C’era un tempo

C’era un tempo che mi chiamavano Bostik.
Correvo più veloce del vento con la palla appiccicata ai piedi e scartando gli avversari come birilli. Finché: Gooooool.
E mi dicevano: dovresti giocare di più per la squadra.
E mi dicevano: se impari a passare di più la palla diventerai un campione.
Poi quando l’ho fatto, quando ho cominciato a passare la palla e i goal li facevano gli altri, hanno smesso di chiamarmi bostik e sono diventato un giocatore come tanti.
Ininfluente. Comune. Mediocre.

Finite le medie andai a lavorare con mio padre in una fabbrica di trattamenti termici.
Per un mese niente cortile. Niente pallone.
Una tragedia.
Mio padre era il capofabbrica.
Partivamo tutte le mattine prestissimo e tornavamo tardissimo.
I forni a temperature stratosferiche i metalli che diventavano incandescenti l’acqua che li temperava: aiuto!
Durante il viaggio parlavamo. Mio padre mi interrogava sulle province dell’Emilia Romagna. Modena, Bologna, Piacenza, Reggio… me ne dimenticavo sempre qualcheduna. Hai voglia dirgli che la geografia a scuola non la cagava nessuno. Si arrabbiava. Lui che finite le elementari ha dovuto smettere per lavorare i campi. Lui che ai suoi tempi le provincie le imparavano a memoria, così come le tabelline.
Al lavoro mi aveva affiancato un ragazzo più grande. Era simpatico e se sbagliavo non mi sgridava (forse perché ero il figlio del capo?).
Aveva il pallino d’imparare l’inglese.
Mi chiedeva di cantargli una canzone in inglese.
E io la cantavo in italiano.

Se non è amore, dimmelo tu cos’è
E poi restava a parlare di noi
Solo noi, solo noi
dimmi che tu mi vuoi…

Mi chiedeva di tradurgliela in inglese.
E io, che in inglese ero ancora più negato che in geografia, ci provavo.

«If don’t is to love, tell you what is?
And then stay to speak of we
Only we, only we
Say that you want me…».

E quelle poche parole in inglese si vede che gli bastavano.
Rideva come un matto.
Anche se, a pensarci ora, è molto più facile che mi prendesse semplicemente per il culo. Ma allora non ci avevo pensato ed ero contentissimo che un ragazzo grande mi ascoltasse.

«Ci sei già stato al gabinetto?»
«No» risposi, e lui mi disse di andarci, che mi sarebbe piaciuto.
«Sono a posto».
«Dammi retta».
Ed è così che mio malgrado andai in bagno.
Entrai al gabinetto, e su una seggiola, di fianco al lavandino, vidi la mia prima rivista porno. Non ricordo quanto tempo restai, ma io una cosa così bella non l’avevo mai vista.
E pensare che non ero del tutto sprovveduto, abituato com’ero ai giornalini vietati ai minori di mio fratello: Il Tromba, De Sade, Oltretomba. Ma quelle foto erano tutta un’altra cosa. Donne vere e completamente nude e che si toccavano e che si facevano toccare, da un uomo e da più uomini, da una donna e da più donne. E poi quelle curve, aperture, posizioni.
Be’, non facciamola più lunga di quello che è: mi sono cavato le mutande, seduto sulla tazza, la rivista in una mano nell’altra… be’ avete capito.
Quel primo giorno tornai altre due volte al gabinetto. Il mio nuovo amico rideva e rideva.
E il giorno dopo una volta al mattino e una volta al pomeriggio.
Poi ho smesso perché la rivista non c’era più (che sia stato mio padre?).

A pranzo andavamo in trattoria ed era tutto buono. Era bello sentire chiacchierare i grandi.
C’era un artigiano che si sedeva nel nostro tavolo e tutti i giorni ci faceva morire dal ridere. Raccontava  di sé e non aveva vergogna di niente.
«Se vi capita di tornare a casa molto prima del solito avvertite» così disse, «che certe cose è meglio non saperle e ancora di più non vederle».
Poi ci raccontò di quella volta che era tornato a casa a metà pomeriggio. Abitava in un appartamento al terzo piano e già mentre saliva le scale sentì quel tipo di rumori lì. «Gemiti e sospiri, e più mi avvicinavo al mio appartamento più forti li sentivo. E ho pensato non sarà mica quella troia di mia moglie. Entro e lì davanti a me sdraiata sopra il tavolo della sala, quel cazzo di tavolo in cui mangiamo tutte le sere insieme, c’è mia figlia completamente nuda e che si fa scopare dal suo ragazzo. Ho gridato Nooooooooo sulla tavola noooooo! Poi ho tirato un zio… mi sono girato ho riaperto la porta e sono tornato a lavorare».
Ricordo che per un po’ nessuno disse niente.
Poi parlò mio padre: «Cerca di vedere il lato positivo: almeno non sei cornuto».

Con l’autunno ricominciò la scuola.
Primo anno al Corni Tecnico.
Al mattino davanti alla fermata dell’autobus ero completamente suonato. Fino a quando non vedevo la ragazza più bella del mondo. Un mix tra Ornella Muti e Claudia Rivelli, due occhi che incantavano e due tette da favola, era spaziale. Restavo a guardarla fino a quando alzava gli occhi sui miei, e io di colpo li abbassavo.
Salivamo sull’autobus e io cercavo in tutti i modi di starle vicino.
Che bello quando era pieno e ci si doveva stringere per starci tutti.
E che emozione sfiorarla, facendo finta che fosse un caso e non il gioco più dolce di sempre.
Quante volte ho immaginato di parlarle.
Invitarla.
Dichiararmi.
Baciarla.
Poi una mattina non c’era.
E nemmeno il giorno dopo.
E il giorno dopo.
E ho pensato: “che pirla che sono”.

Fu a Marchino che venne l’idea.
Eravamo nel nostro periodo mistico. Spiriti, fantasmi e morti che venivano seppelliti ma non erano morti; e si risvegliavano dentro la tomba urlando come dannati e spaventando a morte chi aveva la sfiga di avvicinarsi.
Andavamo di notte a caccia di case abbandonate e di cimiteri, che c’era più gusto a raccontar storie lì. Ogni minchiata diventava sacra e mistica e assolutamente vera.
Come questa.

Era l’estate di San Martino del ’70.
Un ragazzo passa con l’auto davanti all’ingresso del cimitero di San Cataldo e carica una giovane autostoppista.
Bellissima ma pallidissima.
Una cascata di cappelli neri.
Tutta vestita di bianco.
L’accompagna a ballare.
A fine serata la bacia e lei ricambia.
Sarà amore a prima vista.
Per sette sere di fila si rivedranno.
E per tutte le sette sere la va a prendere e la riporta davanti al cancello del cimitero.
Il ragazzo le chiede: «Come ti chiami?»
E lei sorride.
Il ragazzo le chiede: «Abiti al cimitero?»
E lei non gli risponde.
Il ragazzo le chiede del vestito: «Perché sempre e solo quello?»
E lei si rattristisce.
E allora smette di farle domande e l’abbraccia.
Le asciuga le lacrime con i baci.
«Ti chiamerò Amore».
Ed è felice. Perché per la prima volta, Amore, dopo sette sere ha accettato di vederlo di giorno.
Quella domenica pomeriggio la porta in Piazza Grande. Si siedono in un bar e ordinano due cioccolate in tazza.
Amore è ancora più silenziosa del solito. Le trema la mano e si rovescia addosso la tazza di cioccolata. Abbassa gli occhi e guarda la macchia scendere inesorabile sul vestito, e tutto in lei si spegne.
Di colpo.
Come quando si scarica una pila.
Il sorriso, gli occhi, la voce.
Il ragazzo non sa che fare.
Le dice che non è niente.
Le dice che le comprerà un altro vestito.
Cento vestiti.
Le dice che l’ama.
Poi la riporta davanti al cancello.
Ma questa volta fa solo finta di andarsene, e subito dopo la curva si ferma spegne la macchina e scende di corsa. Fa appena in tempo a vederla entrare nel cimitero.
Quella stessa sera l’aspetta. Davanti al cancello.
Inutilmente.
E così la sera dopo. E la sera dopo. E la sera dopo. E la sera dopo. E la sera dopo. E la sera dopo. E la sera dopo.
Finché si decide.
Suona a quell’unico campanello che trova davanti al cimitero. Si presenta al custode e gli chiede di Amore.
Il custode è scorbutico gli risponde di andarsene, che lì non ci abita nessuna ragazza.
Ma lui oramai è pazzo e tutte le sere continua ad aspettarla lì davanti.
Il custode lo vede. Prova pena. Lo invita in casa e si fa raccontare tutta la storia.
Sbianca.
Gli dice che quella ragazza le ricorda la sorella di suo padre. Morta a sedici anni.
Il ragazzo gli chiede una foto.
Per favore.
La prego.
Ed è in questo modo che rivede Amore.
Vuole sapere in che mese e giorno è morta.
«Cinquant’anni fa» risponde il custode.
Crolla.
Il custode non sa che fare e lo accompagna sulla tomba.
Il ragazzo non capisce.
Continua ad aspettarla.
Giorni che diventano mesi.
Mesi che fanno un anno.
E poi due.
Poi si sveglia dal lungo letargo, e sa perfettamente cosa fare.
Deve vedere con i propri occhi.
Busserà ad ogni porta.
Finché ce la fa.
Accettata la domanda.
Scoperchiata la bara.
Riesumato il corpo di Amore.
E rivedrà Amore.
Per l’ultima volta.
Bellissima ma pallidissima.
Una cascata di cappelli neri.
Tutta vestita di bianco ad eccezione di una macchia di cioccolato marrone che dal petto scende sul vestito.
Stronzate direte.
Può essere. Ma immaginatevi di averla ascoltata da monelli, di notte e dentro a un cimitero.

Giugno ’81.
Ai sedicenni non importa fare figure di merda. O forse eravamo solo noi che a forza di farle non ci facevamo più caso.
Io, Sandro, Marco, Battista e Tortello a caccia di ragazze: la seconda grande passione dopo il calcio. Ma se con il pallone ci veniva tuffo facile con le femmine erano cazzi.
Quel pomeriggio, finita l’ennesima partita del secolo, l’obiettivo era il solito: setacciare in motorino tutte le viuzze delle Morane: il nostro quartiere preferito.
La regola era semplicissima: appena vedevamo una o più ragazze ci buttavamo.
Con tutte.
«Ciao come ti chiami?»
Oppure:
«Sono in ritardo?»
Oppure:
«Mi sembra di averti già vista… Parigi?»
Oppure
« È tutta la vita che t’aspetto»
Ma quella volta non facemmo il solito giro a vuoto.
Non facemmo la solita brutta figura.
Appena passato il canale coperto, che ci portava dal nostro quartiere (Santa Agnese) alle Morane, le vedemmo.
Un bel gruppetto di ragazze che passeggiavano dalla chiesa all’oratorio.
Bingo!
Mai come quella volta la nostra media ebbe un picco così alto.
Sandro trovò la morosa.
Io quasi.
Stefania mi piaceva un sacco. Ma io avevo sedici anni e lei undici: una bambina. Una bambina bellissima che poi è cresciuta, e quando ci ho provato per davvero mi ha mandato a cagare.
Che poi Monica, la morosa di Sandro, aveva solo due anni in più di Stefania. Quando ci pensavo mi caricavo e mi dicevo “ma chi se ne frega quanti anni ha”. E ai miei amici non gliel’ho mai detto che le tante partite di calcio le ho perse per andare da lei, e non  per studiare.
Passavo mille volte tra casa sua e l’oratorio aspettando che uscisse. Un pomeriggio mi disse che le piacevano un sacco i cavalli, che all’ippodromo stava facendo un corso di equitazione, di andarla a vederla.
Ci accordammo per il pomeriggio seguente. Ci saremmo visti là, dal momento che all’andata la portava suo padre e al ritorno la riportava a casa la madre di una sua amica.
Con la scuola chiusa e senza un lavoro estivo era una pacchia. Quella mattina fu dolce rimanere a letto ben dopo mezzogiorno, pregustando l’incontro.
All’ippodromo c’era uno piccolo spazio recintato con una tribunetta.
Finito il corso Stefania mi raggiunse ed era raggiante. Due grandi occhi castani, i capelli lunghi e neri che teneva sciolti sulle spalle, le labbra rosso ciliegia e tutta accaldata e con il sole che le si rifletteva sul viso era bellissima. Mi disse che aveva trovato una scusa e che sarebbe tornata con me in motorino. Mi disse che l’aveva capito che le piacevo e che anche per lei era così, che non le interessava che io fossi più grande e che le piacevo proprio per quello, e per il fatto che ero così timido. Mi disse andiamo.
E io pensai che Stefania timida non lo era per niente.
Andammo al Parco della Repubblica e davvero ci sono andato vicino tanto così ad andarci insieme. Poi ritornavo a pensare che aveva appena finito le elementari e mi bloccavo.
A  volte mentre vado a Modena ripercorro apposta quelle strade. Non mi interessa se per farlo devo allungare la strada. Non vedo quasi mai ragazzine per strada, e mai una volta che abbia visto un approccio.
A volte mi chiedo come facciano oggigiorno i ragazzi a conoscersi.

Monica, la ragazza di Sandro, diventò parte della compagnia. Per anni l’unica ragazza in mezzo a un branco di sfigati.
Monica che spalleggiata da Sandro ha fatto di tutto per mettermi insieme a una sua compagna di scuola. E quando accompagnavo Sandro a casa di Monica ci trovavo Katia. Loro due se ne andavano in camera da letto e io e Katia rimanevamo soli sul divano. A volte Katia si sdraiava sulle mie ginocchia.
A dicembre di sera era bello caricarla sul motorino. E mentre percorrevamo il canalone, il vento gelido nelle ossa, era bello sentire sulla schiena il suo corpo caldo che si stringeva al mio. Aveva due tette spaziali. E io pur sotto il maglione e il giaccone le sentivo.
Eccome se le sentivo.
Ma il fatto è che pur desiderandola, pur sapendo che quelle tette avrei potuto vederle, toccarle, baciarle e buttarmici dentro, non mi piaceva.
Non come Stefania.
Più volte Monica mi disse che Katia era pazza di me e che se volevo potevamo metterci insieme.
Un’altra volta mi diede una sua lettera.
In pratica Katia mi scriveva di essersi innamorata di me, che l’avevo fatta stare male ma che le stava passando. E che se non la volevo non la meritavo.
Per anni mi son chiesto: “Cosa avevo da perdere?”
In fondo eravamo solo ragazzi ed entrambi volevamo solo divertirci.

Non lo crederesti ho quasi chiuso tutti gli usci all’avventura,
non perché metterò la testa a posto, ma per noia o per paura.
Non passo notti disperate su quel che ho fatto o quel che ho avuto:
le cose andate sono andate
ed ho per unico rimorso le occasioni che ho perduto…

da La Canzone dell’osteria di Fuori Porta di Francesco Guccini.

Come colonna sonora ho scelto Un’emozione da poco di Anna Oxa. Testo Ivano Fossati, musica Guido Guglielminetti. Nell’interpretazione originale che presentò a Sanremo nel 1978 e che si classificò al secondo posto.

QUI potete sentirla.

 

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Sono nato a Modena 53 anni fa, e abito a Formigine. Amo la mia famiglia; i miei due splendidi figli Francesco ed Eleonora; mia moglie Luisa. Le immagini del blog sono principalmente sue. Ho deciso di aprire questo blog per raccontare le mie passioni: libri, film, musica... Lo faccio principalmente per me stesso. Perché mentre mi racconto, verbalmente o per iscritto non cambia molto, mi torno ad emozionare. Come la prima volta. Spero che, nei miei articoli, questo sentimento si percepisca, che arrivi all'eventuale lettore. Dimenticavo due cose. Entrambe rilevanti. La prima: nella vita, chi mi conosce lo sa, da 31 anni faccio "piastrelle". Ogni anno una nuova sfida. Ma vivo la mia professione con passione. L'unico modo a mio parere, per non "impazzire". La seconda: ho un'altra grande passione. Sono tifoso del Modena Football Club 1912... Sì lo so, è una bella "sfiga"! Ma sono nato a Modena, amo la Ghirlandina e il vero amore mica puoi sceglierlo... P.S. Ho messo il nome della mia squadra del cuore per intero, perché oramai, del Modena calcio rimane solo la storia.

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