I passi del tempo: Undicesimo e ultimo Capitolo

I reggiani

Il sogno più ricorrente da adulto?
Tornare in prima superiore: per vendicarmi!
Finite le medie avevo scelto odontotecnico, a forza di sentirmi dire che non ero adatto per un liceo.
A Modena quella scuola non c’era e finii a Reggio Emilia: un istituto professionale con una decina di  indirizzi e centinaia e centinaia di reggiani.
Sveglia alle 6,00: autobus per la stazione, treno per Reggio, passeggiata di 15/20 minuti fino alla scuola, pausa pranzo al bar con un paio di panini, lezione pomeridiana – ben quattro pomeriggi alla settimana -, fino a quando, se Dio vuole, suonava la campanella più bella di tutte: fine delle lezioni. L’umore ovviamente schizzava alle stelle, ma il tragitto di ritorno al contrario – passeggiata fino alla stazione, treno per Modena… – rimaneva una rottura di palle. E poi non si tornava mai prima delle 18,30: un incubo!
A casa tornavo a rilassarmi e il respiro si faceva diecimila volte più leggero, ma era solo un’illusione: il mattino dopo ripartiva tutto da capo.
Il mio anno di naia, anche perché quando a militare avrei dovuto andarci per davvero mi hanno riformato: Elena era incinta di Francesco.
Fin dall’inizio accadde l’imprevedibile. Nelle materie classiche: Italiano, Matematica, Scienze, andavo benino. Meglio di altri, comunque. Ma nelle materie professionali… lì c’era meno da studiare, bisognava usare più le mani che la testa, almeno all’inizio. E io avevo una paura fottuta. Il mio solito blocco. Un disastro.
Dopo appena tre settimane il professore di tecnologia dentale mi stroncò: non ero adatto per quella specializzazione, il suo parere, e lo disse davanti a tutti.
Ricordo che dovevamo fare un cubo usando della cera che scioglievamo con un bunsen, goccia dopo goccia.
Tre ore di fila per tre giornate alla settimana. Il professore, tra l’altro, non è che ci avesse insegnato più di tanto. Probabilmente voleva valutare la nostra capacità manuale. Io dal primo minuto sono andato in panne. Mi guardavo spaesato e invidiavo ogni mio compagno: tutti così tranquilli e a proprio agio. Con la consegna del lavoro la mia sentenza di morte, e i già citati dubbi del professore.
Probabilmente era in buona fede; ma come facevo a dirlo ai miei genitori, poverini, che avevano speso un capitale in libri, e in una valigetta da laboratorio con tutti gli attrezzi necessari.
E poi, se all’inizio non ero stato in grado nemmeno di fare un cubo figuriamoci quando avrei iniziato a scolpire e a modellare tutti i trentadue denti del cavolo.
Se avessi parlato con i miei sarebbe andata meglio. Almeno mi sarei sentito meno solo. Forse facevo davvero in tempo a cambiare scuola e mi sarei risparmiato tante umiliazioni, ma non ero più un bambino, e come fanno i miei figli con me mi sono tenuto tutto dentro.
La sera andavo a letto e mi rigiravo mille volte senza addormentarmi. La notte che precedeva la materia pratica di laboratorio andavo in panico.
Ancora una volta non è che fossi stato proprio capito e aiutato. Se l’insegnante avesse provato a fare l’insegnante, forse ci sarei riuscito. Ci avrei messo più tempo, ma con tutta la mia testardaggine ci sarei saltato fuori.
Nella mia sezione in sette venivamo da Modena. Facevamo gruppo: in stazione, sul treno, in classe. Era quasi una necessità in una scuola di reggiani. Nel 1978 vi garantisco che gli atti di bullismo erano frequenti. E poi noi eravamo modenesi.
Ricordo che per essere lasciato in pace dai più grandi più di una volta sono stato costretto a pagare il pizzo: una parte di soldi che avevo per mangiare.
Ricordo la sigaretta che un bullo mi spense sulla mano.
Fino a qui tutto nella norma.
Ma i ragazzi a quell’età sanno essere spietati, e quando vedono un ragazzo timido e introverso, un ragazzo in difficoltà, lo fanno a pezzi.
Nel nostro gruppo di Modena veniva deriso un ragazzo soprappeso, era soprannominato mucca e continuamente gli facevano il verso: muuuuu…
Sapete come succede è il solito vizio che noi umani abbiamo di prendere in giro il malcapitato di turno, prima che gli altri lo facciano con te. E lui, infatti, per spostare l’attenzione su qualcun altro s’inventò che assomigliavo a un topo.
Perché in ogni scuola, lavoro, compagnia di amici c’è sempre quello preso di mira. E quando la preda è individuata, tutti i ragazzi del branco si alleano nell’insultare il mal capitato. Ben contenti di averla scampata.
E come nei miei incubi peggiori mi attaccarono.
Da allora – eravamo a novembre – e per tutto l’anno scolastico fui la TOPA.
E se mi prendevano in giro i miei concittadini figuratevi i reggiani.
Sento ancora quelle risate grasse…
«Testa di porco sei poi tu un topo di fogna!» avrei voluto dire. Ma non ce l’ho mai fatta, assorbivo e stavo male.
Oggi so che non c’era niente da vergognarsi, erano loro gli stronzi.

A metà marzo ci fu l’incontro tra genitori e insegnanti.
Il mattino dopo non fu una giornata come le altre.
In classe stavo ripensando alle parole dei professori, le cose non erano andate per niente bene. Mi sentivo in colpa per i miei genitori. Ma non è per questo che ricordo così bene quella mattina, in tante altre giornate ho provato gli stessi sentimenti, la stessa angoscia.
Ci pensò il mio compagno di banco a rendere quel giorno indimenticabile.
Prese il mio quaderno e scrisse:

Topone stammi lontano che sento il tuo tanfo da fogna.
PUNGAZA PUZLEINTA!

Scrisse proprio così. Certe cose non si dimenticano. E poi mi sfidava con un sorriso e una smorfia strafottente. Io non riuscii a dire niente, uscii dalla classe e mi rifugiai in bagno. Per la prima volta i miei nervi cedettero anche a scuola: scoppiai in un pianto dirotto. Non so dire quanto tempo rimasi lì accovacciato. Esaurite le lacrime – ma non per questo più calmo – uscii e mi avviai lungo il corridoio per tornare in classe.
Mi bloccò un ragazzo più grande. Lo conoscevo di vista, anche lui di Modena lo incontravo spesso in stazione.
Non feci in tempo a ricompormi – a dir la verità non mi interessava nemmeno – che mi chiese:
«Ciao Roberto tutto a posto? Hai una faccia… non stai bene?»
Io non dissi niente, probabilmente la mia faccia stava già rispondendo.
Mentre ricominciò a parlare tornai col pensiero al giorno prima.
Mi rividi sul treno di ritorno con mia madre. Mi avrebbero bocciato, c’era poco da dire. Un paio di compagni (compagni beh…) sghignazzavano e mi prendevano in giro come sempre. Mia madre per fortuna non se ne accorse. Era stanca, e saliti sul treno cercammo due posti liberi per sederci. Ricordo che ne aprimmo tante di cabine, tutte  piene imballate, prima di trovare quella giusta. Mentre ci sedevamo sorridemmo a quell’unica persona seduta: un ferroviere. La mamma disse che era stata proprio una fortuna trovare dei posti liberi, stanchi come eravamo; e sapete cosa rispose l’uomo – una divisa bellissima e un sorriso ironico e cattivo stampato sul volto -, rispose: «Beh, forse non è stata fortuna… forse qui non dovevate nemmeno entrare. Tutta la cabina è riservata, com’è ben segnato sulla porta d’ingresso. Non sapete neanche leggere?»
Ripensando alla mamma, presa in giro da quello stronzo di merda, provai una tale tristezza da non accorgermi di aver ricominciato a piangere.
«Roberto… stai bene?… Posso fare qualcosa?»
Non ricordo cosa mi disse esattamente, non ricordo più nemmeno i suoi lineamenti, ma mi fece sentire molto meglio.
Sentirmi chiamare col mio nome di battesimo fu molto bello.
Un paio di giorni dopo, alla stazione di Reggio, si avvicinò e parlammo. Mi chiese dove abitavo e che compagnia frequentavo. Mi disse che faceva la terza e che sapeva quanto era dura il primo anno. Abitava alla Madonnina, mi propose di entrare nella sua compagnia. Era evidente che si era accorto di tutto, che mi voleva aiutare.
Io gli diedi risposte evasive, mentii su fantomatici amici che frequentavo ma che in realtà non esistevano più. Amici che sarebbero arrivati solamente un paio d’anni dopo.
La verità è che in quel momento non ero pronto nemmeno per essere aiutato: ero troppo fragile.
Mi vergognavo perfino di ammettere di non avere più amici.
Bocciato mi iscrissi all’istituto Tecnico Corni di Modena, ma la paura me la portavo addosso.
E se i nuovi compagni lo scoprivano? Se avessero incominciato anche loro a prendermi in giro e a chiamarmi topa?
Si dice che il mondo è piccolo, e in effetti.
Un nuovo compagno del Corni aveva un amico che andava a scuola proprio a Reggio, proprio in quella scuola, proprio nella mia stessa classe.
Ma vaffanculo pensai quando con una risatina mi chiese:
«Com’è che ti chiamavano?… Topa?»
E io per settimane, mesi, anni ho avuto paura: cosa avrei fatto se fosse ricominciato l’incubo anche a Modena?
Per fortuna non accadde.

Per anni ho continuato a sognarmi ad occhi aperti di trovarmi di nuovo a Reggio, di avere di nuovo quattordici anni, di fargliela pagare.
Ma avrei dovuto reagire nel momento giusto.
In quel lontano 1979.
Difendermi. Ribellarmi. Insultarli.
Avrei dovuto parlarne in famiglia.
Non tanto per evitare una cicatrice in più nel cuore, quella oramai non me l’avrebbe tolta nessuno.
Ma ho avuto una famiglia meravigliosa, che mi avrebbe aiutato, consigliato, sostenuto.
Quando si è giovani si pensa che il dolore sia causato dagli altri. Invecchiando comprendiamo che molto dipende da noi, che la vera sofferenza si misura con quello che è rimasto indietro. I tanti momenti della nostra vita in cui rimpiangiamo azioni compiute spesso frettolosamente. Cose che non abbiamo detto o fatto, ma che era giusto dire e fare. Rimorsi, rimpianti, compromessi che abbiamo accettato.
Tutto ciò si trova in un angolo oscuro del nostro cuore e lascia un solco profondo. Di notte, nei sogni li troviamo, immagini dolorose: amici che abbiamo smesso di vedere, perché non avevo tempo e lo chiamo poi domani; i tanti sì detti per amor di pace e i tanti no che non abbiamo avuto il coraggio di dire.

Ogni battito di cuore è un universo di possibilità. Avevo sempre pensato che il fato fosse immutabile: determinato al momento della nascita e fisso come le orbite delle stelle. All’improvviso compresi che la vita è molto più bella e complessa. La verità è che la fortuna e la sfortuna non contano, e non importa ciò che stai facendo: puoi cambiare la tua vita con un solo pensiero, con un solo gesto d’amore… (da Shantaram di Gregory David Roberts).

 E non c’e niente di male a farsi aiutare. Magari dalle persone che ti amano e che tu ami, come i tuoi genitori che… chissà quante ne hanno passate!

 

Sabato 04 agosto 2012

Oggi pomeriggio sono andato con Luisa a fotografare il mio cortile, la mia vecchia casa di Modena: via vignolese 574.
Alcune foto che ho inserito nel libro sono di Luisa, che riesce sempre a scovare il meglio da quell’arte che è la fotografia.
Ero molto emozionato.
Mentre mia moglie scattava le prime foto del palazzo io sbirciavo il citofono… ma col cavolo che c’era ancora un condomino di allora. Stavo per vincere la timidezza e suonare ad uno sconosciuto, quando una ragazza di una trentina d’anni è uscita dal portone con un sacchetto del pattume togliendomi dall’impiccio.
«Scusi, posso chiederle un favore? – ho attaccato discorso – trentanni fa abitavo qui e vorrei far delle foto al cortile in cui giocavo da piccolo. Mi può far entrare?»
La ragazza ha sorriso e mi ha fatto vedere che il cancello del cortile era aperto: bastava scorrerlo, come allora. È stata molto gentile e mi ha lasciato solo con i miei ricordi.
Il luogo non è cambiato molto, e non posso dire di essere rimasto deluso, lo testimonia l’emozione fortissima che ho provato. Ma non c’era nessuno: bambini, mamme, vecchi… nessuno. Lo capisco che oggi – in cui non ci si riunisce più come un tempo per giocare e chiacchierare insieme – questo mio sentimentalismo suoni strano. Ma io in questo cortile ci sono cresciuto, è stato l’amico più sincero che ho avuto: quattro ore in media al giorno per almeno dieci anni, fanno 14600 ore. È come se, dei miei dieci anni in cui si consumava la mia adolescenza, fossi stato per 608 giorni ininterrottamente in cortile, e passata l’emozione iniziale, vederlo deserto mi ha fatto male.
Non so se mi è andato a fuoco il cervello o se sto solo invecchiando, ma ho pensato che il mio cortile fosse triste, che non avesse più un’anima.
Allora sì che era vivo… con le mie corse a rotta di collo, le mie “sballonate”, i miei buchi per terra a cercare l’acqua, le nostre recite…
Luisa stava fotografando il corridoio che porta alle cantine e non mi ha visto. Non mi ha visto mentre mi  inginocchiavo, prendevo in mano una manciata di sassi, un poco di terra secca – eh sì, non lo hanno ancora asfaltato – e…

… Sì: ci siamo ritrovati!

 

Sabato 01 dicembre 2012

Il più è fatto, mi manca di correggerlo: chissà quanti errori avrò fatto… Per fortuna esiste il correttore automatico, che per non essere da meno della maestra mi ha riempito di segni rossi, decine di parole. Almeno mi ha evitato figuracce!
Adesso che ho finito lo posso dire: è stata innanzitutto una fatica immane, più volte sono stato lì per rinunciare, bloccandomi per ore sulla stessa pagina, ricercando parole che non venivano.
Altre volte le pagine scorrevano che era un piacere, da non riuscire a stare dietro ai tanti pensieri che mi rimbalzavano in testa. In quei momenti ero come posseduto e scrivevo fino a tarda notte. Stavo bene, male… ma più di tutto ero emozionato.
Il settimo capitolo – La finestra sul passato: dalla disperazione della guerra alla gioia di “Quel giorno d’aprile”… – è stato l’ultimo che ho scritto. È posto a metà libro, ma per mesi è stato una pagina bianca. È quello in cui parlo dell’infanzia di mio padre, della guerra e della grande famiglia Alboresi. Sapevo troppo poco di quel periodo per riempirlo di parole. Ho continuato il racconto e i successivi capitoli, rimandandolo.
Poi mi sono deciso e ho telefonato a mio zio Enzo. Ci siamo incontrati una settimana fa: sabato 24 novembre.
Avevo l’urgenza di sapere.
I giorni successivi mi sembra di non aver fatto nient’altro che scrivere.
Anche il lavoro è passato in secondo piano, non riuscivo a concentrarmi.
Sono sulla strada buona per la guarigione?
Certo che conto ancora i mesi! Sono 26 anni e 5 mesi che lavoro con continuità, 83 mesi che sono in Mirage… Ma ho meno paura!
Ai miei due bimbi vorrei dire che li amo più di ogni altra cosa, più di me stesso.
Cosa darei per potervi aiutare, che quando eravate piccoli vivevate solo per mamma e papà, e sì che mi parlavate. 
Il pensiero ritorna alle centinaia di volte che vi ho portato al parco e vi spingevo sull’altalena, alle vostre prime volte: la prima volta che siete andati a “gattoni” (Eleonora al contrario); ai primi passi; la prima volta in bicicletta con rispettiva prima caduta; la prima lezione di guida con la macchina che si spegneva di continuo.
Tutte cose che sono svanite e che non torneranno più, perché come dice il grande Vasco “la vita è un brivido che vola via” (da Sally di Vasco Rossi), e io non pensavo che sareste cresciuti così in fretta, non immaginavo quanto avrei rimpianto quei momenti.
Ma scriverle è un po’ come riviverle e mi si scalda il cuore. E non fa niente se – con il pretesto di farvi conoscere meglio i miei genitori e i miei nonni – ho finito per fare autoanalisi… che nemmeno il migliore psicologo. Non era programmato, la penna ha preso il sopravvento, peccato che scrivo sulla tastiera!
E poi avrei ancora tante cose da dirvi, che la vita non è poi il diavolo, ad esempio. E che se ce l’ho fatta io ce la farete anche voi: più forti, belli, intelligenti.
Non so se siete d’accordo con il teorema: conosci i tuoi antenati-conosci te stesso-vivi meglio.
Ma il pensiero di lasciarvi un poco di me stesso mi rasserena.
Spero solo che non abbiate preso i miei difetti, e prego che non abbiate mai tanta paura.
Così come un uomo veramente brutto se gli nasce un figlio si guarda subito allo specchio per paura che gli somigli, così io ho fatto il tifo per la legge delle generazioni, in cui la successiva migliora la precedente: oltrepassandone limiti e difetti.
Scrivo queste ultime righe del libro così come vengono, che a scrivere dei miei bimbi mi viene facile. Più difficile è fare il padre.
Anzi no: fare il padre è la cosa più difficile del mondo!

 

 

 

 

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Sono nato a Modena 53 anni fa, e abito a Formigine. Amo la mia famiglia; i miei due splendidi figli Francesco ed Eleonora; mia moglie Luisa. Le immagini del blog sono principalmente sue. Ho deciso di aprire questo blog per raccontare le mie passioni: libri, film, musica... Lo faccio principalmente per me stesso. Perché mentre mi racconto, verbalmente o per iscritto non cambia molto, mi torno ad emozionare. Come la prima volta. Spero che, nei miei articoli, questo sentimento si percepisca, che arrivi all'eventuale lettore. Dimenticavo due cose. Entrambe rilevanti. La prima: nella vita, chi mi conosce lo sa, da 31 anni faccio "piastrelle". Ogni anno una nuova sfida. Ma vivo la mia professione con passione. L'unico modo a mio parere, per non "impazzire". La seconda: ho un'altra grande passione. Sono tifoso del Modena Football Club 1912... Sì lo so, è una bella "sfiga"! Ma sono nato a Modena, amo la Ghirlandina e il vero amore mica puoi sceglierlo... P.S. Ho messo il nome della mia squadra del cuore per intero, perché oramai, del Modena calcio rimane solo la storia.

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2 pensieri riguardo “I passi del tempo: Undicesimo e ultimo Capitolo

  1. Roberto ho letto l’ultimo capitolo, che aspettavo con ansia, volevo sapere come ti sentivi ad essere un “tubo” e tu sai di cosa parlo:). Ancora una volta complimenti, i tuoi racconti parlano di situazioni della nostra infanzia ma attualissimi anche oggi. Continua, mi raccomando aspettiamo altri racconti. Morena

    1. Come un “tubetto” del dentifricio all’ultimo stadio, come un re di un cortile spodestato, ma… non può piovere per sempre, e un re rimane re, almeno nella fantasia….

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