L’amore secondo Francesco Kundera e Milan Guccini

Leggo questi sette bellissimi racconti e penso a Francesco Guccini, strano accostamento penserete voi, ma Guccini c’entra quasi sempre, modificando, se non proprio gli equilibri, i miei pensieri.

Guccini che ha con Kundera almeno quattro similitudini:

  • una spiccata attenzione ai dettagli: dalle piccole cose del quotidiano ai cambiamenti storici, sociali e del costume;
  • la scrittura semplice ma allo stesso tempo profonda e poetica;
  • la stessa capacità di raccontare l’uomo e la sua condizione perennemente in bilico tra due estremi: presente o passato, leggerezza o pesantezza, dramma o commedia.
  • racconti, infine, che non sono solo semplici avvenimenti ma veri e propri mondi in cui tu, semplice spettatore, hai la fortuna di intrufolarti. La possibilità di immedesimarti. Il piacere di sognare. L’emozione nel ricordare. Il diritto di inventare.

È questo il dono dei grandi maestri. Ed è questo che fa Kundera con i libri e Guccini con le canzoni – certo Francesco ha scritto anche bei libri, ma se come scrittore è uno dei tanti come cantastorie è il maestrone: un grande poeta!

I racconti di Amori ridicoli sono stati scritti tra il 1959 e il 1968, e sono da considerare il battesimo letterario di Kundera, pur essendo stati pubblicati, in un unico volume, un anno dopo l’uscita del suo primo romanzo: Lo scherzo (1967)

Kundera ha detto una volta che aveva scritto Amori ridicoli «con maggior divertimento, con maggiore piacere» di tutti gli altri suoi libri, salvo II valzer degli addii. (dal risvolto di copertina)

Ma se il filo conduttore che unisce ognuna delle storie è il gioco, la conquista e l’avventura, i personaggi coinvolti sono continuamente in bilico tra la verità e l’inganno, l’amore spirituale e carnale, l’attimo presente e i ricordi.

I miei preferiti?

Tutti e sette sono belli. Tre li considero speciali:

  •  La mela d’oro dell’eterno desiderio:

Due amici si divertono a conquistare giovani ragazze. Mi ha ricordato l’estate in cui io e Sandro giravamo in motorino a caccia di ragazze, con pessimi risultati. Devo dire in nostra difesa che eravamo due adolescenti immaturi, e non esperti quarantenni;

  •   Che i vecchi morti cedano il posto ai giovani morti:

Un uomo e una donna si incontrano per caso quindici anni dopo.

Lui espresse la sua gioia per quel loro incontro inaspettato e, trovandosi entrambi d’accordo (e a piena ragione) sul fatto che i due caffè della città erano sporchi e troppo affollati, lui la invitò nel proprio monocamera non lontano da lì, dove ci sarebbero stati caffè e tè, e soprattutto pulizia e tranquillità. […]
Lei non avrebbe mai immaginato di apparirgli “come quella che gli era sfuggita”; rivedeva sempre la notte passata insieme, ricordava il suo aspetto di allora (aveva vent’anni, non sapeva vestirsi, arrossiva e la divertiva con quei suoi modi da adolescente), e ricordava anche se stessa (allora aveva quarant’anni e un certo desiderio di bellezza la spingeva tra le braccia di sconosciuti… […]
Il rimpianto si mescolò in lui alla rabbia e gli venne voglia di annegare nell’alcol il ritardo di quell’incontro; le chiese se non avesse voglia di un cognac (nell’armadietto al di là della tenda c’era la una bottiglia iniziata); lei gli rispose di no, e a lui tornò in mente che anche quindici anni prima lei non beveva, forse proprio perché non voleva che l’alcol togliesse ai suoi modi una misuratezza di buon gusto. E quando vide il gesto delicato della mano col quale rifiutava l’offerta del cognac, si rese conto che in lei quel fascino del buon gusto, l’incanto e la grazia che un tempo l’avevano rapito erano sempre gli stessi, anche se nascosti sotto la maschera dell’età, e sempre così seducenti anche se prigionieri dietro una robusta grata.

  •  Il dottor Havel vent’anni dopo:

Un anziano dottore sposato con una famosa e giovane attrice si reca alle terme per curarsi. In passato è stato un celebre playboy ma, pur sapendo che la bella moglie è tuttora innamorata, è depresso. Motivo? Le donne che incontra sono immuni al suo fascino, e questo per un dongiovanni che non aveva eguali in tutto il paese equivale a una sentenza di morte. Chiederà aiuto alla moglie, pregandola di venirlo a trovare: troppo forte la solitudine senza di lei. E tutto cambierà. Le donne che precedentemente lo avevano snobbato lo vedranno sotto un’altra luce, e Havel ritroverà la propria seduttività e il piacere della vita.

Havel, che aveva vissuto gli ultimi giorni in un’umiliante invisibilità, si beava felice dell’attenzione dei passanti e desiderava che i raggi di quell’interesse cadessero quanto più possibile anche su di lui; abbracciava perciò l’attrice alla vita, si chinava verso di lei, le sussurrava all’orecchio ogni sorta di dolcezza e di oscenità, e lei rispondeva stringendosi a lui e alzando sul suo viso gli occhi contenti. E Havel, sotto tutti quegli sguardi, sentì che stava riacquistando la visibilità perduta, sentì i propri lineamenti incerti ritornare chiari e marcati, sentì nuovamente la gioia orgogliosa che gli dava il proprio corpo, i propri passi, il proprio essere.

Desiderio dunque e incontro e nostalgia. E chi meglio di Guccini è capace di esprimere tutto questo in poco più di tre minuti?

E correndo mi incontrò lungo le scale, quasi nulla mi sembrò cambiato in lei,
La tristezza poi ci avvolse come miele per il tempo scivolato su noi due.
Il sole che calava già rosseggiava la città
Già nostra e ora straniera e incredibile e fredda:
Come un istante “deja vu”, l’ombra della gioventù, ci circondava la nebbia…
Auto ferme ci guardavano in silenzio, vecchi muri proponevan nuovi eroi,
Dieci anni da narrare l’uno all’ altro, ma le frasi rimanevan dentro in noi:
“cosa fai ora? Ti ricordi? Eran belli I nostri tempi,
Ti ho scritto è un anno, mi han detto che eri ancor via”.
E poi la cena a casa sua, la mia nuova cortesia, stoviglie color nostalgia… […]
E pensavo dondolato dal vagone “cara amica il tempo prende il tempo dà…
Noi corriamo sempre in una direzione, ma qual sia e che senso abbia chi lo sa…
Restano i sogni senza tempo, le impressioni di un momento,
Le luci nel buio di case intraviste da un treno:
Siamo qualcosa che non resta, frasi vuote nella testa e il cuore di simboli pieno… (da Incontro di Francesco Guccini)

Se ci pensate, in questi pochi versi c’è tutta la vita e le contraddizioni di noi umani.
Ma perché non siamo capaci di assaporare semplicemente l’attimo presente?
Incontriamo una cara amica che non vediamo da anni, potremmo goderci la giornata e invece a cosa pensiamo? A quindici anni prima (stoviglie color nostalgia… ). Non ha senso. E forse lo sbaglio è proprio questo: cercare di trovare un senso a questa vita, quando questa vita un senso non ne ha.
Ok, è chiaro che è ho scritto quest’ultima frase pensando al grande Vasco e alla sua bellissima Un senso. Ma cosa ci devo fare se la penso così anch’io, cosa ci devo fare se è la frase perfetta in questa situazione?

Amori ridicoli

di Milan Kundera. Adelphi Edizioni (Fabula 25), 1988 [1968]. Traduzione di Antonio Barbato.
Voto: 4/5

Tornando a Guccini, la canzone che mi passava per la testa mentre leggevo Amori ridicoli e che ho scelto come colonna sonora dell’articolo non è Incontro. Ho scelto una canzone meno conosciuta e devo dire in tutta onestà che dovendo fare una classifica delle canzoni più belle di Guccini non rientra nemmeno tra le mie prime venti. Ma è proprio Scirocco che ha sbaragliato tutte le altre. E se pensate che sia un caso siete fuori strada. Perché è bellissima e magica, come tante canzoni del maestrone, ed è perfetta per Amori ridicoli.
È perfetta perché è un tango: quale altro ballo è in grado di trasmettere così intensamente l’emozione, la seduzione, la gelosia, e infine la sensualità e la malinconia di una storia d’amore? Gli sguardi che si incontrano, le dita che si conoscono, le mani che scendono sui fianchi, le gambe che si intrecciano e le bocche che si sfiorano.
Ma non è solo questo. Se ho scelto proprio questa canzone non è per la relazione danza/sensualità, ci sono anche i testi. Ci sono soprattutto i testi, che se no ce ne sono tanti di bei tanghi, ma non con testi così precisi e poetici e sublimi come Scirocco.

Vi ho detto che i racconti di Amori ridicoli sono sette, ma ho letto su wikipedia che inizialmente erano otto:

Nell’edizione di Toronto del 1981 (Sixty-Eight Publishers), Kundera decise di togliere poi un ulteriore racconto, e sarà questa d’ora in avanti la versione canonica e autorizzata del testo.

Se è così, Kundera avrà avuto le sue buone ragioni per togliere quel racconto.
Tuttavia mi dispiace. Quanto vorrei avere la versione integrale?
E allora, dal momento che quel racconto è introvabile – ho provato a fare una ricerca in rete ma niente…  – ho pensato che me lo scelgo da solo l’ottavo.
Non vi preoccupate non è farina del mio sacco, ma è proprio il bellissimo tango di Francesco.
Nella speranza che Milan Kundera e Francesco Guccini si prestino al gioco.

Ricordi le strade erano piene di quel lucido scirocco
che trasforma la realtà abusata e la rende irreale,
sembravano alzarsi le torri in un largo gesto barocco
e in via dei Giudei volavan velieri come in un porto canale.
Tu dietro al vetro di un bar impersonale,
seduto a un tavolo da poeta francese,
con la tua solita faccia aperta ai dubbi
e un po’ di rosso routine dentro al bicchiere:
pensai di entrare per stare assieme a bere
e a chiaccherare di nubi…

Ma lei arrivò affrettata danzando nella rosa
di un abito di percalle che le fasciava i fianchi
e cominciò a parlare ed ordinò qualcosa,
mentre nel cielo rinnovato correvano le nubi a branchi
e le lacrime si aggiunsero al latte di quel tè
e le mani disegnavano sogni e certezze,
ma io sapevo come ti sentivi schiacciato
fra lei e quell’ altra che non sapevi lasciare,
tra i tuoi due figli e l’ una e l’ altra morale
come sembravi inchiodato…

Lei si alzò con un gesto finale,
poi andò via senza voltarsi indietro
mentre quel vento la riempiva
di ricordi impossibili,
di confusione e immagini.

Lui restò come chi non sa proprio cosa fare
cercando ancora chissà quale soluzione,
ma è meglio poi un giorno solo da ricordare
che ricadere in una nuova realtà sempre identica…

Ora non so davvero dove lei sia finita,
se ha partorito un figlio o come inventa le sere,
lui abita da solo e divide la vita
tra il lavoro, versi inutili e la routine d’ un bicchiere:
soffiasse davvero quel vento di scirocco
e arrivasse ogni giorno per spingerci a guardare
dietro alla faccia abusata delle cose,
nei labirinti oscuri della case,
dietro allo specchio segreto d’ ogni viso,
dentro di noi…

Scirocco

di Francesco Guccini. Inciso per la prima volta nell’Album Signora Bovary (1987). Scirocco che vince, sempre nel 1987, il Premio Tenco.
Voto: 5/5

Cliccando QUI potete sentirla.

La consiglio soprattutto a chi pensa che le musiche di Guccini non siano alla stessa altezza dei suoi testi. Poche, pochissime volte ho sentito una melodia così in sintonia con il testo, e così struggente.

 

 

 

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Sono nato a Modena 53 anni fa, e abito a Formigine. Amo la mia famiglia; i miei due splendidi figli Francesco ed Eleonora; mia moglie Luisa. Le immagini del blog sono principalmente sue. Ho deciso di aprire questo blog per raccontare le mie passioni: libri, film, musica... Lo faccio principalmente per me stesso. Perché mentre mi racconto, verbalmente o per iscritto non cambia molto, mi torno ad emozionare. Come la prima volta. Spero che, nei miei articoli, questo sentimento si percepisca, che arrivi all'eventuale lettore. Dimenticavo due cose. Entrambe rilevanti. La prima: nella vita, chi mi conosce lo sa, da 31 anni faccio "piastrelle". Ogni anno una nuova sfida. Ma vivo la mia professione con passione. L'unico modo a mio parere, per non "impazzire". La seconda: ho un'altra grande passione. Sono tifoso del Modena Football Club 1912... Sì lo so, è una bella "sfiga"! Ma sono nato a Modena, amo la Ghirlandina e il vero amore mica puoi sceglierlo... P.S. Ho messo il nome della mia squadra del cuore per intero, perché oramai, del Modena calcio rimane solo la storia.

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