The tie that binds (Il legame che ti obbliga)

Vincoli, l’esordio di Kent Haruf (1943-2014): Finalmente!
Pubblicato negli Stati Uniti nel 1984, lo abbiamo atteso, nella nostra lingua, ben trentaquattro anni.
Ma, come spesso succede, anche il grande successo editoriale è arrivato per Haruf fuori tempo massimo. In Italia, fino alla sua morte, era pressoché sconosciuto. Dobbiamo ringraziare NNE – una neo casa editrice indipendente -, se i suoi bellissimi romanzi sono stati tradotti anche in Italia. NN Editore che nel 2015 sceglierà, come suo battesimo letterario, proprio un libro di Kent Haruf: Benedizione, seguito da Canto della pianura e Crepuscolo; e nel 2017 da Le nostre anime di notte, il romanzo postumo dell’autore, da cui è stato tratto il film omonimo che ha per protagonisti Robert Redford e Jane Fonda.
Cinque romanzi in tutto, il lavoro di una vita. Tutti ambientati ad Holt, una città completamente inventata ma vero filo conduttore di  tutti i suoi romanzi.
Ricordo che nel 2016, pochi giorni prima di Natale, ero andato in libreria apposta per Haruf; ne avevo sentito parlare talmente bene che ero curioso. Poi ho visto il cofanetto che raccoglie i primi tre romanzi – conosciuti anche come La Trilogia della Pianura – e non ho avuto dubbi: PRESO!
All’interno del cofanetto c’è una piantina di Holt, con le strade, gli incroci, i numeri civici, e poi stilizzate le case, i negozi, la chiesa. Quante volte leggendo i libri mi sono fermato, ho preso in mano la piantina e l’ho studiata: La ferramenta di Dad Lewis, la casa di Tom Guthrie, la fattoria dei vecchi fratelli McPheron, ad esempio. Quasi a voler rendere reale, una storia inventata.
Ma poi, chi lo dice che le emozioni che ho provato leggendo i romanzi di Haruf non siano autentiche?
Non abbiano lo stesso valore di un emozione vissuta in prima persona?
Prendiamo Il Canto della Pianura: la tenerezza che ho provato per Victoria Roubideaux, quando a sedici anni scopre di essere incinta, è intatta dopo un paio di anni; così come è autentica la rabbia e l’indignazione che ho provato per sua madre che l’ha cacciata di casa. Che sia una storia inventata o reale cambia poco. È come se avessi fatto un tratto di strada, un pezzo di vita, accanto ad ognuno di quei personaggi.

È questa la magia della grande letteratura.

“Ma cosa c’è di così bello dentro a un libro?” Cica è perplessa.
“C’è tutto bambina. C’è tutto” dice Carmelina.
“Ciascuno di noi ha una vita soltanto. Tu sei piccola, ma passa veloce. Te lo posso giurare io, che mi sembra ieri che avevo vent’anni e mi dovevo sposare. Invece le persone che leggono i libri hanno tante vite, una per ogni libro. E tutte diverse. Puoi andare nella giungla, alla corte del re, in Cina. Puoi essere una ballerina, un capitano, un indiano. Quando leggi, ti può pigliare la vita delle persone che leggi, i loro amori, le loro feste, i loro vestiti, i loro cuori. Chi legge ha cento vite.”

Da Il negativo dell’amore di Maria Paola Colombo, edizioni Mondadori.

Molto interessante la nota di Cathy Haruf, moglie di Kent, che impreziosisce ancora di più la piantina del cofanetto della Trilogia.

La scrittura era la sua religione. I personaggi nascevano dalla compassione e dall’amore, persino i “cattivi”. Kent non aveva paura di osservare gli aspetti più oscuri della natura umana; non giudicava i personaggi, ma ne vedeva le ferite, la lotta contro la loro stessa umanità. Altri personaggi mostravano un’indole positiva – Maggie Jones, i fratelli McPheron, Rose Tyler, Lorraine. Kent li amava tutti, e il senso delle sue storie emergeva proprio dalle loro interazioni. Le descriveva in maniera semplice e diretta, senza prediche o giustificazioni; credo che questo sia il motivo per cui i suoi libri hanno commosso e commuovono così tante persone.

Perché i libri di Haruf sono pura poesia. Ma non aspettatevi colpi di scena o passioni travolgenti, né necessariamente un lieto fine. Sono come la sua scrittura: Sobria, asciutta e priva di eccessi; così poco appariscente che quasi ti dimentichi dell’autore. Tuttavia pochi, pochissimi autori raccontano così bene la natura umana.

Sì, Haruf ha un posto speciale nel mio cuore. È stato la più bella sorpresa letteraria del 2016 e del 2017, entrando di diritto tra i miei scrittori preferiti di sempre.
È chiaro che non vedevo l’ora che uscisse Vincoli anche in Italia. Avevo letto che era ambientato sempre ad Holt, e quella stramaledetta cittadina del Colorado mi mancava da morire. E poi, se avete già letto il libro lo sapete, il sottotitolo è Alle origini di Holt. Perché il libro inizia narrando vicende che stanno accadendo nel 1977, ma la storia inizia molto prima, nel 1896 – quando Roy e Ada giunsero proprio ad Holt in cerca di terra e di fortuna -, in una cittadina appena fondata. E che piacere è stato ritrovarmela agli albori:

Un sabato mattina era andato in città – tre negozi, la pensione, il bar, il cimitero e le quindici o venti case che costituiscono Holt  a quei tempi – e non era più tornato.

Oh! La Holt dei tempi della Trilogia della Pianura, in confronto, è una metropoli!

Vincoli è la storia di Roy, un uomo crudele ed egoista, che pensa solo al lavoro ed è privo di qualsiasi empatia per il prossimo; di Ada, la moglie e sua prima vittima; dei figli Edith e Lyman, costretti a lavorare e a servire il padre al punto di rovinarsi la vita. La situazione diventerà ancora più drammatica quando Roy perderà pressoché tutte le dita delle mani in un incidente col trattore. Sarà lui stesso ad amputarsi il mignolo – l’ultimo dito che era rimasto -, per essere sicuro di non essere abbandonato e per continuare a dominare Edith:

Roy disse a Edith: Fine della storia. Hai chiuso con Roscoe.
Edith era in piedi dall’altro lato del tavolo, in attesa, osservando suo padre che passava il mignolo sui brutti moncherini della mano destra. Quel dito sembrava un artiglio che afferrava carne morta. […]
Ho venticinque anni, commentò Edith.
Chissenefrega.
John ne ha trentadue.
Me ne frego anche di questo. È un bastardo mezzosangue e tu hai chiuso con lui.
Non lo è affatto. Invece sì, se lo dico io. E tu sei la sua puttana. Ora vai a letto. Dopo una serata così, sarai esausta.
Stai zitto papà. Non sai quello che dici.
A quel punto si alzò; la sedia si rovesciò alle sue spalle sul pavimento di legno. Allungò il dito verso Edith, ma lei fece un passo indietro.
Tu non mi dici di stare zitto, urlò. Sono tuo padre. Io dico tutto quello che mi pare. Ti ho detto di andare a letto. Vacci.
Andrò a letto, rispose Edith. Ma non starò certo ad ascoltarti mentre parli così.
Questa è casa mia. L’ho costruita io. In questa casa parlo come voglio. Hai capito?
È anche casa mia. E di Lyman. Ed era anche della mamma, prima che morisse.
Vorrei che vedesse ora. Le farebbe schifo anche solo guardarti.
No, non è vero, replicò Edith. Non le farebbe per niente schifo.
Perdio, non osare rispondermi, maledetta…
Ma Edith lo superò – Roy era fuori di sé, gli occhi strabuzzati, agitava i moncherini – e, passando per il salotto, salì in camera da letto. Lui stava ancora gridando: Hai chiuso con lui, hai capito? Hai finito di fare la scrofa con lui. Fine. Puttana. Hai capito?
Il giorno dopo Roy non si limitò più alle parole. Nel pomeriggio , mentre Edith stava spuntando i fagiolini in cucina e Lyman era nei campi a falciare il fieno, Roy Goodnough diede un calcio a un ceppo e lo fece rotolare per tutta l’aia fino al fienile. Là lo raddrizzò sotto una trave al centro dell’edificio. […] Roy lanciò sulla trave una fune di canapa a cui era legata una scure, in modo che, cadendo, la scure si conficcasse a fondo nel ceppo. […] Roy posò il suo unico dito sul ceppo e lasciò andare la fune.
[…] Solo che non si limitò a mozzargli il mignolo. Forse Roy si spostò un poco mentre con il gomito liberava la fune e osservava la scure che cadeva e cadeva, impiegando troppo tempo per cadere. O forse non aveva fatto abbastanza prove. Qualunque cosa sia andata storta, la scure si abbatté sulle nocche della mano e le troncò, frantumando ossa, articolazioni e cartilagini. Ma per lui dev’essere stata una soddisfazione anche così.
Raccolse dal ceppo il mignolo – che ancora aveva degli spasimi – come fosse una semplice testa di pollo, lo raccolse stringendolo tra i moncherini delle mani, lo portò ancora sanguinante in cucina e lo lasciò cadere sul tavolo della ciotola di fagiolini di fronte a Edith. Dapprima lei rimase immobile in silenzio. Il dito sanguinava un po’ tra i fagiolini. Poi sollevò lo sguardo dalla ciotola su suo padre.
Avresti potuto risparmiarti la fatica, disse. Ieri sera avevo già deciso che non posso andarmene da questa casa.
[…] E avrei potuto sposare John Roscoe. Avrei potuto sposarlo. Me ne frego di quello che dici tu. Lui mi voleva e io avrei potuto farlo. Oh sì, dio misericordioso, avrei potuto. Oh, maledetto.

A quel punto però stava piangendo. Senza alcun suono. Era oltre il punto in cui il debole suono di una voce umana può fare una qualche differenza.

 Ma sposati o no, il grande amore tra Edith e John durerà per tutta la vita; poco importa che John sposerà e avrà un figlio con un’altra donna. E sarà proprio Sanders, il figlio di John, a raccontare in prima persona il romanzo, ammaliato come tutti dalla dolce Edith.

Ti faceva venire voglia di averla accanto a te in macchina su una strada di campagna, di stringerla, abbracciarla, baciarla, sentire l’odore dei suoi capelli, parlarle, dirle tutte quelle cose che non avevi mai detto a nessuno, tutte quelle cose che stanno oltre le battute e gli aspetti superficiali che gli altri vedono di te, cose che tu stesso non sapevi con certezza di provare o pensare finché non ti sei ritrovato a dirgliele mentre la abbracciavi al buio, nella macchina ferma, perché chissà come era giusto che lei sapesse e in quel modo sarebbero diventate vere. Edith Goodnough doveva essere davvero sensazionale quell’estate.

Vincoli, nessun’altro titolo poteva essere più azzeccato per questa trama. Il titolo originale: The tie that binds – Il legame che ci lega o che ci obbliga, la traduzione in italiano -, è ancora più esplicito. Perché volenti o nolenti tutti quanti, dalla nascita alla morte, abbiamo dei vincoli indissolubili. Con la nostra famiglia, certo, ma anche con tutte le persone che incontriamo nella nostra vita e che aprono una breccia nel nostro cuore. Non importa se sbagliano e ci fanno incazzare, che siano o no brave persone. Non ci si riesce a lasciarle andare, ecco tutto. Perché gli vogliamo bene e ci sentiamo in dovere di provvedere a loro. Anche se il prezzo da pagare a volte è salatissimo: la nostra stessa felicità.
Ma qual è poi lo scopo di una vita?
Vivere bene ed essere felici, oppure sacrificare la propria la vita in nome del dovere e del rispetto?
Diritti o doveri?
Non c’è una risposta, o almeno io non la conosco.
Di certo la felicità non può prescindere dalla libertà. È una porta aperta non chiusa, un infinito sì e non un netto no.
Perché sarebbe comodo lasciare andare tutti i problemi, fregarsene di tutto e di tutti. Ignorare semplicemente casini e vincoli.

… Egoista certo perché no!
Perché non dovrei esserlo

Come canta il grande Vasco.

Ma voi ci riuscite?
Forse una volta era diverso. Forse era più semplice. Prendiamo una classica famiglia. Si viveva tutti insieme, in famiglia appunto, come in una comune. Il padre padrone, la rezdora, i figli che a loro volta si sposavano e figliavano. Non voglio dire che era meglio, anzi direi proprio di no. Ma ci si aiutava a vicenda, questo sì. Perché la vita deve fare il suo corso e ogni tempo ha le sue stagioni, dalla nascita alla morte. E quando si arrivava all’ultima delle stagioni, si moriva in casa. E tutti davano il loro contributo. Perché nessuno, allora, avrebbe mai immaginato di dover mettere un anziano in uno ospizio. E si moriva con molta più dignità e meno solitudine, penso.
E non lo so se sbaglio o semplicemente sono ingenuo. Io mica ci ho vissuto in una di quelle famiglie allargate. Mio padre sì, e me ne ha parlato. Otto fratelli tutti insieme, con spose e figli che via via venivano al mondo. È proprio dalla mia generazione che tutto è cambiato, che ogni figlio ha creato un suo nucleo famigliare, indipendente dal padre. Con il risultato che nei momenti più difficili – perché in ogni famiglia ci sono momenti belli e momenti brutti, e certe disperazioni sono le stesse ieri come oggi – , si è soli. Ma il problema non è solo se mettere o no un genitore in una casa di riposo. Penso che un figlio non vorrebbe mai arrivare a quel punto, e se lo fa deve essere proprio disperato, da non avere alternative. Ma non è solo questo, c’è dell’altro. Mia madre, ad esempio, sono ormai vent’anni che è morto mio padre e abita da sola. E noi – mio fratello ed io, con le nostre rispettive famiglie -, facciamo del nostro meglio per andarla a trovare, per aiutarla e per farle compagnia. Ma ognuno di noi ha la sua famiglia, un lavoro e mille casini, non so se mi capite.
La solitudine! È questo il problema più grosso degli anziani: si sentono soli!
E che brutto quando mia madre mi dice: vai già via?

Torniamo a questo romanzo: Edith non ha potuto fare diversamente, perché era sola. Sarebbe stato impossibile abbandonare il padre, e di certo non avrebbe sopportato l’inevitabile senso di colpa.
Ma se fossero stati in tanti? Padre, madre, fratelli, zii, cognati, nipoti, tutti nella stessa casa?
Io penso che l’insopportabile Roy sarebbe stato gestito diversamente, che nessuno si sarebbe sacrificato al punto di rovinarsi la vita.
È il numero che fa la differenza.

Vincoli, un altro capolavoro. E sono solo sottigliezze che probabilmente sia meno dosato rispetto agli altri quattro e fin troppo descrittivo.

Sentite cosa scrive Fabio Cremonesi, nella consueta paginetta finale – Nota del traduttore -, di NNE:

Nei trent’anni (e tre romanzi) che trascorrono tra la pubblicazione negli Stati Uniti di Vincoli (1984) e quella di Le nostre anime di notte (2015), si dipana una carriera letteraria luminosa e, vista a posteriori, lineare e coerente. Il lessico si fa via via più scarno, la sintassi più semplice, il modo di narrare sempre meno descrittivo, sempre più seccamente “informativo”. Se Kent Haruf degli esordi sente il bisogno di fornirci il maggiore numero possibile di dettagli sul microcosmo-Holt, con il passare del tempo la sua fiducia nei confronti dei lettori, l’intimità che riesce a stabilire con loro, aumentano; è come se ci dicesse: «A me spetta solo evocare un mondo, voi saprete immaginarlo».

Vincoli di Kent Haruf

Edizioni NNE, 2018 [1984]
Traduzione di Fabio Cremonesi
Voto: 5/5

Come colonna sonora del romanzo ho scelto Anche per te di Lucio Battisti.

Per te che di mattina svegli il tuo bambino e poi 
lo vesti e lo accompagni a scuola e al tuo lavoro vai 
per te che un errore ti è costato tanto 
che tremi nel guardare un uomo e vivi di rimpianto. 
Anche per te vorrei morire ed io morir non so 
anche per te darei qualcosa che non ho 
e così, e così, e così 
io resto qui 
a darle i miei pensieri, 
a darle quel che ieri 
avrei affidato al vento cercando di raggiungere chi… 
al vento avrebbe detto sì.

E leggete adesso questo dialogo tra Edith e Sanders:

È bello fuori? ha domandato Edith.
Non è male, le ho risposto. Pare che sarà sereno anche stanotte.
Non lo so mai, ha osservato. Non mi lasciano aprire la finestra.
Perché no?
Dicono che sennò entrano gli insetti.
Ma in aprile non ci sono insetti. Vuoi che te la apra?
Se ti va. Ho pensato che magari riesco a sentire qualche profumo. […]
Ecco, sono passati quasi cinquantacinque anni, una vita intera, e lei ancora non ha imparato a dire a se stessa qualcosa che assomigli a un infinito sì.

E ditemi: non è perfetta per Edith?

Anche per te di Lucio Battisti

Musica di Lucio Battisti e testo di Mogol. Uscito per la prima volta nel 1971, nel singolo La canzone del sole/Anche per te. Pubblicato dalla Numero Uno.
Voto: 5/5

Cliccando QUI, potete sentirla.

 

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Sono nato a Modena 53 anni fa, e abito a Formigine. Amo la mia famiglia; i miei due splendidi figli Francesco ed Eleonora; mia moglie Luisa. Le immagini del blog sono principalmente sue. Ho deciso di aprire questo blog per raccontare le mie passioni: libri, film, musica... Lo faccio principalmente per me stesso. Perché mentre mi racconto, verbalmente o per iscritto non cambia molto, mi torno ad emozionare. Come la prima volta. Spero che, nei miei articoli, questo sentimento si percepisca, che arrivi all'eventuale lettore. Dimenticavo due cose. Entrambe rilevanti. La prima: nella vita, chi mi conosce lo sa, da 31 anni faccio "piastrelle". Ogni anno una nuova sfida. Ma vivo la mia professione con passione. L'unico modo a mio parere, per non "impazzire". La seconda: ho un'altra grande passione. Sono tifoso del Modena Football Club 1912... Sì lo so, è una bella "sfiga"! Ma sono nato a Modena, amo la Ghirlandina e il vero amore mica puoi sceglierlo... P.S. Ho messo il nome della mia squadra del cuore per intero, perché oramai, del Modena calcio rimane solo la storia.

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