Sliding Doors

Quell’anno avrei dovuto scegliere. A fine quadrimestre compilare un questionario indicando al massimo due indirizzi tecnici. Per poi, a fine anno scolastico e una volta promosso, decidermi definitivamente. Era così che funzionava negli istituti tecnici. Il biennio era uguale per tutti e solamente dalla terza si sceglieva la specializzazione, quella che avrebbe indirizzato inevitabilmente il futuro lavorativo.
A novembre brancolavo ancora nel buio, già convinto che avrei scelto a caso. E invece. Da un giorno all’altro mi decisi. Senza dubbi, e la specializzazione più improbabile: Chimica Industriale. Fui l’unico a sceglierla. Dovetti persino cambiare scuola. La nuova, più piccola e con due sole professioni, veniva considerata di un livello superiore. Per accedervi dalla prima non bastava fare domanda. Venivano accettati gli studenti con la media dei voti più alta. Per la terza era diverso, mi dissero. Era a numero chiuso una sola delle due specializzazioni: Elettronica, che aveva ogni anno un botto di richieste. Chimica no. Facevano fatica a completare le tre classi. Fu per questo che mi accettarono.
Ma queste cose le avrei scoperte solo dopo.
A novembre chimica era solamente una nuova materia da studiare, l’ultimo dei miei pensieri. Non avevo mai aperto nemmeno il libro. Libro che non aprii mai. E non sono un genio, se è questo che state pensando scordatevelo.
Poi accadde una cosa che cambiò tutto: il giuramento di mio fratello. Ricordo che quella prima domenica di dicembre ci svegliammo prestissimo. C’era buio, freddo e sbuffavo un sacco – “ho sonno… che palle!” -, mentre salivamo in macchina. Stavamo per uscire dal cortile che urlai: “Papà fermati! Vado a prendere il quaderno che domani m’interrogano in chimica”.
I miei mi guardarono sorpresi. Quel giorno battei tutti i record. Non avrei mai più studiato così tanto. Imparai tutto a memoria. Si dice che non va bene studiare a memoria come un pappagallo. Può essere. Ma il giorno dopo la prof mi diede nove. E io non avevo mai preso un nove, e mai più lo ripresi. A pensarci bene nemmeno un otto. Qualche sette sì. Ma pochi, pochissimi.

Non posso fare a meno di pensare a quanto è strana la vita. A come accade tutto per caso. Anche le cose importanti. Se io quella mattina non fossi corso su a prendere quel quaderno la mia vita avrebbe preso tutta un’altra direzione. Intanto avrei preso un altro quattro, e Chimica sarebbe stata un’altra materia che… diciamo non avrei amato?
Ma non è solo questo. Il fatto è che ogni cosa che succede si lega a decine di altre cose, incontri, situazioni. Cose in apparenza piccole ma che cambiano irrimediabilmente la tua vita. E ti ritrovi a pensare dove sarei adesso se non avessi fatto questo, incontrato quello?
Avete presente Sliding Doors, con Gwyneth Paltrow. Nel film fanno vedere due scenari opposti. Due dimensioni di tempo parallele. Nella prima la protagonista non riesce a prendere la metro per un niente. Nella seconda riesce a salire un attimo prima che la porta si chiuda. Ed è inutile che vi dica che le due vite sono completamente diverse. Da strippare, a pensarci bene. Perché questa cosa si ripresenta decine e decine di volte al giorno. In una vita fanno milioni e milioni di potenziali me che in ogni istante e a seconda se hanno oltrepassato o no quella Sliding Doors di turno potrebbero vagare ovunque nel mondo. Anime in pena. Oppure felici. Ma tutti diversi fra loro. Diverse professioni, donne, figli, amici.

Sliding Doors.

Letteralmente significa porta scorrevole. Ho usato il traduttore automatico.

Ivan era a militare a Portogruaro. Mio padre aveva la cinquecento: cinque ore all’andata e altrettante al ritorno. Un viaggio infinito.
La prof. di Chimica era vecchissima e aveva un metodo tutto suo di fare lezione, di spiegare le cose. «Dimenticatevi il libro», ci disse la prima volta, «e ancora: quello che vi serve è un quaderno nuovo e una penna. Ogni lezione io vi detto e voi scrivete. Ogni volta che tornate a casa dovete studiare tutto quello che vi ho dettato. La penna ce l’avete di sicuro. Se non avete un quaderno, sulla mia scrivania ci sono dei fogli, venite a prenderli».
Con me funzionò. Non ho mai trovato più nessuno che spieghi così bene le cose. Non in maniera così chiara. E poi, a pensarci bene, aveva una grandissima capacità di sintesi. Era questa la sua forza. Frasi corte, semplici. Ci dettava perfino la punteggiatura.
Non ho mai più scodato la sua prima lezione.
«La chimica è una scienza che studia la materia e le sue trasformazioni (PUNTO). La materia è tutto ciò che ha massa, volume ed energia (PUNTO)…».
Uno spettacolo!
Faceva diventare tutto facile.
Quanto vorrei avere ancora quel quaderno (PUNTO).
Lo divorai. Fu grazie a quel quaderno che scelsi Chimica Industriale. I libri sarebbero arrivati dopo, insieme ai problemi.

La terza andò bene: promosso!
La quarta no!

Quella mattina di marzo avevo un’interrogazione decisiva. Non mi feci scrupoli a studiare in classe, durante la lezione di un’altra materia. L’anno scorso ero stato bocciato. Quell’interrogazione era come uno spartitraffico, se andava bene avrei imboccato la strada giusta, direttissima per la promozione. Quando capisci il meccanismo tutto diventa semplice. Dovevo studiare, e bene, le due materie di quel nuovo professore di quarta e quinta. Era cazzuto! Nell’indecisione – quando si era nel limbo, tra il cinque e il sei per intenderci – ti bocciava. Se si andava bene con lui, si andava bene anche nelle altre materie. Questo succedeva. In quattro ci aveva bocciati. Avevamo capito la lezione. Gli altri professori erano meno severi, si accodavano a lui, erano disposti a chiudere un occhio.
Un professore cazzuto ma simpaticissimo. Dava a tutti del lei, chiamando ogni studente con il cognome e con i signor o signorina davanti. Ogni volta una cantilena e con le lettere scandite piano piano e per bene, come le immagini alla moviola di certi rigori dubbi. Gli piaceva scherzare e aveva sempre la battuta pronta. Fuori dall’ambiente scolastico era un trascinatore. Era sempre disposto ad accompagnare i ragazzi alle gite scolastiche. Si autoinvitava alle feste che noi studenti organizzavano di sera, con una faccia tosta che non vi dico. Si trasformava. Da adulto maturo a ragazzino in un secondo. Quelle sere erano come ossigeno per i suoi polmoni, come se gli dessero linfa per sopportare il resto. Quello che tutti quanti dobbiamo sopportare crescendo. Peccato che quando interrogava – alla prima esitazione – fioccassero dei quattro.
Un altro gioco che gli piaceva fare in classe era mettere i ripetenti in prima fila. Per vederli bene negli occhi, diceva. E fu così che noi quattro nonni – che generalmente stavamo in ultima fila – obbligavamo quattro secchioni – e chi poteva scegliere liberamente di stare in prima fila? – a spostarsi dietro.
Un balletto continuo.
Quella mattina ero dunque in ultima fila a studiare spudoratamente Chimica Industriale durante la lezione del Biribabi. Il professore di Impianti era un brav’uomo. Talmente buono che gli alunni ne approfittavano. Non gli avevamo dato quel soprannome perché non sapesse insegnare. Il fatto è che aveva un modo tutto suo di fare lezione: da biribabi. Anche lui parlava con una sorta di cantilena. Anche lui era divertente, ma in modo diverso. Faceva degli esempi assurdi. A dire la verità erano anche efficaci, ma sarà perché erano strambi, sarà per il suo modo di parlare, noi studenti dovevamo ogni volta trattenere le risate, e non sempre ci riuscivamo.
Sentite cosa disse una volta:
«Di ogni cosa si può stabilire il carico di rottura, ma poi che ne sappiamo noi umani di quello che può succedere? Che ne sappiamo che non intervengano agenti esterni imprevedibili… catastrofici. Prendiamo un tetto di una casa: certo, si può stabilire la sollecitazione esterna che il materiale può sostenere prima che si rompa. E a questo coefficiente di sicurezza potremmo aggiungere un ulteriore margine altissimo di prevenzione. Ma se in un inverno particolarmente rigido nevicasse fortissimo e in una notte venisse giù dal cielo un metro di neve, due metri di neve, tre metri di neve, dieci metri di neve, venti metri di neve?…»
Il Biribabi, dunque, stava facendo lezione e andava come sempre avanti indietro per l’aula. E come sempre ci osservava. Che non fosse così sempliciotto lo dimostrò in quella lezione, a mie spese.
Accadde che dopo aver tenuto per due ore gli occhi sul libro di Chimica Industriale li alzai nel momento sbagliato. Ritrovandomi gli occhi del professore nei miei. Mi fissò per una manciata di secondi, poi scosse la testa e disse:
«Toh! Si è svegliato anche Malaguti. Malaguti, che mente… vedete? Quello che voi avete studiato ieri lui lo sta studiando oggi, e quello che voi state facendo oggi lui lo farà… QUEST’ALTR’ANNO. Che mente!».
Chapeau!
Non vi dico le risate dei miei compagni.
L’interrogazione di Chimica Industriale andò bene. E fu davvero tutta una discesa. Lo spauracchio più grande fu proprio l’interrogazione di Impianti. E come avrei potuto non pensarci, i miei compagni ridono ancora adesso. E se davvero me l’avesse fatta pagare? Quel pensiero non mi usciva più dalla testa. Ed è così che studiai e tanto anche Impianti.

A metà giugno festeggiai con tutta la classe la promozione in pizzeria, Finimmo la serata al Picchio Rosso.
Era da qualche mese che con Lara facevamo il filo. Una sera mi aveva telefonato a casa. Avevo appena finito di cenare e capii subito che aveva voglia di flirtare: «Ciao come stai? Io sono sdraiata sul letto e… avevo caldo e mi sono tolta tutto… ho addosso solo la biancheria intima, e tu?».
Cose così…
In classe non ne parlammo mai. Fino a quella sera. Sarà stata l’euforia della promozione, sarà per la birra ma avevamo mollato i freni inibitori. A dir la verità ci cercammo da subito. Non è un caso che ci sedemmo uno di fianco all’altra. In discoteca giocammo. Noi maschi siamo teneri e se una bella ragazza ci guarda in un certo modo abbocchiamo come pesci, non c’è niente da fare. Successe anche quella sera con un paio di malcapitati di turno. Io ero in attesa: quando iniziavano a parlare a Lara, quando scoppiava una sua fragorosa risata intervenivo: il moroso geloso.
A fine serata ci sdraiammo su un dondolo. Al Picchio c’era un giardino esterno. Scelsi quello più appartato e l’abbracciai. Lei rise, mi fece fare. La baciai, ma dopo pochi secondi si staccò e mi domandò della mia ragazza. Ragazza con cui ero in rotta, le dissi. Ed era la verità. Un paio di settimane dopo ci saremmo mollati. Lara aveva lunghi capelli biondi, li accarezzai. Avevano un buon profumo. Ormai avevo rotto il ghiaccio e riprovai a baciarla. Questa volta cedette. Le slacciai un bottone della camicetta e mi bastò intravedere un poco di seno bianco sporgere dal reggiseno per immaginarmi tutto il resto. Infilai il braccio sotto la camicia e con i polpastrelli delle dita le sfiorai la pelle della schiena. Lo sentivo che aveva la stessa mia voglia ma si trattenne. Servì solo a farmi eccitare ancora di più. Il gioco più bello del mondo era incominciato. Ognuno aveva la sua parte. Io continuavo imperterrito. Lei diceva di no ma poi si avvicinava. Neanche avessimo una calamita. Si lasciava andare e poi se ne pentiva. La voglia di toccarsi era reciproca. La stessa urgenza. Avremmo potuto andare avanti per ore, se solo non fossero venuti a cercarci.
Avevamo vent’anni e a vent’anni è ancora tutto eccitante, nuovo, intero.
Ci alzammo. Lara aspettò che fossimo di nuovo soli e mentre uscivamo dal Picchio tirò fuori dalla borsetta un foglio e una penna, ci scrisse l’indirizzo di casa e il suo numero di telefono.
«Domani pomeriggio alle tre? disse. «Vienimi a prendere se ti va… potremmo fare un giro al parco».
«Ok» risposi.
Era domenica sera.
La lasciai convintissimo. Mentre tornavo a casa con la 128 verde di mio padre mi ero già fatto tutto il viaggio: avrei lasciato Paola e mi sarei messo con Lara.
Non feci in tempo a stendermi sul letto che tutto cambiò.

Sliding Doors.

Trovai sul cuscino un foglio scritto da mio fratello. Un suo amico muratore aveva bisogno di un aiutante per un paio di settimane. Avrei iniziato già la mattina dopo. Dovevamo andare a Ferrara: sveglia alle 6.00!
Cazzo!!!
Non so perché il giorno dopo non chiamai Lara. Rimandai, così come il secondo e il terzo giorno. Poi, pensai semplicemente di essere un pirla.

L’anno dopo era quello della maturità, del non ritorno. Quello che ci avrebbe aperto le porte del lavoro.
A settembre non dissi niente a Lara. Lei fece altrettanto con me.
Tuttora – sono passati trentacinque anni – non so darmi una spiegazione. Ero timido, ma non poi così tanto. Mi piaceva, ma forse non abbastanza? Certo che essere proprio nella stessa classe, vedersi tutti i giorni in aula… Ricordo che spesso prendevamo in giro quel tipo di coppie, che attendevano il momento di baciarsi, fra una materia e l’altra. Chissà…

A gennaio nevicò per cinque giorni. Una nevicata fitta, violenta, come non la si vedeva da anni. Quasi un metro, con temperature bassissime, da record.
La primavera iniziò con bellissimi auspici.
La classe stava organizzando la gita di quinta: Parigi. Io ero indeciso: c’ero andato l’anno prima con i miei ex compagni. Era stato bello. Avevo avuto il benestare del professore tanto temuto, e poi all’ultimo momento ci fu una defezione, si era liberato un posto.
Un anno dopo di nuovo Parigi?
I miei genitori avevano appena comprato una villetta a schiera. Ci eravamo trasferiti da pochi mesi. Avevo capito che avrebbero preferito risparmiare i soldi. Avevano fatto un mutuo importante. Lara si era rifatta sotto. Mi chiedeva sempre più spesso se andavo. Ci teneva. Se avessi insistito i miei genitori avrebbero acconsentito, mi volevano troppo bene. La voglia era tanta, ma decisi di non andarci.
Quando lo dissi a Lara fece una faccia…
Seppi poi, quando tornarono da quella settimana, che si era messa insieme a un nostro compagno di classe: era evidente che aveva voluto vendicarsi.

Un paio di settimane prima della gita il mio amico Tortello aveva conosciuto una ragazza al corso di scuola guida. Si chiamava Monica. Disse di essersi innamorato al primo sguardo. Avevano programmato una vasca in centro per sabato. Mi pregò di accompagnarli. Ci sarebbe stata anche Elena, un’amica di Monica. Io accettai. Non è che in quel periodo fossi proprio pieno di ragazze.
Fu una giornata molto piacevole. Tortello monopolizzò Monica. Io ed Elena parlammo un sacco. Più che altro parlai io. Lei era molto timida. Molti anni dopo avrei letto che se vuoi conquistare una donna la devi fare parlare, la devi ascoltare. Ma in quel momento non c’era nessun altro giorno. C’era quel giorno. E in quel giorno parlai soprattutto io, come non avevo mai fatto con nessun’altra prima di allora. Dei miei film preferiti, dei libri che leggevo, di calcio, di Li Po: un poeta cinese che avevo da poco scoperto.
Elena mi piaceva un sacco ma non fu facile telefonarle. Più d’una volta feci il numero, ma mettevo giù prima di arrivare in fondo. Poi mi decisi. La invitai al cinema a vedere La Tamburina con Diane Keaton.
Fu proprio durante la gita a Parigi. Essendo rimasto a casa avevo una settimana libera. Mentre la passavo a prendere pensai chissà cosa starei facendo adesso se fossi a Parigi?
Lo sapevo benissimo che mi sarei messo con Lara. Se solo fossi andato in gita…

Sliding Doors.

«Vuoi diventare la mia ragazza?».
Fu la terza volta che mi buttai. La prima ragazza disse sì, la seconda no. Elena mi diede un posto nel mondo.
Un anno dopo aspettava Francesco. Da ragazzi ad adulti in un istante. Ci sposammo con tanta paura addosso. Tutto accelerò. Otto anni dopo nacque anche Eleonora.
Ogni volta che ricordo il passato la mente mi gioca strani scherzi. È schizofrenica, mi sbambozza avanti e indietro a suo piacimento. Eravamo rimasti a quel primo giorno del 1985. Eravamo andati a Castelfranco Emilia, nel parco di Villa Sorra.
Una splendida giornata. Come quella dopo, e quella dopo e quella dopo.
Vedersi ogni sera aggiustava la giornata, il mondo.
Eravamo ragazzi spensierati.
Un anno dopo incominciai a lavorare in un colorificio ceramico.
Quattro anni dopo in Ceramica.

Sliding Doors.

Mentre scrivevo questi ricordi ho visto un film di Valerio Mieli, con Luca Marinelli e Linda Caridi. Già il titolo mi aveva conquistato: Ricordi?
Il protagonista maschile era strano, malinconico, inquieto. Ricordava sempre il passato. Gli assomiglio, ho pensato. Forse è per questo che mi è piaciuto così tanto il film.

Vorrei finire questo racconto con il dialogo di questi due ragazzi, dopo la loro prima volta insieme.

«Non sarà mai più così bello, lo sai?»
«Eh… lo so».
«Finiamola qui, prima che la poesia diventi pappa. Col tempo diventa tutto qualunque. Così resterà tutto una meraviglia».

 

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Sono nato a Modena 53 anni fa, e abito a Formigine. Amo la mia famiglia; i miei due splendidi figli Francesco ed Eleonora; mia moglie Luisa. Le immagini del blog sono principalmente sue. Ho deciso di aprire questo blog per raccontare le mie passioni: libri, film, musica... Lo faccio principalmente per me stesso. Perché mentre mi racconto, verbalmente o per iscritto non cambia molto, mi torno ad emozionare. Come la prima volta. Spero che, nei miei articoli, questo sentimento si percepisca, che arrivi all'eventuale lettore. Dimenticavo due cose. Entrambe rilevanti. La prima: nella vita, chi mi conosce lo sa, da 31 anni faccio "piastrelle". Ogni anno una nuova sfida. Ma vivo la mia professione con passione. L'unico modo a mio parere, per non "impazzire". La seconda: ho un'altra grande passione. Sono tifoso del Modena Football Club 1912... Sì lo so, è una bella "sfiga"! Ma sono nato a Modena, amo la Ghirlandina e il vero amore mica puoi sceglierlo... P.S. Ho messo il nome della mia squadra del cuore per intero, perché oramai, del Modena calcio rimane solo la storia.

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