La vita davanti a sé

Bellissimo e poi drammatico, pur rimanendo divertente.
È il protagonista stesso a raccontare le vicende, con una scrittura semplice e disarmante – del resto è un bambino di dieci anni -, che ti rapisce dalla prima all’ultima pagina.
È la storia di Momò, bambino arabo, figlio di nessuno, che viene cresciuto insieme ad altri bambini, da Madame Rosa – vecchia prostituta grassa ed ebrea reduce da Auschwitz – in un appartamento al sesto piano e senza ascensore di un quartiere multietnico a Parigi. Nonostante il rapporto tra Madame Rosa e Momò sia a tutti gli effetti un contratto di lavoro – tutti i mesi Rosa riceve un vaglia per il mantenimento del bambino – sboccerà tra i due un fortissimo sentimento d’amore, un amore materno, cambia poco che non ci sia un legame di sangue. Sarà Momò a provvedere a Madame Rosa quando la sua salute peggiorerà e non sarà più in grado di fare i sei piani di scale.
E sono proprio i pensieri di un semplice bambino ad elevare a capolavoro il romanzo. Momò che fa i dispetti, perfino ruba, e tuttavia è capace d’interrogarsi sui grandi quesiti filosofici – lui stesso si autodefinisce un filosofo – comuni a tutti noi umani.
Primo tra tutti la solita paura, ognuno la sua: di Momò di essere abbandonato e di finire in un orfanotrofio, di Madame Rosa di tornare nel lager, o di essere ricoverata in ospedale e costretta a vivere come un vegetale, attaccata ad una macchina.
Ma pur tra tante miserie e brutture il messaggio finale è pieno di speranza, un finale intenso e bellissimo in cui prevale il più alto dei sentimenti: l’amore. Non a caso l’autore sceglie di concludere il romanzo con queste tre parole: Bisogna voler bene.

Curiosa la storia di Romain Gary; merita di essere raccontata.
Romain  Gary (Lituania 1914 – Parigi 1980) si chiamava in realtà Romain Kacew, ed è l’unico scrittore ad aver vinto due volte il premio Goncourt, la prima volta con Le radici del cielo nel 1956, e la seconda volta proprio con La vita davanti a sé nel 1975.  Il Goncourt è il più prestigioso premio letterario Francese, dal 1903, ma ha la particolarità che non può essere attribuito più di una volta allo stesso scrittore. Sta proprio qui la prima curiosità.
Quando pubblicò La vita davanti a sé, Gary,  lo fece uscire con lo pseudonimo di Emile Ajar. Fu un suo nipote a sostenere la parte di Emile Ajar e a presentarsi alla premiazione, rivelando la verità solamente dopo la morte di Romain nel 1980.
Vincitore per la seconda volta quindi, ma solo da morto e con un trucco.
Libro che diventerà film, vincendo l’Oscar come miglior film straniero nel 1978.
La seconda curiosità, anche se è più un dramma, è legata alla sua vita famigliare.
Dopo un primo matrimonio con la scrittrice Lesley Blanch, sposa la bellissima attrice americana Jean Seberg, dalla quale divorziò nel 1970. Attrice che successivamente, nel 1979, si suiciderà. Poco più di un anno dopo si diede la morte lo stesso Romain Gary, sparandosi in bocca e lasciando questo biglietto: “Nessun rapporto con Jean Seberg. I patiti dei cuori infranti sono pregati di rivolgersi altrove”.

Vi riporto i passi del libro a mio parere più rappresentativi.

Dovevo avere tre anni quando ho visto Madame Rosa per la prima volta. Prima non si ha memoria e si vive nell’ignoranza. La mia ignoranza è finita verso i tre o i quattro anni e certe volte ne sento la mancanza.

. . . . .

Sono sceso di sotto nel caffè del signor Driss e mi sono seduto di fronte al signor Harmil, che ha fatto il venditore ambulante di tappeti per tutta la Francia e ne ha viste di cotte e di crude. Il signor Hamil ha dei begli occhi che dispensano del bene tutto intorno. Era già molto vecchio quando l’ho conosciuto e dopo ha sempre continuato a invecchiare.
«Signor Harmil, perché sorridete sempre?»
«In questo modo ringrazio ogni giorno Dio per la buona memoria, piccolo Momò».
Io mi chiamo Mohammed, ma mi chiamano tutti Momò per far prima.
«Sessant’anni fa, quand’ero giovane, ho incontrato una ragazza che mi ha amato e che ho amato anch’io. È andata avanti per otto mesi, poi lei ha cambiato casa, e io me la ricordo ancora sessant’anni dopo. Le dicevo: “Non ti dimenticherò”. Passavano gli anni e io non la dimenticavo. Certe volte avevo paura perché avevo ancora molta vita davanti a me, e che promessa potevo mai fare a me stesso, io, povero uomo, se è Dio che tiene in mano la gomma da cancellare? Adesso però sono tranquillo. Non dimenticherò Djamila. Mi resta poco tempo, morirò prima».
Ho pensato a Madame Rosa ho esitato un po’ e poi ho domandato:
«Signor Harmil, si può vivere senza amore?»
Non ha risposto. Ha bevuto un po’ di tè alla menta che fa bene alla salute. Da un po’ di tempo il signor Harmil portava sempre una Jellaba grigia, per non farsi trovare in giacchetta al momento della chiamata. Mi ha guardato ed è rimasto in silenzio. Doveva pensare che ero ancora vietato ai minori e che c’erano delle cose che non dovevo sapere. A quel tempo dovevo avere sette anni o forse otto, non ve lo posso dire con precisione perché non ero stato datato, come saprete quando ci conosciamo meglio, se trovate che ne vale la pena.
«Signor Harmil, perché non mi rispondete?»
«Sei molto giovane, e quando si è molto giovani ci sono delle cose che è meglio non sapere».
«Signor Harmil, si può vivere senza amore?»
«Sì, ha detto, e ha abbassato la testa come se si vergognasse.
Mi sono messo a piangere.

. . . . .

Io le urlavo che volevo vedere mia madre e per settimane le continuavo a cagare dappertutto per vendicarmi. Alla fine Madame Rosa mi ha detto che se continuavo così mi mandava al brefotrofio e qui ho avuto paura, perché il brefotrofio è la prima cosa che si insegna ai bambini.

. . . . .

«Ma non è il cancro, non è vero?»
«Assolutamente no. Puoi stare tranquillo».
Era comunque una buona notizia e io mi sono messo a frignare. Mi faceva terribilmente piacere che si evitasse il peggio, mi sono seduto sulla scala e ho pianto come un vitello. I vitelli non piangono mai ma l’espressione vuole così.
Il dottor Katz mi si è seduto vicino sulla scala e mi ha messo una mano sulla spalla. […] «Non bisogna piangere, figlio mio, è naturale che i vecchi muoiano. Tu hai tutta la vita davanti.
«È fatta, Madame Rosa, adesso è sicuro, il cancro non ce l’avete. Il dottore su questo punto è categorico».
Ha fatto un sorriso immenso, perché denti che le restano non ne ha quasi più. Quando Madame Rosa sorride diventa meno vecchia e racchia del solito, perché ha conservato un sorriso molto giovanile che le fa come una cura di bellezza. C’è una sua fotografia di quando aveva quindici anni, prima degli stermini dei tedeschi, e non ci potevi credere che ne sarebbe venuta fuori Madame Rosa, quando la guardavi. Ed era la stessa cosa dall’altra parte, era difficile immaginare Madame Rosa a quindici anni. Non c’era nessun rapporto. Madame Rosa a quindici anni aveva una bella capigliatura rossa e un sorriso come se davanti a lei ci fosse un mucchio di cose buone e lei ci stesse andando. Mi veniva mal di pancia a vederla a quindici anni e poi adesso, nel suo stato. La vita l’ha sistemata, come no.
[…] Io se fossi in grado mi occuperei unicamente delle vecchie puttane perché le giovani hanno dei prossineti ma le vecchie non hanno nessuno. Prenderei solamente quelle che sono vecchie, racchie e non servono più a niente, sarei il loro prosseneta del mondo e con me nessuno vedrebbe mai più una vecchia puttana abbandonata piangere al sesto piano senza ascensore.
«E a parte questo, cosa ti ha detto il dottore? Morirò?»
«Non particolarmente, no, Madame Rosa, non mi ha detto specificamente che debba morire qualcuno».
«Che cosa ho?»
«Non ha spiegato, ha detto che c’era un po’ di tutto, che ne so».
«E le gambe?»
«Non ha detto niente di particolare per le gambe, e poi sapete bene che per le gambe non si muore, Madame Rosa».
«E cosa ci ho al cuore?»
«Non ne ha parlato in particolare».
«E cosa ha detto dei vegetali?»
«Come dei vegetali?»
«Ho sentito che diceva qualcosa dei vegetali».
«Bisogna mangiare dei vegetali per la salute, Madame Rosa, e voi ci avete sempre dato da mangiare della verdura. Certe volte non ci avete fatto mangiare altro».
Aveva gli occhi pieni di lacrime e sono andato a prendere della carta igienica per pulirglieli.
«Cosa ne sarà di te senza di me, Momò?»

. . . . .

Romanzo che mi ha ricordato,  proprio per il modo in cui è scritto, Il giovane Holden. In entrambi i casi due protagonisti simpaticissimi. Ma se nel capolavoro di Salinger il protagonista è un ragazzaccio di buona famiglia, scocciato e con momenti di depressione, Momò è un orfano senza una lira, e che pur nelle mille difficoltà non molla mai.

La vita davanti a sé

di Romain Gary, edizioni Neri Pozza, 2010, traduttore Bogliolo Giovanni. Prima edizione originale 1975.
Voto: 5/5

Come colonna sonora del libro ho scelto Anima di Pino Daniele, perché nella canzone così come nel romanzo vi è la stessa ricerca di spiritualità.

tutte le volte che
parlo di te
mi manca il fiato
e non so cos’e
e a volte credo di star bene
pensando a quello che mi conviene
dimentico il mondo che respira
quando mi sei vicino
tutte le volte che
parlo di te
un nodo in gola
io so cos’e’
e questa maledetta suggestione
che ci fa cambiare umore
e ci maltratta come un cane
per farci amare
anima
in questa vita c’e’ bisogno
di più anima
per sopportare
quello che
c’e’ intorno
l’anima
che io ho lasciato fra le tue mani
per non avere
tutti i giorni uguali
l’anima
che troppe volte
metti sotto i piedi
l’anima
che tiro fuori
quando non mi credi
l’anima
che a volte ti fa ragionare
anche se hai voglia
di lasciarti andare…

E Momò, da parte sua, avrebbe potuto fare come farebbero tutti e accettare che Madame Rosa venga ricoverata ed intubata all’ospedale, invece no perché Momò è solo un ragazzo ma di anima per sopportare quello che c’è intorno ne ha da vendere, e quando le è accanto dimentica il mondo che respira.
Concludo con l’ultimo grande pensiero del romanzo, del nostro piccolo grande uomo:

Però c’è una cosa che vi voglio dire: non dovrebbero mica esistere queste cose. La dico come la penso. Io non capirò mai perché l’aborto è autorizzato solo per i giovani e non per i vecchi. Io trovo che quel tale che in America ha battuto il record mondiale come vegetale è ancora peggio di Gesù, perché sulla croce c’è stato diciassette anni e rotti. Io trovo che non c’è niente di più schifoso che infilare a forza la vita nella gola della gente che non si può difendere e che non vuol più essere utile.

Anima

di Pino Daniele, inciso per la prima volta nel 1995, nell’album Non calpestare i fiori nel deserto
Voto: 5/5

 

Cliccando QUI la potete ascoltare.

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Sono nato a Modena 53 anni fa, e abito a Formigine. Amo la mia famiglia; i miei due splendidi figli Francesco ed Eleonora; mia moglie Luisa. Le immagini del blog sono principalmente sue. Ho deciso di aprire questo blog per raccontare le mie passioni: libri, film, musica... Lo faccio principalmente per me stesso. Perché mentre mi racconto, verbalmente o per iscritto non cambia molto, mi torno ad emozionare. Come la prima volta. Spero che, nei miei articoli, questo sentimento si percepisca, che arrivi all'eventuale lettore. Dimenticavo due cose. Entrambe rilevanti. La prima: nella vita, chi mi conosce lo sa, da 31 anni faccio "piastrelle". Ogni anno una nuova sfida. Ma vivo la mia professione con passione. L'unico modo a mio parere, per non "impazzire". La seconda: ho un'altra grande passione. Sono tifoso del Modena Football Club 1912... Sì lo so, è una bella "sfiga"! Ma sono nato a Modena, amo la Ghirlandina e il vero amore mica puoi sceglierlo... P.S. Ho messo il nome della mia squadra del cuore per intero, perché oramai, del Modena calcio rimane solo la storia.

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