La cattiva strada

Sébastien Japrisot, all’anagrafe Jean-Baptiste Rossi (Marsiglia, 1931 – Vichy, 2003) è stato uno scrittore, traduttore, sceneggiatore e regista.
La cattiva strada (1950), il suo esordio letterario, è la storia d’amore travolgente e proibita tra un ragazzo di quattordici anni e una suora ventiseienne; raccontata con una tensione erotica palpabile e bruciante. Non mi stupisce che inizialmente in Francia non ebbe successo. Tuttora, settanta anni dopo, non è per tutti. Bisogna essere pronti per leggerlo, lasciare andare tabù, ipocrisie e facili moralismi.

Alla Cattiva strada fu conferito nel 1966 (da una giuria in cui figuravano, tra gli altri, Sartre, Aragon e Adamov) il Prix de l’Unanimité.

La scrittura è perfetta, gli incontri tra i due amanti sono carichi di un’energia e di una grazia che ti arriva intatta. Ma non è questa la magia del romanzo. Certo anche questa, ma il vero miracolo che compie Sébastien Japrisot è un altro.
L’averlo scritto a diciassette anni? È impressionante, lo so, ma non è nemmeno questo. Non cambierebbe niente se fosse stato scritto da un ottantenne: sempre di capolavoro si tratterebbe.
Riesce a rendere plausibile l’impossibile. È questo che fa Japrisot.
Una storia d’amore tra una suora e un minorenne, con dodici anni di differenza di età: Chi mai potrebbe giustificarla?
Beh, provate a leggere il libro. E se alla fine non la penserete come me – liberissimi di farlo – spiegatemi il vostro punto di vista.
Perché Japrisot, invece di descriverci scene di sesso e di lussuria, scava nelle anime dei due protagonisti: nei loro sogni e desideri, speranze e paure. E in questo modo, conoscendoli, li comprendiamo. A mano a mano che scorrono le pagine, che si consacra il loro rapporto, sarà sempre più difficile pensarli separati, distinguere l’uno dall’altro. Non saranno più una suora e un ragazzo, ma due anime che si sono trovate.
E ci può essere qualcosa di male in questo?
Ci può essere qualcosa di male nell’amore?

La mia risposta già la conoscete.
Ma gli altri: genitori, le istituzioni ecclesiastiche e più in generale tutti quelli che incontreranno i due ragazzi, faranno di tutto per contrastare la loro relazione.
La loro unanime condanna mi ha ricordato una bellissima canzone di Fabrizio De André: Delitto di paese

Non tutti nella capitale
sbocciano i fiori del male,
qualche assassinio senza pretese
lo abbiamo anche noi in paese.
Qualche assassinio senza pretese
lo abbiamo anche noi qui in paese.
Aveva il capo tutto bianco
ma il cuore non ancor stanco
gli ritornò a battere in fretta
per una giovinetta.
Gli ritornò a battere in fretta
per una giovinetta.
Ma la sua voglia troppo viva
subito gli esauriva,
in quattro baci e una carezza
l’ultima giovinezza.
In quattro baci e una carezza
l’ultima giovinezza.
Quando la mano lei gli tese
triste lui le rispose,
d’essere povero in bolletta
lei si rivestì in fretta.
D’essere povero in bolletta
lei si rivestì in fretta.
E andò a cercare il suo compagno
partecipe del guadagno
e ritornò col protettore
dal vecchio truffatore.
E ritornò col protettore
dal vecchio truffatore.
Mentre lui fermo lo teneva
sei volte lo accoltellava
dicon che quando lui spirò
la lingua lei gli mostrò.
Dicon che quando lui spirò
la lingua lei gli mostrò.
Misero tutto sotto sopra
senza trovare un soldo
ma solo un mucchio di cambiali
e di atti giudiziari.
Ma solo un mucchio di cambiali
e di atti giudiziari.
Allora presi dallo sconforto
e dal rimpianto del morto,
si inginocchiaron sul poveruomo
chiedendogli perdono.
Si inginocchiaron sul poveruomo
chiedendogli perdono.
Quando i gendarmi sono entrati
piangenti li han trovati
fu qualche lacrima sul viso
a dargli il paradiso.
Fu qualche lacrima sul viso
a dargli il paradiso.
E quando furono impiccati
volarono fra i beati
qualche beghino di questo fatto
fu poco soddisfatto.
Qualche beghino di questo fatto
fu poco soddisfatto.


Questi i paragrafi più rappresentativi del romanzo.

«Lei è mia amica?» disse. «Davvero è mia amica? Allora me lo dimostri! Me lo dimostri!
Tese la mano destra e lei la guardò senza comprendere, non più sorridente, ma preoccupata nel vederlo così sovreccitato.
«Mi dia la mano, se è mia amica».
Lei gli porse la mano, incerta, una mano calda e morbida, che lui toccò per la prima volta. Sentendo che lei istintivamente voleva ritirarla, la strinse forte, con una sicurezza inaspettata.
«Adesso le dirò una cosa per me molto difficile, e se davvero è mia amica, non toglierà la mano. D’accordo?».
Lei lo guardava perplessa e fece segno di no con la testa, più volte, con una specie di sgomento. Lui chiuse gli occhi e, senza più vederla, disse serio, al buio:
«Quando mi ha chiesto dove abitavo le ho detto una bugia per prendere il suo stesso tram. Abito dalle parti della stazione. L’altro giorno mancava un bottone alla sua mantella, gliel’ho strappato io. Lo tengo sempre con me, anche di notte. E se Prieffin mi fa di nuovo arrabbiare, se solo si azzarda a pronunciare il suo nome davanti a me, lo riempio di botte, gliene do così tante da ammazzarlo».
Suor Clotilde, non aveva ritratto la mano. Quando Denis la guardò, la vide come impietrita, con gli occhi pieni di paura e le labbra tremanti. […]
Si  diceva: è una prova, una cosa che può succedere, di cui si sente parlare, una prova. Una pensa che non le possa capitare. “Non a me”. E poi si apre una porta e si richiude, ci sei dentro.
Dove l’ho incontrato? È solo un ragazzo, madre. Mi ha chiesto se i miei genitori erano ricchi. Mi ha chiesto se casa nostra era lontana dal fiume. Dove l’ho incontrato? In una stanza vuota, un pomeriggio piovoso. Non ci crederà, ma ho incontrato questo ragazzo in una stanza vuota e l’ho riconosciuto dal sorriso. Ventisei anni dopo, madre. Proprio così. […]
Suor Clotilde rivide Denis. Capì che aveva fatto la strada di corsa per precipitarsi da lei. Aveva gli occhi più belli, più neri che mai e pieni di una felicità stupefacente. Tutto divenne confuso, lei gli chiese scusa, gli diede un bacio sulla guancia. E nella frazione di secondo in cui le sue labbra toccarono la pelle di Denis, lei capì che era vero, che il male era in lei, che non doveva più rivederlo, non doveva più vedere il suo sorriso o sentire la sua voce, doveva dimenticarsi di quel bacio e della morbidezza della sua mano.


Discussero a lungo. La superiora diceva. «Tu non capisci». Suor Clotilde diceva: «Lei non capisce» la superiora parlava di un Dio indifferente e terribile, di una giovane, poco più che una ragazzina, che un giorno si era distesa sul pavimento della cappella con le braccia in croce. «Tu sei l’amante di Cristo per tutta la vita, per l’eternità» ripeteva. Suor Clotilde parlò di Denis:
«Non voglio fargli del male. Lei non capisce. Voglio restare con lui. Voglio che ci lascino in pace. Il Dio in cui credo sa che persone siamo e Lui capisce, Lui è d’accordo con noi, ne sono sicura».
«Tu bestemmi» disse la superiora. «Sei impazzita, non sai quello che dici. È il diavolo che parla in te. la collera di Dio si abbatterà su di te.  […]

«Non ha cambiato opinione?».
«Non ho mai avuto un’opinione» rispose la giovane. «Mai una volta, in tutta la mia vita. Sono sempre stati gli altri a esprimere la loro opinione al posto mio. Ma questa volta ho deciso. Sono io a scegliere. Capisce? Io».
La superiora non disse nulla. Uscì dalla cucina e richiuse la porta. La giovane aspettò che i battiti del suo cuore rallentassero, prese un bicchiere e bevve un po’ d’acqua del rubinetto. Poi si insaponò le mani per potersi sfilare meglio la fede. Portava quell’anello al dito da tanto tempo, ma non ebbe nessuna difficoltà a toglierselo.
Ecco fatto. È andata. Buona o cattiva che sia, ormai ho preso questa strada. L’abbiamo presa entrambi. Senza un rimpianto, nemmeno quello di non averlo fatto. Doveva succedere tutto questo perché finalmente io me ne rendessi conto. Adesso ci siamo, è fatta.
Non è un granché come inizio, lo so. Ma se l’avessi lasciato sarebbe stato un inizio anche peggiore. Tra i due, scelgo quello che fa meno male. Fosse anche la cattiva strada, l’abbiamo presa insieme. E da questo punto di vista siamo sulla buona strada.
Custodiremo il nostro amore. Lasceremo che passi il tempo – cinque, sei anni? – e saremo di nuovo insieme. Con il nostro amore rimetteremo in piedi tutto questo sfacelo. Nient’altro conta.


Vi ho svelato troppo?
Beh, se prendete in mano il romanzo vi accorgereste che la risposta è già nell’epigrafe, scelta dall’autore e che introduce il libro:

Credi nel tuo Dio se puoi,
ma credi soprattutto nella vita.
Se la tua vita dimentica il tuo Dio, tieniti stretta la vita.
Se il tuo Dio ti impedisce di vivere, abbandona il tuo Dio.
La tua vita è l’unica cosa che hai
e, chiunque tu sia, il tuo Dio non è il mio.

Stesso discorso, poi, per la bellissima foto della copertina, scelta da Adelphi per questa nuova edizione italiana: Il Parmigianino, Cupido che fabbrica l’arco (1533-1534, particolare).

Perfetta, come sempre, ma in questo caso ancora più esplicita e rivelatrice.
Perché l’attrazione che provano i due protagonisti non ha niente a che vedere con il mondo terreno. Entrambi al loro primo amore, al loro primo rapporto sessuale, i loro incontri sono carichi di una passione e di una carica erotica primordiale. Quando sono insieme non sono una giovane suora e un adolescente a volte capriccioso e violento, ma creature pure.  Niente e nessuno può separarli, dal momento che sono stati colpiti dalla freccia di Cupido.

Immagine perfetta, dunque. Anche se io… forse… l’avrei lasciata intera.
Perché il Cupido che sceglie di rappresentare Parmigianino nel suo dipinto non è lo stereotipo fanciullo volante, pronto per stoccare la freccia, che siamo abituati a vedere. È molto più ricco di significati e per lo più attenenti al romanzo di Japrisot.

Parmigianino dipinge un Cupido che con un grosso coltello taglia un ramo per costruire il suo arco. Sì, proprio quello!
Ma è la parte inferiore del dipinto – i due putti che si abbracciano tra le gambe di Cupido – la più interessante. Ho detto si abbracciano, ma è più una costrizione: è quello di destra, con le ali, che blocca e stringe con forza il suo compagno contrariato e che cerca in tutti i modi di liberarsi.
Tra le tante ipotesi sui due putti riporto quella di Wikipedia:

I due fanciulli rappresentano forse le insidie dell’amore non corrisposto a cui Cupido, fabbricando la sua arma, metterà presto rimedio. Sulla coppia di amorini sono state formulate varie ipotesi interpretative: Anteros e Liseros (rispettivamente l’impulso maschile che dà forza all’amore e il principio femminile che lo estingue), oppure l’Amor sacro e Amor profano, o ancora gli opposti alchemici.

Ma ciò che mi ha colpito di più dell’intero dipinto è lo sguardo malizioso di Cupido – quasi a volerci sfidare o corteggiare -, il suo corpo perfetto, liscio, rotondo e puro, come i corpi dei due putti e come i corpi di tutti i neonati, maschi o femmine non fa differenza. Non son un esperto d’arte ma mi piace pensare che Parmigianino abbia voluto dirci che l’AMORE è al di là di ogni ragione, confine, regola e sesso. E poi questa mia lettura è perfetta per questo romanzo.

Perché:

Tutto ciò che è fatto per amore è sempre al di là del bene e del male 

di Friedrich Nietzsche

LA CATTIVA STRADA

di Sébastien Japrisot. 2018 Adelphi Edizioni, Fabula 338. Traduzione di Simona Mambrini. Titolo originale: Le Mal Partis, Francia 1950. Uscito per la prima volta in Italia con il titolo: Storia d’amore e di una suora di Jean-Baptiste Rossi (firmato dall’autore col suo vero nome), Milano, Libri, 1979.
VOTO: 5/5

Infine un mio ricordo.

La storia d’amore tra Denis e Claude – è questo il vero nome di suor Clotilde prima che prendesse i voti -, i loro incontri, gesti, dialoghi e silenzi mi hanno ricordato la mia primissima infanzia. Quando l’istinto prevaleva sulla ragione. Prima di ogni dottrina, educazione, scuola, parola.

IL SEGNALE

Ed eccolo il nostro segnale, lo sento forte oggi come all’ora: un urlo acuto e stridulo, come un richiamo d’uccelli.
Ho letto che per alcuni tipi d’uccelli, imparare a cantare fa parte del processo di crescita, proprio come imparare a parlare lo è per i bambini.
E a noi due che non sapevamo parlare ancora bene – almeno io – l’istinto, ci aveva donato quel richiamo d’amore. Del resto le parole, che poi vennero, non sono mai state fondamentali. Più importante era toccarci sentirci: la pelle, gli odori…

L’amore ha parole mute, più trasparenti del fiume

da L’isola sotto il mare di Isabel Allende

Anche oggi, dopo tanti anni, quando penso a Sandra non ricordo tanto il suo viso, i suoi capelli, il suo corpo. Più che vederla la sento. E la sento come allora… non con le orecchie, non è quello. La sento con le mani, la sento con l’olfatto. Quando penso a lei, sento perfino il sapore dei nostri pomeriggi insieme.

da I passi del tempo. Cliccando QUI potete leggere il Primo Capitolo.

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Sono nato a Modena 53 anni fa, e abito a Formigine. Amo la mia famiglia; i miei due splendidi figli Francesco ed Eleonora; mia moglie Luisa. Le immagini del blog sono principalmente sue. Ho deciso di aprire questo blog per raccontare le mie passioni: libri, film, musica... Lo faccio principalmente per me stesso. Perché mentre mi racconto, verbalmente o per iscritto non cambia molto, mi torno ad emozionare. Come la prima volta. Spero che, nei miei articoli, questo sentimento si percepisca, che arrivi all'eventuale lettore. Dimenticavo due cose. Entrambe rilevanti. La prima: nella vita, chi mi conosce lo sa, da 31 anni faccio "piastrelle". Ogni anno una nuova sfida. Ma vivo la mia professione con passione. L'unico modo a mio parere, per non "impazzire". La seconda: ho un'altra grande passione. Sono tifoso del Modena Football Club 1912... Sì lo so, è una bella "sfiga"! Ma sono nato a Modena, amo la Ghirlandina e il vero amore mica puoi sceglierlo... P.S. Ho messo il nome della mia squadra del cuore per intero, perché oramai, del Modena calcio rimane solo la storia.

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