Una camminata sabbatica

E poi non lo sognò solamente.
Lo fece per davvero.
Dopo pranzo, così da avere la pancia piena.
Se ne andò.
A piedi e per i campi.
Prese il sentiero sotto casa e canticchiando partire per tornare non è certo andar via andò via, ma stavolta per davvero. Senza uno scopo, né un obiettivo, né una ragione apparente.
Non avrebbe mai dovuto calpestare il cemento: l’unica regola. È così che prese vita il suo ultimo sogno ricorrente.
Fin da piccolo Roberto ha sempre giocato con la fantasia. Sogni che erano vere e proprie chimere (che se no che sogni sono!). Era, di nuovo, in quinta elementare e sapeva tutte le risposte di tutte le materie in tutte le lingue del mondo, e la maestra rimaneva lì allibita, muta e immobile a guardarlo, come uno stoccafisso. Scappava da un carcere di massima sicurezza sul cucuzzolo della montagna più alta di sempre – talmente alta da essere ricoperta di neve tutto l’anno -, con due assi di legno che si era costruito da solo. Perché fosse in carcere non è rilevante, buttarsi giù da uno strapiombo con le guardie che lo tampinavano, quello sì che contava. Si trasformava in Fonzie e tutte le ragazze pendevano dalle sue labbra; diventava il più forte calciatore della storia: faceva goal a raffica, vinceva tutte le partite, batteva tutti i record, e il Modena – la squadra in cui giocava – andava in serie A, trionfava in Champions.
E poi quest’ultimo.
Le scarpe da trekking ai piedi, un k-way addosso, lo zaino in spalla – portafoglio, cibo, borraccia, coperta, torcia e pila di ricambio, giaccone, bloc-notes, penna -, chiuse la porta a chiave e VIA. Nel parcheggio salutò un vicino – l’avrebbe mai più rivisto? – e imboccò il sentiero di campagna. Poi fece dei lunghi respiri (che un po’ di ansia ce l’aveva), come gli avevano insegnato da piccolo agli allenamenti di calcio: inspirare lentamente con il naso, trattenere tre, quattro secondi ed espirare con la bocca. Da allora era diventato il suo modo per rilassarsi, per cacciare i pensieri. Non sempre funzionava. Quella volta sì. Il sole e la bella giornata di aprile propiziarono la grande camminata sull’erba: fiancheggiando frutteti, distanziando case, superando leggeri pendii, attraversando pascoli, salendo dirupi, riposando in verdi valli, oltrepassando ruscelli, seguendo fiumi, costeggiando laghi, valicando montagne. È  così che tante notti aveva sognato la grande avventura. Ed è così che avrebbe dovuto essere. Una parte di lui ne era convinta. L’altra no, non poteva fare a meno di pensare ai suoi cari, di pensare che aveva delle responsabilità, che stava facendo una stronzata. È sempre stato così: un rumore continuo nella sua testa – ah se solo potessi cancellare ogni cosa.
Un gatto a pochi passi da lui saltellava sull’erba alta, giocava. Si fermò a guardarlo: devo fare come lui, pensò: camminare, respirare, giocare, mangiare, bere, dormire, camminare, respirare, giocare, mangiare, bere, dormire, camminare, respirare, giocare, mangiare, bere, dormire. E ripetendo quelle parole come un mantra si rilassò per davvero.
Quante volte Roberto aveva invidiato i gatti. Non i cani, che da loro pretendiamo ben altro: il migliore amico dell’uomo, si dice, e allora viene addestrato a propria immagine e somiglianza, e ci si aspetta che ti protegga, ti faccia compagnia, ti adori. Ma da un gatto? Lui sì che l’ha capita. Fa quello che vuole, mica si fa addomesticare. È la sua natura si dice. Beh: vorrei che fosse anche la mia, borbottò. In realtà, Roberto, non si era mai affezionato agli animali. Nato in città, non si era mai avvicinato a loro. E da grande ne era intimorito. Ma li rispettava, questo sì. Li invidiava.

Ormai era sera. Roberto ne aveva fatta di strada in campagna, senza toccare mai il cemento. Era soddisfatto, non era così convinto di farcela, così sicuro che quel sentiero fosse infinito, ma era stanco. Molto stanco. Vide una casa, sembrava abbandonata. Era in cima ad una collinetta. Più si avvicinava e più alta era l’erba. Il buio stava scendendo veloce, rendendo ogni cosa più imprudente. Roberto accese la torcia. La casa era effettivamente abbandonata. È stata bella pensò. Lo è ancora bella, con i muri in pietra a vista e le porte ad arco.
Più su in alto e alla sinistra di una finestra lesse una data: 1673.

Una leggera brezza spirava dalla campagna, accarezzava ogni cosa. Roberto prese la coperta, si mise il giaccone e si sdraiò sul marciapiede, davanti alla porta, quella che una volta era l’ingresso di casa: di chi? Spenta la torcia gli venne naturale guardare ad ovest – ammirare il cielo striato di giallo e arancione che mano a mano si faceva più scuro, si tingeva di rosso, di viola, di porpora, di cobalto – mentre s’immaginava visi e sogni, desideri e amori che si erano consumati in quello stesso luogo, in quella stessa casa che resisteva ancora oggi, come una vecchia signora che ne sa una più del diavolo, se solo la stessimo ad ascoltare.

Ohhhh che bello, che pace – esclamò Roberto – si sta proprio bene qui, accucciato, sotto questo cielo che sembra prendere fuoco.
Ma quando la notte si fece più buia si destarono le consuete paure. Il primo giorno è andato. Ma domani? Ce la farò? Sto facendo la cosa giusta?
Ma chissà perché di notte ogni piccolo dubbio diventa una montagna insuperabile? Pensieri e paure che di giorno si dissolvono come neve al sole, di notte ti tormentano. Come questa storia di mollare tutto e andarmene, pensò. Ci vogliono le palle per diventare una mosca bianca, altro che storie. E io ce le ho le palle? Devo pensare a qualcos’altro, a qualcosa di bello e che mi faccia stare bene. L’infanzia! Ecco a cosa, e che bello se mi addormentassi pensando al piccolo Robby, al mio cortile, dove tutto era possibile: un bastone diventava una spada, un sasso un pallone, una scopa un cavallo…
Ma sognare all’aperto non è la stessa cosa che sognare nel proprio letto. Più scomodo, questo sì, ma anche più magico. Perché lì fuori, la natura come compagna, ogni cosa è enfatizzata: il vento che muove le foglie degli alberi, che sbatte una persiana, che ti sfiora il viso; un grillo che canta, una rana che gracida. Anche i sogni ne risentono. Sogni che aivoglia ingabbiarli. Non li freghi. Decidono loro mica tu. Ed è così che il sogno del piccolo Robby, sereno un attimo prima, si mutò in tanti altri sogni meno felici. Un su e giù continuo che le montagne russe gli fanno un baffo. Un manicomio. Ecco cosa sono i sogni. Ci sono tutti i casini e i crucci e le paure e i desideri di una vita intera. E  forse è per salvaguardare la nostra salute se dall’alto, il  padreterno, ha deciso che non ce li dobbiamo ricordare. E fu così anche per questo sogno, iniziato bene e continuato… be’ non starò qui a dirvi tutto quanto. Tante cose non si riuscirebbero nemmeno a spiegare con le parole, da quanto sono ingarbugliate. Altre ancora sono talmente fugaci da risultare inafferrabili. Ma qualcosina sì.
Roberto è in cortile che gioca a nascondino, si è nascosto al primo piano della scala e  aspetta… ventisette, ventotto, ventinove e trenta chi è dentro è dentro e chi è fuori è fuori! urla Patrizia. Roberto la sente passare più giù nel corridoio, la vede in fondo alle scale aprire la porta di casa. È un attimo buttarsi giù e correre più forte che può, mentre Patrizia si gira, lo insegue, lo affianca, quasi lo supera che è più grande di due anni, ma è lui a toccare per primo: tana Roberto! … Zzz… Zzz.. Zzz…
… Roberto è un adulto di mezza età, seduto in una grande sala, una quindicina di persone accanto a lui. Un professore parla: 15 miliardi di anni, otto milioni d’anni… e l’uomo negli ultimi vent’anni si è trasformato con una accelerazione esponenziale… globalizzazione, cambiamento, rivoluzione digitale, costo della manodopera, dell’energia, Steve Jobs, Google, Twitter, economia, caos, mutamento, gestione del tempo, futuro, obiettivi, affidabilità, e voi cosa ne pensate?… Zzz… Zzz.. Zzz… velocità, complessità, affidabilità, obiettivi, futuro, leadership, eccellenza, comunicazione, servizio, competenza, decentrare, fatturato, entusiasmo, e correre correre correre… e tu Roberto cosa ne pensi? E tutti lo guardano. E lui proprio non sa che dire, e pensa alla sua vita, al suo lavoro: che bello se fossimo negli anni 80’. Vorrei compierli questi benedetti cinquantasei anni, ma vorrei compierli nel 1980 e non nel 2020. Com’era più semplice e leggera la vita negli anni ’80, che c’era più tempo per fare le cose, ed erano ben fatte, mentre tutto questo correre e correre e correre ci ha fatto diventare uguale ai cinesi, ma il Made in Italy sopravvivrà solo se tornerà ad essere innovativo, originale, unico, e non è il mondo che vorrei… ricerca, estetica, bellezza… Zzz… Zzz.. Zzz… ed è stato bello aver fatto un pezzo di strada insieme, mi fa piacere che pensiate a me anche per il futuro ma a fin della licenza io tocco…  Zzz… Zzz.. Zzz… io scendo… io scendo. E poi tutti lo stanno guardando, tutti scuotono la testa, lo indicano, e allora Roberto capisce che non le ha solo pensate, quelle cose le ha dette per davvero. E lui adesso non sa che fare. L’hanno scoperto, riconosciuto, smascherato… Zzz… Zzz.. Zzz…

Roberto si svegliò al canto degli uccelli, la testa pesa – chissà cos’ho sognato? La casa era ancora più bella illuminata dai riflessi dei primi raggi di sole. Gli venne in mente una poesia di Li Po:

Anche quel muro imbrattato
anche quel veloce leprotto
anche la rugiada sull’erba
anch’io
godo il sole stamane

In realtà non erano le stesse parole del poeta, ma fa niente. Roberto amava la cultura orientale, ripeteva spesso frasi, poesie, citazioni, proverbi. Non sempre ricordava le parole esatte. La memoria era quella che era. E poi a lui piaceva improvvisare, cucirsele addosso le cose che amava. Si avvicinò alla porta di casa, la tentazione di entrare era forte. Avrebbe dovuto sfondarla. Non sarebbe certo stato lui il primo a intrufolarcisi dentro, ma desistette. Quella casa era stata una buona compagna per quella prima notte. Meritava rispetto. Sistemò le poche cose nello zaino e ripartì. Lo stomaco brontolò e rimpianse di non poter andare al bar, rimpianse la brioche e il cappuccino.
Il sentiero che prese lo portò a un piccolo ruscello. La giornata era splendida. Fu rinfrescante bagnarsi le mani, il viso, un piacere seguire il corso d’acqua, vederlo sfociare in un fiume più grande. Un cane pastore faceva da sentinella al suo branco di pecore, alcune si dissetavano. Anche Roberto aveva sete, fu tentato di berla anche lui quell’acqua, ma desistette. Vide dei pesciolini saltare. Ok la natura e tutto quanto, ma piuttosto che morire avvelenato sarà meglio trovare dell’acqua potabile. E ripensò a quel film in cui un ragazzo ribelle abbandonava il suo mondo per l’Alaska: il suo sogno! Sarebbe vissuto in una terra selvaggia e incontaminata mangiando ciò che riusciva a procurarsi con le proprie mani. Ma quello stesso sogno lo portò a morire in pieno inverno quando, finite le scorte e affamato, scambiò una pianta selvatica e avvelenata per commestibile. La natura è bella e io adoro camminare sull’erbetta ma c’è un limite a tutto – scuoté la testa Roberto – e poi come disse Confucio:

chi non cambia idea
è solo il saggio più elevato
o lo sciocco più ignorante

Ed è così che Roberto se ne fregò del precetto non calpesterò mai il cemento e un paio d’ore dopo camminava su una strada di un paese in cerca di acqua, di cibo. Comprato l’essenziale stava per ritornare nei campi quando si fermò con l’acquolina in bocca davanti a un’osteria. La cameriera intuì al volo la tentazione del cliente, lo invitò a sedersi.

Pieno come una botte stava per alzarsi per pagare il conto quando la cameriera si avvicinò
«Sei un turista?»
«Macché, non mi definirei proprio un turista».
«Che cosa allora?»
«Mah… diciamo che cammino, che ho preso un po’ di tempo per me».
«Una camminata sabbatica, che bello!» esclamò la ragazza. «Ti serve qualcosa?»
E visto che Roberto rimase muto giusto tre secondi di troppo fu un fiume in piena: «Dove sei diretto? Da dove vieni? Che lavoro fai? Come ti chiami? Dove dormi? Perché?»…
Una bambina trentenne che aveva scoperto un nuovo gioco, e chissà quante domande avrebbe fatto ancora se Roberto non l’avesse interrotta.
«Non ho una meta precisa, la montagna, la natura, Dormo dove capita».
«Ma dai! Mio marito ha una azienda agricola, abitiamo lì… » e la ragazza si girò, alzò il braccio indicandogli una collina. «La nostra casa è proprio lì, vedi. Ai piedi del sentiero per l’alpeggio, e poi da noi ci si arriva anche dai campi. Aspetta. Torno subito». E scappò di corsa ritornando con un foglio su cui aveva disegnato una piantina improvvisata. «Potresti mangiare da noi stasera, ci farebbe piacere. E per dormire non c’è problema, che ce n’è di posto».
Roberto annuì. Certo, una doccia l’avrebbe fatta volentieri. «Non ti prometto niente, ma grazie». Poi guardò l’espressione supplichevole di quella ragazza e aggiunse: «Ci penserò».
Era già in strada quando sentì un urlo: «Ehi, ehi, fermati!». Si girò e vide la ragazza che si sbracciava: «Teresa! Mi chiamo Teresa, e tu?»
«Roberto».
E davvero non sapeva che fare. Ma poi andò a finire che aveva quella piantina in mano e non tante altre idee su dove andare. Fu automatico seguire le indicazioni, mentre camminava.
Il sentiero incominciò presto a salire, Roberto a faticare.
Un’infinita distesa di verde e giallo cadde a fagiolo. Fu inevitabile buttarcisi sopra, rimanere sdraiato a guardare il cielo, le nuvole, gli uccelli. Poi si alzò e camminò in un prato pieno di soffioni. Luisa li amava. Da bambina le piaceva soffiarci sopra e far volare le stelline bianche. Una domenica mentre passeggiavano insieme in un parco lo fece davanti a lui. Raccolse un soffione, si avvicinò al marito e soffiò fortissimo. I semi bianchi volarono sulla faccia di Roberto e lei rise come una bambina. «Lo sai vero che anche questo è un piscialetto, che da fiore giallo diventa soffione per meglio disperdere al vento il seme?», gli spiegò quella volta. E Roberto davvero non lo sapeva, e allora Luisa gli fece notare come in mezzo al prato pieno di soffioni ci fossero ancora dei piscialetti gialli. «Che poi la pianta si chiama tarassaco, ma che ne sa un cittadino ignorante come te, che non si attenta neanche ad accarezzare un gatto ah ah ah… ».

Roberto sorrise, era un bel ricordo. Gli mancava Luisa, non era per fuggire da lei che era partito.
Certo qualche incomprensione in vent’anni c’è stata, è inevitabile – pensò -, che le femmine sono diverse, non c’è niente da fare. Sono superiori a noi maschi, anche solo il fatto che partoriscano, e poi non è un caso che vivano di più. È che sono più equilibrate. Ecco tutto. Noi maschi? Non abbiamo mai pace, dobbiamo sempre fare qualcosa, e quasi sempre quello che non stiamo facendo. Aveva ragione la mamma quando mi diceva ma sa ghét l’arzeint viv adòs? (ma cos’hai l’argento vivo addosso?), che io proprio non ce la faccio a stare fermo. Certo che Luisa però… io ho già finito di mangiare e già vorrei essere in poltrona davanti alla TV e lei ha appena messo in bocca il primo boccone; io sono già in macchina e la sto aspettando e lei è capace di stare tre quarti d’ora a sistemarsi i capelli, mezze giornate al telefono, pomeriggi in un outlet, settimane all’Ikea. Roba da matti. Per non parlare di quando litighiamo: a me poco dopo passa e faccio di tutto per risolvere le cose. Lei? Per ore e ore ci pensa e ripensa. Adesso delle ore, che prima, appena messi insieme, se prendevo la giornata sbagliata, anche solo un semplice battibecco era un incubo, giornate  e giornate a discutere. E io allora la guardavo e le chiedevo: “ti devono venire le mestruazioni?”
Mondi paralleli. Non c’è niente da fare.
Roberto ricordò un libro di Murakami che aveva da poco riletto. Una frase in particolare cadeva a fagiolo.

Prima di sposarmi non mi ero mai interessato delle fasi lunari: tutta al più guardavo il cielo. Da quando mi ero sposato mi pareva di averla sempre in testa; la forma della luna (da L’uccello che girava le vite del mondo).

«Eccolo! È arrivato finalmente!», urlò entusiasta Teresa. «È lui che sta facendo la camminata sabbatica» e scoppiò a ridere. «Luca, bimbi venite fuori, presto»…
«E dunque stai fuggendo?» gli domandò Luca sorridendo, mentre attendevano il caffè, dopo aver cenato. Roberto non sapeva che dire. Che persone schiette, pensò. E davvero non sapeva cosa rispondere… «Io… sì sono in crisi. Sono a un punto morto, e… davvero non so che fare».
Luca era in imbarazzo, non si aspettava questa deriva. Per una volta che voleva fare lo spiritoso. Fu lui adesso a non trovare le parole. Speriamo che Teresa si sbrighi… lei sì che saprebbe cosa dire.
«Be’, cosa sono questi musi lunghi?» domandò Teresa appoggiando il vassoio del caffè sul tavolo. «Vi lascio soli un attimo e vi ritrovo depressi, cosa succede?»
«No… niente», rispose Roberto.
Teresa guardò suo marito arrabbiata: «Oh, Luca! Adesso mi dici cosa gli hai detto?»
«Ma niente…. gli ho solo chiesto se stava fuggendo», disse Luca maledicendosi da solo.
«Ma se ti facessi i cazzi tuoi. Se non vuole dire nulla avrà i suoi motivi: no?»
«Senti chi parla. Proprio tu che sei il gazzettino ufficiale».
«Be’,  io sarò anche il gazzettino ufficiale ma tu sei…
«Ho dei problemi che si stanno trascinando da troppo TROPPO tempo» li interruppe Roberto. «Ed è ora che li affronti».
«È un bel casino con le donne, eh?» gli chiese Luca con un faccione solidale. Roberto sembrò pensarci su, e allora Luca aggiunse: «Anche tu hai problemi con tua moglie, eh?»
Roberto lo guardò sorpreso e poi esplose in una grassa risata lunga e salutare. Risata che, come spesso succede, fu contagiosa. «No! Mia moglie non c’entra niente. Sono altri i problemi… ma se vuoi – e si rivolse di nuovo a Luca ridendo – faccio finta che sia colpa sua».
«Io sarò anche il gazzettino ufficiale», ripeté Teresa, «ma tu maritino mio sei un pirla».
«Va be’, ma io volevo solo sdrammatizzare» puntualizzò Luca indomito. «Cercavo solo di tirargli su il morale».
«E ce l’hai fatta», rispose Roberto.
Teresa si avvicinò al marito, seduto sulla poltrona, lo abbracciò e disse: «È per questo che mi sono innamorata di quest’uomo… è tenero». E dopo un attimo aggiunse: «Avete presente quell’attore che si mette sempre nei guai e non ne combina mai una giusta, com’è che si chiama? Ben… e qualcosa, be’ quello. Dice sempre la cosa sbagliata, come in Tutti pazzi per Mary. È così tenero in quel film, proprio come il mio cucciolone». E abbracciò il marito, baciandolo appassionatamente.
Era fatta così Teresa.
Poi si sentì una voce, era quasi un bisbiglio: «Ho iniziato la prima elementare che non parlavo come gli altri, molte parole non le sapevo, le lettere le invertivo. Solo dopo mi dissero che ero dislessico. La maestra non mi voleva. Fece di tutto per mettermi in un’altra scuola… per ritardati. Diceva che rallentavo le lezioni, che non aveva tempo da perdere. Mio padre si arrabbiò molto con la maestra, il preside. Ne parlava in casa, io ero piccolo ma capivo. Andò a finire che restai. Andò a finire che la maestra si dimenticò semplicemente di me. Ma quel senso di vergogna, di non essere all’altezza mi segnò per sempre. Me lo porto ancora addosso, come la paura di sbagliare, di non farcela. Di essere smascherato».
Teresa e Luca erano immobili, guardavano Roberto, i suoi occhi che vedevano un altro mondo, un altro tempo.
«Gesù», disse Teresa. Non trovando altre parole da dire, lei che non stava mai zitta. Ma Roberto non aveva ancora finito. «Avevo il terrore di vederla. In terza elementare dovevamo andare al circo. Tutta la classe era in fibrillazione. Ci aveva detto che bisognava  guadagnarselo il circo, che la vita funziona così. Quel giorno io rimasi con un’altra maestra, in un’altra classe. Non me l’ero guadagnato, così disse la mia maestra».

Camminare cominciava a dare i primi frutti, e poi avere in qualche modo una via da seguire lo tranquillizzava. Teresa quella mattina gli aveva disegnato un’altra piantina, ancora più dettagliata. «Mi hai detto che saresti voluto arrivare sul Monte Cimone, questa ti può aiutare. Ho segnato tutto: sentieri, fattorie, paesini, amici, posti da non perdere assolutamente, e posti adatti per mangiare, per riposare, dormire».
Il Cimone? Sì era il suo sogno. L’estate era alle porte ed era la stagione giusta per quell’impresa.
Il sole non era ancora alto eppure già si sudava. Roberto girò il polso e automaticamente abbassò gli occhi a guardar l’ora. A guardare il polso: punto e basta. I gesti non li controlli. Sono abitudini radicate negli anni. Ma l’orologio non lo portava più da anni, aveva il cellulare. Peccato che fosse rimasto sotto carica, sul comodino di casa. Fa niente, pensò. E poi non si vantava sempre di riconoscere l’ora dal sole, dalla luce e le ombre? Le 9,00, si rispose. Sono le 9,00.
Roberto era finalmente tranquillo. Si guardò attorno. Che bello sentire il canto degli uccelli, seguire il loro volo, una nuvola.

Volano alti gli uccelli, scompaiono
Pigramente una nuvola trascorre
La guardiamo andare noi due, qui soli:
io e il monte Cimone

Gli piacevano le poesie di Li Po: semplici, corte, dirette, gli davano un senso di pace, di libertà. Lo aveva scoperto alle superiori. In un romanzo di Vittorio Saltini che raccontava le imprese del poeta cinese. Era stato amore a prima vista: Natura, bellezza, amore, poesia, Tao.
Ripensò a Teresa. Se tutti fossero così il mondo sarebbe migliore. Ricordò la colazione – che bel momento: il latte appena munto, pane e burro e marmellata fatti in casa. «Non vogliamo niente, è stato un piacere» aveva detto Teresa sistemandosi i capelli, quando Roberto insistette per pagarle il disturbo.
«Credimi Teresa, il piacere è il mio. Incontrarti è stato un dono», le disse Roberto.

Ancora non ho inteso il colore dei tuoi occhi:
mentre ti guardo brancolo
in una nebbia di piacere (Li Po)

Non che ci avesse fatto un pensiero. Erano lontani quei momenti. Già una volta si era separato. Aveva divorziato. Era stato doloroso. Poi si era innamorato di Luisa e aveva deciso che sarebbe stato per sempre. Aveva imparato la lezione: è così infantile cedere a effimere illusioni e facili tentazioni, quando ciò che ci appare indispensabile è già accanto a noi, pensò.
Adesso poi, che quando si guardava allo specchio vedeva un vecchietto pelato e con la barba bianca. Adesso che era ben oltre la metà del guado. No, Roberto non cercava più quel tipo di avventure.

Le giornate si susseguirono con la sessa modalità. Roberto camminava sempre in salita, sempre più su. Spesso dormiva all’aperto. Più di una volta incontrò persone che come Teresa gli dimostravano affetto, lo avrebbero aiutato volentieri, se solo lui l’avesse permesso.
Roberto temeva da sempre le sue paure come una bestia teme il fuoco. Per anni le aveva ignorate, sperando che se andassero. Ma non aveva funzionato. Ma quel viaggio cominciava a dare i suoi frutti. Si era stancato di subirle passivamente. Fu quando si convinse a guardarle negli occhi che le paure si fecero più leggere, impalpabili, inconsistenti. Anche nei sogni attecchivano meno. Certo lo tentavano ancora. E alcune notti vincevano ancora. Ma qualcosa era cambiato. Se le aveva battute una volta, le poteva battere ancora e ancora e ancora.

A volte, nei tardi pomeriggi estivi sentiva spirare un venticello rinfrescante sulla sua pelle. Qualsiasi cosa facesse si fermava e sorrideva. Poi sentiva un’insostenibile nostalgia, ricordando quei pomeriggi estivi in cui la mamma gli diceva: «l’é la madunéina ch la và a màssa (È la madonnina che va a messa)», quando dal nulla si alzava dell’aria fresca.
Guardò la grande montagna. Era sempre lì, più su. La vetta più vicina. Ogni passo in salita lo avvicinava alla meta, lo allontanava dai suoi cari: era questo che voleva?
Certe sere, al tramonto, la luce diventava morbida, limpida e benevola, e ogni cosa che toccava si trasformava, prendeva vita: un prato, un sasso, un fiore, un albero. In quelle sere dorate Roberto si arrendeva, veniva sopraffatto da una sensazione di pace mai provata prima, si sentiva anche lui parte di tutta questa bellezza, perfezione.
Infine la volontà gli venne meno. Proprio quando era quasi arrivato cedette. Il sentiero era ripido, come non lo era mai stato. Ma non era quello.
Tutto gli sembrò di colpo inutile. Assurdo. Si voltò e vide il paese più giù, lontano. Le case sembravano presepi.
Scese.
Era quasi notte quando raggiunse una baita.
Tante cose erano accadute dalla partenza. Alcune cose le aveva imparate. Altre ripudiate. La vergogna era una di queste. Roberto suonò il campanello. Chiese di essere ospitato. «La cucina è chiusa. Se ne riparla a colazione», gli risposero. Ma la stanza che gli diedero era perfetta, con il bagno, la doccia. Roberto tirò fuori dallo zaino quello che era rimasto: pecorino e pane, e mangiò di gusto.
La mattina dopo si svegliò con il canto del gallo.
Ogni cosa gli apparve per quel che era: semplice, leggera, limpida, come dopo un temporale.
Sotto la doccia cantò Vasco.

Una storia semplice
Cielo senza nuvole
Sempre alla ricerca
DOV’È?
Uhù dov’è?
Questa felicità!… Dov’è?… 

«Qui le vacche mangiano solo erba di alta montagna. Noi non gli diamo mangime come fanno in tanti qui intorno» gli disse il proprietario della baita, indicandogli la forma di formaggio sul tavolo.
«È buonissimo» ringraziò Roberto. «Si sente che è genuino».
«A me non interessa ingrassare le mie bestie. Le mie vacche producono non più di otto, dieci litri di latte al giorno, e non i cinquanta o i sessanta degli allevamenti intensivi. Ma non a tutti interessa la qualità del prodotto, non tutti sono disposti a pagare di più». Lo disse guardandolo negli occhi, quasi a volerlo pesare, sfidare. Giudicare. Roberto sentiva che l’aveva preso per un escursionista di passaggio, della domenica. Un pianzàn (uno di città). Ed era così. Sapeva benissimo che poche settimane, un paio di stagioni non lo avrebbero fatto un montanaro. Roberto pagò il servizio e se ne andò. Quell’uomo era arrabbiato. I suoi occhi non ammettevano repliche. Una scocciatura, un dovere, uno sforzo, quelle poche parole scambiate con il cliente. Roberto lo sapeva bene. Non era sempre stato così anche per lui?

Un gatto gli attraversò la strada, mentre scendeva. E lui fece una cosa nuova, mai fatta prima d’ora: andò verso il gatto, e non viceversa. Non fu facile conquistarlo. Ogni volta che provava ad avvicinarsi si allontanava. Ma non demorse. Non aveva poi così tante cose da fare. In realtà non le aveva mai avute. E poi ci riuscì. Prese il gatto. O meglio: il gatto si fece prendere, si fece accarezzare. Fece persino le fusa.
E pensò: ci sono momenti che ti senti leggero come una piuma, e così felice che ti viene voglia di condividere con chi ami una gioia inaspettata. Oh Luisa, se solo mi vedessi accarezzare il gatto… Scommetto che quando te lo dirò non ci crederai.
Luisa amava i gatti.

Roberto raggiunse il paese che era quasi sera.
L’autunno era alle porte, lo sentiva sulla pelle, lo vedeva nelle cose che stavano scolorando, trapassando.
Era combattuto: dormire in un comodo albergo? Oppure all’aperto?
Una casa diroccata si materializzò. La decisione fu semplice.
Quel rudere gli ricordò la vecchia signora che lo aveva così bene ospitato, quella prima notte.
Gli ricordò l’inizio del viaggio.
Si sistemò in modo da guardare il tramonto, come la prima volta. Vide il sole scendere e scendere e poi incendiarsi, prima di scomparire dietro la montagna, mentre più giù l’erba diventava più scura, più scura, più scura…

Il ritorno a casa in taxi fu veloce.
«Ha fatto un bel viaggio?» chiese il taxista.
Roberto sorrise, e poi disse:

Giro il mondo per cercare,
ma torno a casa per trovare

Questa volta non erano parole di Li Po, ma di George Moore, un poeta irlandese del secolo scorso.
Era quasi arrivato quando cambiò idea. Prima doveva fare un’ultima cosa. Diede al taxista una nuova destinazione.

Scese dal taxi davanti a casa. Le finestre erano aperte. Luisa era in casa. Fece piano le scale, non voleva farsi scoprire. La paura era tornata. Ma questa volta era diversa. Non riguardava il lavoro, e nemmeno il passato. Ma il presente. La donna della sua vita. Inserì la chiave nella serratura, piano piano. Poi aprì la porta lentamente, manco fosse un intervento a cuore aperto, e pochi, pochissimi centimetri, quel tanto che bastava per far entrare una sorpresa, il nuovo padrone di casa:

miao miao miao…

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Sono nato a Modena nel 1964 e vivo in un paese che è parte dell’Unione dei Comuni del Distretto Ceramico. Da 35 anni faccio piastrelle. Mi occupo di ricerca. Crescere, crescere, crescere: non esistono altri obbiettivi. Ogni anno è una sfida. Sposato con due figli, da quattro anni scrivo su questo blog. Ma fin dal primo articolo ho capito che recensire un libro, un film o una canzone non è che un pretesto per raccontarmi: pensieri, passioni, desideri. Ricordi. Il vero scopo è fermare il tempo. Trattenere il più possibile istanti di felicità.

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2 pensieri riguardo “Una camminata sabbatica

  1. Sono veramente felice di aver letto.Se me lo consenti lo salvo per rileggere tutto con calma,il pomeriggio,non la sera che è un’ora birbona: mi cala la palpebra…
    Bravo e se vuoi continuiamo a tenerci in contatto: tu da Modena io da MAtera…
    Chissà che domani o doman l’altro o…non importa quando ,in effetti, per ora solo così 🍀❤️🤗

    1. Ciao Elvira, certo che lo puoi rileggere. Anzi mi fa piacere, mi è sempre piaciuto condividere con altri le mie gioie… è un modo perché non vadano perse, dimenticate… Se avrai altri pomeriggi liberi leggi il mio blog, troverai altre storie…

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