Come fermare il tempo

Devo essere sincero?
È l’ultimo dei libri che avrei pensato di leggere e ancora più di recensire. Non è il mio genere, non ne avevo mai sentito parlare né tantomeno conoscevo l’autore. In definitiva non lo avrei mai scelto.
Neanche se gli avessi dato un’occhiata?
Soprattutto se gli avessi dato un’occhiata!
Tuttavia l’ho comprato.
Ma andiamo con ordine.
Dall’inizio.
Tre o forse quattro mesi fa stavo cenando con mia moglie e i miei figli.

«PAPA’ PAPA’ DEVI ANDARE A VEDERE UNA NUOVA LIBRERIA. È PICCOLA E ACCOGLIENTE, E HA SIA IL NUOVO CHE L’USATO» ha esclamato Eleonora.

“Spesso mi rimproverano che non ascolto. È per questo che mia figlia sta urlando? Be’ sicuramente mi distraggo facilmente: È la fantasia che mi porta lontano…”.

«ED E’ PROPRIO A DUE PASSI DALLA NONNA. SECONDO ME TI PIACE».

Lo ammetto, mi capita di perdere il filo. Penso che possa succedere. E allora per riprenderlo, quel filo, mi butto e faccio ogni volta una semplice e ingenua domanda. Non l’avessi mai fatta! È mai possibile che tra tutte le dannate domande scelgo sempre quella sbagliata e che mi smaschera?

«Ma papà l’ho appena detto! Allora non ascolti».

Ma quella volta no: tutto chiaro. Libreria segnata e memorizzata.
Il primo giorno, poi… il vuoto.
Cancellata, dimenticata, volatilizzata. E non so darmi una spiegazione: io amo scoprire nuove librerie. A mio favore devo dire che il 2018 è stato un anno… diciamo complesso, una parola che va di moda. Nubi e pensieri a bizzeffe; e poi la libreria, sarà anche a due passi da mia madre ma non sono i passi che faccio normalmente io.
Fino all’ultimo dell’anno.
Dovevo andare a mangiare da mia madre ma nel solito parcheggio sottocasa non c’era posto e nemmeno nei due adiacenti. Mia madre abita in centro, c’è sempre casino ma quell’ultimo giorno un delirio e ho parcheggiato la macchina da tutt’altra parte. Poi via di corsa il primo tratto e a passo andante il secondo col fiatone pur di recuperare minuti preziosi.
Sbuffando,
imprecando
mille pensieri,
gli occhi sul cellulare,
e all’improvviso
sulla mia sinistra
mentre svoltavo…
ci sono letteralmente andato a sbattere contro.
“Ma veh non è la libreria che mi ha detto l’Elly?” ho pensato. Un’occhiata all’orologio: “La mezza, non ho molto tempo” e sono entrato.
«Se ha bisogno chieda pure» mi ha detto la commessa o proprietaria, chissà? E io che normalmente rispondo con un timido “do un’occhiata”, mi sono buttato:
«Ha un libro da consigliarmi?».
«Che tipo di libri legge?».
«Mah… di tutto. Anche se preferisco i romanzi». Poi visto che la ragazza stava riflettendo ho continuato: «I miei autori preferiti sono la Mazzantini, Baricco, e Ammaniti, anche se è un po’ che non scrive un libro: si è dato al cinema; e poi la Strout, McEwan, Cameron, Kent Haruf. Ultimamente ho ricominciato a leggere classici».  E le mostro un libricino talmente piccolo da stare nella tasca del mio giaccone: Fame di Knut Hamsun. «L’ho già letto una trentina di anni fa e mentre spolveravo me lo sono ritrovato in mano».
«Ah sì?». E iniziando a cercare mi domanda: «Il libro lo preferisce usato o nuovo?».
«Per me è uguale, solo che sia bello».
Ed è così che mi ritrovo in mano questo romanzo di Matt Haig.
Io non conoscevo nemmeno l’autore e ad essere sincero non era proprio il libro che mi aspettavo. Ma questo mi sembra di averlo già detto…
Comunque ormai avevo deciso, mi sarei fidato, anche perché ero tremendamente in ritardo. Ho pagato e me lo sono portato via.

Dopo pranzo, da mia madre, l’ho ripreso in mano.
Be’, l’immagine della copertina è davvero molto bella, dai!

Mi son messo a leggere la trama.

Pensate a un uomo che dimostra quarantanni, ma che in realtà ne ha più di quattrocento. Un uomo che insegna storia nella Londra dei giorni nostri, ma che in realtà ha già vissuto decine di vite in luoghi e tempi diversi. Tom ha una sindrome rara per cui invecchia molto lentamente. Ciò potrebbe sembrare una fortuna… ma è una maledizione. Cosa succederebbe infatti se le persone che amate invecchiassero normalmente mentre voi rimanete sempre gli stessi? Sareste costretti a perdere i vostri affetti, a nascondervi e cambiare continuamente identità per cercare il vostro posto nel mondo e sfuggire ai pericoli che la vostra condizione comporta. Così Tom, portandosi dietro questo oscuro segreto, attraversa i secoli dall’Inghilterra elisabettiana alla Parigi dell’età del jazz, da New York ai mari del Sud, vivendo tante vite ma sognandone una normale. Oggi Tom ha una buona copertura: insegna ai ragazzi di una scuola, raccontando di guerre e cacce alle streghe e fingendo di non averle vissute in prima persona. Tom deve a ogni costo difendere l’equilibrio che si è faticosamente costruito. E sa che c’è una cosa che non deve assolutamente fare: innamorarsi.

E l’introduzione:

Ripenso spesso a quello che mi ha detto Hendrich nel suo appartamento di New York, più di un secolo fa.
«La prima regola è non innamorarsi. Ce ne sono altre, ma questa è la principale. Non innamorarsi. Non amare. Non sognare l’amore. Se tieni fede a questa regola, andrà tutto bene». […]
«Dubito che mi innamorerò di nuovo» risposi.
Hendrich sorrise, come il demonio che era capace di essere.
«Bene. Naturalmente hai il permesso di amare il cibo, la musica, lo champagne e i rari pomeriggi soleggiati di ottobre. Puoi amare lo spettacolo delle cascate e l’odore  dei vecchi libri, ma l’amore per gli esseri viventi è vietato. Siamo intesi?… Perché altrimenti finirai col perdere lentamente la ragione…».


Infine le prime righe della prima pagina:

Sono vecchio.
È questa la cosa fondamentale che ho da dirvi. Quella che vi risulterà più difficile da credere. A vedermi, probabilmente mi dareste una quarantina d’anni, ma vi sbagliereste di grosso.
Sono”vecchio” come può esserlo un albero, una vongola artica o quahog, che dir si voglia, un quadro del Rinascimento.
Per darvi un’idea: sono nato oltre quattrocento anni fa, il 3 marzo 1581…

E a questo punto cosa avrei dovuto fare? Fermarmi e cominciare a leggere Fame?
Certo il libro per un paio di ore l’ho chiuso e ho fatto compagna a mia madre, ma non appena sono tornato a casa è Come fermare il tempo che ho riaperto: troppo curioso per mollarlo così.

Non sarà un capolavoro ma è davvero coinvolgente e scritto benissimo. Da leggere tutto d’un fiato da quanto è scorrevole. Leggero ma mai superficiale e non è una cosa di poco conto.
Un racconto fantasy che si interroga sui grandi quesiti dell’uomo: la vita, la morte e l’amore.

Un inatteso piacere!

A me ha ricordato tantissimo Highlander il film con Christopher Lambert. Lo avete presente? Con la fantastica colonna sonora dei Queen. Anche in quella storia il protagonista – Connor MacLeod – nasce nel 1500, ma non ha nessuna strana sindrome che lo fa invecchiare lentamente, è un vero e proprio immortale.

Entrambi lo stesso destino, le stesse accuse di stregonerie e le inevitabile fughe. Perché si sa il diverso fa paura, e se fino al 1700 hanno rischiato di essere messi al rogo dopo solamente di essere allontanati o cacciati. Ma il dolore e il senso di vuoto che si prova nel sentirsi rifiutati è lo stesso, ieri come oggi.

E infine, lo stesso rapporto conflittuale con l’amore: Come si fa ad innamorarsi di nuovo quando sai benissimo che il tuo destino è sopravvivere al tuo amore?

Dover affrontare innumerevoli anni di solitudine dopo. Esistere quando il senso della propria vita non c’è più.

Ma l’amore non lo puoi governare. Non è una cosa che puoi scegliere a tuo piacimento. È un mistero.

Fra le tante definizioni questa è la mia preferita:

L’amore è il mezzo che ti permette di rimettere le ali e raggiungere la felicità

di Platone

In effetti niente ti fa sentire leggero come quando sei innamorato. Nessun’altra cosa ti riempie come l’amore. Per questo la guerra di Tom e Connor MacLeod era persa in partenza. Troppo potente l’avversario che avevano sfidato.

Prima di tornare al libro concludo con Highlander.

A me piace molto leggere ma ho la stessa grande passione per il cinema. Difficile fare una classifica.
E poi per quale scopo?
Certo, i libri sono più descrittivi, la storia è spiegata meglio, così come la psicologia dei personaggi e i dialoghi. Sono i dialoghi che fanno la differenza nei libri, come la fantasia. Un libro ti lascia più libero di immaginare: un corpo, una voce, un luogo, un colore, una musica ad esempio. Caratteristiche che in un film sono esplicite e risolutive per la buona uscita della pellicola, insieme alla regia e alla bravura degli interpreti. Prendiamo Highlander: il film è diretto e recitato bene ma niente di eccezionale. Ciò che ha reso il film un’opera di culto è, a mio parere, la colonna sonora dei Queen, la voce di Freddie Mercury. La fotografia forse, ma non sono un esperto. Ma c’è un’altra cosa: le scene. Ci sono alcune scene che ti rimangono dentro per sempre. Sì, penso sia questo il segreto. E più in generale è un grosso punto di forza dei film rispetto ai libri. Non importa che tu l’abbia visto quarant’anni fa, che sia o no un capolavoro. Quella scena, immagine e atmosfera ti ha conquistato per sempre.
La scena di Highlander di cui vorrei parlarvi è un semplice brindisi, quello che per me è il più bel brindisi della storia cinematografica. Non ha come sottofondo la musica dei Queen, non ne ha bisogno per essere speciale:
Russel Nash (è questa l’ultima identità di Connor MacLood) è con Brenda, un’agente della scientifica che fa indagini su di lui, la donna che più di tutte ha evitato perché lo turba, ne subisce il fascino. Russel prende in mano due calici ballon, preparati precedentemente, e ne passa uno alla ragazza. Sono a pochi centimetri di distanza e l’uomo chiude gli occhi, fa roteare delicatamente il liquido avvicinando il calice al naso per godere dei profumi  prima che del sapore, e parte la magia:

«Brandy del 1783».
«Wow!» esclama Brenda «Com’è vecchio».
«Il 1783 è stato un anno eccezionale. Mozart ha composto la Grande messa, i fratelli Montgomery hanno volato per la prima volta sopra una mongolfiera e gli Stati Uniti d’America hanno ottenuto l’indipendenza dall’Inghilterra».

Un Christopher Lambert davvero affascinante e irresistibile. Un brindisi che sarà il preludio del loro amore.

QUI potete vederlo.

Cosa mi è piaciuto di più del libro?

La semplicità di Tom. Il fatto che nonostante abbia vissuto decine di vite, lavorato per Shakespeare, si sia imbarcato sulla nave del capitano Cook alla scoperta di nuovi mondi, conosciuto i Fitzgerald, tutto quello che desidera è una vita normale: insegnare storia in un liceo. È questo che vuole tornare a fare nella Londra di oggi. Una vita semplice, come quando suonava il liuto nel 1600, o il pianoforte a Parigi. Come quando ha baciato per la prima volta Rose, il suo primo amore nel 1599.

Sono questi i momenti che rendono felice Tom, e non certo il suo essere quasi immortale; e sono anche le pagine del libro più illuminate.

«Un bacio è come la musica» continuò lei. «Ferma il tempo…» […]
Posò il liuto sul letto accanto a sé e mi baciò. Chiusi gli occhi, e il resto del mondo svanì. Non esisteva nient’altro. Nient’altro tranne lei. Lei era le stelle, il firmamento e gli oceani. Non c’era altro che quell’unico frammento di tempo, e quel germoglio d’amore che vi avevamo piantato. E poi, dopo un po’ che era iniziato, il bacio terminò, e io le accarezzai i capelli, e le campane della chiesa suonarono in lontananza, e ogni cosa nel mondo fu in ordine.

COME FERMARE IL TEMPO

di Matt Haig. Edizioni e/o 2018 [2017]. Traduzione dall’inglese di Silvia Castoldi.
VOTO: 4/5

Un ultimo pensiero: Io non sono certo uno sceneggiatore né un regista, ma non appena ho finito il libro l’ho immaginato sul grande schermo. Sì, un film di successo. C’è un paragrafo, a due terzi di libro, che mi ha ricordato tantissimo il brindisi di Highlander. È tutt’altra cosa intendiamoci, ma ha la stessa magia, la stessa atmosfera e passione. Anche questa è la mia scena preferita – ha preso vita, non ci posso fare niente, non sono più semplici parole sul libro ma vere e proprie immagini nella mia mente -, il momento in cui finalmente Tom vivrà semplicemente il presente. L’unico che ci è dato di vivere per davvero. E libero dalla paura s’innamorerà di nuovo.

«Suoni qualche strumento?» mi chiede Camille, accigliata, come se quella domanda racchiudesse un senso più profondo.
Alzo le spalle. Sarebbe facile mentire, ma la verità mi sfugge di bocca. «Un po’ di chitarra, un po’ di pianoforte…».
«Pianoforte», Camille spalanca gli occhi.
Sarah, l’insegnante di educazione fisica, che indossa un’ampia maglietta della Federazione gallese di rugby, indica un angolo della sala. «C’è un pianoforte qui. I clienti possono suonarlo».  […]
Cado in preda al panico, come chiunque quando gli viene offerta una droga di cui ha lottato per liberarsi. «No, grazie».
Nell’avvertire il mio imbarazzo di fronte a Camille, Martin insiste un po’. «Oh, avanti, Tom. Io l’ho suonato giovedì scorso. Provaci anche tu».
Camille mi lancia un’occhiata solidale. «Non è obbligatorio. Non è un rito di iniziazione. Non sei tenuto a farlo se non hai voglia.».
Beh» mi ritrovo a dire, «è un bel po’ che non suono». […]
Mi siedo sullo sgabello e un silenzio carico di aspettativa cala sul pub. Beh, tranne una lieve risatina sbuffante da parte di Martin.
Poso gli occhi sui tasti.
È da quando vivevo a Parigi che non suono più. Non sul serio. Quasi un secolo fa. C’era qualcosa nel pianoforte, rispetto alla chitarra. Esigeva di più da te. aveva un costo emotivo troppo alto. Non ho idea di cosa suonare. Mi rimbocco le maniche.
Chiudo gli occhi. Nulla.
Suono la prima melodia che mi viene in mente.
“Greensleeves”.
Sono in un pub di East London e sto suonando “Greensleeves” al pianoforte. La risata di Martin mi svolazza dentro la testa ma continuo. “Greensleeves” sfuma in “Sotto l’albero frondoso” e il cuore si strugge per Marion, perciò passo al “Sogno d’amore n. 3 di Liszt. Quando attacco “The Man I Love” di Gershwin, Martin non ride più e io sono solo dentro la musica. Provo le stesse sensazioni che provavo da Ciro’s a Parigi. Detto in breve, ricordo cos’è capace di fare il pianoforte.
Ma poi dentro di me si affacciano altri ricordi, e la testa mi pulsa mentre la mente cade preda di una sorta di crampo emotivo.
Quando finalmente smetto mi volto a guardare il gruppo. Sono rimasti a bocca aperta.

. . . . . . . . . .

Io, quando ho letto questo paragrafo la prima volta, ho interrotto la lettura e per curiosità sono andato ad ascoltare le canzoni citate. A parte Sotto l’albero frondoso, che non ho trovato, la mia preferita è Sogno d’amore n. 3 di Liszt. Poi ho letto e ascoltato contemporaneamente testo e canzone, e devo dire che è anche merito della musica se il paragrafo ha preso vita.

Dimenticavo: Sogno d’amore n. 3 è anche la colonna sonora di romanzo e articolo.
Cliccando QUI potete sentirla.

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Sono nato a Modena 53 anni fa, e abito a Formigine. Amo la mia famiglia; i miei due splendidi figli Francesco ed Eleonora; mia moglie Luisa. Le immagini del blog sono principalmente sue. Ho deciso di aprire questo blog per raccontare le mie passioni: libri, film, musica... Lo faccio principalmente per me stesso. Perché mentre mi racconto, verbalmente o per iscritto non cambia molto, mi torno ad emozionare. Come la prima volta. Spero che, nei miei articoli, questo sentimento si percepisca, che arrivi all'eventuale lettore. Dimenticavo due cose. Entrambe rilevanti. La prima: nella vita, chi mi conosce lo sa, da 31 anni faccio "piastrelle". Ogni anno una nuova sfida. Ma vivo la mia professione con passione. L'unico modo a mio parere, per non "impazzire". La seconda: ho un'altra grande passione. Sono tifoso del Modena Football Club 1912... Sì lo so, è una bella "sfiga"! Ma sono nato a Modena, amo la Ghirlandina e il vero amore mica puoi sceglierlo... P.S. Ho messo il nome della mia squadra del cuore per intero, perché oramai, del Modena calcio rimane solo la storia.

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