mi sorrise: un sorriso bellissimo e dolcissimo.
La mattina dopo, non era molto che ero andato a letto, mi telefonò Ivan: «Il Papà è gravissimo, vieni subito all’ospedale».
Morì proprio quel giorno: il 25 Dicembre, alle ore 18,30, davanti a tutti i suoi cari.
Tutta la famiglia riunita intorno a lui: figli, fratelli, sorelle, cognati, alcuni nipoti, proprio il giorno di Natale, come non capitava dalle vigilie della Nonna. Una grande dimostrazione di dolore e affetto.
Per mia madre che faceva tutto insieme al marito, fu un crollo: senza patente, gli amici in comune con il papà, si sentì persa, distrutta.

La mamma abita al secondo piano di un vecchio palazzo da poco restaurato, uno dei più vecchi e belli di Formigine. Ogni stanza dell’appartamento ha un terrazzino che si affaccia su una piccola piazza, con i parcheggi permanentemente occupati, nonostante il disco orario di 60 minuti; al centro della piazza una bella fontana con panchine. Dietro la palazzina, il cento storico con tutte le comodità, con il viale alberato – ironicamente chiamato viale del tramonto – che porta al castello medioevale.
I miei ci si trasferirono nel gennaio del 1997 e non rimpiansero mai quella scelta. Anzi sono certo che questa casa salvò mia madre.
Per mesi e anni ci domandò cosa ci faceva al mondo, da sola, senza il suo Giliano.
E noi a risponderle: « ci siamo noi, e tre nipoti bellissimi che hanno tanto bisogno di te!».
Poi, aggrappandosi alla quotidianità, ha ricominciato a vivere: fare la spesa, preparare da mangiare, riordinare la casa, e poi la passeggiata al cimitero. Ha ricominciato a chiacchierare con altri pensionati, probabilmente mentre era in coda dal fornaio. Alcune vedove condividevano la sua stessa ferita e lo stesso bisogno di compagnia.
Oggi va meglio, ogni tanto ci continua a chiedere:
«Ma cosa ci faccio al mondo?»
La lasciamo sfogare. Si riprende.
Ma penso che senza la sua bella casa, con un panorama che se ti affacci ci passi le ore, senza i balconcini con i suoi fiori, che si vedono dalla strada e tutti le fanno i complimenti, le sue nuove amiche con cui, da poco, tutte le mattine si ritrova al bar per un caffè (l’unico vizio che dice di avere), sì insomma, sono convinto che senza tutto ciò si sarebbe abbandonata al proprio dolore.
Da quel triste Natale, sono passati 12 anni.
Il mio più grosso rimpianto non è di non aver detto a mio padre che gli volevo bene, questo lo sapeva. Il mio cruccio è non avergli detto di non preoccuparsi dei suoi nipoti. È che non ha potuto vederli crescere, e constatare che ho sempre messo, come farò sempre, il bene dei miei figli al primo posto.
So che, dopo che mi sono separato, era preoccupato per Francesco ed Eleonora. Aveva paura che trascurassi i miei figli, che dessi più importanza a rifarmi una vita. Non che me ne avesse mai parlato: mio padre era di poche parole, ma io lo so che aveva questa paura.
La paura che facessi come nonno Emilio, che permise alla Berta di trattare male i propri figli.
«Beh papà non ti preoccupare. I primi mesi, dopo la separazione, sono stati difficili. Ero spesso nervoso e tu non puoi non averlo notato. Poi però è andata sempre meglio. E i miei bimbi sono e saranno sempre nel mio cuore, e la mia prima priorità».

 Solo un cieco crede nella luce

Mio padre come ho già detto era ateo, e non so se per lui  sia stato più duro morire, senza il conforto della fede. Di certo posso testimoniare che è stato coerente fino in fondo, che in tanti in punta di morte si avvicinano a Dio, ma per paura.
Beh lui no. E sono orgoglioso della sua coerenza, della sua forza.
Ed io… Io non sono cattolico, ma non mi considero ateo. Certo non sono come la maggioranza di pecore che dicono di credere, ma non nella Chiesa. Penso sia un atteggiamento molto accomodante.
Nel mio caso io non solo non credo nella chiesa, ma nemmeno in nessun Dio scritto o conosciuto, e di certo non credo in nessuna religione.

Né acqua, né luna

 

La monaca Chimono
studiò per anni,
ma non fu capace di trovare l’illuminazione.
Una notte
stava portando
un vecchio secchio pieno d’acqua.
E mentre camminava solitaria
guardava la luna piena
riflessa nell’acqua del secchio.
Improvvisamente,
la canna del bambù che sorreggeva il secchio,
si ruppe,
e il secchio cadde a terra.
L’acqua fuggì via,
il riflesso della luna scomparve
e Chimono diventò illuminata.

Scrisse questi versi:

 In un modo o nell’altro
ho cercato di sorreggere il secchio
sperando che il debole bambù
non si sarebbe spezzato.
Improvvisamente il sostegno si è rotto.
Non più acqua,
non più luna nell’acqua
il vuoto nelle mie mani.

Questa storiella fa parte di una delle 101 storie Zen, edizioni Piccola Biblioteca Adelphi.
E’ uno dei miei libri preferiti, ed è senz’altro quello che ho letto più spesso. Ognuno dei 101 racconti è a suo modo un capolavoro, ricco di significati. Prima di dormire spesso me ne rileggo un paio.
Me lo regalò Elena appena sposati, e nacque subito fra noi una strana alchimia, che mi tiene ancora legato a questo piccolo libricino.
Delle 101 storie, che compongono il libricino, ho da sempre le mie preferite. Solo negli ultimi anni sono rimasto toccato da Né acqua, né Luna.
Il motivo è semplicissimo: per anni non l’avevo capita. La leggevo troppo di corsa, con superficialità.
È che ci sono cose – probabilmente più semplici – che si colgono subito, altre invece si comprendono solamente con la massima attenzione, osservando ogni piccola sfumatura. Ma se si tiene duro se ci si sforza, capita d’essere ripagati cogliendo significati che ci arricchiscono.
E poi, in questo caso, mi sono fatto aiutare da un maestro – Osho – che nel suo Dieci Storie Zen (edizioni Mediterranee), spiega questa bellissima filosofia orientale, scegliendo di commentare dieci storie. Né acqua né Luna, come avrete capito, è una di queste.
Nella spiegazione della storiella, che troverete sotto, e nel proseguo del capitolo-religione, c’è molto di Osho (le sue frasi sono in rientro e in corsivo), e qualcosa di mio.
Trovo i libri di Osho molto interessanti, ha il dono di scrivere, argomenti tutt’altro semplici, con un linguaggio semplicissimo.

Veniamo alla storiella zen:

La monaca Chimono studiò per anni, ma non fu capace di trovare l’illuminazione…

Illuminazione: spesso si sente questa parola, per i Buddhisti significa raggiungere il Nirvana (il paradiso delle Sacre Scritture).

Che cos’è l’illuminazione? È diventare consapevole: chi sei? Non ha niente a che vedere con il mondo esterno, non ha niente a che vedere con quello che hanno detto gli altri.
Illuminazione significa andare alla sorgente, e la sorgente è dentro di te, dove la vita scorre, palpita e pulsa continuamente. Perché chiedere agli altri?

Non basta studiare per raggiungere Dio.
Una delle cose dette da Gesù che mi piace di più è: Dio è amore (dalla Prima lettera di Giovanni: capitolo 4 [16]).
Di fatto il mondo trabocca d’amore, e se si pensa al Dio creatore è più che naturale il binomio Dio-Amore. Ma l’amore è un sentimento, non lo puoi studiare, imprigionarlo in futili parole; la sua stessa natura è quella di un’esperienza, e l’esperienza non si impara sui libri, si acquisisce con la pratica, vivendo in prima persona, con tutto te stesso. La mente ti può essere perfino d’intralcio, perché vorrebbe avere tutto sotto controllo, ha paura dei cambiamenti, fosse per lei non ti innamoreresti mai: Perché rischiare? Viceversa quando sei innamorato perdi le tue certezze, o per meglio dire non ti interessano più. Non è un caso che si dica: l’amore è cieco e la follia lo accompagna sempre.

Il vecchio secchio pieno d’acqua, che portava Chimono, è la sua mente che è sempre vecchia, sempre piena di pensieri

Anche voi state portando un secchio molto, molto vecchio e pieno d’acqua: la vostra mente piena di pensieri. È la cosa più vecchia, la più pesante che uno possa portarsi dietro, è come trascinarsi un cadavere. La mente è sempre vecchia, non è mai nuova, per sua vera natura non può esserlo, poiché mente vuol dire ricordi. E come possono i ricordi essere nuovi? Mente significa il conosciuto e come può il conosciuto essere nuovo? Mente vuol dire passato, e come può il passato essere nuovo?

Quando il secchio si spezzò, Chimono non vide più la luna riflessa nel secchio e s’illuminò.
Si rese conto che fino a quel momento aveva visto, la luna, e tutte le cose attraverso un riflesso: vedeva, sentiva ogni cosa attraverso la mente, condizionata da tutto ciò che le avevano insegnato, che aveva studiato.
Per vedere la vera luna sarebbe bastato che avesse aperto gli occhi: la luna era sopra la sua testa, era sempre stata lì, come l’universo.
E così anche noi, come la monaca Chimono, stiamo diventando ciechi e sordi.
Fin dalla nascita ci hanno inculcato così tante regole, comandamenti, dogmi, da non accorgerci che stiamo vedendo soltanto il riflesso delle cose, della luna.
Quando è nato Francesco e lo abbiamo mandato all’asilo è sorto il primo dilemma. La maestra ha voluto sapere se eravamo favorevoli all’insegnamento della religione cattolica.
«Ma come il bambino ha appena tre anni e non domanda nulla, e noi gli diamo già la risposta?», mi domandavo preoccupato.
Poi abbiamo acconsentito, in ogni caso avremmo sbagliato, avremmo comunque deciso al posto suo.
Di fatto, a seconda del luogo in cui nasce, ogni bimbo viene indirizzato ad una religione, un credo, così facendo viene condizionato, da genitori, insegnanti, preti.
E tutto questo non dico che si faccia per cattiveria, l’intenzione può essere condivisa: si pensa al bene del bambino. Si cerca di dargli sicurezze di non farlo preoccupare. Che non gli venga mai in mente, poverino, quella domanda che da sempre fa tanta paura:
«Perché dobbiamo morire? Cosa ci capiterà nell’aldilà?»
È proprio per rispondere a questo dilemma che, nei secoli, sono nate decine e decine di religioni. Affidandoti a loro puoi stare sereno, fai tutto ciò che ti dicono e ti salverai.
Religione che ha, guarda caso, come principio basilare la fede. Credere ciecamente. Ma l’universo è luce assoluta, non c’è nessuna oscurità. Non c’è bisogno di credere nel sole, nella luna, in una rosa: sono davanti a noi.
Per vedere e godere della magia dell’universo, basta aprire gli occhi: solo un cieco ha bisogno di credere nella luce.
A me piace pensare che l’esistenza in sé sia più che sufficiente, tante cose non le capiamo, fa niente, la natura è di una bellezza travolgente: non basta?

Se non l’avete capita, non vi preoccupate. Io stesso l’ho letta per anni senza trovarci nulla.
Magari non è il vostro momento. Forse non v’interessa proprio.
Ciò che mi preme dire è che, oggigiorno, abbiamo tutti gli strumenti per scegliere liberamente la nostra strada. Abbiamo uno strumento potentissimo: il dubbio. Solo dubitando sulle cose è possibile eliminare preconcetti e pregiudizi, e liberarsi da dogmi che fin dall’infanzia ci hanno inculcato.
E ve lo dice uno che ha sempre avuto più che una curiosità per tutte le religioni.
Leggendo di tutto, dal vecchio e nuovo Testamento, a testi sul Buddismo, Induismo, Taoismo…
Inizialmente con curiosità, con la speranza che mi stavo avvicinando davvero a Dio. Per poi ritornare al punto di partenza, con un pugno di mosche in mano.
Non voglio dire che ho perso tempo. Tutt’altro.
Tutti i libri che ho letto me li porto dentro. Mi sono serviti per capire che la Risposta non è in nessun testo di duemila o più anni fa.
Mi sono serviti per avere più fiducia nei miei sensi.
E poi non mi piace che mi si dica come vivere la mia vita. Mi è sempre sembrata assurda la storia dei dieci comandamenti da rispettare. Comandamenti che vanno contro la natura umana. È chiaro che non mi riferisco a non ammazzare. Quello che voglio dire è che dentro di noi c’è un po’ di tutto. È nella nostra natura desiderare, è nella nostra natura l’invidia. Ma per la religione tutto ciò è peccato, e mi sembra pazzesca una religione che ci fa vivere in continui sensi di colpa.
Mi volete far credere che possa esistere un Padre che ti manda all’inferno semplicemente perché desideri le cose o le donne d’altri, se mangi una torta barozzi con mascarpone? O anche solo se pensi di farlo? Mah!
Tutti i santi giorni siamo destinati a commettere centinaia di peccati e, qui viene il bello, se non li confessi in tempo a un prete, brucerai per sempre all’inferno.
Io penso che dobbiamo accettare la nostra natura umana, facendo sì che sia sempre il bene a prevalere, ma accentando il male che è in noi.
Non esiste una persona che è totalmente buona, così come una persona totalmente cattiva.
Prendiamo Lucifero, il Diavolo, la rappresentazione del male. Com’è possibile pensare che era il più perfetto degli angeli e poi, dato che voleva essere alla pari con Dio, venne scaraventato all’inferno: da angelo perfetto a male assoluto?
Sono convinto che dentro il bene ci sia una parte di male, e che dentro il male ci sia anche una parte di bene. In altre parole che Dio e il Diavolo, che bene e male siano un tutt’uno.
Bene/male, amore/odio, bello/brutto, sono parole, servono per comunicare, e come tali sono unilaterali, hanno un solo significato: la parola felice vuole dire felicità e basta, così come la parola infelice; ma nella vita non si è mai totalmente felici o totalmente tristi. La vita è molto di più, è molto più complessa.
A proposito delle parole, io le adoro. Con le parole vengono fuori romanzi che mi emozionano, ma quando penso all’universo e al suo trasformarsi mi piace pensare che si componga di verbi e non di parole, non di nomi.

È necessario capire una cosa fondamentale: il mondo si compone di verbi, non di nomi. I nomi sono invenzioni umane, necessarie, ma pur sempre invenzioni dell’uomo. Nella realtà, l’esistenza consiste di verbi,non di nomi o pronomi. La rosa è definito ‘fiore’; ma non è giusto, perché la rosa non ha mai smesso di fiorire, sta ancora fiorendo: è un verbo, è un fluire. Definirla fiore significa darle un nome. Vedi un fiume, lo chiami ‘fiume’ e lo riduci a un nome, mentre è un fiumeggiare. Stai più attento all’esistenza: tutto è in trasformazione, tutto fluisce. Il bambino diventa un giovane, il giovane invecchia. La vita si trasforma in morte, la morte in vita. […] Ricordi forse quando hai smesso di essere bambino? In quale istante è finita l’infanzia e tu sei diventato un ragazzo? Non esiste una demarcazione, un punto fermo. In te sta ancora fluendo il bambino, se chiudi gli occhi, troverai che è ancora lì e fluisce. Hai assorbito in te spazi più ampi, ma tutto ciò che è esistito è ancora presente.
Il fiume si espande, nuovi torrenti confluiscono in lui, ma il rivoletto iniziale è sempre presente. Se hai visto il Gange in India, uno dei fiumi più belli che esistono, lo puoi capire. La sua sorgente è così piccola che la testa di una mucca, ovviamente scolpita nella pietra, è sufficiente a far passare le acque che ne segnano l’inizio. La sorgente è piccolissima, ma quando vedi il Gange vicino all’oceano, là dove il fiume e il mare si incontrano, sembra lui stesso un oceano, tanto è vasto!
[…] Mille fiumi vi sono confluiti fino a renderlo oceanico, ma il primo rivoletto è ancora vivo, permane anche quando il Gange si riversa nell’oceano, continua a fluire. Forse diverrà una nuvola, forse si scioglierà in pioggia… continuerà all’infinito. (tratto da: La Bibbia di Rajneesh di Bhagwan Shree Rajneesh (Osho), edizioni Bompiani. Prima edizione gennaio 1988)

E a me questo pensiero di Osho rasserena. Mi piace pensare che la vita sia invasa da questa enorme energia, Osho la chiama essenza divina, che trabocca in ogni organismo vivente, e che si trasforma continuamente.
Non c’è dato di sapere di più, ma va bene così.
Mi sembra semplicistico pensare alla reincarnazione Buddista, che se ti comporti bene nasci uomo sempre più evoluto, se ti comporti male nasci animale (e poi chi lo dice che un animale è un essere inferiore?).
Io nelle mie visioni mi vedo trasformato in nuvola e poi in pioggia, e poi, alla fine, devo diventare senz’altro erbetta.
Che sia chiaro non voglio insegnare niente a nessuno, e rispetto ogni religione, del resto: come si fa a non rispettare la fede incondizionata e pura che ha mia madre per la Madonnina?

Un’ultimissima considerazione, e questo capitolo-mattone dedicato alla fede terminerà.
La mamma – essendole rimasta impressa l’immagine della lapide della madre ricoperta di neve – ha sempre detto di non voler essere sepolta per terra: molto meglio un tombino, naturalmente di fianco a Giliano.
Ed è ciò che faremo, speriamo più tardi possibile.
Io vorrei essere cremato, e non solo per una questione d’igiene, che non è da sottovalutare, ma per poi poter disperdere le ceneri nella natura. Sul Cimone, nel fiume Panaro, in un campo d’erba. Non ho ancora deciso.
Magari proprio a Paganine, perché no: dove ho giocato nella mia prima squadra di calcio, e allora sarei davvero erbetta.
E che bello quando la pioggia mi bagnerà: che quando, in casa, si lamentano perché piove troppo, io penso all’erbetta e sono felice.
«Perché voi non bevete tutti i giorni?», sbotto, «anche l’erbetta poverina ha sete».

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Sono nato a Modena 53 anni fa, e abito a Formigine. Amo la mia famiglia; i miei due splendidi figli Francesco ed Eleonora; mia moglie Luisa. Le immagini del blog sono principalmente sue. Ho deciso di aprire questo blog per raccontare le mie passioni: libri, film, musica... Lo faccio principalmente per me stesso. Perché mentre mi racconto, verbalmente o per iscritto non cambia molto, mi torno ad emozionare. Come la prima volta. Spero che, nei miei articoli, questo sentimento si percepisca, che arrivi all'eventuale lettore. Dimenticavo due cose. Entrambe rilevanti. La prima: nella vita, chi mi conosce lo sa, da 31 anni faccio "piastrelle". Ogni anno una nuova sfida. Ma vivo la mia professione con passione. L'unico modo a mio parere, per non "impazzire". La seconda: ho un'altra grande passione. Sono tifoso del Modena Football Club 1912... Sì lo so, è una bella "sfiga"! Ma sono nato a Modena, amo la Ghirlandina e il vero amore mica puoi sceglierlo... P.S. Ho messo il nome della mia squadra del cuore per intero, perché oramai, del Modena calcio rimane solo la storia.

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