Amy e Isabelle

Non mi piacciono i messaggi vocali, il più delle volte mi innervosiscono proprio, dal momento che novantanove volte su cento mi arrivano che sono al lavoro accanto ad altre persone. Mia moglie lo sa ma continua a mandarmeli. Fa niente. Normalmente esco dal laboratorio e li ascolto nel piazzale. In quest’ultimo caso c’è stata l’aggravante che nevicava e c’era un fredflinstone che non vi dico:
«Ciao amore ti disturbo?».
“Mmmmmm”.
«Sono in libreria e ho visto un libro di Elizabeth Strout che non conosco. Se non l’hai letto e se vuoi che te lo compri mandami un messaggio. Ti mando la foto della copertina».
Ed è così che le scrivo e invio: “COMPRALO!”

Mi fa sempre un certo effetto scoprire di essere così ignorante. Certo, mica si può saper tutto. Ma io intendo che so poco anche di cose che mi piacciono un sacco. Prendiamo Elizabeth Strout: dopo avere letto Olive Kitteridge è tra i miei autori preferiti. Per questo ho letto Mi chiamo Lucy Barton e Tutto può succedere: due conferme, due romanzi stupendi. Ma allora perché se mi piace tanto questa scrittrice non ho letto la sua biografia? Normalmente lo faccio. Se un romanzo di un autore che non conosco mi conquista vado a vedere le sue opere, le recensioni degli eventuali libri che mi incuriosiscono. Potrei citarvi una decina di autori che entrano in questa casistica; in alcuni casi mi piacciono molto meno della Strout. Eppure, ho poi letto tutti i loro libri.
Ma non è andata così con Elizabeth Strout. Nonostante che pochissimi autori mi emozionino così tanto da arrivarmi fin dentro l’anima; nonostante abbia vinto nel 2009 il Premio Pulitzer per la narrativa con Olive Kitteridge. Nonostante che, proprio su questo Blog, ho scritto la recensione degli ultimi suoi due libri e che normalmente prima di scrivere un articolo mi documento.
Come se avessi dato per scontato che non avesse scritto altri libri al di fuori di quelli che avevo già letto.
Ed è così che tornando dal lavoro, quel fatidico giorno, ho scoperto che Amy e Isabelle è il suo esordio letterario.
Di certo avrete capito che Amy e Isabelle non fa eccezione: Bellissimo! Se no mica sarei qui a parlarvene.

Prima di buttarmi su questo romanzo non mi rimane che farvi una nota introduttiva sull’autrice. Gliela devo.

Elizabeth Strout è nata a Portland, nel Maine, nel 1956. Laureata in letteratura inglese al Bates College è tra le più importanti autrici statunitensi contemporanee.
Opere:

  • Amy e Isabelle (Amy and Isabelle) (1998). Pubblicato in Italia da Fazi  Editore nel 2000.
  • The Friend Who Got Away (2005, raccolta in cui compare un suo romanzo). Mai pubblicato in Italia.
  • Resta con me (Abide with Me) (2006). Pubblicato in Italia da Fazi Editore nel 2010.
  • Olive Kitteridge (2008). Pubblicato in Italia da Fazi Editore nel 2009.
  • I ragazzi Burgess (The Burgess Boys) (2013). Pubblicato in Italia da Fazi Editore nel 2013.
  • Mi chiamo Lucy Barton (My name is Lucy Barton) (2016). Pubblicato in Italia da Einaudi Editore nel 2016.
  • Tutto è possibile (Anything is Possible) (2017). Pubblicato in Italia da Einaudi Editore nel 2017.

Dal risvolto di copertina:

È la storia, questa, di una cittadina anonima della provincia americana. Di un’estate straordinariamente torrida. Di un microcosmo di donne, impiegate presso gli uffici di una fabbrica locale. Tra queste c’è Isabelle, ancora giovane, che tenta di celare il proprio misterioso passato dietro una facciata di decoro e perbenismo; e c’è la figlia Amy, una timida adolescente con un segreto che non riesce a tenere nascosto. Il rapporto tra le due è teso, intessuto di cose non dette e di una reciproca incomprensione che si trasforma in aperta ostilità quando la madre scopre nella figlia l’esuberanza e la voglia di vivere che un tempo erano state le sue, il suo stesso desiderio di darsi a un altro e di essere amata. Il mondo di Amy e Isabelle crollerà violentemente all’improvviso, e dopo un toccante, impietoso confronto durante una drammatica notte niente sarà più come prima. Lieve e spietato, impreziosito da una scrittura cristallina, Amy e Isabelle è un indimenticabile romanzo sui legami affettivi e la paura di amare.

Elizabeth Strout, Elizabeth Strout, Elizabeth Strout, mi piace ripetere il suo nome. È come un mantra. Dico il suo nome e mi rassereno. Lo ripeto e faccio pace con il mondo. Non è semplicemente una scrittrice, è una poetessa. Ogni suo libro è un piacere, un’emozione. Parla di amore, di sentimenti come se parlasse del tempo, come se facesse la lista della spesa: la stessa semplicità di linguaggio. In Amy  e Isabelle questo suo dono è ancora più evidente. Non so come faccia. Io che non trovo nemmeno le parole per esprimere ciò che mi trasmette questo romanzo…
Amy e Isabelle sono una figlia sedicenne timida e una madre ancora giovane ma disillusa che si sono allontanate: troppo prese nel nascondere le proprie paure, nell’esaudire i loro piccoli desideri, per immedesimarsi l’una nell’altra. Ma c’è di più. Ce ne sono altri di bravi scrittori che mettono, come fa lei, al centro delle loro opere l’uomo e la sua condizione: la stessa grande capacità di trasformare in pensieri e parole i sentimenti. Il vero merito che ha Elizabeth Strout è un altro: ci descrive le emozioni di Amy e Isabelle così chiaramente, così in profondità che ci sembrerà di conoscerle da sempre, da giustificarne i loro difetti, le loro mancanze, riconoscendoli come errori che noi stessi abbiamo fatto o che avremmo potuto fare. Al punto di non riuscire né a scegliere né a scindere l’una dall’altra, dal momento che le amiamo entrambe. E se madre e figlia non si comprendono più, se hanno perso l’empatia reciproca, noi no. Noi semplici lettori le capiamo perfettamente, e non facciamo nessuna fatica a immedesimarci in loro. In entrambe.
È questo un altro grandissimo merito di Elizabeth Strout: perché in fondo ognuno ha le sue ragioni.

Concludendo: Pochi, pochissimi autori spiegano così bene la vulnerabilità e la fragilità di noi umani, ma nessun altro è riuscito con un semplice romanzo a rivelarmi così in profondità il mio lato femminile.

L’aria che entrava dalla finestra era di una dolcezza che sembrava farle quasi male, e tornando a guardare il marciapiede, le parti asciutte dove piccoli granelli in superficie luccicavano al sole, le tornò subito in mente l’eccitazione che provava, da bambina, in giornate simili a questa. Perché evidentemente c’era stato anche dell’altro, oltre al terrore del gioco delle sedie: c’erano stati giorni come questi, quando l’inverno era finalmente passato e si sentiva i piedi liberi ed esuberanti ogni volta che toccava il marciapiede asciutto con le scarpette da ginnastica nuove. Si ricordava la sensazione di assenza di peso, la spinta elastica che aveva nelle gambe mentre con quelle scarpe da ginnastica percorreva il marciapiede asciutto, sotto il sole; e le sembrava, ripensando a tutto questo, di avere in fondo conosciuto la felicità, allora: nelle scarpette da ginnastica nuove, nei denti di leone da cogliere (anche se doveva stare attenta, Isabelle non sopportava la macchie che le lasciavano sui vestiti), nel portare un maglione invece che un cappotto voluminoso… Tutto questo l’aveva resa felice da bambina; l’aveva riempita di speranza.
«A cosa stai pensando?», chiese il professor Robertson, e Amy si voltò dalla finestra.
«Non lo so», rispose, perché non sapeva come spiegargli il marciapiede asciutto e luccicante, o il profumo nell’aria. «Sono contenta che sia finalmente tornata primavera, il caldo e così via». Scrollò le spalle e guardò di nuovo fuori dalla finestra. «Ma mi fa anche sentire strana».
«Be’, sai come si dice».
Lo sentì avvicinarsi alle sue spalle.
«Come si dice?». Si voltò. Lui le era molto vicino, ora, e questo la rendeva nervosa, per il timore che la trovasse meno bella. Era diverso, quando guardavi le persone da vicino: a volte avevano cosette appiccicose negli occhi, o punti neri sul mento. E da vicino, le persone avevano anche un odore diverso. Sua madre, per esempio, a volte emanava il debole odore di un mattone bagnato quando si chinava su di Amy per raddrizzarle il colletto o per toglierle qualcosa che le era rimasto impigliato nei capelli.
«Che aprile è il mese più crudele». Il professor Robertson si mise le mani in tasca e dondolò sui tacchi. […]
«Aprile è il mese più crudele», recitò Robertson, «perché confonde insieme il ricordo e il desiderio. O qualcosa del genere. Non ricordo come va avanti». Si diresse lentamente verso la sua scrivania.
Torna qui, avrebbe voluto dirgli Amy. Scese dal davanzale e lo seguì. «Me la ripeta», disse. «Questa cosa su aprile».
Lui aveva gli occhi stanchi e dolci. «Aprile è il mese più crudele, perché confonde insieme il ricordo e il desiderio».
Amy sollevò le sopracciglia e le riabbassò sospirando.
«Cosa c’è?», chiese Robertson, a bassa voce. Il sole si era già spostato. La luce viva di poco prima era ormai scomparsa dall’aula e solo una parte del davanzale restava immersa in un giallo tenue; ma l’aria primaverile che entrava dalla finestra era ancora tiepida.
Amy scosse la testa e scrollò le spalle.
«Dimmi a cosa pensi?».
«Mah, niente…». Gli occhi le si mossero per la stanza, senza fermarsi su niente di particolare. «È questa cosa… aprile che è crudele… È bella. Voglio dire, mi piace molto».
«E poi, che altro?».
Ma non è che stesse pensando a qualcosa di preciso. Più che altro, stava soffrendo. Aveva qualcosa dentro che le faceva male, qualcosa che aveva a che fare con le bocche di leone, il cigolo dello scuolabus, il profumo dell’aria e molte altre cose a cui non riusciva a dare un nome.
E con lui, ovviamente.
«Sono contenta di averla conosciuta», disse infine, senza guardarlo.
«Anch’io sono contento di averti conosciuto».
Si guardò intorno alla ricerca dei quaderni, del cappotto che aveva poggiato su una sedia.
«Posso darti un passaggio fino a casa, oggi?», chiese all’improvviso il professor Robertson.
«Credo di sì». Era sorpresa.
«Pensi che a qualcuno darebbe fastidio?».
Infilò un braccio in una manica e lo guardò perplessa, tirandosi fuori i capelli da dentro il cappotto.
«Per esempio», continuò Robertson, «a tua madre darebbe fastidio che il tuo professore di matematica ti riaccompagnasse a casa in macchina?»
«Certo che no». Ma non l’avrebbe detto, a sua madre.
«Prendo il cappotto, allora», disse lui, dirigendosi verso l’armadio dietro la scrivania. Uscirono dall’aula senza parlare. […]
Stava pensando che avrebbe dovuto mettersi del profumo, per non rischiare di emanare lo stesso odore di mattone umido che aveva a volte sua madre.
«Qui a sinistra», disse a bassa voce, e il professor Robertson svoltò sul vialetto, si accostò alla casa e spense il motore, che diede una specie di piccoli colpetti, come se all’interno un sassolino sbattesse rimbalzando da tutte le parti.
Amy, guardando con gli occhi socchiusi la casa in cui viveva, cercò di immaginare come potesse apparire al professor Robertson e pensò che quella casa assomigliava a sua madre, piccola e pallida, e che le tendine bianche alle finestre della cucina avevano l’aria contrita, come se chiedessero scusa per aver fallito nel loro intento: quello di apparire allegre, intime, pulite. Amy chiuse gli occhi.
Questo era stato il suo segreto, per anni: avrebbe voluto una madre diversa. Voleva una madre che fosse bella, che salutasse la gente con calore. Voleva una madre che somigliasse a quelle delle pubblicità in TV, che passavano gli strofinacci su grandi e luccicanti pavimenti di cucina, salutavano con un bacio i mariti che tornavano dal lavoro, vivevano in case che avevano altre case accanto e vicini che ne entravano e ne uscivano; non voleva questa madre confinata quaggiù, in questa casa minuscola in mezzo ai boschi.

Amy e Isabelle

di Elizabeth Strout (1998). Fazi Editore (2010). Prefazione di Valeria Parrella. Traduzione di Martina Testa.
Voto: 5/5

Come colonna sonora del romanzo e dell’articolo ho scelto Il bacio sulla bocca di Ivano Fossati, perché trabocca di passione e di desiderio. Lo stesso desiderio e lo stesso bisogno di essere amate che hanno Amy e Isabelle. Ad entrambe dedico questo paragrafo della canzone:

Volami addosso se questo è un valzer
volami addosso qualunque cosa sia
abbraccia la mia giacca sotto il glicine
e fammi correre
inciampa piuttosto che tacere
e domanda piuttosto che aspettare.
Stancami
e parlami
abbracciami
guarda dietro le mie spalle
poi racconta
e spiegami
tutto questo tempo nuovo
che arriva con te.

da Il bacio sulla bocca di Ivano Fossati, uscito per la prima volta nel 2003 nell’Album Lampo viaggiatore, testi e musiche Ivano Fossati. Voto: 5/5

QUI, potete sentirla.

Vi ho detto precedentemente di aver già scritto un articolo su Elizabeth Strout: Il fondo del barile di ognuno di noi, il titolo. In realtà è la recensione di: Mi chiamo Lucy Barton e Tutto è possibile, gli ultimi due romanzi dell’autrice.
Mi piace, a volte, incuriosire il lettore scegliendo titoli che rivelano altro…
Cliccando QUI, potete leggerlo.










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Sono nato a Modena 53 anni fa, e abito a Formigine. Amo la mia famiglia; i miei due splendidi figli Francesco ed Eleonora; mia moglie Luisa. Le immagini del blog sono principalmente sue. Ho deciso di aprire questo blog per raccontare le mie passioni: libri, film, musica... Lo faccio principalmente per me stesso. Perché mentre mi racconto, verbalmente o per iscritto non cambia molto, mi torno ad emozionare. Come la prima volta. Spero che, nei miei articoli, questo sentimento si percepisca, che arrivi all'eventuale lettore. Dimenticavo due cose. Entrambe rilevanti. La prima: nella vita, chi mi conosce lo sa, da 31 anni faccio "piastrelle". Ogni anno una nuova sfida. Ma vivo la mia professione con passione. L'unico modo a mio parere, per non "impazzire". La seconda: ho un'altra grande passione. Sono tifoso del Modena Football Club 1912... Sì lo so, è una bella "sfiga"! Ma sono nato a Modena, amo la Ghirlandina e il vero amore mica puoi sceglierlo... P.S. Ho messo il nome della mia squadra del cuore per intero, perché oramai, del Modena calcio rimane solo la storia.

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