Napule è mille culure

Ottobre sinonimo di vacanze. Per me e mia moglie, almeno, e da una ventina d’anni a questa parte. Perché ottobre? Semplicissimo: fino a quando non finisce il Cersaie (trentatrédifilaevviva!) sono cazzi.

Quest’anno: Napule è mille culure.
Ciò che rimane – in ogni vacanza – sono poi un paio (facciamo tre, dai!) d’immagini e sapori:

Ciò che rimane è una frase letta in una profumeria:

La bellezza appartiene agli occhi che sanno guardarla.
Antonio Cuomo

Ciò che rimane sono un paio di libri che ho comprato e divorato durante la vacanza.

Il primo nel quartiere delle librerie d’antiquariato (Port’Alba, via San Biagio dei librai).
Curiose le circostanze: dopo che io e Luisa siamo entrati e usciti nelle prime due librerie, curiosando senza intoppi ma senza comprare, entriamo in una terza e…
«Buongiorno come posso esservi utile?».
«Possiamo dare un’occhiata?».
«Certo che sì, per un giro sono cinquanta euro».
«Beh… direi che è a buon mercato. Ma vale per tutte le sale o per ogni sala bisogna elargire?».
«No tranquilli, per questa volta faccio un’eccezione: la mia libreria è anche la vostra».
Ed è così che tra una battuta e l’altra, da buon napoletano, aveva fatto breccia. Come quando ti vogliono vendere un portafortuna o cornetto o vattelappesca, avete presente? Hai voglia dirgli che non lo vuoi, ti basta una piccolissima indecisione – tergiversare, guardarlo negli occhi, rallentare – e sei fatto! Quello ti allunga la mano e ti ritrovi a stringergliela che nemmeno te ne accorgi, con un cornetto in più in mano e un bruciore nel di dietro. Il libraio dicevo, i tempi giusti, ci lascia soli per un paio di sale e poi torna all’attacco.
«Lei, signora, cosa le piace leggere?».
«Romanzi».
«Le consiglio Follia, di Patrick McGrath».
«Lo abbiamo già letto, così come la stramaggioranza dei suoi libri», rispondo io sorridendo.
Ci pensa un attimo e poi ne indica un altro. «Le correzioni di Jonathan Franzen?».
«Già letto, e mi è piaciuto un sacco», risponde Luisa.
E fa fiasco per la seconda volta. Ma alla terza e probabilmente ultima possibilità fa Bingo, passandole in mano un romanzo di un’autrice ungherese: La Porta di Magda Szabò. «È la storia conflittuale tra due donne all’apparenza diversissime: una scrittrice e la sua domestica. È un bellissimo romanzo».
Poi, dopo aver conquistato mia moglie, non ancora pago, mi domanda: «E lei? Quali autore preferisce? Qual è l’ultimo libro che ha letto?».
«Io… – vorrei rispondere che preferisco essere lasciato in pace e perdermi tra gli scaffali in santa pace, vorrei poter scegliere liberamente e al limite anche sbagliare, ma finisce che rispondo come se fossi ancora a scuola, davanti al professore di lettere – io leggo di tutto, ma ultimamente preferisco i contemporanei, con una scrittura semplice, diretta. Non che non mi piacciano i libri impegnati: ho più volte letto Cent’anni di solitudine e Delitto e castigo e… «L’ultimo libro che ha letto? Mi interrompe il librario.
«Persone normali, di Sally Rooney».
Riflette una ventina di secondi, si guarda un po’ attorno, si allontana, e poi torna con Voglio guardare di Diego De Silva: «È uno scrittore di Napoli, lo conosce?».
«No. Ad essere sincero di autori napoletani ho letto solo Erri De Luca».
«Parla di un avvocato maturo e di una ragazzina minorenne, il loro incontro, le loro turbe, segreti. Io non ho amato tutti i suoi libri. Ma questo è diverso, originale, indimenticabile. Legga la trama: sono convinto che le piacerà.

Celeste ha sedici anni, un corpo come molti e un segreto tutto suo. Ogni tanto, spinta da non si sa quale bisogno, scende sulla litoranea e aspetta. Quando una macchina si ferma, lei sale.
Davide Heller è un avvocato penalista di successo. Vive solo in un grande appartamento, è un uomo giovane, bello, taciturno. Anche lui ha un segreto da sempre.
Il loro incontro è come una bomba guasta che non esplode mai.
Una mattina Davide Heller esce di casa in tenuta da jogging, con un grosso zaino sulle spalle: dentro, il cadavere di una bambina. Celeste lo segue per non mollarlo più.
Di cosa è fatto l’interesse che porta Celeste a frequentare la casa di un assassino senz’altro scopo apparente che non sia quello di conoscerla, scoprirla, camminare per le sue stanze quasi visitasse il male che l’uomo ha dentro? E perché Heller permette a un’estranea che non lo denuncia, non lo ricatta, non vuole nulla, di occupare un posto nella sua vita? Che cosa spinge due esistenze doppie, ordinarie e malate, a instaurare un incomprensibile legame che le induce a cercarsi, aggredirsi e difendersi senza ragioni?

Se l’ultimo libro che avevo letto – Persone normali – parlava di due adolescenti che di normale avevano ben poco, questa storia sembrava spingersi ben più in là. Eppure mi aveva preso e non ho potuto esimermi.
È un bel libro, niente da eccepire. I dialoghi sono crudi e senza fronzoli, come piacciono a me. La storia stessa mi ha conquistato fin da subito, da berlo tutto d’un fiato, come un sorso d’acqua fresca, come una medicina. De Silva racconta senza interferire, senza condannare o giustificare, esponendo semplicemente i fatti, il caos che i due protagonisti hanno dentro. Mi piace come scrive, il libero arbitrio che lascia al lettore. Eppure, non lo consiglio. È un libro che mi ha lasciato sensazioni strane. Mi ha fatto sentire sbagliato, per averlo amato, in colpa, da quanto è poetico. Ma cos’è questo sottile piacere che ci assale per l’osceno? Perché sentirsi tanto attratti da due psicopatici? Ma tant’è: non si prova lo stesso appagamento quando ti prendi certe malattie? Che dovresti ripugnare e invece ti fanno compagnia. Quel senso di liberazione intrinseco nell’autocommiserarsi. Dover trovare il più futile dei pretesti per litigare, pur di sfogarsi con il malcapitato di turno. Il piacere perverso che si prova nel torturare e torturare una crosta fino a farla sanguinare. Odiare in maniera viscerale e l’attimo dopo amare in maniera totale, come fosse una questione di sopravvivenza.

A volte l’uomo è straordinariamente, appassionatamente innamorato della sofferenza
Fëdor Michajlovič Dostoevskij

Voglio guardare

di Diego De Silva. Giulio Einaudi editore, 2002
Voto: 4/5

Il secondo libro che ho letto – no! non è il libro consigliato a mia moglie, magari aspetto che lo legga prima lei, che mi dica com’è… – l’ho scelto il giorno dopo. In una grande libreria di catena. Senza interferenze, stavolta, da prendermi tutto il tempo che mi serviva. Avevo già adocchiato un paio di libri interessanti, quando l’ho visto: Miss Islanda. E non ho avuto dubbi.

Nell’Islanda degli anni Sessanta una donna dovrebbe solo gestire la casa e occuparsi dei figli. O, al massimo, ambire al titolo di Miss Islanda. E questo vale anche per Hekla, la splendida ragazza che è appena arrivata a Reykjavík da un angolo remoto dell’isola. In tanti le suggeriscono di partecipare al prestigioso concorso di bellezza, ma i suoi sogni non prevedono fornelli, pannolini o coroncine: Hekla vuole diventare una scrittrice. Non basteranno un buon impiego, un gatto o l’amore di un poeta a farle cambiare idea. Perché Hekla, che porta il nome di un vulcano, ha un cuore inquieto e in sé la forza di un fiume di lava incandescente.

Non ho avuto dubbi perché dopo aver letto Hotel Silence, Auður Ava Ólafsdóttir, è l’autrice islandese – e più in generale di tutto il Nord Europa – che preferisco. La sua scrittura è poesia, le sue storie sono magiche. È islandese, mi ripeto, un altro mondo, e forse è proprio per questo che mi piace tanto. In questo suo ultimo romanzo – ve lo consiglio – la protagonista porta il nome di un vulcano. Hekla è solo una bambina quando suo padre la conduce alle pendici del vulcano di cui porta il nome. È un’eruzione spettacolare che interrompe un secolo di quiete, quella del 1947. Un evento eccezionale per l’Islanda, ma anche per Hekla, che da allora ha negli occhi la meraviglia di chi ha scoperto il mondo e guarda sempre in alto, sperando di scorgere altri cieli.
Il suo desiderio è scrivere libri, ma in una società maschilista in cui i poeti sono maschi e le donne si sposano e fanno figli, il talento non basta.

– È la figlia di suo padre, – dice tuo padre. Poi aggiunge, e io lo sento chiaramente:
Benvenuta, Hekla mia.
Aveva deciso il nome senza consultarmi.
Non il vulcano, non la porta dell’inferno, – dico io dal letto.
– Da qualche parte sulla terra ci dovranno pur essere, quelle porte, – sento dire dal veterinario.
Poi i due uomini chini sulla tinozza si erano trincerati schiena contro schiena sfruttando a loro vantaggio il fatto che io ero senza difese, ero una ferita aperta.
Non lo sapevo, quando mi sono sposata, che tuo padre avesse i vulcani nel cervello, sprofondava fra i libri che presentavano descrizioni di vulcani, era in corrispondenza con tre geologi, sognava di eruzioni, viveva nella speranza di scorgere colonne di fumo nel cielo e di sentir tremare il terreno sotto i piedi.
– Vuoi forse, che la terra si apra ai margini del prato? – domandavo. – Che si spacchi in due come una donna quando partorisce?
Io odiavo la lava. Tutto intorno al prato della fattoria c’era lava vecchia di mille anni su cui bisognava inerpicarsi, per arrivare dall’altra parte e poter raccogliere i mirtilli, non si poteva conficcare un forcone nell’orto delle patate senza urtare contro la roccia. […] Quattro anni e mezzo dopo che tu sei nata, Hekla aveva eruttato interrompendo centodue anni di quiete. […] Ti aveva messo su un cuscino e ti aveva piazzata sul sedile davanti della jeep, in modo che potessi vedere fuori, e io rimanevo sola con tuo fratello Orn e la fattoria sulle spalle. Quando era tornato con le suole degli stivali fuse avevo capito che si era avvicinato troppo. […]
In estate era arrivata la cenere e all’Ovest, in Dalir, aveva distrutto i campi. Gli animali venivano trovati morti negli avvallamenti dove si erano formate polle di gas: volpi, uccelli e pecore. Allora tuo padre aveva finalmente smesso di parlare di eruzioni ed era ritornato ai lavori agricoli.
Invece tu eri cambiata. Eri stata in viaggio. Parlavi in modo diverso. Parlavi la lingua delle eruzioni e dicevi «meraviglioso», «imponente» e «colossale». Avevi scoperto l’alto e ti volgevi verso il cielo. Avevi cominciato a scomparire e noi ti trovavamo fuori, nei prati, dove rimanevi distesa a osservare le nuvole, d’inverno ti recuperavamo coricata sui cumuli di neve, da dove guardavi le stelle.

È il prologo di questo bellissimo romanzo, della madre di Hekla che poi scomparirà, quasi a voler togliere il disturbo, giacché – come tutte le donne di allora –  non aveva voce in capitolo. Di Hekla la voce narrante dell’intero libro. Una donna troppo bella e forte e talentuosa per rimanere invisibile.

Sono seduta al tavolo e credo che lui sia ancora steso nel letto, ma all’improvviso me lo ritrovo a fianco, che sbircia da sopra la mia spalla mentre scrivo. Mi volto.
– Cos’è che non vedresti l’ora di fare?
– Non vedo l’ora di terminare il libro che sto scrivendo.
– E poi?
– Di cominciare al lavorare al prossimo libro.
– E poi?
– Di scrivere un altro libro.
– E quando l’avrai finito?
Esito.
– Non so. E tu?
Va verso la finestra e mi dà le spalle.
– Facci diventare amanti, nel romanzo, Hekla. Fai succedere quello che non è. Fai diventare le parole carne. Fammi diventare padre. Che almeno io lasci qualcosa, dopo di me.
– Il mondo non sarà sempre così, – dico io.
– Ci sono le stesse probabilità che i finocchi diventino liberi quanto l’uomo vada sulla luna, Hekla. […]
– Anche se nel mondo non c’è spazio per un finocchio, Hekla, c’è però spazio per una scrittrice.

Miss Islanda

di Auður Ava Ólafsdóttir. Giulio Einaudi editore, 2019 [2018]. Traduzione di Stefano Rosatti
Voto:5/5

Come colonna sonora di questo articolo ho scelto Quando, di Pino Daniele. Perché così come ha sete Hekla e Jón John (il primo amore, l’amico, il gay, l’invertito), così come hanno sete Celeste e l’avvocato, anch’io ho sete, ho sete ancora.

Tu dimmi quando, quando
dove sono le tue mani ed il tuo naso
verso un giorno disperato
ma io ho sete
ho sete ancora.

Cliccando QUI, potete sentire la canzone.

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Sono nato a Modena 53 anni fa, e abito a Formigine. Amo la mia famiglia; i miei due splendidi figli Francesco ed Eleonora; mia moglie Luisa. Le immagini del blog sono principalmente sue. Ho deciso di aprire questo blog per raccontare le mie passioni: libri, film, musica... Lo faccio principalmente per me stesso. Perché mentre mi racconto, verbalmente o per iscritto non cambia molto, mi torno ad emozionare. Come la prima volta. Spero che, nei miei articoli, questo sentimento si percepisca, che arrivi all'eventuale lettore. Dimenticavo due cose. Entrambe rilevanti. La prima: nella vita, chi mi conosce lo sa, da 31 anni faccio "piastrelle". Ogni anno una nuova sfida. Ma vivo la mia professione con passione. L'unico modo a mio parere, per non "impazzire". La seconda: ho un'altra grande passione. Sono tifoso del Modena Football Club 1912... Sì lo so, è una bella "sfiga"! Ma sono nato a Modena, amo la Ghirlandina e il vero amore mica puoi sceglierlo... P.S. Ho messo il nome della mia squadra del cuore per intero, perché oramai, del Modena calcio rimane solo la storia.

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