Eleanor Oliphant sta benissimo

Come stai?
È la domanda che facciamo più spesso.
Ne abusiamo tutti quanti al punto che nemmeno ci accorgiamo di rispondere in maniera meccanica:
Bene, molto bene, abbastanza bene, benissimo…
Anche se il più delle volte ci sentiamo tutt’altro che bene
Anche Battisti e Mogol ci giocano in una delle loro più belle canzoni – Ancora tu:

E come stai? Domanda inutile 
Stai come me e ci scappa da ridere.

E la sua inutilità sta proprio nella risposta non sincera che ho già citato.
Per parlarvi di questo bellissimo romanzo d’esordio di Gail Honeyman parto proprio da questa domanda di rito, e più esattamente dal titolo del libro: Eleanor Oliphant sta benissimo – la risposta di Eleanor (e ci risiamo) alla solita insulsa domanda – che mi ha colpito da subito, in libreria, e alla prima occhiata, come la foto della copertina del resto, con sei fiammiferi bruciati che incorniciano il testo e il nome dell’autore. Non proprio la cornice più adatta ad una proclamazione di benessere.

 Dal risvolto di copertina:

Mi chiamo Eleanor Oliphant e sto bene, anzi: sto benissimo.
Non bado agli altri. So che spesso mi fissano, sussurrano, girano la testa quando passo. Forse è perché io dico sempre quello che penso. Ma io sorrido. Ho quasi trent’anni e da nove lavoro nello stesso ufficio. In pausa pranzo faccio le parole crociate. Poi torno a casa e mi prendo cura di Polly, la mia piantina: lei ha bisogno di me, e io non ho bisogno di nient’altro. Perché da sola sto bene.
Solo il mercoledì mi inquieta, perché è il giorno in cui arriva la telefonata di mia madre. Mi chiama dalla prigione. Dopo averla sentita, mi accorgo di sfiorare la cicatrice che ho sul volto e ogni cosa mi sembra diversa. Ma non dura molto, perché io non lo permetto.
E se me lo chiedete, infatti, io sto bene. Anzi, benissimo.
O così credevo, fino a oggi.
Perché oggi è successa una cosa nuova. Qualcuno mi ha rivolto un gesto gentile. Il primo della mia vita. E all’improvviso, ho scoperto che il mondo segue delle regole che non conosco. Che gli altri non hanno le mie paure, non cercano a ogni istante di dimenticare il passato. Forse il «tutto» che credevo di avere è precisamente tutto ciò che mi manca. E forse è ora di imparare davvero a stare bene.
Anzi: benissimo.

Gail Honeyman ha scritto un capolavoro. Un libro che secondo la stampa internazionale più autorevole rimarrà negli annali della letteratura. Un romanzo che per i librai è unico e raro come solo le grandi opere possono essere. In corso di pubblicazione in 35 paesi, è il romanzo d’esordio più venduto di sempre in Inghilterra, dove è da più di un anno in vetta alle classifiche. Ha vinto il Costa First Novel Award e presto diventerà un film. Una protagonista in cui tutti possono riconoscersi. Una storia di resilienza, di forza, di dolore, di speranza. Un grande romanzo con una grande anima.

. . . . .

Eleanor è innanzitutto una ragazza sola, totalmente incapace – pur essendo un’impiegata preparata – di affrontare una comune conversazione con i colleghi, che ignora le convenzioni sociali ma non ha peli sulla lingua, e teme – più d’ogni altra cosa – l’uscita dall’ufficio del fine settimana, quelle solite insulse domande: «Che cosa fai stasera? Programmi per il Weekend? Già prenotato le vacanze?
Lei che il weekend lo passa in casa da sola, con la bottiglia di vodka, per dormire tranquilla, per non ricordare un passato troppo doloroso, quella sua cicatrice sul viso e nell’anima.

. . . . .

Raymond aspettava fuori dall’ingresso principale dell’ospedale. Lo vidi chinarsi per accendere la sigaretta di una donna su una sedia a rotelle: aveva portato fuori con sé la flebo, sul suo trabiccolo, così da poter distruggere la propria salute al tempo stesso in cui i soldi dei contribuenti venivano usati per cercare di salvaguardarla. Raymond chiacchierava con la donna mentre lei fumava, facendo a sua volta un tiro. Si piegò in avanti e disse qualcosa che la fece ridere, una risata sguaiata da vecchia megera che si concluse con un accesso prolungato di tosse. Mi avvicinai con cautela, per timore che la nube tossica mi avvolgesse producendo effetti deleteri. Lui mi vide arrivare, spense la sigaretta con un piede e mi venne incontro a passo lento. Indossava un paio di jeans che gli cascava in modo sgradevole attorno alle natiche; quando aveva girato la schiena, gli avevo visto un imbarazzante paio di centimetri di mutande – di un agghiacciante color porpora – e di pelle bianca coperta di lentiggini, che mi fecero pensare al manto di una giraffa.
«Ehilà, Eleanor», disse, sfregandosi le mani sulla parte anteriore delle cosce, come per pulirle. «Come va oggi?»
Vidi con orrore che si stava chinando in avanti come per abbracciarmi. Io indietreggiai, ma non prima di aver avuto modo di annusare il fumo della sigaretta e un altro odore chimico e pungente. Immaginai che si trattasse di una marca dozzinale di colonia maschile.
«Buon pomeriggio, Raymond. Entriamo?»
Prendemmo l’ascensore per il Reparto 7. Raymond mi fece un resoconto lungo e noioso della serata precedente: a quanto pareva, lui e i suoi amici avevano «fatto le ore piccole», qualunque cosa significasse, completando una missione a “Grand Theft Auto” e poi giocando a poker. Non capivo bene perché mi raccontasse tutto ciò. Di certo non gliel’avevo chiesto io. Finalmente smise di parlare e quindi si informò su com’era andata la mia serata.
«Ho fatto delle ricerche», dissi, perché non volevo insudiciare l’esperienza raccontandola a Raymond. «Guarda!» esclamai all’improvviso. «Il Reparto 7!»
Raymond si distraeva facilmente, come un bambino o come un animale domestico, e facemmo a turno nell’usare il gel disinfettante per le mani prima di entrare. La sicurezza innanzitutto, anche se la mia povera pelle devastata non si era ancora ripresa dalla precedente aggressione dermatologica.
Sammy era nell’ultimo letto ancora alla finestra e leggeva il «Sunday Post». Ci squadrò da sopra gli occhiali a mano a mano che ci avvicinavamo: il suo atteggiamento non era amichevole. Raymond si schiarì la gola.
«Salve, signor Thom, disse. «Io sonno Raymond, e questa è Eleanor.» Feci un cenno con la testa in direzione del vecchio. Raymond continuava a parlare. «Noi, ehm… noi l’abbiamo trovata quando ha avuto il suo piccolo attacco e io l’ho accompagnata all’ospedale in ambulanza. Oggi abbiamo voluto passare a salutarla, a vedere come sta…»
[…] «Allora come si sente, signor Thom? Gli chiese. «Ha passato una buona nottata?»
«Chiamami Sammy, figliolo… Non c’è bisogno di fare tante cerimonie. Sto bene, grazie. Tra un po’ starò che è una meraviglia. Tu e tua moglie mi avete salvato la vita, su questo non c’è dubbio.»
Sentii che Raymond si muoveva sulla sedia e io mi chinai in avanti.
«Signor Thom», dissi.
Lui inarcò le sopracciglia, poi le mosse verso di me in maniera sconcertante.
«Sammy», mi corressi, e lui annuì.
«Temo di dover chiarire qualche inesattezza riguardo ai fatti», continuai. «Innanzitutto non le abbiamo salvato la vita. Il merito di questo va al personale dell’ambulanza, che, benché un po’ brusco, ha fatto il necessario per stabilizzare la sua condizione mentre la portavano qui. La squadra di medici dell’ospedale, compreso l’anestesista e il chirurgo ortopedico che l’ha operata all’anca, oltre a tutti i professionisti del settore sanitario che hanno provveduto alle sue cure postoperatorie, sono loro che l’hanno salvata, posto che qualcuno l’abbia fatto. Raymond e io ci siamo limitati a chiamare i soccorsi e a tenerle compagnia fino a che il Sistema sanitario nazionale non si è fatto carico di lei.»
«Come no. Che Dio benedica il Sistema sanitario nazionale, certo!» esclamò Raymond interrompendomi sgarbatamente. Gli lanciai una delle mie occhiate più severe.
«Inoltre», prosegui, «vorrei chiarire “immediatamente” che Raymond e io siamo soli colleghi di lavoro e di certo non siamo sposati.»

. . . . .

Benvenuti nel spassoso mondo di Eleanor.
E ancora:

Ed eccoci qui, a parlare della mamma, dopo che gliel’avevo esplicitamente vietato. Eppure, con mia sorpresa, scoprii che incominciava a piacermi il fatto di tenere banco in quel modo, godendo dell’attenzione incondizionata della dottoressa Temple. Forse era la mancanza di contatto visivo. Mi faceva sentire rilassata, quasi come se stessi parlando tra me e me.
«La faccenda è che voleva che socializzassimo solo con “bella gente”, gente “come si deve”… Era una cosa di cui parlava molto. Insisteva sempre che ci esprimessimo in modo forbito, che ci comportassimo decorosamente… ci faceva fare esercizi di dizione per almeno un’ora al giorno. Aveva… diciamo solo che aveva metodi molto “diretti” per correggerci quando dicevamo o facevamo la cosa sbagliata, il che vuol dire più o meno sempre.»
[…] Mi accorsi che tremavo con tutto il corpo, come un cane bagnato una mattina di freddo. Maria alzò lo sguardo.
«Andiamo avanti, per adesso», disse dolcemente. «Vuoi raccontarmi qualcosa di quello che è successo dopo che tu e tua madre vi siete separate, della tua esperienza con il sistema dell’affido? Come è stato?»
Feci spallucce.
«Andare in affido non è stato… male. Vivere negli istituti per l’infanzia abbandonata non è stato… male. Nessuno ha abusato di me, avevo da mangiare e da bere, indumenti puliti e un tetto sopra le testa. Sono andata a scuola tutti i giorni finché non ho compiuto diciassette anni, dopodiché sono andata all’università. In realtà non posso lamentarmi di nulla.»
Maria parlò con grande gentilezza.
«E i tuoi bisogni, Eleanor?»
«Non credo di riuscire a seguirla, Maria», dissi perplessa.
«Gli esseri umani hanno una serie di bisogni che devono essere soddisfatti per diventare individui felici e in salute. Hai descritto come i tuoi bisogni fisici fondamentali – il riscaldamento, il cibo, una casa – fossero soddisfatti. Ma i tuoi bisogni emotivi?»
Fui colta completamente alla sprovvista.
«Ma io “non ho” bisogni emotivi», replicai.
Nessuna delle due parlò per un po’. Alla fine si schiarì la voce.
«Tutti li hanno, Eleanor. Tutti noi… e soprattutto i bambini piccoli… abbiamo bisogno di sapere di essere amati, apprezzati, accettati e compresi…»
Non dissi nulla. Questo mi giungeva nuovo. Lasciai che sedimentasse dentro di me. Sembrava plausibile, ma era un concetto su cui avrei dovuto riflettere più a lungo nell’intimità di casa mia.
«C’è stato qualcuno che ha rivestito quel ruolo nella tua vita Eleanor? Qualcuno che secondo te ti capiva? Qualcuno che ti amava, così com’eri, in maniera incondizionata?»
La mia prima reazione fu di dire di no, naturalmente. Sicuramente la mamma non rientrava in questa categoria. Tuttavia qualcosa – qualcuno – mi tormentava, strattonandomi per una manica. Cercai di ignorarlo, ma non se ne andava, quella vocina, quelle manine.
«Io… sì.»

. . . . .

Un libro indimenticabile.

Eleanor Oliphant sta benissimo, di Gail Honeyman. Edizioni Garzanti, 2018 [2017]. Traduzione di Stefano Beretta.

Voto: 5/5

 

Come colonna sonora del libro ho scelto una canzone di Vasco Rossi, che già dopo le prime righe del libro ho associato ad Eleanor.

Jenny non vuol più parlare
non vuol più giocare
vorrebbe soltanto dormire
Jenny non vuol più capire
sbadiglia soltanto
non vuol più nemmeno mangiare
Jenny è stanca
Jenny vuole dormire
Jenny è stanca
Jenny vuole dormire
Jenny ha lasciato la gente
a guardarsi stupita
a cercar di capir cosa
Jenny non sente più niente
nemmeno le voci che il vento le porta
Jenny è stanca
Jenny vuole dormire
Jenny è stanca
Jenny vuole dormire
Io che l’ho vista piangere
di gioia e ridere
che più di lei la vita
credo mai nessuno amò
io non vi credo
lasciatela stare
voi non potete
Jenny non può più restare
portatela via
rovina il morale alla gente
Jenny sta bene
è lontano… la curano
forse potrà anche guarire un giorno
Jenny è pazza
c’è chi dice anche questo
Jenny è pazza
c’è chi dice anche questo
Jenny è pazza
Jenny è pazza
Jenny è pazza
c’è chi dice anche questo
Jenny è pazza
Jenny è pazza
Jenny è pazza
Jenny è pazza
c’è chi dice anche questo
Jenny ha pagato per tutti
ha pagato per noi
che restiamo a guardarla ora
Jenny è soltanto un ricordo
qualcosa di amaro
da spingere giù in fondo
Jenny è stanca
Jenny vuole dormire
Jenny è stanca

 

Jenny è pazza di Vasco Rossi. Pubblicato per la prima volta nel 1977, nel 45 giri d’esordio del cantautore modenese: Jenny/Silvia.

Voto: 4/5

Cliccando QUI potete sentirla.

 

 

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Sono nato a Modena 53 anni fa, e abito a Formigine. Amo la mia famiglia; i miei due splendidi figli Francesco ed Eleonora; mia moglie Luisa. Le immagini del blog sono principalmente sue. Ho deciso di aprire questo blog per raccontare le mie passioni: libri, film, musica... Lo faccio principalmente per me stesso. Perché mentre mi racconto, verbalmente o per iscritto non cambia molto, mi torno ad emozionare. Come la prima volta. Spero che, nei miei articoli, questo sentimento si percepisca, che arrivi all'eventuale lettore. Dimenticavo due cose. Entrambe rilevanti. La prima: nella vita, chi mi conosce lo sa, da 31 anni faccio "piastrelle". Ogni anno una nuova sfida. Ma vivo la mia professione con passione. L'unico modo a mio parere, per non "impazzire". La seconda: ho un'altra grande passione. Sono tifoso del Modena Football Club 1912... Sì lo so, è una bella "sfiga"! Ma sono nato a Modena, amo la Ghirlandina e il vero amore mica puoi sceglierlo... P.S. Ho messo il nome della mia squadra del cuore per intero, perché oramai, del Modena calcio rimane solo la storia.

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