I passi del tempo: Decimo Capitolo

Le medie

Si dice che non c’è mai limite al peggio, e in effetti i tre anni delle medie continuarono sulla falsariga delle elementari.
Ma con una sostanziale differenza: la scuola era responsabile solo in parte. Certo, continuavo ad aver paura, ma almeno non c’era più la maestra e non ero il solo ad arrancare.
Con la professoressa di lettere legai da subito, mi sentii accettato e i miglioramenti furono immediati.
Il vero problema lo avevo a casa: il cortile deserto, gli amici scomparsi.
Come se non bastasse, Ivan fu investito da una macchina.
È uno dei ricordi più nitidi che ho del passato.
Quella sera, il 16 settembre 1977, io e i miei saremmo dovuti andare  alla festa nazionale dell’Unità. Per Modena quel festival fu memorabile: quello del mezzo milione di persone ad ascoltare Enrico Berlinguer per intenderci, e del mega concerto di Santana che saltò all’ultimo momento.
Mio fratello aveva comprato il biglietto ma il destino si mise di mezzo, e quel fatidico 16 settembre, al posto del concerto, andò all’allenamento di calcio.
Giocavamo entrambi nel Paganine, io nei giovanissimi e mi passavano a prendere in macchina, Ivan, più grande, negli allievi e il più delle volte andava in motorino.
Come quella sera.
Già, quella sera; ricordo che avevamo mangiato prima del solito per andare al festival e che mia madre aveva lasciato la tavola apparecchiata con la cena per Ivan.
«Andiamo, andiamooo… è  mezz’ora che aspetto» mi lamentai come sempre.
La mamma non fece in tempo a rispondere che si sentirono fortissime le sirene di un’ambulanza. E io non so dire se le urla di mia madre furono successive di qualche secondo, oppure contemporanee alle sirene, di certo non avevo mai visto nessuno così disperato, e poi proprio mia madre…
E tutto accelerò.
«A ghè sovra Ivan, a ghè sovra Ivan…» (C’è sopra Ivan)
«Ma sa dit», si arrabbiò mio padre, che sapeva della paura di mamma del motorino.
«Ivan al starà incàra a correr in dal camp.» (Ivan starà ancora correndo nel campo)
«A lo vest zachè in dl’ambulanza…» (L’ho visto sdraiato sull’ambulanza)
«Drinn, drinn…»
«Pronto chi parla», risposi al telefono.
Poi un vuoto. Non so se parlarono con me o se passai la cornetta a mio padre.
Le urla di mia madre, quelle sì le ricordo, e non si fermavano.
Come poteva essere così sicura, mi sono più volte chiesto, le ambulanze passavano tutti i giorni sotto casa, ma non aveva mai reagito così.
Un altro mistero di mia madre, come quell’altro da ragazzina, durante quelle tristi feste di Natale del ‘52, in cui le apparve la mamma, il suo viso sorridente avvolto da una luce bianchissima: il miracolo.
Ma questa volta no, una tragedia: Ivan era stato ricoverato all’ospedale.
Una macchina che procedeva nel verso opposto gli aveva tagliato la strada investendolo. La testa di Ivan contro il parabrezza, allora non si portava il casco.
A parte il fortissimo trauma cranico per cui rimase in coma farmacologico per cinque giorni, fu operato per una frattura scomposta del pollice destro, e ai legamenti del ginocchio sinistro.
Ma era la testa che preoccupava. Il professor Merli -primario del reparto di neurologia – non escluse una possibile epilessia. Del resto l’elettroencefalogramma che gli fecero era completamente sballato.
Per i miei genitori fu come una sentenza di morte.
Come dargli torto, con lo spauracchio di zio Duilio – gravemente malato da anni proprio di epilessia – davanti agli occhi.
Il professore provò in tutti i modi a tranquillizzarli. In ogni caso avrebbe fatto una vita perfettamente normale, fu il suo messaggio. Ma per settimane la tensione in casa era alle stelle.
«Normale? – ripetevano i miei in casa – cosa vuol dire normale? Vivere imbottito di medicine come Duilio?»…
Ivan era ricoverato all’ottavo piano, e tutti i giorni andavo a trovarlo, anche da solo visto che il Policlinico era a due passi da casa.
Il primo mese fu il più duro, poi le cose andarono sempre meglio. L’elettroencefalogramma migliorava ogni volta, e l’epilessia si rivelò una paura scongiurata.
Mio fratello rimase ricoverato per due mesi, ma guarì perfettamente.
Per un paio d’anni non giocò a pallone.
Poi, nel 1982, fece una squadra con i suoi amici, e mi prese a giocare con lui. Da pochi mesi non giocavo più nella Vignolese e diventai la stella della squadra.
Calcio, la mia passione da sempre, che in quel triennio delle medie mi salvò letteralmente dalla solitudine. Stavo ore a palleggiare in cortile, il muro di casa come compagno, come porta. Se penso che solo un paio d’anni prima, per andare a giocare con Ivan e i suoi amici, dovevo litigare con Sandra… E adesso che non avrei dovuto giustificarmi, non si andava più.
Tutto o niente. È sempre così.
Rimasto solo sviluppai ancora di più la fantasia.
Di giorno sognavo ad occhi aperti di essere il più forte dei calciatori e di giocare in serie A. La notte, nel letto, di tornare alle elementari e rispondere ad ogni domanda della maestra: farla rimanere lì stecchita, come uno stoccafisso.
A volte sognavo Sandra, mica si può dimenticare una persona così, a comando, come spegnere un interruttore
Oggi è più di trent’anni che non la vedo.
A volte mi capita di pensare a quei due bimbi che si cercavano di continuo e che si rincorrevano in cortile.
Sandra, e mi torna in mente la canzone Un corpo e un’anima, di Wess e Dori Ghezzi, che abbiamo cantato un’estate intera, e poi rappresentato davanti a tutto il condominio:

Smettila è stupido litigare
d’accordo si però… l’ho vista io
lei ti guardava come fossi suo e invece c’ero anch’io,
oh, no non dir così,
è vero,
senti vieni qui,
così non so tenerti il muso, se mi stringi tu, mi sciolgo nel tuo abbraccio e i nervi non ho più.
E non ci lasceremo mai, abbiamo troppe cose insieme, se ci arrabbiamo poi…
ci ritroviamo poi
un corpo e un’anima…

Poi Sandra è uscita dai miei pensieri.
All’improvviso.
La vita è più forte e quando si è bambini si fa presto a dimenticare.
Già in seconda media presi una cotta per Lucia.
Che sia chiaro, fu un amore platonico, ero troppo timido anche solo per parlarle.
Lucia, magra e non molto alta, con i capelli neri fin sulle spalle e con due occhi nocciola che, ogni volta che incrociavo, mi facevano battere il cuore a mille. Lucia che ti veniva voglia di proteggerla, ma sapeva il fatto suo. Non a caso era nella compagnia dei più fighi della classe.
Per il primo anno e mezzo non le ho mai rivolto la parola. Beh, nella realtà, perché nella fantasia parlavamo eccome, e non solo…
Poi alla fine della seconda media – prima delle vacanze estive – un nostro compagno di classe organizzò una festa nella tavernetta di casa sua. Graziano era timido come me, e invitò tutta la classe.
Inizialmente – a parte rimpinzarmi di dolci e salatini e bere litri di coca cola – giocai a calcio nel cortile. Ma ben presto la musica che proveniva dalla tavernetta vinse la mia titubanza, ed entrai nella balera. Graziano, che era un brocco col pallone, era il disc-jockey.
E aveva preparato ogni cosa come doveva essere.
Le sedie disposte in ordine contro il muro, il tavolo con le golosità in un angolo, in modo che il centro della stanza – illuminato con faretti colorati – fosse sgombro e apparisse una vera e propria pista da ballo. Aveva fatto davvero un bel lavoro.
Naturalmente le uniche che ballavano erano le ragazze, e nemmeno tanto bene. Insistevano per far ballare i maschi, ma i pochi che cedevano alle loro suppliche, dopo qualche sgraziato tentativo si scoraggiavano e tornavano contro il muro a guardare.
Io conoscevo le canzoni, i passi, ma non avevo il coraggio di buttarmi. Per due anni, in classe, ero stato timido e muto come un pesce, e poi dalla paura che avevo nemmeno il Padreterno mi avrebbe convinto a ballare.
Il Padreterno no, ma Patrizia e Susanna sì che ci riuscirono. All’improvviso vennero proprio dalla mia parte e mi presero di forza buttandomi al centro della pista. Io che avevo schivato – come la maggior parte dei ragazzi – una buona quantità di attacchi, non fui abbastanza deciso. Certo avrei potuto andarmene lo stesso. Ma la scena di quelle due che mi tiravano per le braccia, con me che cercavo di liberarmi, aveva attirato un bel po’ di risate. Mi sentii al centro dell’attenzione e sarà perché avevo perso l’attimo buono per scappare, sarà perché c’era la canzone Mamma Mia degli Abba che mi piaceva un sacco, mi buttai.
Quella canzone era perfetta da ballare con la spinta, e quando Rossella – la miglior amica di Lucia – provò ad insegnarmi i passi rimase di stucco, come tutti quanti. Io quei passi li sapevo ad occhi chiusi, con tutte le mosse del momento.
Sì, perché per me era un deja-vù… Nel mio cortile, con Sandra, Patrizia, Antonella, Cesare, ne avevo fatte a decine di feste come quella.
Fu un successone, tutte le ragazze volevano ballare con me, e perfino i ragazzi mi pretendevano come maestro. Appena partiva una nuova canzone, sapevo già cosa fare, quale ballo era più adatto.
Con Fatti mandare dalla mamma mi buttavo in un twist scalmanato, con Dieci ragazze in un boogie boogie, e poi il cha cha cha, il valzer, i lenti…
Certo ballai anche con Lucia, due volte: una spinta e un valzer.
Fu lei a chiedermelo, perché io nonostante  quel giorno avessi potuto fare ogni cosa – ancora non lo sapevo, ma fu il mio mercoledì da leoni –, non avrei mai avuto il coraggio di invitarla. La sbirciavo di nascosto, lei se ne accorse e sorrise: un sorriso da togliere il respiro.
Poi si avvicinò:
«A me non m’insegni? Con me non ci vuoi ballare?»
Io devo essere diventato rosso come un peperone, e poi la invitai. Anche oggi trentacinque anni dopo ripensando a quei pochi minuti torno ad emozionarmi.
Sapeva anche ballare benino, e ne sono certo, eravamo proprio una bella coppia.
La sfiga era che il giorno dopo iniziavano le vacanze estive e per tre mesi non ci saremmo visti. Tre mesi, che quando si hanno dodici anni sono un’eternità.
Avevo pensato mille volte a cosa dirle quando ci saremmo incontrati di nuovo in classe.
Ma il primo giorno rimandai, avevo troppo paura, non ricordo nemmeno se l’ho salutata. Così come non le dissi niente la prima settimana e così pure il primo mese.
Ho imparato sulla mia pelle che le cose importanti non vanno rimandate, che più passa il tempo più diventa difficile rimediare.
E infatti dopo i primi mesi di silenzio, cosa avrei potuto dirle?
«Ciao Lucia, mi è piaciuto ballare con te».
«E me lo dici dopo sei mesi?», mi avrebbe risposto di certo Lucia.
Ma l’emozione quando la vedevo era comunque fortissima.
Nei miei sogni quotidiani, la incontravo per strada e la caricavo in bici (trasformata per l’occasione in una fiammeggiante Ducati) riportandola fino a casa. Ma nella realtà mi accontentavo di passare centinaia di volte davanti al suo palazzo. E se la vedevo scappavo, accelerando come i battiti del mio cuore. Non salutandola nemmeno, canticchiando le strofe della canzone Tu… e così sia di Franco Simone, che associavo a lei.

Sta piovendo…
Posso darti un passaggio
Fino a casa?…
Cosa vuoi che mi costi
Fare un giro
Forse un poco più lungo
Se lo faccio con te?…
Aspettavo
di parlarti da sempre
Di spiegarti
Quanto sei importante.
Veramente
Ti ringrazio di esistere
E ti amo
Ti amo ti amo ti amo ti amo…”

In quell’ultimo anno di medie, in pratica, ci siamo scambiati pochi monosillabi. Tuttavia non ho mai più provato tanta emozione e vergogna nel guardare una ragazza negli occhi.

Vent’anni dopo ho partecipato ad una rimpatriata delle medie e ho rivisto Lucia.
Mi sembra che fosse maggio, o forse giugno, del 1997. Ci trovammo in una pizzeria di Montale.
Non mi sono mai piaciuti questi incontri, mi danno l’idea di minestre riscaldate.
Mi telefonò proprio Graziano.
Non so come avesse avuto il numero del mio primo cellulare. Ricordo che da un paio di giorni lo tenevo spento e che, non appena lo riaccesi, trovai una quantità abnorme di chiamate senza risposta. Mi stavo giusto chiedendo chi potesse essere (beh, un’idea ce l’avevo… ma è un’altra storia…).
«Ciao sono Graziano, il tuo compagno di classe delle medie… Ti volevo invitare a una cena di classe che facciamo venerdì».
Dopo i soliti discorsi, tipo: È un po’ che non ci vediamo/Eh sì/ Come stai?/Abbastanza bene e tu?/ bene grazie…
Arrivammo al sodo:
« Pensi di venire?»
«Non lo so, e poi venerdì ho una cena con la ceramica».
In realtà era una scusa, ma, come ho detto, non diventavo matto per quelle cene.
«Questa volta dovremmo essere in tanti – insistette Graziano – non è stato facile, ma alla fine sono riuscito a rintracciare quasi tutti».
Mentre parlava pensai che sarebbe stato bello rivederlo. Era proprio un bravo ragazzo e mi tornò in mente che in terza,  più di una volta ci trovammo nella sua tavernetta a chiacchierare. Proprio in quella tavernetta, e poi ad essere sinceri non ci limitavamo solamente a chiacchierare. Avevamo la stessa passione per i cantautori: Guccini, Battisti, Bennato… e figuratevi, c’eravamo messi in testa di scrivere e cantare delle canzoni nostre.
Peccato che lui, pur avendo una chitarra, non conoscesse le note e che entrambi eravamo stonati come una campana. Una pena che non vi dico.
Tuttavia ricordai i primi versi di un nostro aborto:

 Mi ricordo quella sera
quella sera in fondo al mare
tra abeti e animali
proprio bella quella sera.
Proprio bella quella sera.
Quando un tratto venne lei
lei ingiusta e punitiva
lei vergine e orfanella
mi faceva impazzire
quella sera in fondo al mare…”

 E dopo quel ricordo come avrei potuto non accettare?
«Scusa Graziano ma… mi hai chiamato altre volte?»
«Sì, è da ieri che ti telefono ma eri sempre irraggiungibile».
«Molte volte quante?, quaranta, cinquanta?».
Avevo litigato con una persona ed ero curioso di sapere chi effettivamente mi avesse chiamato.
«Non le ho contate – rispose – comunque più o meno ogni venti minuti ti chiamavo».
«Ok, vengo».
A uno che ti chiama così tante volte, e con cui ci hai condiviso la tavernetta del tuo mercoledì da leoni, non puoi dire di no.
Però avevo ragione io… tutto come previsto. Gli stessi gruppetti, gli stessi discorsi.
Chi era un figo allora, lo era per sempre.
Chi come me era considerato sfigato, rimaneva sfigato.
Provai a inserirmi in qualche discorso, erano passati vent’anni ed ero cambiato. Sapevo di poter essere di compagnia. Feci qualche bella battuta, qualcuno rise e più d’uno si meravigliò. Fino a quando, inesorabilmente, si tornava a parlare di allora, del passato.
Ricordo che in classe c’erano tre correnti.
La prima era quella dei bulli. I prepotenti, sempre pronti a dimostrare la loro forza, a combinare guai. Più erano stronzi più piacevano alle ragazze. Fabio era il capo. Il più forte, il primo a fare a sberle.
Ma fondamentalmente sono i più fragili, il loro modo di comportarsi, di vivere di eccessi, fuori dalle regole, li porta a bruciare la loro stessa vita. E Fabio purtroppo, la vita, l’ha buttata via per davvero, con i primi spinelli, le prime sniffate, fino a farsi in vena e morire di overdose a vent’anni.
La seconda corrente era quella dei bravi ragazzi. Perfettini, vestiti bene, bravi negli studi e con a fianco la ragazza giusta. Che sanno cosa vogliono dalla vita: si diplomano, si laureano, fanno un paio di master, indispensabili, e trovano un lavoro di grande responsabilità. È il caso di… lo chiamerò secchione, che non ci aveva messo molto a rubare, anche vent’anni dopo, la scena, e stava elencando i propri successi professionali.
Ricordo che mi scappò una risata. In pochi se ne accorsero, così presi dal racconto del secchione.
«Curioso, vero?», mi domandò una voce femminile seduta a fianco, «sono passati così tanti anni, eppure continuiamo ad essere gli stessi di allora».
Mi voltai verso Catia. Era diventata proprio una bella ragazza, del resto non poteva essere diversamente. Già alle medie non passava inosservata: alta e proporzionata spiccava sulle altre, ma aveva quel tipo di bellezza che incute paura.
È difficile da spiegare, ma è abbastanza frequente. Sono quelle ragazze che ti sembrano inavvicinabili: troppo belle, colte, mature… sì insomma, troppo tutto. E allora è molto più facile avvicinare, perfino con i pensieri, ragazze meno appariscenti. Pensai proprio a Lucia. Sì c’era anche lei, seduta vicina allo stesso gruppo di allora (il gruppo dei bulli); non che ci fosse niente di male, ma mi sembrò rispetto a Catia di colpo insignificante, come il suo gruppo.
Poi, siccome non dicevo nulla, Catia continuò: «Beh, mi sbaglio oppure un attimo fa hai riso?»
«Ebbene sì, è stato più forte di me… un istinto di sopravvivenza», le risposi. «Molto meglio del vomito no?»
Adesso fu lei a ridere. Del resto era da un po’ che ci stavamo osservando e avevo avvertito un certo sarcasmo nella sua domanda.
«Non ti fa piacere sapere che il più bravo della classe è diventato un super manager?», riprese.
«Come no… non sai che ansia che ho avuto in questi anni per le sorti del secchione. Sono venuto a cena apposta. Però guarda che ti sbagli, eri tu la più brava». Non vi ho detto che Catia apparteneva chiaramente al gruppo dei bravi ragazzi, e che io appartenevo al terzo gruppo quello degli sfigati.
«Non credo proprio, ma certo sei diventato proprio un bel tipo. Come mai alle altre cene non sei venuto?»
«Avevo paura».
«Di cosa?»
«Che fosse una minestra riscaldata… hai presente? Succede sempre che si riformano gli stessi gruppi… e poi si finisce per parlare delle stesse cose. Non lo hai detto anche tu prima?»
«Può darsi – rispose Catia – però chi è assente ha sempre torto, e questa sera ci sei. Perché non provi a rianimare la serata?»
«Non essere ingenua. Sei troppo intelligente per non sapere che in queste cene bisogna rispettare la propria parte: si torna ad avere quattordici anni. E tu ti ricordi com’ero allora?»
Catia mi guardò, stupita dalla mia reazione, e disse:
«Sì. Non parlavi con nessuno».
«Ma non solo. Andavo male a scuola, e non perché ero nella compagnia dei duri… sì, diciamo la verità, ero un disastro».
«E adesso cosa fai nella vita. Sei sposato?»
«Purtroppo mi sono da poco separato, ma ho due bambini fantastici. E lavoro dodici ore al giorno in una ceramica».
«Che mansione?»
«È da sei anni che sono responsabile di laboratorio, e da qualche mese sono direttore di produzione e… non è per niente facile».
Non avrei voluto parlare del mio lavoro, non m’interessava mettermi in mostra. Deviai il discorso: «Ma non è di certo paragonabile al prestigioso lavoro del nostro luminare».
Il secchione stava infatti spiegando, nel dettaglio, la sua giornata lavorativa.
«Scommettiamo che adesso racconterà del macchinone che gli hanno dato?», continuai.
«Ma sei proprio cattivo».
«Aspetta» dissi a Catia, «sentiamo cosa dice».
«Ma io gliel’ho detto al Presidente, adesso che non ho figli le do la massima disponibilità e lavoro anche 24 ore al giorno. Ma quando Silvia ed io pianificheremo matrimonio e nascite, dovrà accettare una mia inevitabile riduzione di ore di lavoro. E se adesso viaggio dai quattro ai sei mesi l’anno, dopo al massimo sarò disponibile a farne tre…»
«Macchinone, macchinone…», ripetevo a Catia.
Non che la nostra conversazione fosse passata inosservata, ci guardavano con curiosità e sono convinto che destassimo una punta d’invidia, soprattutto quando ridevamo. Come stava facendo adesso Catia.
«… che non si può mica tirare sempre al massimo – continuava intanto il monologo del secchione – non m’interessa se dovrò scendere di livello, guadagnare di meno e restituire la macchina della ditta. È chiaro che è una bella comodità, e poi tutto gratis: benzina, bollo, assicurazione. E poi un’Audi… ma che avete voi due, che è mezz’ora che ridete?»
«No, niente», rispose Catia.
Mi avvicinai a lei, sussurrandogli una frase nell’orecchio. So per esperienza che – per chi la subisce – è una cosa fastidiosa.
«Visto che ho vinto la scommessa, adesso devi ridere ancora più forte. Così lo facciamo morire».
«Ah, ah, ah…».
«Non ve l’ha insegnato nessuno, che è da maleducati parlare nelle orecchie?» Il secchione alzò la voce, più che innervosito. «Se avete qualcosa di così divertente da dire, ditelo a voce alta, così ridiamo anche noi!».
«Scusa per la maleducazione. Del resto non ho fatto mica un master…» risposi d’istinto e me ne pentii all’istante.
Ci furono risate fragorose, che lo fecero infuriare ancora di più.
«Mi stai prendendo in giro? … E poi sentiamo, chissà che lavoro interessante che fai, sempre che tu l’abbia un lavoro».
Non era mia intenzione litigare e mi sentii di colpo nel torto. Avevo bevuto un bicchiere di troppo e come a volte mi succedeva, avevo esagerato.
Preso dall’euforia mi era già successo di dire qualche battuta fuori luogo, di prendere in giro amici e conoscenti pur di far ridere. Mi capitava specialmente fuori a cena, quando mi sentivo a mio agio, e mi trasformavo in un giullare. In quei casi la serata decollava e mi sentivo accettato. Ma la mattina dopo mi pentivo per le tante battute al limite. Con sensi di colpa per amici che avevo preso di mira, deriso.
Non che provassi gli stessi sentimenti di pentimento per il secchione. Tuttavia ebbi il buon senso di fermarmi.
«La mia è stata solo una battuta. E come lavoro faccio… lavoro in una ceramica a Fiorano».
Non mi andava di vantarmi del mio lavoro. Non l’ho mai fatto.
Comunque il secchione ha pensato che facessi l’operaio (non che sia un demerito). E la sua vendetta se l’è presa.
L’ultima cosa che ricordo di quella sera è che ho avuto il coraggio di parlare del mio amore platonico. Oramai la serata era al termine ed ognuno parlava con il suo vicino di tavolo.
«So che alle medie, da quanto ero timido ero un caso clinico, poi mi sono aperto altrimenti non mi sarei nemmeno sposato. Ma allora le ragazze non avevo neanche il coraggio di guardarle negli occhi. Ma la testa, sì che l’avevo persa… e per una nostra compagna. Ma muto come un pesce. E adesso dopo vent’anni eccola qua, seduta in questo tavolo. Non sei curiosa di sapere chi è?»
«No, no. Assolutamente no. E poi dopo tanti anni… altro che minestra riscaldata».
Tanto di cappello. Catia non aveva solo ragione: mi aveva fatto secco.
Ho pensato spesso a quella serata, specialmente alla stoccata finale di Catia.
Un paio d’anni dopo mi hanno telefonato per un’altra rimpatriata: non ci sono andato.
Non so se Catia avesse pensato che mi riferissi a lei. Tuttavia ha evitato che mi rendessi ridicolo. Ha evitato che rovinassi tutto. Perché certi sogni bisogna custodirli dentro il cuore. Devono rimanere segreti… se no che segreti sono?

E di sogni me ne intendo, che li continuo a fare ogni giorno. È un modo, l’ho già detto, per non scoppiare.
Per anni e anni ho continuato a sognare la maestra. E me la porto ancora addosso.
Perché senza di lei non mi sarei sentito così sbagliato alle elementari, alle medie, alle superiori, nella VITA.
Mi dispiace di non aver conservato la mia scheda personale. Quella che la maestra aveva consegnato alla professoressa di lettere, e che non so come ritrovai nella soffitta di Casinalbo. Ero in quinta superiore al Fermi, e ricordo la rabbia che tornò a esplodere quando la rilessi: in pratica venivo descritto come un povero deficiente.
Eh sì… le medie sono state tre anni in salita, e l’atteggiamento scettico dei miei insegnanti, che mi consigliavano un indirizzo professionale, non mi ha per niente aiutato.
Ma ogni anno che passava ero un pochino più sicuro di me, più sciolto.
La svolta in quarta superiore al Fermi.
Il nano (chiamavamo così il professore di Lettere), ci diede come compito un libro da leggere, diverso per ognuno e da commentare davanti alla classe.
A me fu assegnato il Tristam Shandy di Lawrense Sterne. Uno scrittore Inglese del 1700 che nessuno aveva mai sentito nominare.
Io non volevo fare figuracce, avevo paura di essere colpito nel mio punto debole. Avevo con la letteratura un rapporto di odio e amore. Ne ero affascinato ma la temevo, diciamo che mi faceva paura e ci stavo lontano.
Incominciai a leggere e a prendere appunti di getto.
Fui folgorato. Si trattava delle vicende di una famiglia. Mancava una vera e propria trama, ma mi prese dalla prima all’ultima pagina. Era un racconto umoristico dal ritmo mutevole; una pagina completamente bianca, una nera, i capitoli a volte di una sola frase. Si passava da un discorso all’altro con decine di digressioni, aneddoti.
Insomma una cosa nuova, che non mi aspettavo assolutamente.
E miracolo. Invece di spaventarmi il libro mi stimolò e mi affascinò.
Quando presentai il romanzo in classe, fu un successone. Ci avevo lavorato per due settimane; con una passione che non credevo di avere. Probabilmente tanta passione la trasmisi anche alla classe: erano tutti attenti.
Il nano fu entusiasta e mi diede un otto.
Da allora non smisi più di leggere.
Scoprii che con la lettura, entravo in mondi che mi emozionavano, e poi potevo davvero imparare a parlare meglio.
Leggevo – con il Garzanti aperto per tradurre le parole sconosciute – fino alle due di notte. Soprattutto classici: Pirandello, Svevo, Hemingway, Dostoevskij.
Ebbi una passione sfrenata per Hermann Hesse. Le sue letture mi trasmisero la passione per le religioni orientali, per le storielle Zen, per il Tao. Ripetevo agli amici le storielle che leggevo in chiave umoristica. Mi piaceva destare interesse, far ridere.
Sognavo di rappresentarle a teatro.
Oggi so che se non avessi continuato gli studi non sarei ciò che sono, e se il professore di lettere non mi avesse fatto leggere quel libro? Chissà…
Ogni libro letto fu un’iniezione di fiducia, una conquista: se studiavo, anch’io come i miei compagni raggiungevo gli obiettivi che mi prefiggevo.
Dovevo smetterla di avere tanta paura.
In alcune materie, una fra tutte inglese, era durissima, la professoressa si lamentava, convinta che non mi applicassi… ma non era così.
Non so dire come sarebbero andati i miei studi se avessi fatto delle elementari normali.
Di certo avrei avuto meno paure.
È che sono un insicuro cronico, anche nelle cose che so fare: perfino nel calcio.
Quando sono andato a giocare nella Vignolese, dalla paura mi bloccavo. Era una squadra importante ed era una buona opportunità; ma se mi sentivo osservato m’intimorivo e inevitabilmente sbagliavo. Se invece giocavo con gli stessi compagni  in un campetto, senza il mister che mi guardava, andavo il triplo.

. . . . .

Precisazione: La parte centrale di questo capitolo, in cui parlo di Lucia, della festa di fine seconda media e successiva rimpatriata, è già un articolo del Blog: Tu… e così sia, del 16 novembre 2017.
Ma, essendo parte integrante de I passi del tempo, è qui che deve stare.

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Sono nato a Modena 53 anni fa, e abito a Formigine. Amo la mia famiglia; i miei due splendidi figli Francesco ed Eleonora; mia moglie Luisa. Le immagini del blog sono principalmente sue. Ho deciso di aprire questo blog per raccontare le mie passioni: libri, film, musica... Lo faccio principalmente per me stesso. Perché mentre mi racconto, verbalmente o per iscritto non cambia molto, mi torno ad emozionare. Come la prima volta. Spero che, nei miei articoli, questo sentimento si percepisca, che arrivi all'eventuale lettore. Dimenticavo due cose. Entrambe rilevanti. La prima: nella vita, chi mi conosce lo sa, da 31 anni faccio "piastrelle". Ogni anno una nuova sfida. Ma vivo la mia professione con passione. L'unico modo a mio parere, per non "impazzire". La seconda: ho un'altra grande passione. Sono tifoso del Modena Football Club 1912... Sì lo so, è una bella "sfiga"! Ma sono nato a Modena, amo la Ghirlandina e il vero amore mica puoi sceglierlo... P.S. Ho messo il nome della mia squadra del cuore per intero, perché oramai, del Modena calcio rimane solo la storia.

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