Quella sera dorata

È arrivato il momento di Peter Cameron, se non lo conoscete ancora fidatevi, è una garanzia.
Nato nel New Jersey nel 1959, vive a New York.
Queste le sue opere tradotte in italiano:

  • In un modo o nell’altro, 1987, Rizzoli. [1986]
  • Quella sera dorata, 2006, Adelphi Edizioni, Fabula N°176. [2002]
  • Un giorno questo dolore ti sarà utile, 2007, Adelphi Edizioni, Fabula N°186. [2007]
  • Paura della matematica, 2008, Adelphi Edizioni, Fabula N°198. [2008 per Il mondo del ricordo, 1986 per gli altri racconti]
  • Coral Glynn, 2012, Adelphi Edizioni, Fabula N°247. [2012]
  • Il weekend, 2013, Adelphi Edizioni, Fabula N°256. [1994]
  • Andorra, 2014, Adelphi Edizioni, Fabula N°268. [1997]

A parte il primo romanzo che non ho letto, da Quella sera dorata in poi sono un suo accanito lettore: tutti belli e da non perdere.

Quella sera dorata è il mio preferito – se no non vi parlerei proprio di questo -, l’ho appena riletto e devo dire che me lo sono gustato ancora di più, con più calma, sapevo già la fine.
Non fatevi scoraggiare dalla trama davvero banale. Ricordo di averlo pensato anche in libreria quando, per la prima volta, ho preso in mano il libro, attratto dal viola della copertina, dalla foto e dal titolo. Poi ho letto la trama e stavo rinunciando. Ha vinto l’attrazione iniziale, per fortuna.

Questo il tanto criticato risvolto di copertina:

 Quando qualcuno si accinge a scrivere una biografia, parenti e amici del biografato cercano quasi sempre di ostacolare l’iniziativa, nel terrore di trovarsi di fronte, in un futuro minacciosamente vicino, alla solita compilazione intessuta di svarioni, congetture e voli di fantasia non autorizzati. È quindi ovvio che né la moglie, né il fratello, né l’amante del defunto Jules Gund, autore di un solo e venerato libro, desiderano che il giovane Omar Razaghi si rechi nella tenuta di famiglia in Uruguay e si impicci di faccende – piuttosto scabrose, fra l’altro – che non lo riguardano. Ma Omar ha una fidanzata che ripone in lui consistenti aspettative e lo mette, di fatto, sul primo aereo per il Sudamerica – ignorando di consegnarlo così, nel ruolo di amoroso, a tre consumati professionisti della dissimulazione. È solo l’inizio di una commedia brillante e feroce, dove nessuna combinazione di fatti, sentimenti o rivelazioni è esclusa in partenza; e l’impeccabile regia stilistica di Peter Cameron si mette al servizio di una storia che, senza parere, molto dice su una delle perversioni collettive più grottesche e contagiose: la smania di guardare la vita altrui dal buco della serratura.

 The city of your final destination (La città della tua destinazione finale) il titolo originale, ma Adelphi ha deciso diversamente.
Ed è senz’altro un’ottima scelta. Perché Quella sera dorata è un titolo magico.
Non so se Adelphi l’abbia mai motivata, ma è evidente che è estratta dalla citazione che introduce la parte seconda del libro:

 Quella sera dorata non volevo proprio andare oltre; più di ogni cosa volevo restare un po’…
Elizabeth Bishop, Santarém

Bellissima e piena di atmosfera, e perfetta per questo capolavoro.
Ma c’è dell’altro; sarà Cameron stesso, nelle ultime pagine del libro, a rafforzare probabilmente la decisione di Adelphi: cambiare il titolo.
Deirdre, la fidanzata di Omar (il protagonista del romanzo) entra in una libreria e fra i tanti libri rimane folgorata da una biografia proprio sulla Bishop – l’ autrice dei versi citati in precedenza -, e non per la poetessa, probabilmente nemmeno la conosce, ma per il biografo: Elizabeth Bishop in Brasile, di Omar Razaghi.
Non voglio svelarvi di più, ma certo non può essere un caso se Cameron sceglie di far scrivere ad Omar proprio un saggio sulla poetessa statunitense.
Magari mi faccio prendere troppo dall’immaginazione, a volte mi succede, ma penso che Cameron abbia volutamente messo alla prova il lettore e il grado della sua attenzione, buttando due sassi.
Il primo è un giarone (nel dialetto modenese enorme sasso) e impossibile da ignorare: Quella sera dorata non volevo proprio andare oltre; più di ogni cosa volevo restare un po’…
Il secondo è un giaréin (nel dialetto modenese un piccolissimo sasso) e più difficile da trovare: la biografia di Omar sulla poetessa.
A me, ad esempio, il giaréin la prima volta che avevo letto il libro mi era scappato.
Ma non certo ad Adelphi. E Cameron quando ha saputo dell’intenzione della casa editrice italiana deve aver sghignazzato…
E a questo punto non posso non riportare anche la prima citazione del romanzo, ad inizio libro.

Siamo infelici perché non capiamo come l’infelicità possa finire; ma quello che davvero non capiamo è che non può durare, perché il suo protrarsi causerà un mutamento di umore. Nemmeno la felicità, per la stessa ragione, può durare.
William  Gerhardie, Dell’amore mortale

Chi ha già letto i miei articoli sa quanto mi piacciono le citazioni, e poi se un autore le sceglie mica possono essere casuali.
E difatti, guarda caso, sono perfette e rivelatrici del tema portante del libro:
Restare o andare?
Del resto è il titolo originale – The city of your final destination – che ci riporta ad una destinazione finale.
È meglio rimanere immobili e sopravvivere, o andare avanti e ricominciare a vivere?
E nel secondo caso che sicurezze abbiamo?
È lo stesso Omar a svelare l’incertezza che avvolge il libro.

Lo sai, mio padre voleva che studiassi medicina, ma non ce la facevo: mi piacevano i libri, e leggere, e ho scelto il dottorato in lettere, ma non fa per me. Amo i libri e basta, non ho la passione dell’insegnamento, non amo scrivere e non sono bravo. […] Ho ventotto anni e non so cosa voglio fare. Non so cosa so fare. Non so niente.

Perché non è facile cambiar vita, anche se sentiamo di andare alla deriva, anche se siamo infelici, anche se la nostra vita è diventata oramai un surrogato: sufficiente appena…

Perché non si fa a meno di altre vite
anche rubate a pagine che sfogli
oziosamente, e ambiguo le hai assorbite
da fantasmi inventati che tu spogli
rivestendoti in loro piano piano
come se ti scoprissi in uno specchio
L’Uomo a Dublino, o l’ultimo Mohicano
che ai 25 si sentiva vecchio.
E percorriamo strade non più usate
figurando chi un giorno ci passava
e scrutiamo le case abbandonate
chiedendoci che vite le abitava,
perché la nostra è sufficiente appena
ne mescoliamo inconsciamente il senso;
siamo gli attori ingenui di un palcoscenico misterioso e immenso.

Da Vite di Francesco Guccini, dall’album Ritratti (2004)

Quando Omar giunge nella grande tenuta Gund, a Ochos Rios, li trova tutti lì: l’amante Arden e la figlia Porzia, l’ex moglie Caroline, il fratello Adam e il suo compagno Pete. Immobili, come se il tempo si fosse fermato, aggrappati al ricordo di Jules Gund, alla loro quotidianità.
E sarà proprio il timido Omar a stravolgere le loro vite, e nulla sarà più come prima.

Cameron ha scritto il suo capolavoro, una semplice commedia, ma tuttavia capace – come solo i grandi maestri sono capaci – di mettere a nudo i turbamenti dell’animo umano, la capacità innata che abbiamo di complicarci la vita.
Bellissimi i dialoghi.

«Fu una cosa strana,» disse Arden dopo una pausa «la notte in cui la diga ha ceduto. Prima abbiamo sentito un rumore. Naturalmente non sapevamo cosa fosse: uno strano rumore in lontananza. Una specie di tuono, ma non in cielo. Faceva paura sentire che si avvicinava e non sapere cosa fosse. Prima di venire a vivere qui, non sapevo quanto poco possiamo contro la terra. Anche alla villa è evidente. Come crescono le cose, così incredibilmente in fretta; e la casa che va a pezzi, si aprono crepe, si disintegra. Di notte sento le tegole che scivolano giù dal tetto e si frantumano nel cortile». Guardò Omar.
«Lei crede in Dio?».
Omar rispose di no.
«A volte mi sembra che la terra non voglia che le cose durino, ma voglia che tutto crolli e che noi tutti ce ne andiamo via. Che voglia tornare al principio, al giardino con i frutti e gli animali, prima che Dio diventasse ambizioso e rovinasse tutto. Si sarebbe dovuto accontentare. Avrebbe dovuto riposare al sesto giorno, non al settimo». Rabbrividì e si allontanò dall’abisso.

. . . . .

«Mio padre era un regista. Beveva molto e mi faceva paura. Imparai a recitare perché avevo paura. Piangi mi diceva, e io piangevo». Gli lanciò una rapida occhiata, poi tornò a fissare l’orizzonte. «Nei film facevo sempre la parte dell’orfanella o della ragazza malata. Una ragazza che piangeva. Alla gente piace vedere le ragazze che piangono nei film. Era tutto lì quello che voleva lui, appena al di sotto della superficie. A volte penso che si nasca con una scorta limitata di emozioni. Da bambina, se mi capitava di fare un viaggio per nave, pensavo ai viveri, all’acqua, alle scorte immagazzinate da qualche parte, con l’ansia che potessero esaurirsi; ogni giorno la nave diventava sempre più leggera, il cibo passava attraverso di noi e veniva scaricato nell’oceano. E la nave saliva sempre più a galla perché era sempre più vuota. Pensavo che crescere fosse una cosa simile: un progressivo svuotamento. Che gli adulti fossero sbrigativi e cattivi perché le loro emozioni erano state consumate. E la ritenevo una buona cosa, da perseguire. E così quando mio padre mi diceva di piangere piangevo, una ripresa dopo l’altra, senza risparmiarmi, ed era tutto vero, non fingevo, e in qualche modo pensavo che mi stavo liberando da quel dolore. Che si non sarebbe più tornato».
Lo guardò di nuovo e poi distolse lo sguardo.
«Lei mi fa venire in mente tutte queste cose. È strano. Non capisco».
«Che cosa non capisce?» chiese Omar.
«Non piango più. Da anni. Neanche quando è morto Jules. Neanche…». Scosse la testa. «Mai. Mai, da anni e anni. Ma negli ultimi giorni, da quando è arrivato lei…».
Si interruppe. Sembrava che non riuscisse più a parlare.
«Perché?» domandò Omar.
Lo guardò dritto negli occhi, il viso teso e carico di emozione. «Non lo so» disse con un lieve sorriso. «Forse è paura. O dolore. Magari per causa sua. E se anche fosse per causa sua, perché?».
«Mi dispiace» disse Omar. «Mi dispiace se l’ho turbata. Forse non sarei dovuto venire qui. Ho turbato tutti, a quanto pare. Questa mattina ho pensato che non sarei dovuto venire».
«No» disse lei, «Non vede? È che se non fosse venuto,,,».
Erano seduti per terra l’uno accanto all’altra, piuttosto vicini. Forse si toccavano. Ebbero l’impressione di toccarsi. Si stavano toccando. La mano di Arden era sulla guancia di Omar e poi… fu come sognare di cadere: inesorabile e terrificante e al tempo stesso euforico – i loro visi si avvicinarono, gli occhi si chiusero, si stavano baciando.
E poi restarono lì, fulminati, stupiti, muti. La mano di Omar era sulla gamba di Arden. E poi si baciarono ancora.

. . . . .

Il mattino dopo Arden e Porzia aspettarono lo scuolabus davanti al cancello, e dopo Arden restò lì per un po’. Non aveva voglia di rientrare in casa. Andrò a vedere come sta Adam pensò, e si avviò verso il mulino. Era piovuto tutta la notte e la strada era bagnata. Una versione residua della pioggia continuava nel bosco: uno sgocciolio sonoro e persistente. Quando Arden girò l’angolo e vide Omar venire verso di lei, fu presa dal panico. Pensò di scappare nel bosco, di nascondersi, ma orami lui l’aveva vista. Per un momento si fermarono tutti e due, a una cinquantina di metri l’uno dall’altra, sulla strada bagnata e deserta, guardandosi. Poi ripreso a camminare. Si fermarono a un passo di distanza. «Buongiorno» disse lei.
«Buongiorno». Omar guardò la strada. «Stavo venendo a trovarti» disse. « Spero che non ti dispiaccia. Volevo chiederti scusa. Mi dispiace tanto».
«No» disse lei. Aprì la mano, mostrando il palmo, come se stesse fermando il traffico. «No» ripeté.
Lui non disse niente
«Scusa tu» disse Arden. «È solo che avevo paura». Lo sfiorò con la mano. Gli lisciò il bavero della giacca, gli posò brevemente la mano sul petto.
«Non so spigartelo veramente. Dopo Jules, è come se avessi perso il diritto di innamorarmi, di essere amata. Avevo paura che non l’avrei sopportato. Ho paura.
Non so se posso sopportarlo».
«Sopportare cosa» chiese Omar.
«È… irreale. Il tuo arrivo. E poi il tuo ritorno. Come è possibile? Sembra tutto così casuale, così fragile. Come un vetro sul punto di rompersi».
Stava piangendo. Omar le prese la mano. «A me sembra tutto il contrario» disse.

. . . . .

Quella sera dorata

di Peter Cameron edizione, Adelphi Edizioni 2006 [2002]. Traduzione di Alberto Rossatti

Voto: 5/5

 Che è una commedia ve l’ho già detto, e come tale perfetta per un film.
Sarà infatti James Ivory a trasportarlo nelle sale cinematografiche, nel 2009.
James Ivory che sceglierà un cast d’eccezione:

  • Antony Hopkins è Adam
  • Laura Linney è Caroline
  • Charlotte Gainsbourg è Arden
  • Hirovuki Sanada è Pete
  • Omar Metwally è Omar Razaghi
  • Alexandra Maria Lara è Deirdre

James Ivory che ha diretto, fra le tante cose, Camera con vista (1986), Casa Howard (1992), Quel che resta del giorno (1993), e ha scritto la sceneggiatura di Chiamami col tuo nome di André Aciman (2017), di cui vi ho già parlato in un mio artico omonimo del 06 febbraio: QUI lo potete leggere.

Un regista e sceneggiatore di qualità quindi. Tuttavia devo dire che il film è decisamente inferiore al libro.

Voto: 3/5

Come colonna sonora di libro e articolo ho scelto la canzone Domani è un altro giorno di Ornella Vanoni, scritta da Giorgio Calabrese e Jerry Chesnut. È stata pubblicata per la prima volta nel 1971 dalla Ariston, nel singolo Domani è un altro giorno/ C’è qualcosa che non sai.
L’ho ascoltata proprio questa mattina in radio, per caso, associandola immediatamente al libro.
Mi piace molto la versione cantata da Ornella Vanoni e Claudio Baglioni.

Voto: 4/5

Qui la potete ascoltare.

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Sono nato a Modena 53 anni fa, e abito a Formigine. Amo la mia famiglia; i miei due splendidi figli Francesco ed Eleonora; mia moglie Luisa. Le immagini del blog sono principalmente sue. Ho deciso di aprire questo blog per raccontare le mie passioni: libri, film, musica... Lo faccio principalmente per me stesso. Perché mentre mi racconto, verbalmente o per iscritto non cambia molto, mi torno ad emozionare. Come la prima volta. Spero che, nei miei articoli, questo sentimento si percepisca, che arrivi all'eventuale lettore. Dimenticavo due cose. Entrambe rilevanti. La prima: nella vita, chi mi conosce lo sa, da 31 anni faccio "piastrelle". Ogni anno una nuova sfida. Ma vivo la mia professione con passione. L'unico modo a mio parere, per non "impazzire". La seconda: ho un'altra grande passione. Sono tifoso del Modena Football Club 1912... Sì lo so, è una bella "sfiga"! Ma sono nato a Modena, amo la Ghirlandina e il vero amore mica puoi sceglierlo... P.S. Ho messo il nome della mia squadra del cuore per intero, perché oramai, del Modena calcio rimane solo la storia.

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