Momenti straordinari con applausi finti

E poi ci sono i romanzi grafici, per me fumetti.
E lo so benissimo che tra un fumetto e un più strutturato graphic novel ce ne passa, ma io ai fumetti – quelli degli anni ’70 per intenderci – ci sono affezionato e continuerò finché campo a chiamarli semplicemente fumetti. Chiamatemi romantico, chiamatemi ottuso o testone ma è più forte di me. E lo è a prescindere dal fatto che mi sono evoluto, che ho gusti più raffinati. Voglio dire, non sono mica rincoglionito: è chiaro che non leggo più Zagor, Il Comandante Mark, Oltretomba, il Tromba. Ma l’emozione che provavo allora (ahimè sono passati quasi cinquant’anni) è la stessa che provo oggi nel leggere Momenti straordinari con applausi finti.

E se pensate che i fumetti sono letteratura di serie B siete fuori strada, oppure non avete ancora letto Gipi. Non siete ancora stati rapiti dai suoi racconti: trama, dialoghi, parole; dalle sue immagini: vere e proprie tavolozze ad acquerello, gonfie di colore e che impreziosiscono la trama, elevano l’intera opera a capolavoro.

Per essere sinceri, non tutti i fumetti di Gipi sono capolavori. Belli tutti, ma due soli rientrano, a mio parere, in questa élite: il primo è ovviamente questa sua ultima opera, il secondo è unastoria (2013): l’unico fumetto entrato nella lista dei candidati al premio Strega.

Momenti straordinari con applausi finti è la storia di un uomo, un comico, che assiste la madre morente.

È autobiografico, ed è lo stesso Gipi a raccontarlo, a raccontarsi:

Per me questo libro è veramente un mistero, io sono arrivato a pagina 90 di questo libro senza sapere dove stessi andando e un giorno ho disegnato questo bambino luminoso in una pagina, e ho detto:
“E te chi sei?”
E la cosa buffa è che è una cosa che succede mentre lavori ad una storia. È che il bimbo ha iniziato a parlare, si inventava le battute e le reazioni che io non avevo pensato. E pensare che non c’è una sceneggiatura sul libro: io ho improvvisato ad ogni pagina, e quel bimbo luminoso lì ha cambiato completamente la storia. Lui nella storia è il protagonista piccolo che va dal protagonista grande e gli dice:
“Ma ti ricordi com’eri? Ti ricordi che ti bastava pensare all’idea che i nostri genitori potevano morire e non riuscivi a dormivi alla notte?” E l’altro gli risponde:
“Be’ sì perché ero piccolo, adesso sono grande, adesso sono forte”.
E non è così… in realtà quel bimbo lì è una sorta di gioia, di purezza… è diventato il faro del racconto per me mentre lavoravo. Io gli ho voluto un bene a quel personaggio come penso a nessun personaggio di nessun racconto libro o fumetto, mai! (da l’assedio sulla Nove: condotto da Daria Bignardi)

Questa storia che le nostre vite ritornano – che rimaniamo appiccicati al passato, alle nostre radici – deve essere un po’ il marchio di fabbrica di Gipi.

– In unastoria, Silvano – il protagonista del fumetto – disegna continuamente un albero nudo e solitario, lo stesso albero che un secolo prima è stato l’unico testimone del dramma che stravolgerà la vita dell’allora giovane bisnonno, e lo disegna senza averlo mai visto, senza averlo mai sentito nominare.

– In Momenti straordinari con applausi finti, Silvano (non ho sbagliato, ma che ci posso fare se Gipi gli ha lasciato lo stesso nome) si ritrova accanto il bambino che era.

Quindi è così? Succede così? Si diventa così quando si cresce?
Si diventa musoni, seri, infelici, coglioni.
Perché: ci sono cose gravi, serissime, che ti condizioneranno per sempre.
Perché: si diventa impiegati dell’Ucas (l’ufficio complicazioni affari speciali).

Ma per il piccolo Silvano dodicenne la realtà è tutt’altra cosa.

Il bambino aveva come unico sogno il restare bambino. Il bambino voleva soltanto sbuffare sul divieto di bagnarsi. Prima delle fatidiche ore sei. E una volta in onda il bambino voleva solo mostrarsi. 

Per il bambino l’unica cosa che conta è giocare. Mostrarsi continuamente a mamma, mostrarle che è bravo, che ce l’ha fatta, che è sopravvissuto! Per sempre.

E per me questa sovrapposizione tra presente e passato e futuro è fantastica. Il fatto che il bambino vede accanto a sé il suo futuro e non capisce, che l’adulto si rivede nel passato e non capisce, è illuminante.
Perché se ci pensate è assurdo: stiamo parlando della stessa persona. Se non fosse che crescendo veniamo continuamente bombardati da dogmi, regole e insegnamenti che ci allontanano sempre di più dal bambino che eravamo. Al punto che perdiamo la nostra stessa identità, il nostro stesso io.

Avete mai pensato in quanti modi diversi chiamiamo la stessa persona?
Neonato, bambino, adolescente, adulto, di mezza età, anziano, di terza età, di quarta età.
Qualcuno di voi mi sa dire in quale istante esatto avete smesso di essere bambino e siete diventati adolescenti, e poi adulti e così via?
Io no. E forse passerò per presuntuoso ma penso di non ricordarmelo proprio perché nella realtà non c’è questo passaggio, dal momento che il bambino – e l’adolescente e l’adulto e…  –  non se n’è mai andato. È ancora in me, e lo sarà per sempre.

E quello che noi umani dobbiamo finalmente capire è che siamo una parte infinitesimamente piccola di un mondo infinitesimamente più grande. Dobbiamo capire che la vita va avanti anche senza di noi e smetterla una buona volta di crederci superiori a tutto. Di fatto se la cavava prima e se la caverà anche quando non ci saremo più.

Ma allora perché ci diamo così tanta importanza?
Chi ci ha dato l’autorità di essere gli unici testimoni della verità?
Dio? Può essere. Del resto ci ha fatto a sua immagine e somiglianza (comodo eh…). E di fatto da allora – con l’avvento delle religioni monoteiste moderne – stiamo mandando a puttane il pianeta.

Qui in molti potrebbero replicare: ma chi ti credi di essere Zarathustra?

Ok, forse mi son fatto prendere la mano. Un attimo prima parlavo di fumetti…
Va be’ voglio solo dire che l’invenzione delle parole, e poi del linguaggio, e poi delle scritture non ha fatto molto bene al pianeta. È inutile che ci giro intorno: Prima c’era molto più timore, rispetto e amore per la natura – le divinità o personificavano le forze della natura, oppure avevano il culto e adoravano gli animali. Dopo – con l’avvento delle religioni monoteiste: Cristianesimo e Islam – ci siamo sentiti superiori a tutto e a tutti. Del resto, mi ripeto, siamo noi a immagine e somiglianza di Dio, e non la natura, non gli animali.

È poi solo un’opinione. La mia. E avete tutte le ragioni del mondo per non essere d’accordo.

Linguaggio dunque sopravvalutato?

No, non è proprio così. Io amo le parole. Le parole possono toccarti quanto la natura, possono emozionarti come i sentimenti. E non mi riferisco solo alla grande arte – poesie, libri, canzoni, cinema -, questo è scontato. Mi riferisco a cose più semplici:

la prima volta che ti chiamano papà, ti dicono ti amo.

Ma proprio perché servono a comunicare devono essere chiare e semplici.
Ed è proprio questo il loro limite. È per questo che anche la più bella delle parole non sarà mai in grado di spiegare la vita, ne comprenderla, e tanto meno contenerla. Ogni parola ha un solo e unico significato. Per cui sei: bambino o adulto, felice o infelice, bello o brutto, buono o cattivo, giusto o sbagliato, intelligente o stolto, affidabile o inaffidabile.
Ma nella vita vera non funziona così. Non sei mai completamente bianco o completamente nero (avete presente lo Ying e lo Yang : i due principi opposti e complementari dell’universo).

A me piace pensare che la vita si compone di verbi infiniti e non di parole finite.

La vita è divenire, è fiorire, è aprire, è infinita.
Ed è stracolma di momenti straordinari, se solo ascoltiamo il bambino che è in noi, se solo non ci accontentiamo di applausi finti.

Una vecchia leggenda indù racconta che vi fu un tempo in cui tutti gli uomini erano Dei. Essi però abusarono talmente della loro divinità, che Bramha – signore degli dei – decise di privarli del potere divino e di nasconderlo in un posto dove fosse impossibile trovarlo.

Il grande problema fu quello di trovare un nascondiglio. Quando gli dei minori furono riuniti a consiglio per risolvere questo dilemma, essi proposero la cosa seguente: “seppelliamo la divinità dell’uomo nella Terra”. Brahma tuttavia rispose: “No, non basta. Perché l’uomo scaverà e la ritroverà”. Gli dei, allora, replicarono: “In tal caso, gettiamo la divinità nel più profondo degli Oceani”. E di nuovo Brahma rispose: “No, perché prima o poi l’uomo esplorerà le cavità di tutti gli Oceani, e sicuramente un giorno la ritroverà e la riporterà in superficie”. Gli dei minori conclusero allora: “Non sappiamo dove nasconderla, perché non sembra esistere – sulla terra o in mare – luogo alcuno che l’uomo non possa una volta raggiungere”.

E fu così che Brahma disse: “Ecco ciò che faremo della divinità dell’uomo: la nasconderemo nel suo Io più profondo e segreto, perché è il solo posto dove non gli verrà mai in mente di cercarla”.
A partire da quel tempo, conclude la leggenda, l’uomo ha compiuto il periplo della terra, ha esplorato, scalato montagne,scavato la terra e si è immerso nei mari alla ricerca di qualcosa che si trova dentro di lui. (
da Benvenuto in paradiso, trova il paradiso dentro di te)

Momenti straordinari con applausi finti

di Gipi (Gian-Alfonso Pacinotti). Edizioni Coconino Press – Fandango – (2019)
Voto: 5/5

Se vi fidate è da leggere e da conservare. Avete visto quante cose mi ha mosso…

QUI potete vedere il video integrale di Gipi. (da l’Assedio sulla Nove: le interviste di Daria Bignardi)

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Sono nato a Modena 53 anni fa, e abito a Formigine. Amo la mia famiglia; i miei due splendidi figli Francesco ed Eleonora; mia moglie Luisa. Le immagini del blog sono principalmente sue. Ho deciso di aprire questo blog per raccontare le mie passioni: libri, film, musica... Lo faccio principalmente per me stesso. Perché mentre mi racconto, verbalmente o per iscritto non cambia molto, mi torno ad emozionare. Come la prima volta. Spero che, nei miei articoli, questo sentimento si percepisca, che arrivi all'eventuale lettore. Dimenticavo due cose. Entrambe rilevanti. La prima: nella vita, chi mi conosce lo sa, da 31 anni faccio "piastrelle". Ogni anno una nuova sfida. Ma vivo la mia professione con passione. L'unico modo a mio parere, per non "impazzire". La seconda: ho un'altra grande passione. Sono tifoso del Modena Football Club 1912... Sì lo so, è una bella "sfiga"! Ma sono nato a Modena, amo la Ghirlandina e il vero amore mica puoi sceglierlo... P.S. Ho messo il nome della mia squadra del cuore per intero, perché oramai, del Modena calcio rimane solo la storia.

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