L’uomo che guardava passare i treni

È la storia di Kees Popinga, un uomo apparentemente realizzato sia nel lavoro – primo impiegato e procuratore in una ditta olandese di forniture navali -, che nella vita privata: sposato con due figli.

Le cose seguivano il loro corso. Il ragazzo, Carl, che aveva tredici anni, porgeva la fronte alla madre, poi al padre, baciava la sorella e saliva a coricarsi.
La stufa continuava a far sentire il suo ronzio e Kees chiedeva per abitudine:
«Che cosa fate,“maman”?».
La chiamava “maman” per via dei figli.
«Devo aggiornare l’album».
Lei aveva quarant’anni e la stessa dolcezza, la stessa dignità di tutta la casa, persone e cose. Si sarebbe quasi potuto aggiungere, come per la stufa, che era la migliore qualità di moglie d’Olanda, e del resto era una fisima di Kees parlare sempre di prima qualità. […]
… Uscì di casa poi si voltò a guardarla soddisfatto. Per meglio dire, era una villa; lui stesso ne aveva eseguito i disegni, sorvegliato la costruzione; e, se non era la più grande del quartiere, nondimeno era convinto che fosse la meglio congegnata e la più armoniosa.
E il quartiere stesso, nuovo, un po’ discosto dalla strada che conduce a Delfzijl, non era forse il più piacevole e salubre di Groninga?
Fino ad allora, soddisfazioni di quel genere avevano fatto tutta la vita di Kees Popinga, soddisfazioni reali, poiché a ogni buon conto nessuno può asserire che un oggetto di prima qualità non sia di prima qualità, che una casa ben costruita non sia una casa ben costruita, né che i salumi in vendita da Oosting non siano i migliori di tutta Groninga.

Una vita regolare e normalissima, dunque. Ma si sa, spesso le etichette sono bugiarde. Maschere che decidiamo d’indossare. Ma la vita è molto più complessa e se ci guardiamo dentro, se siamo sinceri, nessuno di noi sa che cosa siamo per davvero. E questa nostra ricerca continua di apparire in un certo modo, non è che un’illusione: māyā.

Māyā: amo molto questa parola e calza perfettamente per spiegare questo concetto. Come succede con parole così antiche ha più significati, viene spesso fraintesa e usata non sempre in modo corretto.
Può essere il nome di una persona, la madre di Gautama Buddha ad esempio. È poi facile confonderla con una antichissima popolazione della Mesoamerica: i maya, la cui  religione è un insieme di credenze politeiste che adoravano le forze della natura e praticavano i sacrifici umani, con una storia di più di 3000 anni.
Infine, Māyā, è un concetto filosofico e religioso indiano che deriva dai Veda, il più antico testo in sanscrito della cultura indoeuropea (XX secolo a.C.), e che costituisce la civiltà religiosa vedica: oggi Induismo. Ed è questo, tra i tanti significati, quello che più di tutti mi ha conquistato e che mi preme di parlarvi.
Nei Veda la parola Māyā ha come suo primo significato quello di creazione, e solo successivamente ha acquisito quello d’illusione del mondo materiale.
Per me Māyā vuol dire proprio questo: Illusione. Significa che il mondo così come lo concepiamo non è reale. Perché ogni cosa la vediamo attraverso i nostri sensi che sono limitati  e soggettivi. Fin dalla nascita ci hanno inculcato così tante regole, dogmi e comandamenti che non ci accorgiamo più di filtrare e modificare la realtà. Vediamo solo il riflesso delle cose, e così facendo percepiamo solo una piccola parte del mondo che ci circonda.

E allora se ogni cosa, il concetto di sé, il bene e il male e qualsiasi sistema filosofico è illusione, che assurdità accanirci tanto per un’immagine.
Talmente assurdo che Kees Popinga, il protagonista di questo romanzo, ci impiegherà un battito di ciglia per buttare giù la maschera che si è costruito in una vita intera.
Perché si sa, si desidera sempre ciò che non abbiamo.

Certo non gli spiaceva di camminare nella notte fresca invece che sonnecchiare nello scialbo tepore della casa. Ma non si sarebbe permesso di pensare ufficialmente che al mondo possa esistere un luogo più dolce del proprio focolare. Appunto per questo arrossiva quando gli capitava di udire un treno passare e si scopriva una strana angoscia che poteva far pensare a una nostalgia.
[…] Groninga è una cittadina casta dove, contrariamente a quanto avviene in città come Amsterdam, non si rischia di venire importunati, per strada, da proposte di donne svergognate.
Tuttavia, a cento metri dalla stazione, c’è una casa, una sola, dall’apparenza borghese, ricca, il cui uscio si apre al tocco più leggero.
Mai Kees vi aveva messo piede. Aveva solo sentito raccontare qualche storia, al circolo. Per parte sua, in un modo o nell’altro, aveva sempre evitato di essere un marito infedele.
Ma, quando, di sera, passava di lì, si abbandonava a fantasie…

E allora basterà il fallimento della ditta in cui lavora per rompere il castello di vetro che Kees Popinga da quarant’anni si è creato e andarsene; salendo su uno di quei treni che da sempre lo affascinano, con un biglietto, rigorosamente, di sola andata.

L’uomo che guardava passare i treni, mi ricorda maledettamente un altro capolavoro: Uno, nessuno e centomila, quello che è, probabilmente, il più famoso romanzo di Luigi Pirandello.
Kees Popinga come Vitangelo Moscarda, protagonista del libro di Pirandello. Kees che una volta salito sul treno cambierà semplicemente copione. Passando da perfetto impiegato, devoto marito e ottimo padre – ben attento a rispettare ruoli, regole e leggi -, ad un cinico ed egoista uomo di mondo, che fa il suo comodo, fregandosene di ciò che è permesso o proibito, corretto o scorretto.
Diverso punto d’arrivo, ma la stessa intenzione di mostrarsi unico agli occhi degli altri (UNO).
Ma non c’è niente da fare perché le persone che incontrerà, i giornali che scriveranno di lui, metteranno in luce immagini sempre diverse (CENTOMILA), da quelle che lui vorrebbe.
Fino all’epilogo finale in cui capisce che ha lottato inutilmente, perché per gli altri lui è semplicemente un matto, un paranoicoun dilettante, un perfetto NESSUNO.

L’uomo che guardava passare i treni di Georges Simenon

Edizioni Adelphi 1986 [1938]. Traduzione  di Paola Zallio Messori

Voto: 5/5

Come colonna sonora di libro e articolo ho scelto Anime Salve di De André e Fossati, e non chiedetemi il perché…

Mi sono spiato illudermi e fallire
abortire i figli come i sogni
mi sono guardato piangere in uno specchio di neve
mi sono visto che ridevo
mi sono visto di spalle che partivo
ti saluto dai paesi di domani
che sono visioni di anime contadine
in volo per il mondo
Mille anni al mondo mille ancora
che bell’inganno sei anima mia
e che grande questo tempo che solitudine
che bella compagnia

Anime Salve

Pubblicato per la prima volta nel 1996 nell’Album Anime Salve, tredicesimo e ultimo LP di inediti di Fabrizio de André e realizzato insieme a Ivano Fossati autore delle musiche.

Voto: 5/5

Cliccando QUI, potete sentirla.

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Sono nato a Modena 53 anni fa, e abito a Formigine. Amo la mia famiglia; i miei due splendidi figli Francesco ed Eleonora; mia moglie Luisa. Le immagini del blog sono principalmente sue. Ho deciso di aprire questo blog per raccontare le mie passioni: libri, film, musica... Lo faccio principalmente per me stesso. Perché mentre mi racconto, verbalmente o per iscritto non cambia molto, mi torno ad emozionare. Come la prima volta. Spero che, nei miei articoli, questo sentimento si percepisca, che arrivi all'eventuale lettore. Dimenticavo due cose. Entrambe rilevanti. La prima: nella vita, chi mi conosce lo sa, da 31 anni faccio "piastrelle". Ogni anno una nuova sfida. Ma vivo la mia professione con passione. L'unico modo a mio parere, per non "impazzire". La seconda: ho un'altra grande passione. Sono tifoso del Modena Football Club 1912... Sì lo so, è una bella "sfiga"! Ma sono nato a Modena, amo la Ghirlandina e il vero amore mica puoi sceglierlo... P.S. Ho messo il nome della mia squadra del cuore per intero, perché oramai, del Modena calcio rimane solo la storia.

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