LE BRACI

Fino ai trenta ho letto solo libri classici. Rigorosamente scritti da autori morti da quel pezzo. Neanche me lo avesse ordinato il dottore. Ma non mi sarebbe bastata tutta la vita per pareggiare i conti. Centinaia e centinaia e centinaia quelli che restavano da leggere, e mi prendeva un ansia… da manicomio. E  poi alcuni erano proprio pallosi e me li trascinavo per settimane.

Certo, ne leggevo anche di belli. Erano quelli che mi fregavano!

Poi, ho letto un libro contemporaneo, di un autore vivo e vegeto e… BANG!
Una rivelazione!

Una storia semplice
Cielo senza nuvole
Un amore utile
Sempre alla ricerca DOV’È?
Uhù uhù uhù uhù uhù
Dov’è?
Fin là!
Dov’è?
Uhù uhù uhù uhù uhù
Dov’è?
Questa felicità!
Dov’è?? 

da Stupido Hotel di Vasco Rossi.

E per anni ho letto solo libri appena usciti. Con un debole per gli esordienti: più contemporanei di così!
Guarito?
Mhmm…
È un po’ come uscire dalla porta e rientrare dalla finestra. E ritrovarmi nella stessa prigione mentale. Solo capovolta.
Prima sempre mostri sacri, poi solo le novità.
Anche negli inevitabili periodi di magra, quando era evidente che il livello dei nuovi libri pubblicati era tutt’altro che alto e in libreria mi ritrovavo a sfogliare un classico, giudicato unanimemente un capolavoro: Niente.
Dritto per la nuova strada. Mica potevo tornare a rileggere roba antica. Morta.
Ed è così che ho continuato a leggere solo libri contemporanei.
Così freschi, pimpanti, moderni, giovanili. Ma anche banali e superficiali e brutti.

Certo, ne leggevo anche di belli. Erano quelli che mi fregavano.

E ci risiamo.
Decisamente NO! Non ero per niente guarito.
Prima un estremo. Poi il suo opposto.
Non sarebbe stato meglio lasciarsi andare e affidarsi semplicemente all’istinto? Senza inutili vincoli?
Certo che sì. Ma oramai era un’abitudine.
Sentite cosa dice Friedrich Nietzsche, in Umano troppo umano:

Ci si sbaglierà raramente, attribuendo le azioni estreme alla vanità, quelle mediocri all’abitudine e quelle meschine alla paura.

Perché le abitudini sono il peggior nemico della tua crescita.
Come puoi pensare di crescere se non cambi mai? Se fai sempre le stesse cose? Vedi sempre gli stessi posti? Parli sempre con le stesse persone?
E piano piano ci sono arrivato,
cresciuto,
GUARITO!
Se no non avrei  letto Le Braci di Sándor Márai.

La mia storia con questo libro è stata a dir poco travagliata.
Pubblicato per la prima volta nel 1942; ma nel periodo in cui leggevo i classici mi era scappato.
Poi, più volte l’ho adocchiato: mi avevano detto che era bellissimo. Ma io niente! Una sbirciatina e lo mollavo; scegliendo, che so… l’ultimo di Nicholas Sparks.
Fino alla scorsa settimana, quando me lo sono ritrovato, di nuovo, in mano. In una libreria di Modena, ben fornita di libri usati.
Che giri strani fanno certi amori.
Forte del suo completo Adelphi, mi ha fatto secco!
Sì, perché io stravedo per le edizioni Adelphi: le copertine di carta, i colori a pastello e delicati, e quel simbolo cinese che così tanto lo identifica – due figure stilizzate nere, maschio e femmina, che sembran danzare: ho poi scoperto che è un antico pittogramma cinese che significa morte e rinascita.

 

E le immagini delle copertine. Sempre originali e accattivanti.
Quella di questo libro in modo particolare.
Il primo piano di una donna dai capelli rossi con un enorme cappello, di Gustav Klimt. Signora con cappello e boa di piume (1900, olio su tela), il titolo.
Bellissima e seducente come tutti i suoi quadri.
E poi, mentre guardavo quel ritratto di donna, ho vissuto un flashback.
A me capita spesso. Basta un dettaglio e mi ritrovo in tutt’altro luogo, in un’altra dimensione; non conta cosa stavo pensando un attimo prima, se sono solo o in mezzo alla gente, in casa o in una libreria. Come un lampo che si accende all’improvviso, non mi avverte prima. Come un ladro che mi ruba in casa, non chiede il permesso. Mi entra a gamba tesa portandomi via tutto quanto: pensieri, programmi, obiettivi.
Come Gentile ai mondiali del’82 con il Pibe De Oro. Ricordate? Già allora Maradona era il più forte del mondo, seppur giovanissimo. E aveva tutt’altri obiettivi, programmi e pensieri. Tuttavia… Iniziò la partita e… Bang! Legna da ardere! E quella partita, quel mondiale hanno preso tutt’altra direzione; l’ha vinto Gentile e non Maradona.
Perché non sempre le cose vanno come ti aspetti. Anche se sei un predestinato.
Ed è così che, in quella libreria, decine e decine di fotografie sono riapparse. Ed è stato come prendere il volo e ritrovarsi di nuovo in Provenza, con Luisa. In quella miniera di bauxite, a gustarmi quelle immagini potenti e bellissime di Klimt.

 

Ero partito non del tutto convinto.
Perché andare in Provenza? In Italia abbiamo la Toscana, non è sufficiente?
Ripetevo continuamente a mia moglie.
Quanto mi sbagliavo.  Perché quando nel 2014 ho ceduto, è stato un overdose di sapori, colori e immagini. Una più bella dell’altra.
Perché ogni nuovo viaggio è un po’ una conquista, una pacificazione col mondo.

C’è una canzone di De Gregori che spesso canticchio, e che cade a fagiolo:

E andiamo a Genova coi suoi svincoli musicali, o a Firenze coi suoi turisti internazionali, oppure a Roma che sembra una cagna in mezzo ai maiali, o a Bologna, Bologna coi suoi orchestrali.

da Viaggi e miraggi di Francesco De Gregori

Perché alla fine di un viaggio, rimarrà sempre un ricordo che più di tutti ti ha conquistato, e che assocerai per sempre a quel luogo.
E allora, sperando che Francesco non si offenda, aggiungo una mia strofa alla sua canzone:

E andiamo in Provenza, Provenza con i suoi colori.

Perché tra i cinque sensi, è la vista che in Provenza stravince:
Il viola dei campi di lavanda e il giallo delle coltivazioni di girasole. Il verde smeraldo del fiume Verdon e il rosa della saline a Salin de Giraud. I bianchi cavalli allo stato brado e i rosa fenicotteri selvaggi, e più su il cielo che così blu si trova solo in Camargue, con le immancabili nuvolette altrettanto bianche, che sembrano uscite da un quadro di Monet.  Il rosso dell’ocra del Luberon e il blu turchese del mare di Saintes Maries de la Mer, con le sue dune e la sua sabbia finissima, che si affaccia sul Mediterraneo. E poi i borghi, le case, le finestre, gli infissi e le porte, con le delicate tinte pastello: dal giallo ocra al verde pastello, dall’azzurro al rosa antico, dal lilla al color lavanda, dal bianco al viola bluette.

E infine la ciliegina sulla torta. La già citata mostra di Klimt.
Eccezionale!
Del resto mi ripeto, se ho finalmente letto Le braci, è soprattutto per la foto della copertina, che mi ha mi ha ricordato quella mostra. Luisa ed io ne avevamo letto recensioni entusiaste. Per quello avevamo deciso di pernottare –  in quella che sarebbe stata la nostra ultima sera in Provenza – proprio a Baux de Provence, e a poche centinaia di metri dalla ex miniera di bauxite, trasformata nella Carrières de Lumières (Cattedrale delle immagini).
Quell’autunno del 2014, il soggetto della mostra d’arte erano proprio le opere di Klimt.
Uno spettacolo indimenticabile e inaspettato. Non dovete pensare ai quadri, quelli ve li sareste aspettati.
Immaginatevi di entrare in una caverna buia e fredda – la temperatura costante sui 15° -: è questa l’impressione che abbiamo avuto appena entrati e prima dell’inizio dello spettacolo. Da restarne sbigottiti, ma è solo un attimo, perché all’improvviso le pareti, il soffitto e il pavimento, ogni centimetro quadrato di cava, vengono illuminate dalle immagini e dai colori di Klimt, accompagnate da perfette melodie classiche. Immagini animate che cambiano di continuo, e che vengono coperte, contaminate, storpiate, da tutte le persone, dalle loro ombre, ferme o in movimento cambia poco. Ma non è un disturbo, tutt’altro. È come se quelle ombre, tutti noi, fossimo parte dell’opera. Contribuendo a rendere lo spettacolo ancora più multimediale.

Pura poesia. È  questo che abbiamo visto in quella caverna fredda.
La foto dell’articolo spero che renda l’idea. È uno dei tanti scatti che ha fatto mia moglie quel pomeriggio.
Klimt, dunque. Il mio filo conduttore per quest’altro capolavoro: Le Braci.

Dal Risvolto di copertina:

Dopo quarantun anni, due uomini, che da giovani sono stati inseparabili, tornano a incontrarsi in un castello ai piedi dei Carpazi. Uno ha passato quei decenni in Estremo Oriente, l’altro non si è mosso dalla sua proprietà. Ma entrambi hanno vissuto in attesa di quel momento. Null’altro contava, per loro. Perché condividono un segreto che possiede una forza singolare. Tutto converge verso un «duello senza spade» – e ben più crudele. Tra loro, nell’ombra, il fantasma di una donna. E il lettore sente la tensione salire, riga dopo riga, fino all’insostenibile, mentre scorre una prosa incalzante, nitida, senza scampo.

Premessa: Mentre leggevo il libro mi sono segnato così tanti paragrafi e frasi, da quanto è ben scritta e pregna di significato questa opera, che avrei dovuto riportare l’intero libro. Scegliere cosa mettere e cosa tagliare è stata la cosa più difficile dell’articolo.

Alla fine, ho scelto una parte del secondo dei venti capitoli, e la parte cruciale del diciottesimo.

«Siediti, Nini» disse il generale.
La balia si sedette. Nel corso dell’anno era invecchiata. Superata i novanta, si invecchia in maniera diversa rispetto a quanto avviene dopo i cinquanta o i sessanta. Si invecchia senza risentimento. Il volto di Nini era roseo e grinzoso – invecchiano così i tessuti di gran pregio, le sete vecchie di secoli, in cui un’intera famiglia ha profuso la sua abilità manuale, intessendosi di tutti i suoi sogni. […]
«Ha scritto Konrad» disse il generale, e sollevò in alto la lettera con gesto meccanico. «Ricordi?».

«Sì» disse Nini. Ricordava tutto.
«È in città» disse il generale alla balia, sottovoce, come se stesse comunicando una notizia molto importante e riservata. «Ha preso alloggio all’Aquila Bianca. Verrà qui stasera, ho mandato la carrozza a prenderlo. Cenerà qui».
«Qui, dove?» chiese tranquillamente Nini. E girò intorno lo sguardo azzurro, sorridente, del suo unico occhio vivo. […]
«Nell’altra ala» disse il generale. «Si può?».
«Abbiamo fatto le pulizie un mese fa» disse la balia. «Si può».
«Per le otto di sera. È possibile?…» domandò eccitato, con curiosità un po’ infantile, e si sporse in avanti sulla poltrona. «Nella grande sala da pranzo. Adesso è mezzogiorno».
«Mezzogiorno» disse la balia. «In questo caso provvederò subito. Farò aerare i locali fino alle sei, poi farò apparecchiare la tavola». Le sue labbra si muovevano in silenzio, come se stesse contando. Calcolava il tempo, la quantità dei compiti da eseguire. «Sì» disse infine con calma e fermezza.
Il generale la osservava incuriosito, col busto ancora proteso. Le due vite fluivano assieme, con lo stesso lento ritmo vitale dei corpi molto anziani. Si conoscevano a fondo, più di quanto si conoscano madre e figlio, più di due coniugi. La comunione che univa i loro corpi era più intima di qualsiasi altro vincolo. Forse a causa del latte. Forse perché Nini era stata la prima a vedere il generale nell’attimo della sua nascita, coperto del sangue impuro in cui vengono al mondo gli uomini. Forse a causa dei settantacinque anni che avevano trascorso insieme, sotto lo stesso tetto, mangiando lo stesso cibo, respirando la stessa aria stantia della casa, con la stessa vista sugli alberi davanti alle finestre – avevano condiviso ogni cosa. Nessuna parola poteva definire il loro rapporto. Non erano né fratelli né amanti. Esiste qualcosa di diverso, e se ne rendevano oscuramente conto. Esiste una fratellanza particolare che è più stretta e più profonda di quella che unisce i gemelli nell’utero materno. La vita aveva mescolato i loro giorni e le loro notti, ciascuno dei due era consapevole del corpo e dei sogni dell’altro.
La balia disse:
«Vuoi che tutto sia come in passato?».
«Sì» disse il generale. «Esattamente così. Come l’ultima volta».
«Va bene» essa annuì laconica.
Si accostò al generale, si chinò e baciò quella vecchia mano inanellata, maculata, dalle vene gonfie.
«Promettimi» disse «di non agitarti».
«Te lo prometto» rispose il generale in tono mansueto e obbediente.

Un romanzo che rimane in tensione fino alla fine, fino alla domanda finale, del generale a Konrad: Che cosa rimane?
Del loro grande amore per Krisztina cosa rimane?

«Il libretto giallo era legato con un nastro azzurro, sigillato con l’anello di suo padre. Eccolo» dice tirandolo fuori dalla tasca, e lo porge all’amico con queste parole:
«È tutto ciò che mi è rimasto dopo la morte di Krisztina. Non ho strappato il nastro, perché lei non ha lasciato nessuna autorizzazione scritta, non ha dato disposizione relative a questo suo lascito; non potevo neanche sapere se le sue confessioni dell’oltretomba fossero destinate a me oppure a te. […]
«Vuoi che leggiamo insieme il messaggio di Krisztina?» domanda il generale.
«No» dice Konrad. […]
Con gesto lento butta il sottile volumetto nella brace. La brace si arroventa con bagliori foschi, accoglie la sua vittima e risucchia pian piano, fumando, la materia del libro, mentre dalla cenere si levano minuscole fiammelle. I due vecchi le osservano immobili, il fuoco si anima, sembra quasi che si rallegri per quella preda imprevista, ansima, scintilla, la fiamma balza verso l’alto fondendo la ceralacca del sigillo, e il velluto giallo brucia emanando un fumo denso e acre. Una mano invisibile sembra sfogliare le pagine color avorio; d’improvviso tra le fiamme appare la scrittura di Krisztina – le lettere aguzze e sottili vergate un tempo sulla carta da una mano ormai diventata polvere -, poi subito tutto si scompone e si dissolve in cenere come la mano che un tempo riempì quei fogli. Presto non rimane che un mucchietto di braci lucide e nere, come un pezzo di raso del colore del lutto.

Perché tutto sa passare, si smussa, trasforma, e si dissolve in cenere. Ma nulla si distrugge e si dimentica per davvero: ogni nostra amicizia, ogni nostro amore, passione e desiderio, presente o passato, è custodito nei nostri cuori, nella nostra memoria. Nella stramaggioranza dei casi non ci si pensa per anni. Poi, quando meno te lo aspetti – come braci che conservano il calore delle fiamme senza più essere fuoco, ma mai del tutto assopite: BANG!
Ritornano ad ardere.

Non credi anche tu che il significato della vita sia semplicemente la passione che un giorno invade il nostro cuore, la nostra anima e il nostro corpo e che, qualunque cosa accada, continua a bruciare in eterno, fino alla morte?

Perché non è l’attesa dell’incontro, che hanno tenuto in vita il generale e Konrad, ma il desiderio di quell’incontro.

Ed è questo fondamentalmente il messaggio che mi ha lasciato questo capolavoro di Sándor Márai:
Viviamo di desiderio.

Le Braci di Sándor Márai

Edizioni Biblioteca Adelphi 358, 1998 [1942]. Traduttrice Marinella D’Alessandro.
Voto: 5/5

Come colonna sonora, ho scelto Rimmel di Francesco De Gregori.

Perché in una vita tante cose iniziano e poi finiscono, come la storia d’amore di questa canzone, ad esempio.

Ora le tue labbra puoi spedirle a un indirizzo nuovo,
la mia faccia sovrapporla a quella di chissà chi altro.
Ancora i tuoi quattro assi, bada bene di un colore solo,
li puoi nascondere o giocare con chi vuoi,
o farli rimanere buoni amici, come noi.

Ma una reminiscenza di quella passione, di quel desiderio che li aveva fatti innamorare, travolti e poi bruciati, è sempre lì, dentro al loro cuore.

E qualcosa rimane,
fra le pagine chiare e le pagine scure.
E cancello il tuo nome dalla mia facciata,
e confondo i miei alibi e le tue ragioni.

Rimmel di Francesco  De Gregori

Pubblicato per la prima volta nel 1975 dalla RCA Italiana. All’interno dell’album, vorrei citare altri tre capolavori assoluti della musica italiana: Buonanotte fiorellino, Pablo e Pezzi di vetro.
Voto: 5/5

Cliccando QUI, potete ascoltare Rimmel.

Per tutti i curiosi che volessero approfondire la prima parte dell’articolo.
Classici o contemporanei? QUI, potete leggerlo.

 

 

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Sono nato a Modena 53 anni fa, e abito a Formigine. Amo la mia famiglia; i miei due splendidi figli Francesco ed Eleonora; mia moglie Luisa. Le immagini del blog sono principalmente sue. Ho deciso di aprire questo blog per raccontare le mie passioni: libri, film, musica... Lo faccio principalmente per me stesso. Perché mentre mi racconto, verbalmente o per iscritto non cambia molto, mi torno ad emozionare. Come la prima volta. Spero che, nei miei articoli, questo sentimento si percepisca, che arrivi all'eventuale lettore. Dimenticavo due cose. Entrambe rilevanti. La prima: nella vita, chi mi conosce lo sa, da 31 anni faccio "piastrelle". Ogni anno una nuova sfida. Ma vivo la mia professione con passione. L'unico modo a mio parere, per non "impazzire". La seconda: ho un'altra grande passione. Sono tifoso del Modena Football Club 1912... Sì lo so, è una bella "sfiga"! Ma sono nato a Modena, amo la Ghirlandina e il vero amore mica puoi sceglierlo... P.S. Ho messo il nome della mia squadra del cuore per intero, perché oramai, del Modena calcio rimane solo la storia.

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