occhi negli occhi

Lei arrivò sullo stand appena in tempo. A minuti la fiera avrebbe chiuso e per i pochi presenti la sua apparizione fu un dono inatteso. Dopo una giornata in fiera avevano esaurito le parole, la pazienza. I più fortunati si erano seduti sui divanetti e questo era già una conquista. Il boss voleva che rimanessero sempre liberi per i clienti, ma di clienti a quest’ora nemmeno l’ombra, ed era divertente, non appena il boss se ne andava, accaparrarsi un posto: un dispetto, un ammutinamento, un sottile piacere.
La videro da lontano: alta, bionda, bella, che trainava una grande valigia e si avvicinava, si avvicinava.
A si alzò, la baciò nello stupore generale. «Finalmente! Com’è andato il viaggio?» poi, senza attendere risposta «cinque minuti ancora e non ci avresti trovato. C’è il pullman che ci aspetta fuori, andiamo?».
Lei sorrise, era stanca, indispettita, sollevata di non aver perso il pullman. Sei simpatico come una merda, come al solito, pensò. Non mi hai neanche lasciata parlare.

Una ventina di persone e una bellissima donna al loro fianco s’incamminarono verso l’uscita.
Lui la guardò di nascosto, un attimo prima stanco e nervoso. Arrabbiato per aver litigato con la sua compagna al telefono e ora ringalluzzito.
Fu G a prendere l’iniziativa, che l’aiutò con la valigia.
G era un collega di lavoro, un buon compagno di viaggio per Lui. Se non fosse che dormivano nella stessa camera e Lui non chiudeva occhio, dal momento che non appena G si sdraiava si addormentava come un sasso facendo partire la sinfonia in G maggiore. Un tripudio di suoni: dal fischio d’un treno al grugnito di un maiale, dal gorgoglio della moka al sibilo di un serpente.
Lavoravano per una multinazionale e ogni anno tornavano nel paese della grande casa madre: una bella penisola balneare. Sole, caldo, cibo buono. Gente accogliente. La trasferta in sé era piacevole, ma era la sistemazione il grande tema di dibattito, di diatriba. Perché la direzione si ostinasse a farli alloggiare nella piccola cittadina dove sorge la fabbrica e non nella più grande e viva metropoli dove si svolge la fiera rimaneva un mistero; che senso aveva sorbirsi tutti i giorni un viaggio di due ore? Lo scopo del viaggio era la fiera, la fabbrica non la vedevano nemmeno.
Quando il pullman si fermò in tre scesero: Lei, Lui e G.
Gli Dei? Cupido? La sorte?
Impacciati si girarono a salutare i colleghi che sarebbero scesi più avanti, nel piazzale della fabbrica. Li avevano già salutati, ma quel gesto istintivo della mano gli avrebbe permesso di guadagnare secondi importanti, allontanare il disagio.
Fu di nuovo G a parlare, che le propose di cenare insieme. «Una doccia e ci troviamo giù tra un’oretta, ok?»
«Siete sicuri che non disturbo?» domandò la ragazza, «potrei mangiare qualcosa al bar dell’Hotel…»
«Non se ne parla nemmeno», s’intromise Lui. Furono le prime parole che le disse. «È tutta la settimana che io e G stiamo insieme e non ci sopportiamo più, e poi così potremmo conoscerci meglio».

Il ristorante era a poche centinaia di metri e la piacevole passeggiata – la primavera era scoppiata in anticipo, il clima perfetto – servì a rilassarli. Le consuete domande di circostanza servirono a rompere il ghiaccio: «Che mansione hai all’interno del gruppo? È la prima volta che vieni in fiera? Hai visitato il nostro paese? E bla bla bla…».
La solita educata cena tra colleghi di lavoro?
In effetti nulla faceva presagire un cambio di programma, ma fu proprio ciò che successe e quella cena da scontata si rivelò indimenticabile. Se state immaginando una notte sfrenata di sesso siete fuori strada.
Si divertirono.
Tutto qui?
Sì, ma da sbellicarsi dalle risate, come bambini. E in effetti la leggerezza di quella sera aveva la consistenza di certi ricordi d’infanzia.
Un indizio è un indizio, due indizi sono una coincidenza, ma tre indizi fanno una prova, sosteneva Agatha Christie, ma per quei tre ragazzi c’era un’aggravante: questi indizi dovevano valere per tutti e tre. Altrimenti quella serata sarebbe stata semplicemente bella, non magica.
Quali sono questi tre indizi?
La vita che stava andando a pezzi.
La stessa voglia matta di divertirsi.
E infine si trovarono. E non è una cosa scontata. Si dice che un vero rapporto funziona solo se è reciproco. Se entrambi provano la stessa gioia, lo stesso piacere nello stare insieme. Entrambe le persone, dunque. Due. Ma quella fu una serata a tre. E fu proprio questo triangolo a fare la differenza, a funzionare. Li liberò da ogni inibizione.
Di cosa parlarono?
Lui e G parlarono certo e a ruota libera, canzonandosi a vicenda. E tra battute e doppi sensi sembravano attori che sul palco di un teatro si contendono la loro amata: brillanti, radiosi, contagiosi. Ma non è quello che dissero che fece la differenza. È il modo in cui lo dissero. È come si sentivano che fece la differenza.
Tre nuovi amici, dunque. Ma da certi sguardi era evidente che per Lei e Lui era diverso. Troppo forte la loro curiosità, il loro desiderio. Era evidente anche per G che quei due si stavano corteggiando.
Ma non è sempre così?
Pensateci: Sono gli occhi la cartina al tornasole che smaschera gli innamorati. Perché si può guardare una sola persona negli occhi alla volta, e ti potrai trovare in mezzo a folle oceaniche ma è il tuo amore – se è presente – che guarderai per primo.
È matematico!

Quella notte Lei pensò che non si era mai divertita tanto. In tutta la vita. Mai! Da sempre rigida e trattenuta si era finalmente lasciata andare. E che bella sensazione di libertà e di pace.
Sposata da due anni sentiva che il suo matrimonio era al capolinea. Tra un viaggio e l’altro, amici e interessi che non sempre combaciavano non vedeva quasi più il marito, le poche volte litigavano. Ultimamente aveva un pensiero fisso, un tormento che la perseguitava, una paura che era oramai una rassegnazione. Non ne aveva parlato con nessuno. Nemmeno con il marito, dopo l’ultima litigata a cosa sarebbe servito?
Tanto si sa già come va a finire, rimuginò gli stessi soliti pensieri. Io che ho da sempre un ciclo regolare… e poi lo so benissimo che non gliene frega niente. E se anche fosse io con lui non ci voglio più restare, bugiardo com’è. Egoista, ipocrita, stronzo.
Lei continuò a girarsi e a rigirarsi nel letto, sfinita ma troppo ansiosa per addormentarsi. Devo pensare a qualcos’altro, pensare a qualcos’altro, qualcos’altro…
E in effetti qualcosa di bello da pensare ce l’aveva. Rivide gli occhi scuri di Lui. Due pozzi neri. Non era bello, non come il marito almeno, ma simpatico quello sì, e brillante, arguto, decisamente fuori dagli schemi. Non se ne capacitava ma ne era irrimediabilmente attratta. Da sempre appassionata di fotografia avrebbe voluto immortalare quell’immagine per sempre: gli occhi di Lui nei suoi, e riguardare quel momento ogni volta che era triste e sola. C’era qualcosa in quegli occhi, come un urlo, una richiesta d’aiuto. Terrore e demoni e AMORE… ah, se solo avesse potuto guardare quella foto e capire. Pochi minuti dopo dormiva come una bambina.

Quella notte Lui pensò a Lei. Che strane sensazioni aveva provato. Con la compagna era in crisi perenne, alternando momenti bellissimi a momenti da non augurare al peggiore nemico. Il classico rapporto di odio e amore, da dare in pasto ai migliori psicologi. Sapeva che non sarebbe durata. Ma la scuffia non gli era ancora passata.
Cos’è che cercava?
Difficile da dire. Sicuramente desiderava un po’ di tranquillità. Ma non era un ragazzo comune. Ogni cosa al massimo – un pasto, un libro, una storia -, ogni cosa bruciata ad una velocità impressionante, la tranquillità davvero non l’avrebbe mai trovata. E poi i continui e opposti sbalzi d’umore. In un gruppo, così come nella vita non aveva mezze misure. O era ai margini e muto come un pesce – e ne soffriva ma non faceva niente per rimediare -, oppure era il trascinatore della serata e non ce n’era per nessuno. Un bel grattacapo.
Ma quella sera era successo qualcosa di strano, di nuovo. Era completamente a suo agio eppure non aveva esagerato come le altre volte, quando non si faceva scrupoli a prendere in giro il malcapitato di turno, per il gusto di primeggiare e divertirsi. La mattina dopo se ne pentiva sempre, si rendeva conto di avere esagerato e il dispiacere era sincero, ma ogni sera ricominciava lo stesso copione.
Questa volta no! Lei era bellissima e i vestiti che indossava risaltavano un corpo da mozzafiato. E la desiderava, eccome se la desiderava, ma invece di bramare la solita avventura se ne stava sdraiato in estasi a perdersi di nuovo nei suoi occhi. Fu con questa immagine che si addormentò. Senza accorgersi che G russava come sempre e più forte di sempre.

La mattina dopo sul pullman si parlava esclusivamente dell’imminente cena, come tutti gli anni sarebbe stato un evento. Più di duecento persone partecipavano e da tutti e cinque i continenti.
Lei era delusa: durante quell’infinita giornata di attesa, lui, l’aveva appena salutata, e pensò che la magia della sera era illusoria, certi sguardi sopravvalutati.
Lui era arrabbiato. Con quel vestito scollato, i capelli sciolti che le arrivavano sui fianchi, le gambe lunghissime, lei, attirava sguardi ovunque. Più d’un moscone le girava intorno.
Se si aspetta che le scodinzoli attorno come un cagnolino si sbaglia di grosso. È proprio vero che tutte le donne sono uguali, che vivono per essere corteggiate. Ma se va bene a lei va bene anche a me!
Ma nella realtà non andava bene affatto. Era geloso come mai prima di allora. Non poteva immaginare che Lei era indispettita quanto lui. Era troppo stizzito per capire che di fatto non faceva niente per provocare gli uomini, se non essere gentile.
G era uno dei tanti mosconi. La ragazza gli era riconoscente. Tra i tanti era il solo che le alleviava la tensione, le ricordava la bellissima serata, le ricordava Lui.
G era sorpreso. Possibile che mi sia sbagliato, eppure… Non appena vide l’amico lo sfidò «ieri sera ho perso il primo round ma oggi sono in vantaggio io: ah ah ah… ho appena avuto un tet a tet con lei».
«Tranquillo, ti lascio il campo libero» rispose contrariato Lui. «Se devo mettermi in fila esco subito dal gioco».
«Cosa vuoi dire? Ha molta gente intorno proprio perché è una strafiga» disse G, «e poi è timidissima e tutte quelle attenzioni le danno fastidio. Pensa che a un certo punto stavo andando via ma mi ha trattenuto. Mi voleva lì con lei… sai, dice che siamo amici, e che non si è mai divertita tanto come ieri sera».
Certo che mi sono accorto che avete parlato e che vi stavate divertendo. Vorrà dire che ancora una volta mi sono sbagliato. «Se ci sta provaci!».
«Sì sì si… certo che ci provo» riprese G. «Ma sei sicuro che non ti dispiace? Ieri sera mi sembravate così affiatati!».
«Ieri sera, ieri sera… ti ho detto che non mi interessa» rispose Lui.
«Ok, allora questa sera mi butto. E questa volta non mi limiterò a portarle solo la valigia, ah ah ah…».
Quella sera il pullman arrivò con un’ora di ritardo.
Lui era in uno dei suoi momenti no, in disparte e chiuso come un riccio. Vedendola circondata da uomini – G che spintonava – la rabbia crebbe. Poveri deficienti, ma non vi accorgete di essere ridicoli? E poi ci mancava solo questo guasto meccanico? Ma figurati… è un incubo!
In realtà era proprio lui a essere ridicolo, ad avere buttato un’intera giornata. Giornata che avrebbe rimpianto.
Ci fu un cambio di programma. Non c’era il tempo per passare dall’hotel. Sarebbero andati direttamente al ristorante, con i vestisti sgualciti, il sudore sulla pelle.
Poi, come spesso accade, in un attimo cambiò tutto: la rabbia di Lui dissolta, i dubbi di Lei svaniti.
Fu la donna a fare il prima passo, come sempre. Arrivati al ristorante aspettò di vederlo sfilare dal pullman e poi gli si scaraventò letteralmente addosso. Bastò quel gesto palesemente cercato per ritrovarsi.
La cena fu una dolce attesa. Dopo, ci sarebbe stata la musica, i balli, la vita.

Sabato mattina il solito pullman li attendeva: una scappata veloce in fiera e poi, a metà pomeriggio, l’aereo li avrebbe riportati a casa.
Quando Lui salì sul pullman le passò accanto.
«Ciao» disse Lei sorridendo. «Siediti qui. Ti ho tenuto il posto».
«Certo» rispose Lui accomodandosi.
«Perché non ti sei seduto con me a colazione?»
«Ho pensato fosse meglio così…» che stupido sono stato. «Sai, ci hanno visto uscire insieme dalla discoteca e…»
«Non ci sarebbe stato niente di male» replicò Lei. «Una semplice colazione tra colleghi…» che sciocchi che sono gli uomini. «Ero sola e sarebbe stato un gesto galante».
«E poi guarda, anche adesso ci fissano. Parlano sicuramente di noi, ma che ci importa!».
«Hai ragione, sono proprio stupido», le disse. «Come ieri in fiera, eh?»
«Ti ho odiato. Se avessi potuto ti avrei picchiato».
Poi successe una cosa straordinaria. Di una grazia e di una poesia che trascende i comuni gesti, i soliti incontri, le scontate avventure.
Lei si sfilò il giaccone – alla mattina faceva freddo – e se lo sdraiò sopra a mo’ di coperta, così che li coprisse entrambi. E poi si avvicinò il più possibile a lui: i corpi liberi di sfiorarsi, la sua mano libera di cercare e poi prendere e poi accarezzare la mano di Lui.
Non stavano facendo nulla di male. Avevano freddo, si scaldavano semplicemente col giaccone. Eppure pur non vedendo le due mani era evidente a tutti che c’era dell’altro.
Per un’ora rimasero immobili e se avessero potuto sarebbero stati lì per sempre. Infine il pullman arrivò a destinazione e scesero insieme agli altri. Quelle poche ore le avrebbero passate insieme.
Quando si lasciarono si abbracciarono:
«Pensami» disse Lui.
«Sognami» disse Lei.
Senza usare la voce, poiché si sa:

L’amore ha parole mute, più trasparenti del fiume (L’isola sotto il mare di Isabel Allende).

E così fecero, quella prima notte e in tutte le altre in cui si sentirono terribilmente soli.
Un nastro da riavvolgere infinite volte:

Incontro passeggiata ristorante, parole gesti risate e occhi negli occhi, il primo litigio, festa balli abbracci, discoteca corpi inzuppati di sudore felicità margarita, la fuga a piedi mano nella mano per la città, luna stelle e il primo bacio, l’hotel che non si trova e poi eccolo lì e di nuovo risate, fammi salire da te è meglio di no, ascensore e quell’ultimo bacio infinito, e poi lui steso sul letto e lei che si è pentita e lo vorrebbe con sé,  squilla il telefono e lui che vola da lei, mani sotto la camicia sulla pelle sul seno e come sei bella, no non me la sento e va bene lo stesso, e poi colazione giaccone che avvolge corpi mani e occhi negli occhi…
… e sempre e per sempre questo dolce dolore…

Del verde di Calcutta è la colonna sonora che ho scelto per questo mio breve racconto.

Preferirei che non esistesse al mondo
Nemmeno la città più bella che io abbia visto
Preferirei perderti nel bosco
Che per un posto fisso
Preferirei una spiaggia di Sardegna
Preferirei scaldarmi con la legna
Ti presterò i miei soldi per venirmi a trovare
Ti presterò dei soldi per venirmi a trovare
Ci vorrebbe una notte, una notte, una notte
Soltanto per viaggiare
Una notte, una notte, una notte
Per ricominciare

QUI, la potete ascoltare, nell’interpretazione di Silvia Cesana – in arte Sissi – presentata a X Factor 2019.

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Sono nato a Modena nel 1964 e vivo in un paese che è parte dell’Unione dei Comuni del Distretto Ceramico. Da 35 anni faccio piastrelle. Crescere, crescere, crescere: non esistono altri obbiettivi. Mi occupo di ricerca. Ogni anno è una sfida. Sposato con due figli, da quattro anni scrivo su questo blog. Ma fin dal primo articolo ho capito che recensire un libro, un film o una canzone non è che un pretesto per parlare di me. Il vero scopo è raccontarmi: pensieri, passioni, desideri. Ricordi. Il vero scopo è fermare il tempo. Trattenere il più possibile istanti di felicità.

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