I passi del tempo: Nono Capitolo

Scuole elementari e incubo maestra: FINE!

 

E ti ritrovi gigante il primo giorno, in quinta elementare, e negli occhi dei mocciosi delle prime ritrovi i tuoi stessi occhi ansiosi di allora, la stessa paura.
Ricordo di essere entrato in classe con tutta la volontà del mondo. Sarei stato più attento, non avrei copiato e avrei fatto tutti i compiti a casa. Lo avevo promesso a mia madre.
Primo obiettivo: sedermi di fianco a Cesare, sempre attento com’era avrei chiacchierato di meno anch’io.
Non come l’anno precedente, che mi ero seduto con Andrea, un somaro come me, e non avevo combinato nulla di buono.
Non so se Cesare si accorse dei miei propositi, ma andò tutto liscio.
«Non devo più avere tanta paura. Non devo più avere tanta paura. Non devo più avere tanta paura…», ripeteva come un mantra la mia mente.
Ma la paura mica la freghi così. Mi bastò incrociare lo sguardo della maestra per sprofondare: uno sguardo che non lasciava speranze.
È difficile da spiegare. Mi sentii in bocca un sapore metallico, amaro, non so se capite. Il sapore della paura.
È così che incominciò l’ultimo anno delle elementari: con lo stesso copione degli anni precedenti.
Copione che avrebbe potuto cambiare solo la maestra, se solo avesse voluto.
Mi spiego meglio.
Tutti i lavori hanno delle responsabilità, anche il mio di adesso. E più volte torno a casa insoddisfatto. C’è sempre qualcosa che avrei potuto fare meglio, e non è facile accettare i propri limiti. Ma una cosa è fare piastrelle, altra cosa è insegnare alle elementari. Io non ho a che fare con l’istruzione e la felicità di bambini che per cinque anni si affidano ciecamente a me. Al massimo avrò sulla coscienza delle piastrelle difettose o brutte, ma anche così, quando sono costretto ad accontentarmi e torno a casa avvilito, mi ripeto sempre la stessa domanda: «Potevo fare di più?»
E la risposta che mi do è sempre la stessa: «Sì».
Perché si può sempre fare di meglio.
Ma la mia maestra se lo è mai chiesto?
Allora ce n’era una sola per classe, non come adesso che ce né più di una, e immagino che si sentì in diritto di abbandonarmi al mio destino. Aveva una classe intera da far crescere, non poteva certo perdere tempo con me.
Ma la realtà è un’altra.
Dopo i primi due anni con il logopedista, due diverse maestre private si sono susseguite, e i sacrifici dei miei genitori hanno cominciato a dare i frutti: stavo migliorando.
Solo la maestra non se ne accorgeva.
Forse fingeva solamente, per non ammettere che in tutti questi anni si era sbagliata.
Penso proprio sia andata così: se no non si spiega l’accanimento continuo.
Oppure, come ho sognato più volte ad occhi aperti, noi bambini eravamo solo dei burattini di un teatrino, e la maestra la regista che muoveva i fili. Ognuno recitava la sua parte, e a me era toccata la parte del somaro.
E poi arrivò l’ultimo giorno delle elementari: l’esame finale.
Mi ero preparato bene. Ma accadde il peggio: la commissione d’esame, all’orale, non mi chiese pressoché nulla. Non so il perché. Probabilmente erano stati influenzati dalla maestra, e non vollero infierire.
Ma io sono sicuro che se mi avessero messo alla prova la sufficienza l’avrei presa.
Invece no. Fui promosso ma trattato da incapace, e non c’è umiliazione peggiore, lo capivo anche allora, e avevo solo dieci anni.
Almeno non avrei più rivisto la maestra.

 

Domenica sera 29 aprile 2012

Ho appena corretto questa prima parte di capitolo e, mentre aspetto che torni mia moglie dal lavoro, mi son messo a “navigare”.
Luisa, da un paio d’anni, ha attivato la connessione internet, ed io per un po’ ho resistito: «Uso il computer continuamente al lavoro, di sera molto meglio rilassarmi», la frase che più spesso ripetevo. Poi ho ceduto. Mica si può tenere la testa sotto la sabbia per sempre. E poi su Google si trova davvero di tutto, hai voglia l’enciclopedia Conoscere che sfogliavo con Ivan.
E allora se clicco dislessia, mi si apre un mondo di pagine da stancarmi, e qualcosa imparo:

«La dislessia è una difficoltà che riguarda la capacità di leggere e scrivere in modo corretto e fluente, si manifesta con marcata difficoltà a imparare le lettere dell’alfabeto, difficoltà a scrivere parole semplici e frequenti. Non è causata da un deficit d’intelligenza né da problemi ambientali o psicologici o di deficit sensoriali e neurologici.
Il bambino dislessico può leggere e scrivere, ma riesce a farlo solo impegnando al massimo le sue capacità e le sue energie. Inverte spesso le lettere e scambia le sillabe. Gli capita di leggere le parole al contrario.
La rieducazione deve essere eseguita il più presto possibile. Deve essere intensiva, possibilmente con frequenza quotidiana.
L’educatore se la dislessia non è diagnosticata per tempo, può condizionare una persona per tutta la vita. La perdita di autostima è la prima conseguenza. A.I.D. (associazione italiana dislessica) ha di recente presentato i risultati di un’indagine condotta su alcune scuole professionali dell’Emilia Romagna da cui emerge un numero di studenti dislessici maggiore che tra i coetanei che frequentano altre scuole.
E’ possibile pertanto che, in alcuni casi, la scelta dell’indirizzo di studio sia stata suggerita da insuccessi conseguiti nella scuola dell’obbligo, anziché dall’attitudine. Eppure la dislessia non impedisce carriere professionali di successo. Sembra, infatti, che geni dichiarati come Einstein e, prima di lui, Leonardo ne soffrissero.
In pratica tutti i dislessici hanno grosse difficoltà ad apprendere le lingue straniere, in particolare scritte, e la difficoltà maggiore è rappresentata dalla lingua inglese a causa delle differenze molto accentuate tra la scrittura e la pronuncia delle lettere e tra la pronuncia e la scrittura di una stessa lettera in parole diverse.
In caso di sospetta dislessia l’insegnante dovrebbe:
– coordinarsi con gli operatori sanitari e la famiglia.
– incoraggiare sempre il bambino.
– non assegnargli incarichi troppo onerosi o fuori dalla sua portata.
– concedergli più tempo per rispondere, per leggere e per scrivere.
– mettere in evidenza le altre capacità che possiede.
– concedergli molta attenzione e infondergli fiducia in se stesso e nelle sue capacità.
– non metterlo in imbarazzo davanti alla classe, evitare definizioni come lento, pigro, svogliato.
– non confrontare i suoi risultati con quelli dei compagni».

Diciamo che dopo aver letto tutto ciò, sono ancora più sicuro di essere dislessico: con alcuni sintomi del disturbo m’identifico in pieno. Tra tutti l’invertire le lettere di una parola, e poi l’inglese…
E il sospetto che la maestra mi abbia condizionato la vita è diventato una certezza: ha fatto esattamente il contrario di ciò che avrebbe dovuto fare.
E quanto vorrei buttarle in faccia il diploma.
Del resto è per paura di non farcela che avevo scelto, finita la terza media, una scuola professionale. Ma avrò modo più avanti di parlare dell’esperienza reggiana.
In realtà questo sfogo non era previsto, non era lo scopo di questo mio lavoro. Ma ho sopportato per anni la vergogna,  in silenzio, un senso di colpa che mi porto addosso dalle elementari, e si vede che era il momento di “sbroccare”, vomitare tutto ciò che per quarant’anni mi sono tenuto dentro. Perché l’unico sfogo che in questi anni mi sono concesso – dettato sempre però dalla paura e dal bisogno di giustificarmi – è stato:
«Da piccolo ho iniziato a parlare tardi e molte lettere le saltavo. A forza di libri letti, l’italiano l’ho imparato bene, ma l’inglese”…
Per non parlare del mio amato dialetto modenese.
I miei genitori e Ivan lo parlano abitualmente, io lo capisco ma parlarlo è una parola grossa. Quando ci provo faccio ridere i polli, sembra che faccio il buffone, ma il bello (o il brutto) è che non faccio apposta. Mi sforzo anche, ma niente. Essendo cocciuto m’intestardisco, mi viene il “prillo” di raccontare una barzelletta in dialetto, che viene meglio. Me la faccio ripetere varie volte, la scrivo e la rileggo più volte, ma niente da fare.
Il fatto è che ho sempre cercato di sdrammatizzare, di buttarla sul comico, ma la verità è che ho da sempre questo problema. E me ne sono sempre vergognato.

L’ultima estate da eroe

Con la fine della scuola un’altra estate stava iniziando e il mio cortile era un toccasana. Cortile che si portava via tutti i pensieri. Cortile che mi faceva sentire leggero come una piuma, e felice, come lo ero stato gli anni passati e, ne ero sicuro, quelli futuri.
Ma ahimè, quanto mi sbagliavo, del resto non potevo certo immaginare che dopo pochi mesi sarebbe tutto finito.
Innanzitutto Sandra ed io non eravamo più inseparabili, non come prima
Il primo strappo fu quando smettemmo di fare il gioco della forza: lo facevamo in pratica tutti i giorni, da sempre, ma di colpo smettemmo.
Non so il perché. Forse ci sembrò una cosa da non fare, oppure avevamo solo paura che qualcuno ci vedesse.
Tuttavia Sandra continuava a volermi bene; a riempire i muri del cortile con i cuori delle nostre iniziali, a baciarmi davanti a tutti. Baci da bimbi che sia chiaro, la maggior parte sulle guance con tanto di schiocco.
A volte, la domenica, prendevamo l’autobus e andavamo a fare un giro in centro, e lì sì che ci sentivamo grandi. Più spesso uscivamo in bicicletta e caricavo Sandra sulla canna, che lei non sempre aveva la bici, e le cadute si moltiplicavano.
Ma non era più la stessa cosa.
Anche i giochi che facevamo con gli altri erano cambiati. Meno nascondino e calcio, più pallavolo e gioco dei mestieri; e poi, sempre più spesso ballavamo, in un cortile con ragazze più grandi era più che normale.
Nel corridoio di fianco alla mia cantina c’era un piccolo spazio con un lavandino, poca roba ma abbastanza grande da permetterci di ballare. È lì che ho imparato a ballare i balli moderni. Beh, moderni allora: boogie boogie, twist, la spinta, il valzer, la mazurca, il tango, e i lenti.
Ci sono giornate che ti rimangono impresse nella memoria da subito, perché uniche: il primo giorno delle superiori, il giorno del matrimonio, la nascita di un figlio. Lo capisci da subito che sono importanti e indimenticabili. Poi ce ne sono altre che pur essendo belle non gli si da subito la giusta importanza, per anni non ci pensi più, capita persino di scordarle. Poi come un dono inaspettato eccole lì, ti appaiano di nuovo, come la prima volta, ed entrano nel cuore per non uscirne più.
Da quando mi sono messo a scrivere questa mia storia, decine di ricordi che avevo cancellato hanno ripreso vita. Come per magia. Ricordi belli e brutti.
È il caso di questa splendida giornata che vi racconto ora, non so proprio capacitarmi di averla dimenticata.

Come tutte l’estati anche quella del 1975 fu sicuramente afosa, ma per la prima volta il cortile si svuotò, e più di un pomeriggio mi trovai a giocare da solo.
Cos’era cambiato?
Noi.
Di colpo soffrivamo il caldo: in un solo anno da bambini ad adulti insofferenti?
Io a dirla tutta non mi sentivo poi tanto diverso, dall’anno prima intendo. Certo anch’io sentivo il caldo, mica ero stupido, ma era troppo forte il richiamo del cortile, la mia voglia di rincorrerci.
E poi Sandra faceva, per la prima volta, la preziosa, e una sera discutemmo. Da un paio di giorni non si faceva vedere, ma non era andata via, semplicemente rimaneva in casa, a fare non so cosa.
Quella sera, dicevo, mi lamentai, e lei inventò scuse, impegni vaghi. Poi, mentre stavamo giocando, mi disse che la mattina dopo sarebbe andata a fare un picnic con i suoi genitori. Non so se sia stato perché mi vide immusonito, ma all’improvviso mi disse di aspettarla, doveva andare un attimo in casa. Quando ritornò un enorme sorriso le copriva il viso.
«I miei dicono che puoi venire con noi: ti va? Non c’è nemmeno Patrizia… dai vieni?»
«Mah, non lo so… non so se i miei vogliono » risposi già in ansia.
«E perché non dovrebbero. Mamma, Mamma…» urlò Sandra come una matta, e non smise fino a che sua madre non si affaccio alla finestra.
«Che c’è sei matta? Cosa vuoi?»
«Voglio che vai a chiedere alla mamma di Roberto se può venire domani con noi».
Era fatta così Sandra. Se le veniva in mente qualcosa era testona e dura come un sasso.
Fu così che andammo tutti e tre da mia madre.
Per fortuna c’era anche mio padre, se no non so se avrei avuto il permesso, mica c’erano i telefonini per chiamarlo.
La mattina dopo all’ora pattuita – potrei giurare che fosse di domenica -, mi trovai in cortile e partimmo: destinazione Ponte Samone, sul fiume Panaro.
In macchina Sandra ed io, seduti dietro, ci guardavamo e ridevamo per un nonnulla.
Non so se l’acqua fosse meno inquinata rispetto ad oggi, probabilmente no, di certo c’erano meno balle e ci si divertiva di più.
Non che ci fosse tanta acqua, qualche pozza, ma sufficiente per nuotare e divertirci per ore, sufficiente per prendere il più grosso spavento della nostra vita, almeno fino allora.
Mentre attraversavamo le due sponde, nel caratteristico stile cagnolino (quello sapevamo fare), Sandra si accorse di non toccare più e andò nel panico, aggrappandosi a me disperatamente. Io mi ero messo pure i braccioli ma erano gli stessi che avevo da anni e non ci tenevano entrambi a galla, e andammo su e giù, bevendo acqua.
Ci salvò un pescatore.
Quella volta prendemmo un gran spavento, non ne abbiamo più parlato nemmeno tra noi, e sono convinto che anche Sandra se lo ricorda ancora.
Per fortuna i suoi genitori non se ne accorsero.
Dopo mangiato e le canoniche tre ore fuori dall’acqua, ci appartammo come innamorati, noi che avevamo dieci anni. Lei si era tolto il pezzo sopra del costume ed io, nel vedere quel seno acerbo e piatto come una tavola, ero emozionato e felicissimo. Ma mica gliel’ho mai detto.
Adesso che ci penso tante cose non le ho detto…
Quella sera ci fermammo a mangiare le tigelle.
Per me, che non andavo quasi mai al ristorante, fu l’epilogo di una giornata splendida.
Oggi so che la felicità è quella domenica d’estate. Non mancava nulla: il calore del sole sulla pelle, il vento sui capelli, il cielo azzurro, il verso degli uccelli, il mio amato fiume Panaro, io e Sandra che ci abbracciavamo.
Poi, dopo un paio di settimane Sandra partì per le vacanze. Destinazione Fanano, come tutti gli anni.
E per la prima e unica volta mi scrisse una lettera d’amore, beh… quasi d’amore, dai.
Ricordo l’emozione che provai quando arrivò, con tanto di nome e cognome, il mio.
Ma mia madre non era per niente contenta. Per lei ero ancora un bambino e quella lettera… le sembrava una cosa da non fare. Al punto che pretese di leggerla, così coma la mia risposta che frettolosamente scrissi e spedii.
Oggi capisco mia madre, ma sicuramente quella risposta non saldò la mia storia con Sandra.
Quando tornò a casa era un’altra, da bambina a donna in un paio di settimane, ed io non esistevo più.

  “Il passato si riflette perennemente in due specchi: quello luminoso delle parole pronunciate e delle azioni compiute e quello scuro, colmo di tutte le cose che non abbiamo detto o fatto” (da Shantaram di Gregory David Roberts).

Oggi vorrei aver trovato le parole per dire a mia madre che no, non può leggere la lettera. E che toccava solo a me risponderle, ma non l’ho fatto, e presi la decisione sbagliata.
Vorrei avere avuto il coraggio di dire a Sandra quanto mi piaceva, ma non lo feci mai.
Di colpo il nostro noi se n’era andato. Per la prima volta nella vita rimuginai sul passato.
Si sa che il salto tra le scuole elementari e le medie è enorme, e non avere più di fianco Sandra non mi agevolò. Mi sentii ancora più debole e insicuro.
Con lei avrei avuto tutt’altra considerazione: le coppie erano guardate con invidia e rispetto.
E poi Sandra era bellissima… se avevo una ragazza così dovevo essere per forza in gamba anch’io.
Fu Patrizia a raccontarmi che Sandra, proprio il giorno prima di tornare da Fanano, aveva conosciuto un ragazzo di due anni più grande. Si erano baciati e si erano messi insieme. Sandra non ne parlò mai, non mi disse nulla. Semplicemente smise di parlarmi, di vedermi.
L’attimo prima NOI, l’attimo dopo IO.
E poi arrivò il momento tanto temuto: il primo giorno delle medie.
Alle elementari, Sandra ed io, andavamo e tornavamo spesso insieme. Ma lei in cortile non c’era più, e quando la incontravo mi schivava, mi parlava a monosillabi.
Più si avvicinava il fatidico giorno più cresceva la mia paura per il nuovo anno. E contemporaneamente non facevo che fantasticare su quella prima mattina:
«Se facciamo la strada insieme il primo giorno, la faremo insieme anche tutti gli altri giorni» mi ripetevo di continuo e di continuo…
Calciavo la palla contro il muro, correvo, mangiavo e dormivo nella convinzione che si sarebbe risistemato tutto.
Il mio piano era semplicissimo. Avrei semplicemente fatto finta di niente, come se nulla fosse successo.
La notte prima ero così emozionato, così carico d’adrenalina che fino all’alba non mi addormentai.
Mi svegliai da solo, prima volta in assoluto, io che venivo chiamato per ore: «Roberto an sfà menga giorn adessa» (Roberto non si fa mica giorno adesso), urlava tutte le mattine mia madre. Poi scesi le scale fino al primo piano, aspettando che Sandra uscisse. Naturalmente ero in anticipo e mi avvicinai alla porta, senza tuttavia avere il coraggio di suonare il campanello. Sentii le voci di Sandra e di sua madre, senza coglierne il senso. Poi scappai, e dalla paura che qualcuno mi vedesse tornai al terzo piano, e così via come un topolino matto.
«E se avessi usato il nostro richiamo come facevamo da piccoli?
«Quello sì che avrebbe voluto dire far finta di niente», fantasticai. Ma erano anni che non lo utilizzavamo più: eravamo cresciuti.
Adesso parlavamo.
Quando Sandra uscì ero proprio davanti a lei e sorrisi, ma lei no. Scendemmo insieme, come avevamo fatto sempre, ma non fu per niente come le altre volte. Sembravano passati cento anni e non tre mesi. Io non dissi niente, per Sandra parlava il suo muso. Dopo pochi passi ruppe il silenzio:
«Non c’è bisogno che mi accompagni… e poi mi sono messa d’accordo con una mia amica, per andare insieme. Ci troviamo qui dall’edicola» e si fermò decisa a lasciarmi indietro.
Vorrei aver avuto la forza di ribattere; che so, dirle che per me era importante andare insieme, che avevo pensato a lei tutta la notte, e il giorno prima, e il giorno prima ancora.
Sì insomma, avrei voluto dirle che era importante e basta. Oppure anche solo mandarla a cagare; chi si credeva di essere: Claudia Rivelli?
La verità è che le dissi semplicemente:
«Ok va bene ciao».
E la lasciai davanti a quell’edicola di merda.
In pratica fu l’ultima volta che parlammo da soli… ed io non trovai di meglio che dirle:
«Ok va bene ciao».
Mah!…

 

 

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Sono nato a Modena 53 anni fa, e abito a Formigine. Amo la mia famiglia; i miei due splendidi figli Francesco ed Eleonora; mia moglie Luisa. Le immagini del blog sono principalmente sue. Ho deciso di aprire questo blog per raccontare le mie passioni: libri, film, musica... Lo faccio principalmente per me stesso. Perché mentre mi racconto, verbalmente o per iscritto non cambia molto, mi torno ad emozionare. Come la prima volta. Spero che, nei miei articoli, questo sentimento si percepisca, che arrivi all'eventuale lettore. Dimenticavo due cose. Entrambe rilevanti. La prima: nella vita, chi mi conosce lo sa, da 31 anni faccio "piastrelle". Ogni anno una nuova sfida. Ma vivo la mia professione con passione. L'unico modo a mio parere, per non "impazzire". La seconda: ho un'altra grande passione. Sono tifoso del Modena Football Club 1912... Sì lo so, è una bella "sfiga"! Ma sono nato a Modena, amo la Ghirlandina e il vero amore mica puoi sceglierlo... P.S. Ho messo il nome della mia squadra del cuore per intero, perché oramai, del Modena calcio rimane solo la storia.

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