Canta, spirito, canta

Secondo volume della trilogia di Bois Sauvage, ed è un altro capolavoro. Di Jesmyn Ward. Segnatevi questo nome se vi piace leggere, è una scrittrice imperdibile. Non è un caso che è l’unica donna ad aver vinto per due volte il National Book Award. E proprio con i primi due romanzi di questa trilogia: Salvare le ossa, nel 2011, e Canta, spirito, canta, nel 2017. Così come non può essere un caso che, dopo aver già recensito il primo volume, sono ancora qui a parlare di lei. In attesa di leggere il terzo e ultimo romanzo. A proposito: se vi siete persi il primo e vi ispira di più il secondo vi dico subito che si possono leggere in qualsiasi ordine, perché a fare da filo conduttore è essenzialmente il Mississippi. Mentre i protagonisti sono diversi, così come è diversa la storia.

La differenza più grande?

Beh… per prima cosa voglio essere onesto: la lettura non è semplice. In entrambi i romanzi. Una scrittura originale e unica, e sorprendente e poetica, questo sì. Ma anche pesante. O almeno così li ho trovati io, in alcune pagine almeno. E se ve lo dice uno che ha letto cinque volte Cent’anni di solitudine

Se in Salvare le ossa ho fatto più fatica all’inizio ma è finito in crescendo, in Canta, spirito, canta è accaduto il contrario: l’inizio mi ha preso da subito ma la fine… la fine si è un po’ trascinata.
Non che non mi sia piaciuto, se così fosse non ve ne parlerei. Il fatto è che le ultime pagine le ho trovate troppo spirituali. Ecco l’ho detto. Io che di solito sono attratto da tutto ciò che è cuore, sentimento, anima.

Leggete cosa avevo detto nel primo volume:

Mi ha ricordato Al Dio sconosciuto di John Steinbeck, la stessa impotenza e piccolezza dell’uomo a cospetto della natura, lo stesso rispetto e amore. Ma se nel libro di Steinbeck c’è una simbiosi totale tra uomo e natura, che sfocia in un misticismo pagano, in “Salvare le ossa” i protagonisti hanno altre urgenze. Non sono interessati a Dio, non hanno pretese spirituali. Sono i neri d’America, gli ultimi, emarginati e senza un soldo. Combattere giorno dopo giorno per sopravvivere è il loro obiettivo; esaudire i loro desideri, a dispetto di un destino avverso e di una natura terribile e implacabile, è la loro speranza.

Salvare le ossa: che bello quando un titolo è così azzeccato, perfetto rivelatore. E del resto cosa potevano fare Esch e la sua famiglia conto l’uragano Katrina? Se non, appunto, salvare le ossa!

Poi. Esce, finalmente, il seguito delle trilogia e come si intitola?

Canta, spirito, canta. Quasi a volermi deridere. Io che, ve l’ho appena detto, avevo scritto: Non sono interessati a Dio, non hanno pretese spirituali…

Che assurda coincidenza ho pensato.

Dal risvolto di copertina:

Jojo ha tredici anni, e cerca di capire cosa vuol dire diventare un uomo. Vive con la madre Leonie, la sorellina Kayla e il nonno Pop, che si prende cura di loro e della nonna Mam, in fin di vita. Leonie è una presenza incostante nella vita della sua famiglia. È una donna in perenne conflitto con gli altri e con se stessa, vorrebbe essere una madre migliore ma non riesce a mettere i figli al di sopra dei suoi bisogni. Quando Michael, il padre di Jojo e Kayla, esce di prigione, Leonie parte con i figli per andarlo a prendere. E così Jojo deve staccarsi dai nonni, dalla loro presenza sicura e dai loro racconti, che parlano di una natura animata di spiriti e di un passato di sangue. E mentre Mam si spegne, gli spiriti attendono, aggrappati alla promessa di una pace che solo la famiglia riunita può dare.

E anche in questo caso, anche per questo romanzo l’autrice non poteva scegliere un titolo migliore.
Perché Canta, spirito, canta è davvero un romanzo magico e impregnato di spiritualità, dalla prima all’ultima pagina.

Un romanzo in cui i protagonisti parlano la lingua della natura:

Se ne andava in giro per Bois Sauvage, cantando e agitando il bastone. Camminava fiero e impettito come Pop, e aveva lo stesso naso. Ma a parte questo non aveva niente a che fare con Pop, sembrava Pop strizzato come uno straccio bagnato e messo ad asciugare senza stenderlo. Ecco com’era Stag, una volta avevo chiesto a Mam cosa c’era in lui che non andava, perché puzzava sempre di armadillo, e lei aveva aggrottato la fronte e aveva detto: “Ha una malattia nella testa, Jojo”. E poi: “Non chiedere niente a Pop”.
Non volevo farmi vedere da lui, perciò ero corso via dalla veranda verso il bosco. Era una consolazione ascoltare i maiali che grufolavano e le capre che strappavano l’erba e la mangiavano, vedere le galline che becchettavano e raspavano. Mi facevano sentire meno piccolo e solo. Mi ero accovacciato nell’erba a guardarli, ed era quasi come ascoltarli parlare tra loro, e con me. Ogni tanto, mentre lo guardavo, il maiale grasso con le macchie sul fianco che sembravano schizzi neri grugniva e agitava le orecchie, e io ero convinto che dicesse: “Vieni a raspare anche tu, bambino”. Quando le capre mi leccavano la mano e mi mordicchiavano le dita e belavano prendendomi a testate, io sentivo: “Il sale ha un sapore così forte, così buono… ancora!”  E quando il cavallo di Pop abbassava il muso e ancheggiando muoveva i fianchi lucenti come il fango rosso e umido del Mississippi, io capivo: “Potrei fare un balzo sopra la tua testa, bambino, e allora oh! Fuggirei via al galoppo e tu non vedresti altro, mai più. Potrei farti tremare”. Eppure capirli, sentire le loro voci, mi spaventa. Perché era proprio quello che faceva Stang: si fermava in mezzo alla strada, qualche volta, e conversava a lungo con Casper, il cane nero arruffato che viveva nei paraggi.
Ma era impossibile non sentire gli animali, perché quando li guardavo immediatamente li capivo, ed era come guardare una frase e capire le parole.

Trovano il grande amore:

Aveva visto oltre la mia pelle color caffè senza un goccio di latte, gli occhi neri, le labbra scure come prugne, e aveva visto me. Aveva visto la ferita aperta che ero, ed era venuto a medicarmi.

Un romanzo che affronta a muso duro il tema del razzismo: violenza e odio, stupri dei bianchi contro i neri:

«Al diavolo! Per metà sono suoi. E anche di quell’altro mezzo uomo di Riv. Tutto sangue marcio. Negri di merda!» […] «Papà, cazzo!» dice Michael.
Veloce come è crollato sulla poltrona, Big Joseph balza in piedi, viene verso di noi guardando solo Michael.
«Te l’avevo detto che qui non c’è posto per loro. Te l’avevo detto di non andare mai a letto con una puttana negra!».

Puttana negra che, per la cronaca, è la nuora di Big Joseph, è la madre dei suoi due unici nipoti che, essendo negri, si è sempre rifiutato di riconoscere.

Un romanzo unico e indimenticabile. Fino a tre quarti di libro ero entusiasta, poi gli ultimi due capitoli e sono stato lì per non recensirlo. È stata mia moglie Luisa ad insistere. “Spiega quello che ti è piaciuto e quello che non” il suo consiglio. È così che mi ha convinto. Perché anche se lo avrei preferito con meno spiriti rimane un libro bellissimo. Fine compresa.

Cosa è successo in questi due ultimi capitoli?

«Siamo così tanti» dice Richie. La voce è lenta come melassa. «Siamo così tanti» dice. «A sbagliare chiave. A stonare. Ad allontanarci. Dal canto». […]
«Sono in tanti che vagano piangendo. Perduti».
Le palpebre calano: un gatto sul punto di addormentarsi.
«Adesso capisci». Chiude gli occhi. Gracida come una rana. «Adesso capisci la vita. Adesso conosci. La morte».
Rimane in perfetto silenzio, ma continua a muoversi. Una lunga linea bruna, che si increspa come acqua. E poi vedo. Sale sull’albero come il serpente bianco. Si snoda su per il tronco, fino ai rami, dove si srotola completamente accanto a un altro che è già lì. E i rami ne sono pieni. Sono pieni di spettri, due o tre per ramo, fino in cima, fino alle foglie piumate. Ci sono donne e uomini e bambini e bambine. Alcuni sono poco più che neonati. Tutti accovacciati a guardarmi. Neri e marroni e il neonato più vicino, bianco fumo. Nessuno di loro rivela com’è morto, ma glielo vedo negli occhi, nei loro grandi occhi neri. Sono appollaiati come uccelli, ma hanno sembianze di uomini. Parlano con gli occhi…

E ho pensato: Ma tutti questi spettri non saranno troppi?
Non siamo già troppi anche così? Nell’aldiqua? Miliardi e miliardi di anime in pena. Miliardi e miliardi di occhi e di voci che implorano. Bisogni. Desideri. Paure.
Già così è durissima. Già così non si vede la fine.
Per come la vedo io è già dura così, la vita.

Jesmyn Ward ha scritto un capolavoro. Ci presenta un mondo in cui la vita è un tutt’uno con la morte. In cui non ci sono punti fermi. Divisioni. È una visione molto Zen. E chi mi conosce sa che io amo lo Zen.
Tuttavia io penso che l’aldilà può aspettare. Penso che gli spiriti possono aspettare. A quando saremo noi stessi spiriti.
Mi basta, per ora, stare bene con me stesso e con il mondo. Fare il massimo in questa di vita. Perché c’è tanto da fare. Perché anche di qua siamo in miliardi a stonare.

Avete presente il Miglio verde, il film con Tom Hanks. Anche in questo caso è troppo facile prendersela con il negro di turno: John Coffey, avete presente? Quell’enorme uomo di colore condannato per avere stuprato e assassinato due gemelline. È nel braccio della morte, pur essendo totalmente innocente, e sta per essere giustiziato. Anche lui ha dei poteri. Anche lui sente le voci. E proprio per queste voci è stanco. Stanco al punto di essere contento di morire. Pur di non sentire più tutte le sofferenze del mondo.

Perché il troppo stroppia. E sentire le voci può essere doloroso. Può diventare una condanna.

QUI potete vedere la scena del film di cui vi ho parlato. È particolarmente toccante.

Canta, spirito, canta

di Jesmyn Ward. Secondo volume della Trilogia di Bois Savage. Traduzione di Monica Pareschi. Enne Enne Editore, Milano 2019 [2017]
VOTO: 4/5

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Sono nato a Modena 53 anni fa, e abito a Formigine. Amo la mia famiglia; i miei due splendidi figli Francesco ed Eleonora; mia moglie Luisa. Le immagini del blog sono principalmente sue. Ho deciso di aprire questo blog per raccontare le mie passioni: libri, film, musica... Lo faccio principalmente per me stesso. Perché mentre mi racconto, verbalmente o per iscritto non cambia molto, mi torno ad emozionare. Come la prima volta. Spero che, nei miei articoli, questo sentimento si percepisca, che arrivi all'eventuale lettore. Dimenticavo due cose. Entrambe rilevanti. La prima: nella vita, chi mi conosce lo sa, da 31 anni faccio "piastrelle". Ogni anno una nuova sfida. Ma vivo la mia professione con passione. L'unico modo a mio parere, per non "impazzire". La seconda: ho un'altra grande passione. Sono tifoso del Modena Football Club 1912... Sì lo so, è una bella "sfiga"! Ma sono nato a Modena, amo la Ghirlandina e il vero amore mica puoi sceglierlo... P.S. Ho messo il nome della mia squadra del cuore per intero, perché oramai, del Modena calcio rimane solo la storia.

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Un pensiero riguardo “Canta, spirito, canta

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