I passi del tempo: Ottavo Capitolo

Premessa: La seconda parte di questo capitolo – Il calcio: la mia più grande passione – l’ho già pubblicato. Lo trovate sempre sul blog, in un articolo omonimo del 27 gennaio 2018. Tuttavia sento il bisogno di riproporvelo, con piccole correzioni, perché è parte integrante de I passi del tempo. La prima volta non avevo messo in conto che vi avrei raccontato la mia storia, se no avrei aspettato questo momento, il suo momento. E poi, a ripensarci, non so bene nemmeno io perché ci fosse finito dentro,  in un blog in cui parlo di libri, film e musica, intendo; così come tutta questa storia del resto. Probabilmente non ho potuto fare diversamente.

La dislessia

«Roberto vin so cat port al cinema» (Roberto vieni su che ti porto al cinema), mi urla mio padre dalla finestra.
A causa dei miei problemi di dislessia sono stato per anni a lezione da un dottore. Mi portava mio padre che facendo i turni aveva spesso il pomeriggio libero, ma io non ci volevo andare, mi nascondevo e piangevo, e il papà per strapparmi dal cortile e convincermi a salire in macchina mi giurava che saremmo andati al cinema a vedere un western. Allora i cinema erano aperti anche di pomeriggio e qualche volta, prima o dopo la lezione, mi ci portava per davvero.
Povero Papà, una volta mi nascosi così bene che mi trovò troppo tardi e perdemmo la lezione. E quella volta lì sì che si arrabbiò, e fece bene.
Con il dottore leggevo e parlavo per tutta la lezione, seguendo il tempo di un’asticella attaccata a una specie di soprammobile che si muoveva a destra e sinistra: tic, tac, tic, tac… A volte andava piano e a volte più veloce. Solo in seguito ho saputo che quell’affare si chiama metronomo e il dottore logopedista.
Ricordo che mi faceva ripetere parole impossibili, da sfinirmi. Mi dava compiti da fare a casa che odiavo. Mi spingeva a leggere il più possibile.
Sì insomma non si può dire che mi fosse proprio simpatico, però miglioravo.
«Questo bambino è normalissimo, ma deve leggere, leggere, leggere. Solo così potrà parlare come gli altri», ripeteva sempre ai miei genitori.
Non ricordo più che tipo di errori facessi, avevo sette o otto anni, alcune lettere le invertivo e quando ero ancora più piccolo non le pronunciavo neanche, mio fratello Ivan diventava Ia, questo lo ricordo bene, lo chiamavo di continuo. Ma non ho bisogno di ricordi per gli errori che continuo a fare tutt’ora. Per fortuna nel parlato non ci si fa caso, parlo anche in fretta, e quando quando scrivo ci pensa il correttore automatico a segnalarmelo e in un modo più discreto della maestra: pultroppo, arrivono, instintivo, ad esempio, me li corregge in automatico o me li sottolinea e diventono (altro errore) giuste.
Ma allora facevo più errori e che fatica a concentrarmi, così come a scuola.
Eh sì la scuola! Il mio pensiero torna sempre lì, alla maestra.
Il ricordo più forte è la vergogna costante che provavo quando venivo rimproverato per i tanti errori grammaticali, dopo un dettato. Arrabbiata, li correggeva davanti a tutti, scuotendo la testa.
Io mi sentivo talmente in colpa da vergognarmi perfino con mia madre, e non appena tornavo a casa da scuola, con una scusa andavo in camera e cercavo di coprire, prima che la mamma vedesse il quaderno, i segni rossi della maestra. Provavo in tutti i modi a ricalcarli in nero o in blu.
Chissà che disastro combinavo. Non so se mia madre se ne accorse mai. Probabilmente sì, ma non me lo fece mai notare.

 

Venerdì 24 febbraio 2012

 

 Ieri la mia bambina è diventata maggiorenne e quindi ha precedenza su tutto.
Siamo andati a festeggiare al ristorante “C’era una volta”.
Un vecchio stabile che per anni è stato abbandonato, e che guarda caso settant’anni prima era la scuola elementare di mia madre.
«Potremmo andare lì – ha proposto Luisa – è vicino, ne parlano bene e si mangia di tutto, dal tradizionale a gnocco e tigelle, e poi la pizza.  Io non c’ero mai stato e d’istinto ho accettato.
Solo ieri sera, quando  siamo arrivati al ristorante, ho capito dove eravamo. Io che da un anno scrivo questi ricordi, nella convinzione di quanto sia importante conoscere le proprie radici e… tra un centinaio di ristoranti proprio quello!
Doveva essere una serata speciale e lo è stata.
La mia bimba – per me bimba a prescindere: maggiorenne e con il moroso al suo fianco cambia poco – quando ha saputo che stavamo festeggiando nella vecchia scuola della nonna si è emozionata ancora di più.

 

La torta l’avevo comprata alla famosissima pasticceria Giamberlano di Pavullo. So che Eleonora va matta per i bomboloni e avevo scelto: pan di spagna, crema pasticciera e cioccolato al latte.
Era buonissima ed Eleonora, finita la festa, si è portata via gli avanzi, per continuare a festeggiare la sera dopo con Mattia e la sua famiglia.
È stato bello vedere mia figlia così felice e commossa, che le è scappata più d’una lacrima come quando ha letto il bigliettino di dedica del mazzo di fiori che le ho regalato:           

Gerbere (significato del fiore: allegria)
un Tulipano (significato del fiore: dichiarazione d’amore)
Anemoni (significato del fiore: desolazione)
… la mia di desolazione per la mia bimba che diventa grande.

Ero andato dal fioraio con un romanzo che avevo appena letto“Il linguaggio segreto dei fiori”.
Nelle ultime pagine del libro c’è un dizionario con i significati, e di ogni fiore che mi proponeva la fioraia, per la composizione del mazzo, ne leggevo la descrizione: col cavolo che ci mettevo la Calendula (dolore), o la Rosa gialla (infedeltà). Del Tanaceto (ti dichiaro guerra) non ne parliamo.
Lei non ne sapeva uno di significati. Beh, secondo me l’ho incuriosita… m’immagino già oggi una copia del libro sul suo bancone.
La fioraia continuava a insistere con gli Anemoni: «che fanno un figurone», ma mica me l’aveva proposto il mio Tulipano. Alla Rosa rossa ci avevo pensato (amore), ma mi sembrava più da fidanzato. E poi, comunque, tra dichiarazione d’amore e amore…
Alla fine abbiamo trovato un compromesso: dal Tulipano non potevo più prescindere.
Il mazzo di fiori è sul tavolo in casa. Sì, è proprio bello, e ne sono un tot orgoglioso. Specialmente della mia dichiarazione d’amore (tulipano), che ieri sera era dischiuso e adesso sta sbocciando con tutto il suo splendore. E poi devo essere sincero le mie desolazioni (Anemoni) non sono per niente male, aveva ragione la fioraia a insistere.

Il Calcio: La mia più grande passione

Quanti pomeriggi passati in cortile a giocare a pallone. Sulla terra dura e i sassi.
Il mio mito: Roberto Bettega. Cosa avrei dato per indossare la sua maglietta bianconera.
Poi, quando alle medie per la prima volta vidi il Modena fu amore a prima vista, e da allora:
solo Modenaaaaa, solo Modena solo Modena solo Modenaaaaa!
Ma allora sognavo d’essere Bettega.
Partivo dalla mia porta (il garage) dribblando tutti i giocatori avversari – veri o immaginari cambia poco – per poi presentarmi davanti alla porta avversaria calciando e riempiendo la rete. Con la fantasia, che al posto della rete c’era il muro che separava il mio cortile con la palazzina della casa a fianco. Un muro che per lo più era usato come stenditoio del condominio; ed io quante volte ho sporcato la roba appena lavata e stesa. Quante volte ho preso sotto.
E quante volte la palla andava al di là del muro. In un condominio serio, con un cancello serio: mica aperto come il mio. E allora suonavo finché non mi aprivano e correvo a mille per riprendere il pallone, terrorizzato da due cagnacci.
Per non rischiare di bucare la palla – con i punzoni appuntiti piantati sopra il muretto – spesso palleggiavo contro il muro di casa, oppure da solo cercando di non fare mai toccare la palla per terra: avevo il mio record da battere. Vado ancora oggi orgoglioso dei miei primi cento palleggi, quando non avevo nemmeno compiuto dieci anni.
A scuola ero impacciato e timido, ma il pallone era un toccasana per le amicizie.
Con Paolo condividevo la stessa passione sfegatata per il calcio. Anche lui era Juventino e allora era ancora più facile chiacchierare dei nostri idoli.
Tutte le ricreazioni aspettavamo che la maestra uscisse per iniziare la nostra partitella in classe. In un baleno si facevano le squadre. Due contro due, tre contro tre, quattro contro quattro, cambiava poco, noi due non mancavamo mai. Le gambe di due sedie come porte, una manciata di fogli appallottolati e tenuti insieme col nastro adesivo la palla. Ogni volta era una botta di adrenalina in una mattinata da dimenticare.
Ricordo che su un quaderno segnavamo tutti i giorni risultati e marcatori. Le squadre cambiavano di continuo e il vincitore – premiato ogni mese – era il capocannoniere.
È per il pallone che tradii per la prima volta il cortile e la mia combriccola di amici. In quarta elementare (o era la terza?): non mi bastò più giocare con Paolo solo per la ricreazione, ed incominciai – due o tre pomeriggi alla settimana – ad andare da lui.
Di fianco a casa sua c’era un campo d’erba, e con porte vere. Beh, diciamo un campo di terra con qualche ciuffo d’erba e due pali di legno piantati senza traversa, ma più che sufficienti per farci sognare.
Ci si trovava in tanti, si facevano le squadre e ogni volta iniziava la partita del secolo.
Ogni tanto veniva con me anche Cesare: nostro compagno di classe, e soprattutto mio compagno di condominio, di piano e di giochi.
Cesare non era capace di giocare e si metteva a raccogliere margherite e sassi, poi dopo poco si stancava (vorrei vedere), e ritornava a casa da solo.
Nulla di grave. Se non fosse che per mia madre se eravamo andati via insieme dovevamo anche tornare insieme. E vedere Cesare tornare a casa da solo a metà pomeriggio e poi magari immaginarselo in casa a studiare, mentre quel Sandrone di suo figlio fino a che non era buio non si faceva vedere, la faceva imbestialire. E più passavano le ore più diventava nera.
Il bello è che io lo sapevo che non dovevo fare tardi. Sapevo perfettamente che la mamma si sarebbe arrabbiata, ma era più forte di me.
Del resto sul fronte scuola io e Cesare eravamo agli antipodi; lui che a quattro anni sapeva già leggere e scrivere, io che in prima elementare avevo ancora difficoltà a parlare; lui – ogni anno – primo della classe, io… beh potete immaginarvelo, e poi ve ne ho già parlato.
Ma nel calcio e più in generale negli sport era tutt’altra storia.
Lì sì che potevo primeggiare.
E allora in quei pomeriggi una partiva tirava l’altra, e finiva che giocavamo per ore, fino a che la sete diventava insopportabile. Mi si appiccicavano le labbra e di colpo l’acqua diventava una questione di vita o di morte. Si andava a bere nella lavanderia di Paolo. Poco importa che ci fosse una puzza di cagnuzzo da vomitare. Ci si metteva in fila indiana e i secondi sembravano ore. Avrei fatto carte false per passare davanti.
È in quella lavanderia con i cani tra i piedi e le spinte e i lamenti dei compagni, che ho provato il piacere più forte della mia vita: dissetarmi.
Perché non c’è niente di più piacevole e buono dell’acqua quando si ha davvero sete. Ed io vi assicuro che avevo sete.
È in quel lavandino che ho imparato a bere a imbuto. Senza respirare.
Avevamo a disposizione una manciata di secondi a testa, era una questione di sopravvivenza.
Ci sono sostanzialmente tre modi per bere direttamente dal rubinetto.
Il primo è utilizzando le mani come un recipiente. Più che una bevuta è uno sciacquarsi la bocca. Chi fa parte di questa categoria non ha mai avuto veramente sete. Non può capirmi.
Il secondo è a collo. È già una discreta bevuta ma, come dice il termine stesso, ci si bagna il collo. Metà acqua va sprecata.
Il terzo – lo considero una mia invenzione – è ad imbuto. Senza tregua! L’acqua passa direttamente dal lavandino alla gola. Non se ne perde nemmeno una goccia.
Passata la sete si tornava a giocare. Fino a quando c’era luce.
Si vinceva e si perdeva. E non sono qui a dire che l’importante era partecipare, perché non è così. Eccome se volevo vincere, e quando perdevo mi arrabbiavo un sacco. Ma la rabbia così com’era forte sbolliva subito: che la prossima volta gli avrei fatto vedere…
E poi, appena dopo avere salutato i compagni e svoltato l’angolo, avevo ben altri pensieri.
Mi mettevo a correre per recuperare un paio di minuti, all’inesorabile discesa del buio.
Perché c’era una bella differenza ad arrivare a casa con un pochino di luce, oppure come succedeva nonostante la mia inutile corsa contro il tempo, col buio pesto.
Eh sì! l’avevo combinata di nuovo grossa, e la pagata che mi aspettava me la meritavo tutta.
Meritata sì, ma prendere botte non piace a nessuno.
E allora scappavo e mi nascondevo sotto il letto, con il risultato di far imbestialire il triplo mia madre.
E quando mi beccava, perché mi beccava sempre, erano cavoli amari.
Ma il mio povero cortile non lo tradivo mica solo con Paolo.
Era ancora più bello con mio fratello Ivan e la sua compagnia: Ciccio, Attila, Erio, Bruno, Alberto, Maurizio…
Di quattro, cinque, sei anni più grandi, nel loro gruppo ci facevo parte per diritto di fratellanza, ma per lo più perché ero un rompicoglioni.
Spesso andavano a giocare e quando mi prendevano con loro era il paradiso. A volte si andava in un campetto delle scuole elementari, oppure in uno spiazzo asfaltato della parrocchia. Ma il mio posto preferito era un campetto all’università.
Per giocare con i grandi dovevo litigare continuamente con Sandra e Patrizia, che gelose mi rimproveravano di preferire il calcio a loro. A me dispiaceva deluderle, mi divertivo un sacco anche con loro in cortile; ma giocare a calcio con i GRANDI…
Per non discutere facevo finta di non stare bene e andavo in casa. Poi all’ora pattuita uscivo di nascosto con la paura d’essere scoperto.
A volte mi portava Ciccio in motorino.
Salivo dietro, e lui partiva a razzo. Che paura ogni volta di cadere, mi attaccavo a lui come una femminuccia.
Giocare con loro era per me un sogno. Un’emozione che si ripeteva ogni volta come fosse la prima.
Come pali delle porte i tronchi d’albero, la traversa era lasciata all’immaginazione. Si litigava spesso (o meglio litigavano loro, a me bastava esserci) per goal dati o non dati.
Orgoglioso di essere tra i grandi, compensavo la mia bassa statura e il fisico da pivello correndo come un matto. Quando non mi toccava giocare in porta: lo spauracchio di quei pomeriggi.
Da bambini è più facile che finiscano in porta quelli più scarsi o i più piccoli. Solo quando si diventa più grandi e si gioca in vere e proprie squadre, il ruolo del portiere diventa importante e non un ripiego.
Nel mio caso ero troppo scalmanato, troppo irrequieto per aspettare il gioco degli altri. Molto meglio correre dietro alla palla, dribblare un avversario e fare goal. E quanto capitava sì che mi sentivo Bettega, e correvo ed urlavo come un matto con le braccia alzate abbracciando i miei compagni: GOOOOOOOL!!!
Una gioia infinita.
Mia madre brontolava perché avevo di continuo le scarpe scassate. Ne avevo solo due paia e dovevo starci attento. Non trattarle come un zavaglione.
Ma era più forte di me e con entrambe, ahimè anche quelle della festa, calciavo di tutto – cartacce, plastica, sassi, pietre – distruggendole ad una velocità supersonica.
Quando mi compravano delle scarpe da tennis mi sembrava di volare: correvo ancora più veloce e calciavo ancora più forte. Succedeva allora che le nuove scarpe sportive durassero ancora meno. Del resto nemmeno le scarpe antinfortunistiche di oggigiorno, sarebbero sopravvissute al terremoto che ero.
Quelli sì che erano momenti di pura felicità; che avrei potuto toccare il cielo con un dito, da tanto il respiro mi si faceva leggero; che avrei dovuto trattenere, per diventare invincibile. Ma che poi sono passati.
Perché la vita non la si può fermare.
E allora bisogna rimboccarsi le maniche e tirare avanti per la propria strada, ma senza rinunciare mai a sognare. Perché in ogni stagione si può e si deve trovare il proprio campo di terra con qualche ciuffo d’erba e due pali di legno piantati per terra; quel qualcosa – interesse o azione o gesto cambia poco – che ti faccia fremere, bruciare.
Ma torniamo al quel piccolo campetto di terra: mi viene voglia di fare un esperimento.
Vorrei che sentiste ciò che sentivo allora, e che ho sentito tutte le volte che ho giocato in un campo di calcio: poco importa che fossero semplici campetti o veri e propri stadi. Non mi riferisco alla pura emozione, quella è scontata.
Provate ad immaginare un campo di calcio, ma funziona anche con un qualsiasi prato. La pioggia, il vento, il sole che si alternano su questa distesa d’erba. Ora chiudete gli occhi, per un solo istante – uno soltanto che se no come fate a sapere come finisce il capitolo -, ma sufficiente perché facciate un respiro forte.
Non so se vi siete prestati al gioco, e se sì cosa avete sentito.
Ma il capitolo deve pur finire, e vi dirò allora cosa ho sentito io: L’odore dell’erba.
Il suo profumo, ancora più forte dopo un temporale, acre e pungente, quando l’erba è appena tagliata.
Un profumo che sentivo allora e sento tuttora, anche solo passeggiando sull’erbetta, anche solo col pensiero.
L’odore più buono del mondo.

 

The following two tabs change content below.
Sono nato a Modena 53 anni fa, e abito a Formigine. Amo la mia famiglia; i miei due splendidi figli Francesco ed Eleonora; mia moglie Luisa. Le immagini del blog sono principalmente sue. Ho deciso di aprire questo blog per raccontare le mie passioni: libri, film, musica... Lo faccio principalmente per me stesso. Perché mentre mi racconto, verbalmente o per iscritto non cambia molto, mi torno ad emozionare. Come la prima volta. Spero che, nei miei articoli, questo sentimento si percepisca, che arrivi all'eventuale lettore. Dimenticavo due cose. Entrambe rilevanti. La prima: nella vita, chi mi conosce lo sa, da 31 anni faccio "piastrelle". Ogni anno una nuova sfida. Ma vivo la mia professione con passione. L'unico modo a mio parere, per non "impazzire". La seconda: ho un'altra grande passione. Sono tifoso del Modena Football Club 1912... Sì lo so, è una bella "sfiga"! Ma sono nato a Modena, amo la Ghirlandina e il vero amore mica puoi sceglierlo... P.S. Ho messo il nome della mia squadra del cuore per intero, perché oramai, del Modena calcio rimane solo la storia.

Ultimi post di Roberto Alboresi (vedi tutti)

Lascia un commento