I passi del tempo: Settimo Capitolo

Radici

Ma in questa storia che sto raccontando mio padre è ancora un ragazzo, con tutta la vita davanti.
Mi sono incontrato con zio Enzo, zia Marisa, Contarda e Deanna – di otto fratelli sono rimasti loro quattro – per sapere di mio padre, della loro infanzia, dei miei nonni. Mi sono impossessato dei loro ricordi, superando timidezza e vergogna.
Perché mai come ora sento forte nel cuore la presenza di mio padre, sento la necessità di non dimenticare.
Ci siamo trovati sabato 12 novembre 2011, a casa di Silva, cugina di mio padre.
Deanna mi aveva telefonato il giorno prima, confermandomi l’appuntamento:
«Si è raccomandata Silva di non fare colazione, ce la prepara lei».
Sono arrivato al parcheggio alle 9,00, i miei zii erano già tutti lì che mi aspettavano.
«Ciao a tutti, che bella mattina – ho esordito -, sembra già primavera!».
Chissà perché quando si è in imbarazzo si finisce sempre per parlare del tempo, o di stupidaggini.
Siamo saliti al quarto piano, e io una volta in casa avrei voluto partire a mille, è la mia natura, ma prima c’era la colazione: torta di cioccolato, torta di mandorle, succo di frutta e caffè. Tutto perfetto e buono, ed effettivamente è servito per rompere il ghiaccio, che un po’ d’ansia l’avevamo tutti.
«Non so mica cosa vuole sapere Roberto», ha detto Enzo, appoggiando sul tavolo una borsa piena di fotografie, documenti e lettere.
«Io ho tante cose, ma sono soprattutto sui miei genitori, magari non interessano», ha ribattuto Silva.
«Non vi preoccupate, vi farò soltanto delle domande, e tutto ciò che ricordate andrà bene; anche le foto mi interessano, mi fa piacere vederle e più sono vecchie meglio è – tranquillizzai i miei parenti -; purtroppo mio padre non c’è più, che chissà quante cose avrebbe potuto dirmi».
Avevo preso con me il computer portatile e ho fatto vedere a tutti le foto già inserite tra le pagine del racconto. Alcune, quelle dei nonni materni, o di Francesco ed Eleonora ad esempio,  non le avevano mai viste e hanno sorriso. Sono servite a sdrammatizzare.
Poi hanno iniziato a raccontare.

Nonno Alberto e nonna Elvira si sono sposati nell’Aprile del 1923, nella chiesa della “Mavora” di Nonantola. Mezzadri da generazioni abitavano in un sito di Nonantola, in via Santa Lucia n°1.
«Fieno, erba, pomodoro, frumento, mais, frutta, verdura, coltivavamo di tutto», mi dice Marisa.
«Anche l’uva?»
«Eh sì».
«E imbottigliavate?»
«Tutti gli anni. Un lambrusco che non ti dico, mi ricordo ancora quando pestavo l’uva».
«E di bestie ne avevate?»
«Mucche, galline, conigli e tacchini, e maiali che ogni anno ne ammazzavamo uno, ed era una festa».

Tonino, il primo figlio, è nato nel 1925, Deanna, l’ultimo, nel 1943. Ogni due, massimo tre anni, Elvira – precisa come
un orologio svizzero – restava incinta: in tutto otto figli.

«Eh sì, tua nonna è stata proprio fortunata per non aver perso nessun bimbo – riprende Marisa -, in tempi in cui la mortalità infantile era altissima. Ma con tuo zio Duilio mica tanto. Aveva quattordici anni quando cadde dalla scala del pollaio sbattendo la testa. Una botta talmente violenta da rimanere in coma per un paio di giorni. Poi si riprese e sembrò tutto a posto, fino a quando incominciò ad incantarsi, lo sguardo fisso nel vuoto. Furono i primi sintomi della malattia: una forma di epilessia fortissima, che esplose nel 1943, condizionandogli la vita. Visitato da tanti professori non ci fu niente da fare. Dagli esami risultò evidente un grosso ematoma dietro alla testa, non operabile. Lo imbottirono di pillole, ma le crisi erano sempre più frequenti. Il buongiorno si vede dal mattino, e noi lo capivamo subito se era una buona giornata, se già di mattina presto s’incantava erano guai, il segnale che sarebbero venute le crisi. Ma Duilio mica ci voleva stare in casa, andava a lezione di fisarmonica ed era bravissimo, e più il papà gli diceva di stare in casa più lui si ribellava e usciva. E io lo seguivo di nascosto, perché con me non s’arrabbiava. Sai quante volte l’ho visto bloccarsi e… e poi poverino le crisi, anche tre quattro volte in un giorno».

Non deve essere stato facile per mia zia Marisa, se Duilio aveva sedici anni lei solamente otto.

A quei tempi l’epilessia non era solo una malattia.
Le persone vittime di questo male difficilmente avevano una vita normale. In più, nel passato, si tendeva a tenere tutto nascosto, si provava vergogna. Per ignoranza si collegava l’epilessia a una forma di pazzia, e ancora peggio: secondo una vecchia credenza popolare le persone prese da convulsioni, con bava, schiuma alla bocca e occhi rovesciati, venivano accusate di essere possedute dal diavolo. Non che la famiglia ci credesse, ma vedere Duilio stare male e doversi anche preoccupare della gente era devastante.
Per di più si ammalò nel più brutto contesto storico di sempre: in piena seconda guerra mondiale.
Ne sa qualcosa lo zio Tonino, fratello maggiore, che dopo pochi mesi di accademia per non andare in guerra disertò, dandosi alla macchia.
I fascisti più volte perquisirono la casa, ma senza risultati. Fino a quando arrestarono nonno Berto. Tonino allora, che aveva saputo dell’arresto del padre, si costituì.
Berto fu liberato ma il figlio arrestato, e poi mandato in un campo di concentramento. Inizialmente a Lugo di Romagna, poi in Germania.
Per la famiglia fu un durissimo colpo.
Come se non bastasse i fascisti stavano per arrestare proprio Duilio.
Un tardo pomeriggio, mentre ritornava a casa dalla solita lezione di fisarmonica, si imbatté in una retata, e insieme ad altri venne caricato su una camionetta. La fortuna fu che Duilio conoscesse uno dei fascisti:
«Dai Boni liberami che sei anche tu di Nonantola e lo sai che non ho fatto niente. Sei stato tante volte da noi a mangiare il salame, dai lasciami andare che siamo brava gente».

Vedere e sentire i miei parenti è stata un’emozione molto forte, mi è sembrato di tornare indietro nel tempo. Ritrovo nelle loro parole, nella loro storia, la mia stessa storia. E il pensiero di far parte di questa famiglia, mi fa star bene, m’inorgoglisce. Guardare le loro foto mi emoziona, è un po’ come esserci stato anch’io, sentire per davvero il suono della fisarmonica di Duilio, i passi di nonno Berto che si alza dal letto che è ancora notte, perché la campagna non aspetta e ancora meno le bestie…

Il 25 luglio 1943 la radio trasmise in tutta Italia il comunicato di Vittorio Emanuele III re d’Italia che dichiarava la caduta di Mussolini e nominava, a capo del governo, il cavaliere Badoglio.
In ogni città, nonostante i tanti tedeschi accampati, il popolo s’illuse che la guerra fosse agli sgoccioli. Speranza che arrivò al culmine l’8 settembre 1943, quando fu firmato l’Armistizio: il Regno d’Italia dichiarava di cessare le ostilità contro le forze Alleate angloamericane, una vera e propria resa incondizionata.
Vi fu un’esplosione di gioia spontanea in tutte le piazze. Ma il Führer la pensava diversamente. Mussolini, prigioniero sul Gran Sasso, sarà liberato da un comando nazista tedesco.
Il 23 settembre 1943 nasce la Repubblica sociale italiana (Repubblica di Salò), solo teoricamente guidata da Mussolini, ma a tutti gli effetti uno Stato fantoccio. Nella realtà infatti il Duce ricoprirà solo un ruolo di facciata, diventando in sostanza il burattino di Hitler.
Da quel momento quella dei tedeschi, sul suolo italiano, fu una vera e propria occupazione, e la situazione continuò a peggiorare.
I primi a pagarne dazio furono gli ebrei.
Quando nel 1938 Mussolini vara le leggi razziali, contribuisce non poco a seminare il germe dell’odio, ma le privazioni, i divieti e le leggi antiebraiche non hanno niente a che vedere con lo sterminio.
Nessun ebreo è stato deportato o ucciso fino al settembre del 1943. Con la Repubblica di Salò viceversa cambierà tutto, e ci fu anche in Italia una vera e propria caccia all’ebreo.
Con l’Olocausto morirono due terzi degli ebrei residenti in Europa, si parla di sei milioni di vittime. E sarebbero potuti essere molti di più senza l’aiuto di tanti italiani che, pur di nascondere gli ebrei, misero a repentaglio la loro stessa vita.
Tra i tanti salvataggi eclatanti e le tante testimonianze, anche i nonantolani entrano di diritto nell’Olimpo degli eroi.
Questa è la loro storia.

Tra il luglio del 1942 e il settembre 1943 un centinaio di ebrei, in maggioranza ragazzi orfani fuggiti dalla Germania e dall’Austria, si rifugiarono nella ottocentesca Villa Emma di Nonantola. Nei primi tempi – nonostante le leggi razziali – la permanenza dei ragazzi fu relativamente tranquilla. Ma con il pieno potere in mano ai nazisti erano un bersaglio fin troppo comodo e se ne andarono. Una parte si nascose nel seminario dell’abbazia di Nonantola, la maggioranza furono ospitati dalle famiglie del paese, per poi fuggire in Svizzera, muniti di documenti falsi e sottratti all’anagrafe del comune di Nonantola da impiegati che rischiarono la loro stessa vita.
Nella provincia di Modena inoltre c’erano due campi di prigionia. Il primo era a Fossoli di Carpi, il secondo alla Crocetta di Modena, entrambi a pochi chilometri da Nonantola. Quando i tedeschi occuparono i due campi nel trambusto generale – la sorveglianza si era allentata – molti prigionieri fuggirono nella campagna vicina.
È facile immaginare che alcuni di loro giunsero proprio a Nonantola.
Di fatto migliaia di vite in ogni città erano nelle mani del popolo.
E così: come ci furono purtroppo molti italiani che denunciarono gli ebrei per prendere in cambio le 3000 lire di taglia dai nazisti per ogni uomo che veniva consegnato, ce ne furono tantissimi che non si piegarono al regime.

I tedeschi vorrebbero convincerci che gli ebrei ci sono estranei, che sono di un’altra razza: ma noi li sentiamo come carne nostra e sangue nostro”. (l’Italia Libera giornale del Partito d’azione partigiano).

 “Non si deve tollerare che si ripeta a Roma l’orrendo misfatto d’intere famiglie innocenti smembrate e deportate a morire di freddo e fame chi sa dove. Queste vittime infelici della bestialità nazifascista devono essere non solo soccorse perché si sottraggono alle ricerche e alla cattura, ma anche attivamente e coraggiosamente difese”. (articolo dell’Unità)

Ho deciso di mettere questi due articoli, della stampa clandestina di allora, perché sono rappresentativi di un paese che in realtà, pur essendo alleato con la Germania, aveva una ben diversa sensibilità sul tema razziale.
La notte di San Silvestro del 1944 si respirava un’atmosfera cupa in casa Alboresi.
Come tutti gli anni si festeggiava con un cenone, ma quella sera il pensiero ritornava sempre al povero Tonino, di cui non si sapeva più nulla.
La sensazione che la guerra fosse agli sgoccioli c’era, ma la certezza quella no.
Elvira andò a letto con il pensiero del suo povero figliolo, pregando il signore che fosse ancora vivo.
Più volte si erano illusi. Anche lei l’anno prima, dopo l’arresto del Duce, era scesa in piazza a festeggiare con Berto, ma da allora un altro anno era passato. Un altro anno senza Tonino.
Ripensò a quei poveri ragazzi ebrei che aveva aiutato.
Certo aveva avuto paura, che se i nazisti li avessero scoperti… ma bisogna essere Cristiani.
Quante volte li aveva sfamati, e quante volte per paura delle retate li aveva nascosti «in un filér ed pandòr» (in un campo di pomodori).
Pregò per Tonino, magari aveva incontrato della brava gente.

«Ma noi non abbiamo  rischiato solamente per quei poveri ragazzi ebrei», racconta zio Enzo, «il rischio più grosso fu con i partigiani. Nonno Berto socialista convinto e da sempre antifascista aiutava come meglio poteva i partigiani, più volte il fienile fu usato per incontri e riunioni. Una sera hanno processato due partigiani traditori, proprio nel nostro fienile, e il giorno dopo le mogli di quei poveracci sono venute a casa nostra a cercarli. Tuo nonno ha negato tutto. Ma loro mica gli han creduto e insistevano: “I nostri uomini son venuti qui”. E allora il papà s’è arrabbiato: “Non è vero, non è vero niente, non è mai venuto nessuno a casa mia, andatevene”. Solo dopo abbiamo imparato che i due traditori erano stati fucilati. E per settimane abbiamo avuto paura che venissero i tedeschi. Abbiamo temuto che quelle povere vedove raccontassero ciò che sapevano».
«Eh sì, la guerra è proprio una brutta bestia – continua a ricordare Marisa -, gli aerei tedeschi passavano a bassa quota e noi che lavoravamo in campagna scappavamo, e una volta hanno ammazzato una povera ragazza, con la mitragliatrice … proprio sotto i miei occhi».

Sono molto orgoglioso dei miei nonni. Hanno aiutato tanta povera gente, non so bene come sia andata effettivamente la storia dei ragazzi ebrei, se facevano parte dei primi cento di Villa Emma, oppure erano altri. Anche mio padre me ne aveva parlato, ma ero piccolo. Ricordo vagamente che accennò ad alcuni oggetti, ad una lettera che gli ebrei lasciarono e dissero di conservare, ma che nonno Berto, dalla paura, bruciò.
Allora nessuno poteva immaginare cosa stava realmente succedendo nei campi di concentramento. Solo finita la guerra, si seppero dei misfatti nazisti, delle persecuzioni, le deportazioni e la morte di milioni di ebrei, zingari, comunisti, negri, e oppositori del nazismo e del fascismo. Di Auschwitz e dei forni crematori.
So che in guerra perdono tutti, che un ragazzo è sempre un ragazzo e probabilmente la nonna avrebbe aiutato anche i ragazzi tedeschi, perché era buona d’animo.
So che anche alcuni partigiani hanno fatto delle porcherie, che alcuni quando hanno potuto si sono vendicati…
Ma c’è una bella differenza ad agire come i fascisti in un contesto di regime dittatoriale sostenendo una politica illiberale e criminale, ed agire invece come i partigiani minacciati continuamente con la forza e privati della libertà.
I miei erano dalla parte giusta. Non intendo dire che tutti i fascisti sono stati criminali, ma non c’è alcun dubbio che politicamente, storicamente e umanamente, hanno scelto di stare dalla parte della dittatura antidemocratica, dalla parte di un regime violento e razzista, che si è macchiato dei peggiori crimini contro l’umanità.

Poi il 25 Aprile ci fu davvero la liberazione, davvero la guerra finì.

«Il giorno della liberazione me lo ricordo bene – sorride Marisa -: in casa ci facevamo il pane e andavamo a cuocerlo in un forno a Ravarino. Mandavano me perché ero piccolina e se mi vedevano i nazifascisti mi lasciavano andare, sai quante ragazze hanno violentato quei porci? Quel giorno d’aprile mentre tornavo a casa in bicicletta con il pane cotto, mi passarono davanti decine di camionette, con i soldati che cantavano. E ridevano e mi salutavano, ed io capii che non ero in pericolo. Quando sono arrivata a casa tutti urlavano e si abbracciavano e mi hanno detto che erano arrivati gli americani a liberarci. E loro, gli americani, hanno messo le tende in paese e a noi bambini ci hanno riempito di cioccolata».

Anche i nonni hanno festeggiato, ma il pensiero di Tonino era un chiodo fisso, un dolore continuo.

Il cannone è una sagoma nera contro il cielo cobalto
ed il gallo passeggia impettito dentro il nostro cortile
se la guerra è finita perché ti si annebbia di pianto questo giorno di aprile

Ma il paese è in festa e saluta i soldati tornati
mentre mandrie di nuvole pigre dormono sul campanile
ed ognuno ritorna alla vita come i fiori nei prati
come il vento di aprile.

E la Russia è una favola bianca che conosci a memoria
e che sogni ogni notte stringendo la sua lettera breve
le cicogne sospese nell’aria,
il suo viso bagnato di neve

E l’Italia cantando ormai libera allaga le strade
sventolando nel cielo bandiere impazzite di luce
e prendendoti in braccio Deanna piangendo sorridi
mentre attorno qualcuno una storia o una vita ricuce

e chissà se Tonino ha addosso un cappotto
o se dorme in un caldo fienile
sotto il glicine lo aspetti
con il sole d’aprile

Dedico a nonna Elvira queste strofe della canzone Quel giorno d’aprile di Francesco Guccini. Parlano del giorno della liberazione. Ogni volta che l’ascolto mi commuovo e la associo alla nonna: sembrano scritte (con due mie piccole correzioni in grassetto) apposta per lei.
La guerra era finita ma Tonino non era tornato, e i poveri nonni, da quando il figlio era stato deportato, non avevano mai avuto notizie. Nemmeno una lettera.
Più volte Berto andò ad informarsi in caserma, in questura, ma inutilmente.
Poi, quando s’incominciava a perdere la speranza, una bellissima mattina d’ottobre tornò a casa.
«Il papà andò a prenderlo all’ospedale. Tonino pesava  45 kg, e il dottore si raccomandò di dargli da bere e da mangiare un poco per volta» racconta Enzo.
«Mi salvò un prete tedesco. Tutti i disertori erano stati fucilati, ma quel prete mi prese in simpatia e mi salvò», le poche parole che disse Tonino sul campo di concentramento.
Di certo lo zio non è più stato lo stesso di prima.
Finita la guerra, la vita chiamava, e la speranza era tanta, così come la voglia di fare, di divertirsi, di cambiare questo paese.
Mio padre avrebbe tanto voluto studiare, me l’ha sempre ripetuto, ma presa la licenza elementare ha iniziato a lavorare, che la miseria è una brutta bestia.
Mi dice Enzo che per un paio d’anni è andato a lavorare in un sito più grande, ma non gli piaceva per niente; che insieme ai ragazzi della FGC (federazione giovani comunisti) ha costruito la nuova balera di Nonantola, la Perla Verde: «Lì sì che ci andava volentieri, che il tuo papà gli è sempre piaciuto ballare».
«Eh sì, Giliano è sempre stato un sindacalista – interviene Contarda – e comunista».
«Ma anche un birichino – ride Deanna – che andava a rubare i “rudèi” (piselli) nel sito di fronte. Aveva fatto un piccolo buco alla siepe che divideva le due proprietà. Una volta il contadino gli è corso dietro e dalla foga di scappare tuo padre ha lasciato attaccato alla siepe il suo berretto. Vi ricordate quando il contadino si è presentato in casa nostra con il berretto in mano? Hai voglia negare. E che risate».

Cinque anni dopo nel 1949, si trasferirono a Modena in via Cadiane, in un sito più grosso.

Da qui in poi, del nuovo sito, del nuovo padrone, dell’incontro tra mamma e papà  ne ho già parlato nei capitoli precedenti.
Tuttavia sento il bisogno di terminare questo capitolo parlando ancora di Duilio.

Duilio non ha mai accettato la sua malattia. Era un bel ragazzo, e chiedeva solamente di poter vivere la sua vita, di fare semplicemente le cose che si fanno a vent’anni: divertirsi, ballare, incontrare la donna della vita, fare l’amore…
La malattia gli ha negato tutto ciò.
Per lui fu ancora più difficile cambiare casa, paese, amici…
A Nonantola c’era nato, molte persone le conosceva da prima della malattia, era più facile, ma in questa nuova casa non ci si ritrovava, non riusciva a legare, si sentiva a disagio.
Spesso Duilio se la prendeva con il papà Berto, fin troppo protettivo, si ribellava, lo sfidava. Era il suo modo per sfogarsi. Ma più passavano gli anni e più stava peggio. Le crisi erano continue e violente.
I fratelli avevano la loro vita, le loro storie d’amore, e lui?
Dall’infelicità alla depressione il confine può essere molto sottile.
È Marisa che mi racconta di quella brutta mattina.
«Duilio era in campagna a lavorare, ma più cupo del solito. Aveva compiuto 26 anni il novembre precedente. E la nonna da un bel pezzo se n’era accorta che qualcosa non andava. Si sarebbe privata di ogni cosa per quel suo bimbo sfortunato, per poterlo vedere felice, e sereno come prima della malattia.
Bastò un piccolo pretesto per farlo scattare. Duilio urlò che era stanco, e scuro in volto tornò a casa.
La nonna si sfogò con Berto. Non sapeva proprio come fare per aiutarlo… e non era giusto! Che se ci fosse stato in cielo davvero un Cristo, non avrebbe permesso tanto dolore. Poi d’istinto ebbe un presentimento, qualcosa non andava. Corse in casa, chiamò il figlio e non sentendo risposta salì le scale fino alla soffitta.
Non ci sono parole per spiegare il dolore che provò quando si affacciò… nulla sarebbe più stato come prima! Non avrebbe mai più scordato quei piedi che penzolavano nel vuoto… Si buttò sul povero figlio, sorreggendolo di forza e incominciò a urlare a squarciagola. La fortuna volle che c’era una cassa d’uva vuota. Elvira la prese e la mise sotto i piedi del figlio, che ancora respirava. Fu ricoverato a Villa Igea.
Poi si riprese e tornò a casa; ma per anni tuo zio non trovò il suo equilibrio. Aveva spesso il muso, era scorbutico e non gli si poteva dire niente, quando il papà lo sgridava Duilio prendeva in mano una corda e faceva quell’atto lì… Dio Mama! Per ingiuriarlo», conclude mia zia.

Quando Marisa ha cominciato a raccontare Contarda non era d’accordo:
«No è meglio che non gli diciamo niente», si lamentava preoccupata.
«Ma perché? Cosa c’è di male? Non c’è niente da vergognarsi… lo deve sapere. E se se lo sente, fa bene a scriverlo», ribatteva Marisa.
A casa della Silva eravamo in tanti e si parlava contemporaneamente… le voci si sovrapponevano, e allora Marisa «Dai continuate a parlare tra voi». E rivolgendosi a me, sottovoce, ha raccontato quello che ho scritto.
Appena la zia ha iniziato il discorso ho ricordato quasi tutto, anche mio padre ne aveva parlato, ma ero piccolo. Da quando scrivo questo racconto tante altre cose sommerse sono tornate prepotentemente a galla. Scrivo di sera, a volte fino a tarda notte, e quando mi decido ad andare a letto, non dormo da quanto mi batte il cuore, da quanto sono emozionato.
Continuo a pensare a queste storie… ed è in quei momenti che affiora il passato.
A volte sarebbe più facile cancellare, dimenticare…
Più d’una volta, in questi giorni in cui sto scrivendo, ho cancellato questa storia, dando ragione a Contarda. Più d’una volta ho preso in mano la foto della nonna – è giovane e deve essere stata scattata proprio in quel periodo -: due occhi neri profondi come pozzi, due occhi che urlano.
Due occhi che mi hanno convinto a proseguire il racconto.
Il fatto che sia stata proprio lei a salvarlo è triste ma allo stesso tempo bello. Perché io Duilio l’ho conosciuto dopo, e me lo ricordo come una persona gioiosa, sempre pronto alla burla. Un uomo che ha poi raggiunto una sua dimensione, un suo equilibrio.
Se la nonna non l’avesse salvato, allora sì che sarebbe stata una tragedia.
Ricordare Duilio e nonna Elvira è invece un dovere. Due persone speciali alle quali ho voluto tanto bene e per sempre gliene vorrò.
Elvira, che è come lo avesse messo al mondo due volte il suo bambino.
Quante volte Duilio mi ha fatto ridere.
Come quella volta che si è tagliato le unghie dei piedi davanti a me e Andrea, e poi fingeva di mangiarsele.
Quante volte mi ha parlato del Modena, di quando era in serie A, e andava a vedere Cinesinho.
Io ero solo un bambino ma quella sua grossa passione mi ha contagiato. Eh sì, deve essere nato lì il mio amore sfegatato e incondizionato per i canarini.
Del resto, come ho già detto, il sangue non è acqua.

 

Martedì 24 gennaio 2012, ore 8,30

Questa mattina devo portare la mia bimba all’ospedale.
Dalla preoccupazione sono due notti che non dormo…
È iniziato tutto domenica mentre andavamo da mia madre a pranzo. Eleonora si è lamentata di un forte dolore all’occhio sinistro.
Mi ha raccontato di sentire male dalla sera prima, quando si è tolta le lenti a contatto.
Domenica sera il dolore non passava, e siamo andati al pronto soccorso del policlinico di Modena.
Il dottore ha guardato l’occhio di Eleonora per un tempo che mi è parso non finisse mai e poi ci ha gelato, diagnosticandole una possibile lesione dell’occhio: «Potrebbe essere una lesione erpetica o batteriologica, ha una forma strana e non mi piace per niente».
Noi che pensavamo ad una congiuntivite ci siamo rimasti malissimo, del resto non si è mai preparati alle brutte notizie.
Povera la mia bella bimba, il dottore le ha messo tre diversi colliri e una pomata. Poi l’ha bendata e ci ha dato appuntamento per martedì mattina.
È stata bravissima, che prima di allora anche per metterle un comune collirio era un dramma, non c’era verso che tenesse l’occhio aperto. Secondo lei le gocce entravano anche così, mi veniva una rabbia…
Per un po’ niente scuola, ma la scuola è il meno, così come tutto il resto.
I problemi quotidiani così duri da affrontare, come le mie paure, perdono di colpo d’importanza.
Sono le 9,30 e abbiamo l’appuntamento alle 11,00. È ora di svegliarla perché le devo dare le medicine.
Il Dottore al pronto soccorso mi ha fatto vedere come dare la pomata: con un dito devo abbassare la palpebra dell’occhio e metterne un filo nella sacca che si viene a formare. Ho tanta paura, le voglio così bene che farei di tutto. Ma se non è nulla di grave giuro che smetto di avere paura.
Ok la sveglio. Speriamo, speriamo, speriamo bene.

 Martedì sera, ore 23,00

 Per fortuna è andata bene, come mi sento meglio. Grazie, grazie, grazie.
Si è trattato di una piccola lesione provocata dalla lente a contatto. Per un mesetto dovrà continuare con i colliri ma non avrà conseguenze.
Beh adesso dovrò mantenere il patto, ma… non sarà facile.
Il fatto è che da sempre ogni giorno nel lavoro ho una fottuta paura che mi blocca… paura di non farcela, di venire smascherato.
Nel mio lavoro so di essere bravo, ci metto l’anima, ma la paura è più forte!
Sono responsabile di ricerca e capo laboratorio di un’azienda ceramica leader del settore, ma… continuo ad avere paura. Prima di addormentarmi ogni sera continuo a contare i mesi, gli anni che lavoro con continuità: ventisei anni a maggio. E ogni nuovo anno la stessa paura. Come posso pensare di superare le nuove sfide lavorative, io che alcune parole non le so ancora pronunciare?
Sì perché ogni volta che devo fare una cosa nuova mi blocco, è più forte di me. Poi, dopo un po’ mi sciolgo.
Ma è dura.
Lo so che sono per la maggior parte  paure del passato, l’eredità che mi ha lasciato quella stronza della maestra, ma è più forte di me.
L’ultima grande sfida lavorativa: la tecnologia digitale-inkjet. Per far ricerca, per far piastrelle, bisogna diventare dei grafici e imparare a usare Photoshop!
Io che sono sempre stato allergico al computer: basterà la mia cocciutaggine?
Per scherzo a mia moglie e ai miei figli dico che sono diventato obsoleto, che sono un vuoto a perdere.
La butto sull’ironico ma la paura fa novanta, di certo un neolaureato ha una preparazione superiore.
Mi stresso al punto che mi prende nello stomaco.
E poi la ceramica mi ha regalato la stitichezza.
Luisa mi dice che mi devo rilassare.
Eh sii… come se fosse facile.
Al lavoro mi sento sempre sotto pressione. Sempre intento a proseguire il mio obiettivo, non riesco proprio a rilassarmi. Quando c’è un fornitore in ufficio cerco sempre di stringere. Alcuni di loro li conosco ormai da vent’anni, sono amici e cercano semplicemente di essere simpatici, di vendermi i loro materiali. Io dopo mi sento in colpa, ma è più forte di me… non faccio apposta.
So di risultare scorbutico e antipatico, di sembrare spietato, ma semplicemente penso alle mille cose che devo fare e m’irrigidisco.

 Domenica 29 Gennaio 2012

 A pranzo sono andato a mangiare da mia madre.
Eravamo soli, i bimbi sono con Elena.
Luisa è a lavorare. Da un paio d’anni lavora in una struttura per anziani.
Non è fissa, ha un contratto a tempo determinato, sostituisce una ragazza in maternità. Luisa decorava le piastrelle a mano, era molto brava, ma la crisi ha colpito per prime le ditte di Terzo fuoco.
Si è dovuta reinventare un lavoro a quarantacinque anni. Ha fatto il corso da OSS (operatore socio sanitario), penso che ci sia portata, e poi ha molta pazienza, che non guasta.
Abbiamo un bel rapporto, ridiamo di tutto e di niente, condividiamo le tante passioni che abbiamo in comune.
Io sono il suo Robby, ma all’occorrenza mi trasformo in Bob Bamboz. Lei è la mia Luisa, ma in un attimo è la mia cagacazzina.
Come tutte le coppie abbiamo avuto qualche incomprensione, ma le abbiamo superate. Siamo insieme da nove anni, ci amiamo. Ci siamo sposati il 24 Marzo del 2007.
Ultimamente si è messa a rubarmi le battute. Se la rimprovero – per scherzo eh – mi ruba la mia battuta preferita: «Veh che io faccio del mio meglio».

La mamma sta bene. Le ho parlato di questo lavoro che sto scrivendo: ne è orgogliosa e si vede.
Mi ha dato un foglio che mi ha preparato mia zia Luisa, con i nomi e le date di nascite e di morte dei suoi antenati, che poi sono anche i miei.
La storia di mia zia è curiosa.
Suo padre è Fava Folicardo, fratello di mia nonna Elvira (la mamma di mio padre).
Sua madre è Alboresi Emilia, sorella di mio nonno Alberto (il papà di mio padre). Quindi è due volte cugina di mio padre.
Poi, quando i miei genitori si sono sposati, ha conosciuto Giancarlo, il fratello di mia madre.
Beh, per farla breve si sono innamorati e sposati.
È così diventata anche cognata di mio padre, oltre che doppia cugina.
Mentre mangiavamo – io e la mamma – abbiamo sentito il telegiornale e abbiamo commentato la morte di Oscar Luigi Scalfaro: Presidente della Repubblica negli anni ’90.
Mia madre ha un suo modo semplice e schietto di commentare e vedere le cose, che mi fa morire dal ridere.
Stavamo sentendo la testimonianza di Dalema:
«Ma vè, slè gnù vecc» (Ma guarda, com’è diventato vecchio).
«Non invecchia mica Berlusconi – le ho risposto -, che vent’anni fa era pelato con le rughe e dimostrava settant’anni, mentre adesso che ne ha settantasei ne dimostra cinquanta. Con i capelli e tirato com’è da tutti i cantoni».
«A perforza, al se fat totta la testa nova. Fora an, menga deinter (A per forza, si è fatto fare tutta la testa nuova. Fuori eh, mica dentro)» È stata la pillola di mia madre.
Che anche i bimbi la prendono in giro perché ce l’ha con Berlusconi. E se lei nega, viene anche canzonata:
«Ma nonna se dici sempre “ag cagarev in bòca”» (gli cagherei in bocca).

Concludo proponendovi la colonna sonora dell’articolo.
Chi segue il mio blog sa che a volte lo faccio, nelle recensione dei libri ad esempio. Nei primi sei capitoli di questa mia storia non lo avevo ancora fatto. Farò un’eccezione.

Ho scelto Quel giorno d’aprile di Francesco Guccini, dall’album L’ultima Thule del 2012 – ventiquattresimo ed ultimo album del cantautore modenese -, nell’articolo vi ho già detto che sembrano scritte apposta per nonna Elvira.

Cliccando QUI, potete ascoltarla, è bellissima…

 

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Sono nato a Modena 53 anni fa, e abito a Formigine. Amo la mia famiglia; i miei due splendidi figli Francesco ed Eleonora; mia moglie Luisa. Le immagini del blog sono principalmente sue. Ho deciso di aprire questo blog per raccontare le mie passioni: libri, film, musica... Lo faccio principalmente per me stesso. Perché mentre mi racconto, verbalmente o per iscritto non cambia molto, mi torno ad emozionare. Come la prima volta. Spero che, nei miei articoli, questo sentimento si percepisca, che arrivi all'eventuale lettore. Dimenticavo due cose. Entrambe rilevanti. La prima: nella vita, chi mi conosce lo sa, da 31 anni faccio "piastrelle". Ogni anno una nuova sfida. Ma vivo la mia professione con passione. L'unico modo a mio parere, per non "impazzire". La seconda: ho un'altra grande passione. Sono tifoso del Modena Football Club 1912... Sì lo so, è una bella "sfiga"! Ma sono nato a Modena, amo la Ghirlandina e il vero amore mica puoi sceglierlo... P.S. Ho messo il nome della mia squadra del cuore per intero, perché oramai, del Modena calcio rimane solo la storia.

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