C’era un tempo

C’era un tempo che mi chiamavano Bostik.
Correvo più veloce del vento con la palla appiccicata ai piedi e scartando gli avversari come birilli. Finché: Gooooool.
E mi dicevano: dovresti giocare di più per la squadra.
E mi dicevano: se impari a passare di più la palla diventerai un campione.
Poi quando l’ho fatto, quando ho cominciato a passare la palla e i goal li facevano gli altri, hanno smesso di chiamarmi bostik e sono diventato un giocatore come tanti.
Ininfluente. Comune. Mediocre.

Luglio ’79

Finite le medie andai a lavorare con mio padre in una fabbrica di trattamenti termici. Il mio primo lavoro estivo.
Per un mese niente cortile. Niente pallone.
Una tragedia.
Mio padre era il capofabbrica. Partivamo ogni mattina prestissimo e tornavamo tardissimo.
I forni a temperature stratosferiche i metalli che diventavano incandescenti l’acqua che li temperava: aiuto!
Durante il viaggio parlavamo. Mio padre mi interrogava sulle province dell’Emilia Romagna. Modena, Bologna, Piacenza, Reggio… me ne dimenticavo sempre qualcheduna. Hai voglia dirgli che la geografia a scuola non la cagava nessuno. Si arrabbiava. Lui che finite le elementari ha dovuto smettere per lavorare i campi. Lui che ai suoi tempi le provincie le imparavano a memoria, così come le tabelline.
Al lavoro mi aveva affiancato a un ragazzo più grande. Era simpatico e se sbagliavo non mi sgridava (forse perché ero il figlio del capo?).
Aveva il pallino d’imparare l’inglese.
Mi chiedeva di cantargli una canzone in inglese.
E io la cantavo in italiano.

Se non è amore, dimmelo tu cos’è
E poi restava a parlare di noi
Solo noi, solo noi
dimmi che tu mi vuoi…

Mi chiedeva di tradurgliela in inglese.
E io, che in inglese ero ancora più negato che in geografia, ci provavo.

«If don’t is to love, tell you what is?
And then stay to speak of we
Only we, only we
Say that you want me…».

E quelle poche parole in inglese si vede che gli bastavano. Rideva come un matto. Anche se, a pensarci ora, è molto più facile che mi prendesse semplicemente per il culo. Ma allora ero contentissimo che un ragazzo grande mi ascoltasse.
«Ci sei già stato al gabinetto?»
«No» risposi. E lui mi invitò ad andarci. Mi disse che mi sarebbe piaciuto.
«Sono a posto», ribattei.
«Dammi retta».
Ed è così che mio malgrado andai in bagno. Sopra una seggiola di fianco al lavandino vidi la mia prima rivista porno. Non ricordo quanto tempo restai. Una cosa così bella non l’avevo mai vista. E dire che non ero del tutto sprovveduto, abituato com’ero ai giornalini vietati ai minori di mio fratello: Il Tromba, De Sade, Oltretomba. Ma quelle foto erano tutta un’altra cosa. Donne vere e completamente nude che si toccavano, da un uomo e da più uomini, da una donna e da più donne. E poi quelle curve, posizioni, aperture. Be’, non facciamola più lunga di quello che è: mi sono seduto sulla tazza, la rivista in una mano e nell’altra… be’ avete capito.
Il primo giorno tornai altre due volte al gabinetto. Il mio nuovo amico rideva. Poi ho smesso perché la rivista non c’era più (che sia stato mio padre?).

A pranzo andavamo in trattoria ed era tutto buono. Era bello sentire chiacchierare i grandi. C’era un artigiano che si sedeva sempre nel nostro tavolo e tutti i giorni ci faceva morire dal ridere. Raccontava i fatti suoi senza provare la minima vergogna.
«Se vi capita di tornare a casa molto prima del solito avvertite» così disse quella volta. «Che certe cose è meglio non saperle e ancora di più non vederle».
Ci raccontò che era tornato a casa a metà pomeriggio. Abitava in un appartamento al terzo piano e già mentre saliva le scale sentì quel tipo di rumori lì. «Gemiti e sospiri, e più mi avvicinavo al mio appartamento più forti li sentivo. E ho pensato non sarà mica quella troia di mia moglie. Entro e lì davanti a me sdraiata sopra il tavolo della sala, quel cazzo di tavolo in cui mangiamo tutte le sere insieme, c’è mia figlia completamente nuda e che si fa scopare dal suo ragazzo. Ho gridato Nooooooooo sulla tavola noooooo! Poi ho tirato un zio… mi sono girato ho riaperto la porta e sono tornato a lavorare».
Ricordo che per un po’ nessuno disse niente.
Poi parlò mio padre: «Cerca di vedere il lato positivo: almeno non sei cornuto».

Con l’autunno ricominciò la scuola.
Primo anno al Corni Tecnico.
Al mattino davanti alla fermata dell’autobus ero completamente suonato. Fino a quando non vedevo la ragazza più bella del mondo. Un mix tra Ornella Muti e Claudia Rivelli, avete presente? Due occhi che incantavano, due tette da favola. Era spaziale. Restavo a guardarla fino a quando alzava gli occhi sui miei. Salivamo sull’autobus e io cercavo in tutti i modi di starle vicino. Che bello quando era pieno e ci si doveva stringere per starci tutti. E che emozione sfiorarla, facendo finta che fosse un caso e non il gioco più dolce di sempre. Quante volte ho immaginato di parlarle.
Invitarla.
Dichiararmi.
Baciarla.
Poi una mattina non c’era.
Non la vidi mai più. Pensai: che pirla che sono.

Giugno ’81.

Ai sedicenni non importa fare figure di merda. O forse eravamo solo noi che a forza di farle non ci facevamo più caso.
Io, Sandro, Marco, Battista e Tortello a caccia di ragazze: la seconda grande passione dopo il calcio. Ma se con il pallone ci veniva tuffo facile con le femmine erano cazzi.
Quel pomeriggio, finita l’ennesima partita del secolo, l’obiettivo era il solito: setacciare in motorino tutte le viuzze delle Morane: il nostro quartiere preferito.
La regola era semplicissima: appena vedevamo una o più ragazze ci buttavamo.
Con tutte?
Sì, con tutte!
«Ciao come ti chiami?» oppure «sono in ritardo?» oppure: «mi sembra di averti già vista… Parigi?» oppure «è tutta la vita che t’aspetto».
Ma quella volta non facemmo il solito giro a vuoto.
Non facemmo la solita brutta figura.
Appena passato il canale coperto, che ci portava dal nostro quartiere (Santa Agnese) alle Morane, le vedemmo. Un bel gruppetto di ragazze che passeggiavano dalla chiesa all’oratorio.
Bingo!
Mai come quella volta la nostra media ebbe un picco così alto.
Sandro trovò la morosa.
Io quasi.
Stefania mi piaceva un sacco. Ma io avevo sedici anni e lei dodici: una bambina. Una bambina bellissima che poi è cresciuta, e quando ci ho provato per davvero mi ha mandato a cagare.
Che poi Monica, la morosa di Sandro, aveva solo due anni in più di Stefania. Quando ci pensavo mi caricavo e mi dicevo ma chi se ne frega degli anni che ha. Ai miei amici non gliel’ho mai detto che le tante partite di calcio le ho perse per andare da lei e non  per studiare.
Passavo mille volte tra casa sua e l’oratorio, nella speranza di vederla. Un pomeriggio mi disse che le piacevano un sacco i cavalli, che all’ippodromo stava facendo un corso di equitazione. Mi propose di incontrarci là.
Con la scuola chiusa e senza un lavoro estivo era una pacchia. Quella mattina fu dolce rimanere a letto ben dopo mezzogiorno, pregustando quell’incontro pomeridiano.
All’ippodromo c’era uno piccolo spazio recintato con una tribunetta. Finito il corso Stefania mi raggiunse. Due grandi occhi castani, i capelli lunghi e neri che teneva sciolti sulle spalle, le labbra rosso ciliegia. Tutta accaldata, con il sole che le si rifletteva sul viso era bellissima. Mi disse che avrebbe dovuto riportarla a casa la madre della sua amica, ma che aveva trovato una scusa e sarebbe tornata con me in motorino. Era raggiante. «Sai, non mi interessa che sei più grande di me, mi piaci proprio per questo. E poi lo so di piacerti anch’io. Lo so che sei timido». E me lo disse tutto d’un fiato. E io pensai che Stefania timida non lo era per niente.
Andammo al Parco della Repubblica e davvero ci sono andato vicino tanto così ad andarci insieme. Poi ritornavo a pensare che aveva appena finito le elementari e mi bloccavo.
A volte mentre vado a Modena ripercorro apposta quella zona. Non mi interessa se per farlo devo allungare la strada. Non vedo quasi mai ragazzine per strada, e mai una volta che abbia visto un approccio.
A volte mi chiedo come facciano oggigiorno i ragazzi a conoscersi.

Monica, la ragazza di Sandro, diventò parte della compagnia. Per anni l’unica ragazza in mezzo a un branco di sfigati.
Monica che spalleggiata da Sandro ha fatto di tutto per mettermi insieme a una sua compagna di scuola. E quando accompagnavo Sandro a casa di Monica quante volte ci trovavo Katia. Loro due se ne andavano in camera da letto e io e Katia rimanevamo soli sul divano.
A volte Katia si sdraiava sulle mie ginocchia.
A dicembre di sera era bello caricarla sul motorino. E mentre percorrevamo il canalone, il vento gelido nelle ossa, era bello sentire sulla schiena il suo corpo caldo che si stringeva al mio. Aveva due tette spaziali. E io pur sotto il maglione e il giaccone le sentivo.
Eccome se le sentivo.
Ma il fatto è che pur desiderandola non mi piaceva. Non come Stefania.
Più volte Monica mi disse che Katia era pazza di me e che se volevo potevamo metterci insieme.
Un’altra volta mi diede una sua lettera.
In pratica Katia mi scriveva di essersi innamorata di me, che l’avevo fatta stare male ma che le stava passando. E che se non la volevo non la meritavo.
Per anni mi son chiesto: Cosa avevo da perdere?
In fondo eravamo solo ragazzi, volevamo solo divertirci.

Non lo crederesti ho quasi chiuso tutti gli usci all’avventura,
non perché metterò la testa a posto, ma per noia o per paura.
Non passo notti disperate su quel che ho fatto o quel che ho avuto:
le cose andate sono andate ed ho per unico rimorso le occasioni che ho perduto…
(da La Canzone dell’osteria di Fuori Porta)

Eh già, quanto ha ragione Guccini.

Estate ’86

Fu a Marchino che venne l’idea.
Eravamo nel nostro periodo mistico. Spiriti, fantasmi, diavoli. Non parlavamo d’altro. Morti che venivano seppelliti ma non erano davvero morti e si risvegliavano dentro la tomba urlando come dannati, spaventando a morte chi aveva la sfiga di trovarsi lì in quel momento.
La notte andavamo a caccia di case abbandonate, di cimiteri. Che c’era più gusto a raccontar storie lì. Ogni minchiata diventava sacra, mistica. Assolutamente vera.
Come questa.

È l’estate di San Martino del ’70. Un ragazzo passa con l’auto davanti all’ingresso del cimitero di San Cataldo, vede una giovane autostoppista e la carica.
Bellissima. Pallidissima. Una cascata di cappelli neri. Completamente vestita di bianco. L’accompagna a ballare. A fine serata la bacia. È amore a prima vista.
Le dice: «Ti amo?»
Sorride.
Le chiede: «Come ti chiami?
Non risponde.
«Abiti al cimitero?»
Si rattristisce.
Infine smette di far domande e l’abbraccia.
«Ti chiamerò Amore» le dice. Asciugando con teneri baci le lacrime che le scendono dal viso.
Per sette sere la passa a prendere davanti al cimitero. L’accompagna a ballare e la riporta davanti al cimitero. Finché Amore gli dice di sì. L’indomani finalmente si vedranno di giorno. Il ragazzo è al settimo cielo. È domenica e per festeggiare la porta in Piazza Grande. Si siedono in un bar e ordinano due cioccolate in tazza. Amore è ancora più silenziosa del solito. Le trema la mano. Si rovescia addosso la tazza di cioccolata. Abbassa gli occhi e guarda la macchia scendere inesorabile sul vestito bianco. Lo stesso vestito di sempre. Tutto in lei si spegne. Il sorriso, gli occhi, la voce. Il ragazzo non sa che fare. «Non è niente» esclama. «Ti comprerò un altro vestito. Cento vestiti». Le dice che è pazzo di lei. Ma Amore non reagisce. È distante anni luce. Persa. Sconvolta. E a lui non gli rimane che riportarla al solito cancello. Anche questa storia del cimitero lo preoccupa. Perché non mi dice dove abita? Cos’ha da nascondere? Si vergogna di me?
Questa volta fa solo finta di andarsene. Subito dopo la curva si ferma spegne la macchina e scende di corsa. Fa appena in tempo a vederla entrare nel cimitero.
Quella stessa sera l’aspetta per ore, davanti al cancello. Inutilmente. Per una settimana l’aspetta. Finché si decide. Suona a quell’unico campanello che trova davanti al cimitero. Il custode è scorbutico, gli risponde di andarsene, che lì non ci abita nessuna ragazza. Ma lui non demorde. Tutte le sere continua ad aspettarla. Il custode lo osserva, prova pena. Alla fine cede. Lo invita in casa. Ascolta la sua storia. Sbianca. Gli dice che quella ragazza le ricorda la sorella di suo padre. Morta a diciotto anni. Gli dice che amava ballare. Il ragazzo gli chiede una foto. «Per favore» sussurra.
Il custode lo accompagna sulla tomba. Quella foto sulla lapide non lascia dubbi. Anche il vestito è lo stesso di sempre. È un pugno nello stomaco. Amore è morta, sì, ma trent’anni fa.
Il ragazzo non capisce. Impazzisce. Ogni sera continua ad aspettarla davanti al cancello del cimitero. Giorni che diventano mesi. Mesi che fanno un anno. E poi due. Infine si sveglia da quel lungo letargo. Sa perfettamente cosa fare. Deve vedere con i propri occhi. Busserà ad ogni porta. Finché ce la fa.
Accettata la domanda.
Scoperchiata la bara.
Riesumato il corpo di Amore.
Ed è in questo modo che rivedrà Amore. Per l’ultima volta. Bellissima e pallidissima, come la prima volta. Una cascata di cappelli neri. Vestita di bianco ad eccezione di una macchia di cioccolato marrone che dal petto le scende sul vestito.
Stronzate direte. Può essere. Ma immaginatevi di averla ascoltata da monelli, di notte e dentro a un cimitero.

 

Come colonna sonora ho scelto Un’emozione da poco di Anna Oxa. Testo Ivano Fossati, musica Guido Guglielminetti. Nell’interpretazione originale che presentò a Sanremo nel 1978 e che si classificò al secondo posto.

QUI potete sentirla.

 

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Sono nato a Modena nel 1964 e vivo in un paese che è parte dell’Unione dei Comuni del Distretto Ceramico. Da 35 anni faccio piastrelle. Crescere, crescere, crescere: non esistono altri obbiettivi. Mi occupo di ricerca. Ogni anno è una sfida. Sposato con due figli, da quattro anni scrivo su questo blog. Ma fin dal primo articolo ho capito che recensire un libro, un film o una canzone non è che un pretesto per parlare di me. Il vero scopo è raccontarmi: pensieri, passioni, desideri. Ricordi. Il vero scopo è fermare il tempo. Trattenere il più possibile istanti di felicità.

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