L’educazione

È sempre difficile iniziare un articolo. Ancora di più se è una recensione di un libro. Si rischia di essere così banali e scontati. Ultimamente rompo il ghiaccio proponendovi la trama della casa editrice. Avete presente? Quella del risvolto di copertina.
Ogni volta penso che potrei sorvolare, dal momento che finisco quasi sempre per parlare di me e non sempre di cose inerenti al libro. Ma anch’io prima di leggere un libro leggo la trama e allora mi decido: se devo dire le stesse cose con parole leggermente diverse… tanto vale!
Anche questa volta è andata così. Sono entrato nel sito della Feltrinelli libri e avevo già fatto copia e incolla della trama, quando nella stessa pagina e subito sotto questa benedetta recensione – che oramai avrete capito non leggerete più – ho trovato di meglio: Un video, pubblicato il 27 giugno 2018 da Feltrinelli Editore – scusate se mi ripeto ma mi dicono che bisogna sempre citare le fonti –  in cui è l’autrice stessa, Tara Westover, ad introdurre questo suo primo e bellissimo romanzo.
In effetti. Chi meglio di lei può spiegarvi il libro, autobiografico tra l’altro.
Questi i passi del video più rappresentativi:

Sono cresciuta su una montagna davvero bellissima nel sud dell’Idaho. La più giovane di sette fratelli. Da molti punti di vista ho avuto una bella infanzia: la montagna era bella e passavamo molte ore a passeggiare lungo sentieri di montagna quando ero giovane, raccogliendo erbe medicinali con mia madre che è una levatrice e una erborista. 
[…] Ma mio padre aveva anche delle convinzioni davvero radicali e per quelle convinzioni eravamo isolati. Per questo non mi è stato permesso di andare a scuola o dal dottore, non ho avuto nemmeno un certificato di nascita fino a quando ho avuto nove anni.
A sedici anni ho preso la decisione di educare me stessa così mi sono messa a imparare da autodidatta abbastanza grammatica e matematica per poter sostenere l’ACT: l’esame per entrare al college negli Stati Uniti e in qualche maniera sono stata ammessa all’università.
Ciò che non sapevo all’epoca è che avevo intrapreso un percorso, un percorso educativo che mi avrebbe permesso di accedere alle migliori università del mondo, ma anche che quel percorso mi avrebbe portato lontano dalla mia famiglia e che mi sarei dovuta fare domande molto difficili come: “Cosa significa fare parte di una famiglia?” e “Quali obblighi questo comporta?” E la domanda probabilmente più difficile di tutte: “Cosa fai quando gli obblighi che senti di avere nei confronti della tua famiglia sono in conflitto con quello che senti di avere verso te stesso?”
[…] Penso che ci sia sempre un prezzo da pagare per un vero cambiamento e nel mio caso è stato un prezzo piuttosto alto.

Cliccando QUI, lo potete vedere interamente.

Veniamo al libro vero e proprio.
È continuamente in bilico sui due estremi: Bene o  male, amore o odio, sottomissione o indipendenza, ignoranza o educazione.
Potente e bello, ma è una lotta continua, e anche tu, semplice lettore, ti senti scaraventato in questo turbine di emozioni. Momenti terribili e dolorosi, come un pugno nello stomaco, e un attimo dopo teneri, come l’amore materno; da percepirne i sapori da quanto forti queste pagine ti arrivano. Salati come le lacrime che versa Tara e poi dolci come la saliva del primo bacio d’amore.

. . . . .

Ho solo sette anni ma so che è questo, più di ogni alta cosa, a rendere diversa la mia famiglia: noi non andiamo a scuola.
Il papà ha paura che lo Stato ci costringerà ad andarci, ma è impossibile perché lo Stato non sa di noi. Dei sette figli dei miei genitori, quattro non hanno un certificato di nascita. Non abbiamo libretti sanitari perché siamo nati in casa e non abbiamo mai visto dottore o un’infermiera. Non abbiamo pagelle scolastiche perché non abbiamo mai messo piede in una scuola. Quando avrò nove anni riceverò una dichiarazione tardiva di nascita, ma per il momento, per lo Stato dell’Idaho e il governo federale, io non esisto. Anche se, ovviamente, esistevo. Ero cresciuta preparandomi al Giorno dell’Abominio, quando il sole si sarebbe oscurato e la luna avrebbe grondato un liquido simil-sangue. Passavo le estati a inscatolare pesche e gli inverni a fare la rotazione delle provviste. Quando il Regno dell’Uomo sarebbe finito, la mia famiglia avrebbe continuato indisturbata.

. . . . .

È, più di ogni altra cosa, una rinascita. Conoscere per liberarsi. Dai retaggi del passato, da un Dio tirannico e rancoroso e da un padre/padrone.
Un’educazione quindi per trovare la propria strada, le proprie idee.
È questo il messaggio di Tara.
Del resto non dovrebbe essere lo scopo di ogni vita?
Evolversi, oltrepassando limiti e difetti della generazione che ci ha preceduto.
Non so che cosa ne pensate, se queste parole vi sono arrivate forti, così come sono arrivate a me.
Se leggerete il libro troverete pagine inconcepibili, disumane. La famiglia vittima di un padre folle e incosciente.
Solo all’università Tara trova una spiegazione.
Parole come: paranoia, mania, illusione di grandezza e di persecuzione, da sconosciute diventano rivelatrici.

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Il disturbo bipolare diventò la mia ossessione. Lo scelsi come argomento per la ricerca che eravamo tenuti a scrivere per il corso di psicologia, poi usai quella ricerca come scusa per andare a parlare con ogni neuro scienziato e specialista cognitivo che c’era all’università. Descrissi i sintomi del papà, attribuendoli non a mio padre ma a un ipotetico zio. Alcuni dei sintomi corrispondevano in pieno, altri no. I professori mi dissero che ogni caso è diverso.
“Da come lo descrivi sembrerebbe piuttosto schizofrenia” disse uno. “Tuo zio si è mai fatto curare?”
“No”, risposi. “È convinto che i dottori siano parte di un complotto dello Stato.”
“Questo complica le cose.”
[…] In classe ero venuta a conoscenza dei neurotrasmettitori e dell’effetto che questi avevano sulla chimica del cervello; sapevo quindi che la malattia non era una scelta. Questa consapevolezza avrebbe potuto farmi vedere mio padre con occhi più comprensivi, ma non fu così. Provavo solo rabbia. Eravamo stati “noi” a pagare per questo, pensavo. La mamma. Luke, Shawn. Eravamo stati feriti, sfregiati e contusi, le nostre gambe avevano preso fuoco e le nostre teste erano state aperte. Avevamo vissuto in stato di allerta, in una specie di terrore costante, col cervello inondato di cortisolo perché sapevamo che quelle cose potevano succedere da un momento all’altro. Perché il papà metteva sempre la fede davanti alla sicurezza. Perché si credeva nel giusto e continuava a crederlo – dopo il primo incidente con la macchina, dopo il secondo, dopo il bidone, il fuoco, il bancale. E a pagare eravamo sempre noi.

. . . . .

“Papà, devo dirti una cosa.”
Dissi che Shawn aveva minacciato di sparare a Audrey e che secondo me era perché Audrey l’aveva messo di fronte al suo comportamento. Il papà mi fissò e la pelle dove un tempo c’erano state le labbra si tese. Chiamò la mamma e lei arrivò. Sembrava di malumore; non capivo perché non mi guardasse in faccia.
“Cosa stai dicendo di preciso?” disse il papà.
Da quel momento in poi fu un interrogatorio. Ogni volta che accennavo al fatto che Shawn era violento o manipolatorio in qualche modo, il papà gridava: “Come fai a dirlo? Hai delle prove?”
“Ho i miei diari”, dissi.
”Prendili. li voglio leggere.”
“Non ce li ho qui con me.” Era una bugia, erano sotto il mio letto.
“Cosa diavolo devo pensare se non hai delle prove?” il papà non la smetteva di gridare. La mamma era seduta sul bordo del divano, la bocca aperta in una smorfia. Sembrava in agonia.
“Non servono prove,” dissi con calma. “L’hai visto. L’avete visto tutti e due.”
Il papà disse che volevo veder marcire Shawn in prigione, che ero tornata da Cambridge solo per scatenare un putiferio. Dissi che non volevo che Shawn andasse in prigione, ma che bisognava intervenire in qualche modo. Guardai la mamma in attesa che mi desse man forte, ma rimase zitta.
[…] Cominciai a piangere e i singhiozzi eruppero dal profondo, da una parte di me che non sentivo da anni, di cui mi ero dimenticata. Mi veniva da vomitare.
Corsi in bagno. Tremavo dalla testa ai piedi.
Dovevo soffocare in fretta i singhiozzi – il papà non mi avrebbe preso sul serio altrimenti – , così usai i vecchi metodi: mi guardai allo specchio e mi rimproverai per ogni lacrima. Era un processo così familiare che, nel farlo, mandai in frantumi l’illusione che avevo costruito con cura tutto un anno. Il finto passato, il finto futuro scomparvero.
Guardai l’immagine riflessa. Lo specchio era ipnotico, coi suoi triplici pannelli bordati di falso legno di quercia. Era lo stesso specchio che mi ero guardata da bambina, poi da ragazza, poi da giovane, metà donna e metà ragazza. Alle mie spalle c’era lo stesso water dove Shawn mi aveva infilato la testa, tenendomi giù finché non avevo ammesso di essere una puttana.
[…] Avevo riacquisito una certa calma e uscii dal bagno portando quella sensazione con delicatezza, come se fosse un piatto di porcellana in bilico sulla mia testa. Percorsi lentamente il corridoio con passi piccoli e regolari.

“Io vado a letto,” dissi quando fui arrivata nella Cappella. “Ne parliamo domani.”
Il papà era alla sua scrivania. Aveva un telefono nella mano sinistra. “No. Ne parliamo adesso,” rispose. “Ho detto tutto a Shawn. Sta venendo qui.”
Pensai di scappare. Sarei riuscita a salire in macchina prima che arrivasse Shawn? Dov’erano le mie chiavi? Mi serve il portatile, pensai, con la mia ricerca. “Lascia perdere,” disse la bambina nello specchio.
Il papà mi disse di sedermi e lo feci. Non so quanto aspettai, paralizzata dall’indecisione, ma mi stavo ancora chiedendo se scappare quando le portefinestre si aprirono ed entrò Shawn. All’improvviso quella grande stanza mi sembrò minuscola. Mi guardai le mani. Non riuscivo ad alzare gli occhi.
Sentii dei passi. Shawn aveva attraversato la stanza e si era seduto accanto a me sul divano. Aspettava che lo guardassi e, vedendo che non lo facevo, allungò un braccio e mi prese la mano. Delicatamente, come se stesse schiudendo i petali di una rosa, mi aprì le dita e ci mise dentro qualcosa. Sentii il freddo della lama prima di vederla e percepii il sangue prima di vedere la striscia rossa che mi stringeva il palmo.
Era un coltello piccolo, lungo solo dieci o quindici centimetri, e molto stretto. La lama scintillava di un rosso cremisi.
Sfregai il pollice contro l’indice. Li avvicinai al naso e annusai. Un odore metallico. Era sangue, non c’era dubbio. Non il mio – mi aveva solo dato il coltello -, ma di chi allora?
“Se hai un po’ di cervello, Morennina,” disse Shawn, “userai questo coltello contro di te, perché sarà meglio di quello che altrimenti ti farò io.”
[…] Il papà aveva incominciato una nuova predica e questa volta ero sufficientemente presente per sentirla. Spiegò che le bambine devono essere istruite sul comportamento da tenere con gli uomini per non risultare troppo provocanti. Aveva notato certe abitudini sconvenienti nelle figlie di mia sorella, la maggiore delle quali aveva sei anni. Shawn sembrava calmo. Era sfinito dall’interminabile blaterare del papà. Non solo, si sentiva protetto giustificato, tanto che quando la predica finalmente terminò mi disse: “Non so cos’hai detto al papà stasera, ma mi basta guardarti per capire che ti ho fatto soffrire. E mi dispiace”.
Ci abbracciammo. Ridemmo come facevamo sempre dopo un litigio. Gli sorrisi come avevo sempre fatto, come avrebbe fatto “lei”. Ma “lei” non c’era, e il mio sorriso era finto.

. . . . .

 Un sabato mattina tornai dalla mia lezione di disegno e trovai un’email di mai madre. Veniamo ad Harvard, diceva. Lessi quella frase almeno tre volte, sicura che stesse scherzando. Mio padre non viaggiava – non mi risultava che fosse mai andato nessuna parte tranne che in Arizona, da sua madre – quindi l’idea che volasse dall’altra parte del paese per andare a trovare una figlia che credeva posseduta dal demonio mi sembrava ridicola. Poi capii: voleva salvarmi.
[…] Quando finalmente spuntò il sole rimasi sul pavimento con gli occhi chiusi, a fare dei respiri lenti e profondi mentre i miei genitori rovistavano nel minifrigo e parlavano di me sottovoce.
“Il signore mi ha chiamato a testimoniare”, diceva il papà. “Puoi essere ancora condotta al Signore.”!
Mentre loro pensavano a come riconvertirmi, io pensavo a come lasciarglielo fare. Ero pronta ad arrendermi, anche se significava un esorcismo, ci voleva un miracolo: se riuscivo a inscenare una “rinascita” credibile potevo prendere le distanze da tutto quello che avevo fatto nell’anno passato. Potevo cancellare ogni cosa – dare la colpa a Lucifero e fare tabula rasa. Mi avrebbero accolto come un figliol prodigo. Mi avrebbero amato. Non dovevo fare altro che sostituire i miei ricordi con i loro e avrei riavuto la mia famiglia.
Mio padre voleva visitare il Bosco Sacro di Palmyra, nello Stato di New York – il bosco dove, secondo Joseph Smith, Dio era apparso e gli aveva ordinato di fondare la vera chiesa.
[…] Io e mio padre guardammo il tempio. Lui vedeva Dio, io vedevo granito. Ci guardammo. Lui vedeva una donna dannata, io un vecchio demente, letteralmente sfigurato dalle sue convinzioni. Eppure trionfante. Mi vennero in mente la parole di Sancho Panza: “Un cavaliere errante è qualcuno che un momento è bastonato e quello dopo è imperatore”.
[…] Attraversai il campo e appoggiai un palmo sulla pietra del tempio. Chiusi gli occhi e cercai di convincermi che quel semplice gesto avrebbe avverato il miracolo invocato dai miei genitori. Che non dovevo fare altro che toccare questa reliquia e, con la forza di Dio onnipotente, tutto si sarebbe sistemato. Ma non sentii niente. Solo la roccia fredda.
Tornai alla macchina. “Andiamo,” dissi.
“Quando la vita stessa sembra follia, chi può dire dov’è la pazzia?”
Nei giorni seguenti scrissi quella frase ovunque, inconsciamente, compulsivamente. La ritrovo ora sui libri che leggevo, tra gli appunti delle lezioni, al margini del mio diario.
La recitavo come un mantra. M’imponevo di crederci – di credere che non ci fosse nessuna vera differenza tra quello che conoscevo per vero e quello che conoscevo per falso. Di convincermi che ci fosse una certa dignità in quello che volevo fare, nel rinunciare alle mie nozioni di giusto e sbagliato, di realtà e buonsenso, per avere l’amore dei miei genitori. Per loro credevo di poter indossare un’armatura e battermi contro i giganti, anche se vedevo solo mulini a vento.
Entrammo nel Bosco Sacro. Dopo un po’ trovai una panchina sotto le fronde degli alberi. Era un luogo bellissimo, pieno di storia. Era il motivo per cui i miei antenati erano venuti in America. Si spezzò un rametto e comparvero i miei genitori. Mi si sedettero accanto, uno per parte.
Mio padre parlò per due ore. Disse che aveva visto angeli e diavoli. Aveva assistito alle manifestazioni fisiche del male e gli era apparso il Signore Gesù Cristo, com’era successo a Joseph Smith in quello stesso boschetto. La sua fede non era più fede, disse, ma conoscenza perfetta.
“Lucifero si è impadronito di te,” sussurrò, mettendomi una mano sulla spalla. “L’ho capito appena sono entrato nella tua stanza.”

. . . . .

E alla fine Tara sarà costretta a scegliere. La metteranno davanti a un bivio.
Per far parte della famiglia – che nonostante tutto ama e dalla quale si sente amata – deve sottomettersi alle regole del padre. Tornare ad essere la ragazzina che era a sedici anni, vedere ogni cosa con gli occhi di quella ragazzina, per sempre. Accettare come verità assolute credenze completamente prive di logica, sottomettendosi alle violenze del fratello senza protestare, chiedendo lei stessa scusa: se Shawn le ripete continuamente che è una puttana qualcosa di sbagliato in lei ci deve essere!
Sceglie la verità.
Di abbandonare e tradire la famiglia.
Sceglie l’educazione.

E voi, al suo posto avreste avuto lo stesso coraggio?
Io no.
Mi spiego meglio.
Io da sempre considero una piccola violenza che un padre scelga la via per i propri figli – il bambino non ti chiede niente e tu gli dai già la risposta, la frase che più di tutte amo ripetere  -: ma poi cosa faccio?
In uno stato laico e democratico mi adeguo come una qualsiasi pecora del gregge. E quando per la prima volta mi mettono alle strette, all’asilo mi chiedono – per i miei figli – il benestare all’insegnamento della religione cattolica, lo concedo. Stesso discorso per i sacramenti.
Perché è più semplice e lo fanno tutti. Perché anch’io li ho presi da piccolo, così come i miei genitori e i miei nonni, e così via.
Perché non fanno poi male!
Ma non ragionano allo stesso modo anche tutte le sette religiose?
Sì, penso proprio di sì.
Ma si fa presto a fare i finocchi con il culo degli altri – diffuso modo di dire toscano, divenuto oramai un proverbio -; è molto più difficile essere coerenti e avere il coraggio di portare avanti le proprie idee.
Perché come dice Tara Westover:

Penso che ci sia sempre un prezzo da pagare per un vero cambiamento e nel mio caso è stato un prezzo piuttosto alto.

Ma non tutti sono disposti a pagarlo.

L’educazione

di Tara Westover (2018). Edizioni Narratori Feltrinelli. Traduzione di Silvia Rota Sperti
Voto: 5/5

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Sono nato a Modena 53 anni fa, e abito a Formigine. Amo la mia famiglia; i miei due splendidi figli Francesco ed Eleonora; mia moglie Luisa. Le immagini del blog sono principalmente sue. Ho deciso di aprire questo blog per raccontare le mie passioni: libri, film, musica... Lo faccio principalmente per me stesso. Perché mentre mi racconto, verbalmente o per iscritto non cambia molto, mi torno ad emozionare. Come la prima volta. Spero che, nei miei articoli, questo sentimento si percepisca, che arrivi all'eventuale lettore. Dimenticavo due cose. Entrambe rilevanti. La prima: nella vita, chi mi conosce lo sa, da 31 anni faccio "piastrelle". Ogni anno una nuova sfida. Ma vivo la mia professione con passione. L'unico modo a mio parere, per non "impazzire". La seconda: ho un'altra grande passione. Sono tifoso del Modena Football Club 1912... Sì lo so, è una bella "sfiga"! Ma sono nato a Modena, amo la Ghirlandina e il vero amore mica puoi sceglierlo... P.S. Ho messo il nome della mia squadra del cuore per intero, perché oramai, del Modena calcio rimane solo la storia.

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