Almarina

Non avevo mai letto nulla di Valeria Parrella. Anzi no: non avevo mai letto un libro fino in fondo, che è diverso. Mia moglie è una sua fedele lettrice, nonché ferrea sponsorizzatrice, e io, vuoi un libro che secondo me ti piace, vuoi un secondo libro che questo è stato bellissimo, mi ero buttato. Con un paio di libri e con i migliori presupposti. Una decina di pagine, forse venti, e poi: nèebia! E se ho desistito non è per la trama ma per la scrittura. La trovavo troppo… Troppo introspettiva, descrittiva, impegnativa. Il fatto è che io preferisco una lettura più diretta, e leggera, se capite cosa intendo. È per questo che mi piacciono tanto i dialoghi, i libri di Ammaniti, per fare un nome. Oppure semplicemente non era il momento giusto. Fino ad oggi. E non è che l’autrice ha cambiato il suo stile: è sempre lo stesso. Sono io che mi sono adeguato. E ne è valsa la pena. Perché Almarina è un romanzo bellissimo. Un piacere inatteso, da gustare lentamente. Ma poi, che cos’è questo bisogno di divorare ogni cosa e subito? Un pasto, un libro, una giornata. È la mia natura, la giustificazione che propino più spesso, ma lo so benissimo che così facendo non sempre mi do il tempo di capire, di ascoltare. E quello che è successo con quest’ultimo romanzo di Valeria Parella è già un miracolo: ho rallentato. Diciamo che ho tanato la mia stessa natura: correre, correre, correre… Perché poche, pochissime volte ho trovato un libro così intenso. Frasi e interi paragrafi che quasi ti disorientano dall’intensità con cui si susseguono, così pieni di significato che è un’impresa doverne scegliere un paio. Un paio soltanto di belle frasi, quando tutto il libro ne è pieno.

Ma cos’è successo? Perché proprio adesso? E proprio con questo libro?

Il caso, che è come sempre un componente essenziale, ci ha messo lo zampino. Ero in libreria, e tra le tante copertine è questa che mi ha sedotto: una donna con un vestito rosso che nuota a dorso creando cerchi concentrici in un immenso mare blu. È merito di questa immagine se ho preso in mano proprio il libro della Parrella. Ma è solo il primo passo.

Il secondo passo è già una sentenza, ed è un classico: la trama del risvolto di copertina. Mentre la leggo deve in qualche modo scattare qualcosa, mi deve sorprendere o incuriosirmi, come in questo caso:

Esiste un’isola nel Mediterraneo dove i ragazzi non scendono mai a mare. Ormeggiata come un vascello, Nisida è un carcere sull’acqua, ed è lì che Elisabetta Maiorano insegna matematica a un gruppo di giovani detenuti. Ha cinquant’anni, vive sola, e ogni giorno una guardia le apre il cancello chiudendo Napoli alle spalle: in quella piccola aula senza sbarre lei prova a imbastire il futuro. Ma in classe un giorno arriva Almarina, allora la luce cambia e illumina un nuovo orizzonte. Il labirinto inestricabile della burocrazia, i lutti inaspettati, le notti insonni, rivelano l’altra loro possibilità: essere un punto di partenza. Nella speranza che un giorno, quando questi ragazzi avranno scontato la loro pena, ci siano nuove pagine da riempire, bianche «come il bucato steso alle terrazze».

Infine, il terzo passo, l’ultimissimo esame: una pagina a caso che leggo prima di scegliere un libro

Sempre, ma non stavolta. Perché questa volta, mentre me lo rigiravo in mano, non ne ho sentito il bisogno: che chi sa quale parte avrei letto? E se non mi fosse piaciuta? Sfogliando il libro mi sono fermato prima: alla citazione sotto il titolo del libro che precede il prologo.
Ho un debole per le citazioni e questa in particolare mi ha conquistato:

E io ti darò notizie di una rosa che ho piantato
e di una lucertola che voglio educare (Antonio Gramsci, Lettere dal carcere)

Dettagli penserete voi. Certo… del resto cosa, se non i dettagli, fanno tutta la differenza del mondo? E poi, tanto per restare nelle citazioni, ecco cosa diceva Agatha Christie:

Un indizio è un indizio, due indizi sono una coincidenza, ma tre indizi fanno una prova.

Ed è così che mi sono portato a casa il libro.
Non che sia una garanzia di lettura: a voi è mai capitato di comprare libri che poi non leggete?
A me sì, ma non questa volta. Merito dei protagonisti della storia, che mi hanno intenerito e appassionato: Elisabetta e il suo bisogno d’amore, Almarina e la sua voglia di vita, nonostante il male  ricevuto. È questo il grande potere che ha la letteratura: ti immedesimi e ti emozioni. E allora fa niente se la scrittura non è scorrevole come vorresti, se è fin troppo introspettiva e ti tocca rileggere un paragrafo o un’intera pagina che non hai capito. Perché lo sai già che sarai ricompensato da capitoli e attimi indimenticabili.

Al funerale di Antonio era venuto con la moglie, avevano recitato una messa che ricordavo male, risposto a un prete che non riconoscevo, si erano messi in bocca una cosa che a me faceva venire in mente l’antica Farmacia degli Incurabili. Le mie cognate avevano confezionato, in sole ventiquattrore, una giornata che metteva tutti d’accordo, in cui persino il comandante e sua moglie avevano potuto rendermi omaggio; insomma avevano avuto ragione loro. Ma soprattutto era successa una cosa che custodivo solo io e per la quale, per la blasfemia che conteneva, mi sentivo ripagata della solerzia di quelle perpetue. Ogni volta in cui avevo alzato gli occhi sul comandante, lui mi stava guardando. Non il sacerdote, né la bara scura al centro della navata, né l’altare, né altro che me. Cosa pensasse lui non è importante, ma quello che successe in me è che ogni volta che incontravo il suo sguardo la pena nel cuore si alleviava, era un attimo, poi tornava tutta l’ineffabilità della morte. Quello sguardo significò «sono qui per te, manco lo conoscevo tuo marito», e poi «io ci sono, comunque». E poi «io porterò il ricordo di questo dolore dentro Nisida finché sarà necessario perché tu non ti senta sola».
Infine con il tempo, passato il giro dell’anno, quando mi era tornata la voglia di mangiare e di uscire per strada, una notte mi tornò pure la voglia di fare l’amore. E allora portai sotto le lenzuola quello sguardo. Il comandante così come è davvero, con la sua realtà, non c’entrava niente: fui io che trasferii uno sguardo di compassione nell’universo dell’erotismo, che presi il giorno e lo misi nella notte, con tutte le sue contraddizioni, i giochi di potere, i ruoli che conteneva e che mi spaventavano. Con tutto il carico di giudizio, anzi proprio con quel carico, da quello sguardo fisso su di me una notte ero tornata, da sola, a sentirmi viva.

. . . . . . . . . .

Io ho portato le mie due fedi al negozio che ce le aveva vendute. Al borgo orefici eravamo stati un sacco davanti al bancone a provare le misure, i modelli, a scegliere la grafica con cui segnare nomi e data. ANTONIO. ELISABETTA.
Dopo, ballammo. Nel soggiorno, con un valzer di Šostakóvič che lui aveva comprato in edicola e che metteva sempre quando gli toccava il turno di pulizie in casa. Infatti il cd era già lì, e Antonio mi invitò a ballare. Prendevo coscienza ballando, urtando il tavolo, appoggiandomi con la fronte alla sua spalla per non soffrire la vertigine, prendevo consapevolezza, passando attraverso la porta della cucina, che mio marito era un uomo bello, alto, con quelle spalle larghe che danno tanto sostanza, che la casa era piena, una malattia non ci avrebbe fatto paura, la noia sarebbe stata un accidente tollerabile. Era un valzer, il suo cuore era in maggiore, così non diedi ascolto al tema iniziale: non mi accorsi della morte che ci seguiva assorta mentre giravamo. Era il secondo valzer di Šostakóvič e io non posso più ascoltarlo.
Quando nove anni dopo sono tornata allo stesso bancone l’orefice non poteva ricordarsi di me, ma io era come se l’avessi salutato la mattina stessa. Gli ho teso la mano, e lui anche l’ha allungata credendo che volessi stringerla, invece ho allargato il pugno e gli ho travasato nel palmo il mio stupore e le due fedi. A pensarci ora capisco che il gesto aveva varie interpretazioni: stavo vendendo l’oro? Lo avevo portato a valutare?
E quindi deve essere stata la mia faccia.
Dev’essere stata la cenere della pira che ha imbiancato il bancone, perché lui mi ha detto:
– Condoglianze, – e io: – Grazie, –  e lui: – Ne vogliamo fare due begli orecchini? Vengono dei bei cerchietti importanti.
E io: – Sì.

Tutto questo è stato per me Almarina. E poi tante altre cose che non voglio svelarvi. Come l’Epilogo finale: bellissimo!

Almarina

di Valeria Parrella. Edizioni Einaudi, 2019.
Voto: 4/5

Come colonna sonora del libro ho scelto La Cura.

Tesserò i tuoi capelli come trame di un canto
Conosco le leggi del mondo, e te ne farò dono
Supererò le correnti gravitazionali
Lo spazio e la luce per non farti invecchiare
Ti salverò da ogni malinconia
Perché sei un essere speciale 
Ed io avrò cura di te
Io sì, che avrò cura di te

La Cura

di Franco Battiato. Uscito per la prima volta, come singolo, nel 1996. Testi di Franco Battiato e Manlio Sgalambro, musiche Franco Battiato.
Voto: 5/5

Cliccando QUI, potete vedere il video e sentire la canzone.

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Sono nato a Modena 53 anni fa, e abito a Formigine. Amo la mia famiglia; i miei due splendidi figli Francesco ed Eleonora; mia moglie Luisa. Le immagini del blog sono principalmente sue. Ho deciso di aprire questo blog per raccontare le mie passioni: libri, film, musica... Lo faccio principalmente per me stesso. Perché mentre mi racconto, verbalmente o per iscritto non cambia molto, mi torno ad emozionare. Come la prima volta. Spero che, nei miei articoli, questo sentimento si percepisca, che arrivi all'eventuale lettore. Dimenticavo due cose. Entrambe rilevanti. La prima: nella vita, chi mi conosce lo sa, da 31 anni faccio "piastrelle". Ogni anno una nuova sfida. Ma vivo la mia professione con passione. L'unico modo a mio parere, per non "impazzire". La seconda: ho un'altra grande passione. Sono tifoso del Modena Football Club 1912... Sì lo so, è una bella "sfiga"! Ma sono nato a Modena, amo la Ghirlandina e il vero amore mica puoi sceglierlo... P.S. Ho messo il nome della mia squadra del cuore per intero, perché oramai, del Modena calcio rimane solo la storia.

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