SIDDHARTA

Chi è il protagonista del libro? È uno che cerca, che non si accontenta dell’apparenza, della superficie delle cose, del tramandato. Hermann Hesse decise di ambientare, quello che diventerà il suo romanzo più letto (solo in Italia e a partire dal 1975 ha venduto oltre 3 milioni di copie) in India e nel VI secolo avanti Cristo, lo stesso periodo in cui visse Buddha. Ma non solo, lo chiamò Siddharta, proprio come il Buddha. Io, la prima volta che presi in mano il libro – non dovrei sbagliarmi di molto se dico il 1986 – c’ero cascato, convinto com’ero che parlasse della vita del fondatore del Buddhismo, divenuto poi famoso come Gautama Buddha. Be’, rileggendo il libro dopo trentacinque anni devo dire che è stata una mossa vincente, perché in questo modo, raccontando la storia di un uomo comune, Hermann Hesse ha scritto un capolavoro: una bella storia che pur essendo semplice e scorrevole parla di spiritualità, di saggezza, del senso della vita.

L’India dunque; del resto quale altra terra, quale altro popolo trasuda di così tanta spiritualità?

È in India che sono stati ritrovati i Veda: i più antichi testi sacri pervenuti ai nostri giorni, risalenti al XX secolo a. C. e che sono alla base di tutte le dottrine e credenze religiose indiane: l’Induismo, che costituisce l’evoluzione del Vedismo e del Brahmanesimo; il Jainismo: una branca della religione vedica in cui i praticanti prendono i testi sacri alla lettera, facendo uso di pratiche di austerità e mortificazione; l’Ayurveda: l’antica scienza medica naturale, considerata da tanti il più antico sistema di cura della salute; lo Yoga.
È in questo ambiente sovraccarico di spiritualità, popolata di ricercatori dell’assoluto – Brahmini, monaci, mendicanti e asceti – che nasce Siddhartha Gautama, nel 566 a.C.

Nasce indù e sarà il più grande illuminato di tutti i tempi, il risvegliato: un rivoluzionario.

Per gli Induisti la cosa peggiore che ci può capitare non è morire, ma avere molte vite: chi vive unicamente per soddisfare i propri piacere terreni, che è guidato unicamente dal proprio ego è destinato a reincarnarsi all’infinito (Saṃsāra: la ruota eterna delle rinascite), viceversa chi vive con consapevolezza e senno, chi onora gli dei e si comporta con carità raggiunge la pace eterna, il nirvana, ricongiungendosi con Brahma, lo spirito eterno.

Ma perché per gli indù è così terribile vivere?

È semplicissimo: perché l’uomo è destinato a essere infelice, ed è infelice perché fin dalla nascita trabocca di desideri e aspettative che sono destinati a non esaudirsi. Basti pensare alle malattie e alla morte dei nostri cari.
Risultato: la vita è sofferenza.
E fin qui la pensa così anche Buddha, e anzi mi vengono in mente almeno altre due analogie, fra la vecchia religione ortodossa e la sua nuova dottrina: l’essere compassionevoli verso tutti gli esseri viventi e l’uso delle stesse pratiche spirituali di meditazione, indispensabili per placare pensieri e desideri della mente e raggiungere il nirvana.

Ma cosa fa dunque Buddha per essere considerato un rivoluzionario? E quali sono le differenze fra le due religioni?

Innanzitutto Buddha non è un Dio ma un semplice uomo che ha esaurito i desideri, spezzando così le catene che gli impedivano di raggiungere il Nirvana. Ed è un rivoluzionario perché ha messo al centro del suo insegnamento l’uomo e il suo dolore; perché ci insegna che il vero viaggio lo si deve fare su sé stessi, riscoprendo il vero Io: liberandolo dal superfluo, da ogni imposizione esterna che alla lunga deforma la realtà delle cose. Siamo noi stessi i padroni del nostro Karma, nessuna divinità esterna ci può aiutare, dobbiamo semplicemente aprire gli occhi: liberarci da quella sorta di ombra illusoria (il velo di Maya) con cui percepiamo le cose.

Una volta chiesero a Buddha: «Sei un guaritore?»
«No» rispose lui.
«Sei un maestro, allora?»
«No» rispose ancora.
«Allora, Buddha, cosa sei?» chiese lo studente esasperato».
«Io sono sveglio» rispose Buddha.

È tutto lì: dentro di te. E buonanotte al secchio al Dio universale, alle decine e decine di altre divinità che sorreggono tuttora la religione Induista; alla rigida divisione delle caste, attraverso la quale gli Indù dividono la società: per cui fin dalla nascita viene stabilito il tuo destino e se nasci intoccabile rimani intoccabile per sempre; al rituale del sacrifici animali.

 Nella mente ha origine la sofferenza; nella mente ha origine la cessazione della sofferenza (Buddha)

La trama del libro è poi semplicissima e così come in Narciso e Boccadoro – il romanzo che preferisco di Hesse -, anche in questa storia c’è l’amico del cuore: Govinda; anche in questo caso i due amici sono diversi e si separano, e proprio in uno dei momenti più alti del libro, dopo aver incontrato Buddha: Govinda rimase con il Sublime, abbracciando la sua dottrina, Siddharta continuerà a cercare.

Il capolavoro di Hermann Hesse è poi quello di avere elevato Siddharta – un semplice figlio di un Brahmino – a un livello, se è possibile, superiore al Buddha stesso. Sicuramente l’ha reso più umano, perché a differenza del Buddha (che raggiungerà il nirvana rinunciando di fatto a vivere, scegliendo l’ascetismo più estremo), Siddharta conseguirà lo stesso obiettivo immergendosi totalmente nella vita. Sperimentando di tutto, anche i piaceri mondani, soprattutto i piaceri mondani: il cibo, il sesso, il denaro, il gioco d’azzardo, come qualsiasi essere umano.
Tuttavia non dovete pensare che per Siddharta sia stato più semplice: non è così; poiché dopo ogni esperienza si ritroverà con un pugno di mosche in mano, si sentirà perso, sfiduciato, disperato. Ma è questa la vita che ha scelto Siddharta: vivere il presente, l’unica cosa che in realtà esiste: il resto è illusione, è Maya. Ed è in questo modo che giorno dopo giorno, istante dopo istante trova la forza per continuare a cercare, fino al risveglio finale.

«Ho trovato un pensiero, Govinda, che tu riterrai di nuovo uno scherzo o una sciocchezza, ma che è il migliore di tutti i miei pensieri. Ed è questo: d’ogni verità anche il contrario è vero! In altri termini: una verità si lascia enunciare e tradurre in parole soltanto quando è unilaterale. E unilaterale è tutto ciò che può essere concepito in pensieri ed espresso in parole, tutto unilaterale, tutto dimidiato, tutto privo di totalità, di sfericità, di unità. Quando il sublime Gotama nel suo insegnamento parlava del mondo, era costretto a dividerlo in samsara e nirvana, in illusione e verità, sofferenza e liberazione. Non si può far diversamente, non c’è altra via per chi vuole insegnare. Ma il mondo in sé, ciò che esiste intorno a noi e in noi, non è unilaterale. Mai un uomo, o un atto, è tutto samsara o tutto nirvana, mai un uomo è interamente santo o interamente peccatore». […] «Posso amare una pietra, Govinda, e anche un albero o un pezzo di corteccia. Queste sono cose, e le cose si possono amare. Ma le parole non le posso amare. Ecco perché le dottrine non contano nulla per me: non sono né dure né molli, non hanno colore, non hanno spigoli, non hanno odori, non hanno sapore, non hanno null’altro che parole. Forse è questo ciò che impedisce di trovar la pace: le troppe parole. Poiché anche liberazione e virtù, anche samsara e nirvana sono mere parole, Govinda. Non c’è nessuna cosa che sia il nirvana, esiste solo la parola nirvana».
Disse Govinda: «Non una sola parola è il nirvana, amico. È un pensiero».
Siddharta continuò: «Un pensiero, sia pure. Devo confessarti, mio caro, che non faccio una gran distinzione tra pensieri e parole. Per dirtela schietta, non tengo i pensieri in gran conto. Apprezzo di più le cose. Qui a questo traghetto, per esempio, ci fu, mio predecessore e maestro, un uomo, un santo uomo, che per tanti anni credette semplicemente nel fiume e in nient’altro. Egli aveva notato che la voce del fiume gli parlava, e da quella imparava, essa lo educava e lo istruiva, il fiume gli pareva un dio, e per tanti anni non seppe che ogni brezza, ogni nuvola, ogni uccello, ogni insetto è altrettanto divino e può essere altrettanto saggio e istruito quanto il venerato fiume».

Siddartha è uscito nel 1922, sessantadue anni dopo, nel 1984, Osho disse queste parole a proposito di nomi e parole e del fiume:

È necessario capire una cosa fondamentale: il mondo si compone di verbi, non di parole. I nomi sono invenzioni umane, necessarie, ma pur sempre invenzioni dell’uomo. Nella realtà, l’esistenza consiste di verbi, non di nomi e pronomi. La rosa viene definita “fiore”; ma non è giusto, perché la rosa non ha mai smesso di fiorire, sta ancora fiorendo: è un verbo, è un fluire. Definirla fiore significa darle un nome.
Vedi un fiume, lo definisci “fiume” e lo riduci a un nome, mentre è un fiumeggiare. Stai più attento all’esistenza: tutto è in trasformazione, tutto fluisce. Il bambino diventa un giovane, il giovane invecchia. La vita si trasforma in morte, la morte in vita.
Tutto è in perenne movimento, è in continuum. Non esiste mai un punto fermo, una battuta d’arresto. I punti fermi esistono solo nel linguaggio, non nell’esistenza.
Ricordi forse quando hai smesso di essere bambino? In quale istante è finita l’infanzia e tu sei diventato un ragazzo? Non esiste una demarcazione, un punto fisso. In te sta ancora fluendo il bambino. Se chiudi gli occhi e guardi dentro di te, troverai che tutto è ancora lì e fluisce. Ha assorbito in te spazi sempre più ampi, ma tutto ciò che è esistito è ancora presente.
Il fiume si espande, nuovi torrenti confluiscono in lui, ma il rivoletto iniziale è sempre presente. Se hai visto il Gange in India, uno dei fiumi più belli che esistano, lo puoi capire. La sua sorgente è così piccola che la testa di una mucca, ovviamente scolpita nella pietra, è sufficiente a far passare le acque che ne segnano l’inizio. La sorgente è piccolissima, ma quando vedi il Gange vicino all’oceano, là dove il fiume e il mare si incontrano, sembra lui stesso un oceano, tanto è vasto!
Ma quel rivoletto che sorge a Gangotri, a migliaia di chilometri di distanza, sull’Himalaya, e che passa da quella testa di mucca scolpita nella roccia, è ancora presente. Mille fiumi vi sono confluiti fino a renderlo oceanico, continua a fluire. Forse diverrà una nuvola, forse si scioglierà in pioggia… continuerà all’infinito. (da La Bibbia di Rajneesh di Bhagwan Shree Rajneesh – Osho -, editore Bompiani,1988

Buddha, Hermann Hesse, Osho: illuminazione a parte, tre grandi maestri spirituali.

 

 

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Sono nato a Modena 53 anni fa, e abito a Formigine. Amo la mia famiglia; i miei due splendidi figli Francesco ed Eleonora; mia moglie Luisa. Le immagini del blog sono principalmente sue. Ho deciso di aprire questo blog per raccontare le mie passioni: libri, film, musica... Lo faccio principalmente per me stesso. Perché mentre mi racconto, verbalmente o per iscritto non cambia molto, mi torno ad emozionare. Come la prima volta. Spero che, nei miei articoli, questo sentimento si percepisca, che arrivi all'eventuale lettore. Dimenticavo due cose. Entrambe rilevanti. La prima: nella vita, chi mi conosce lo sa, da 31 anni faccio "piastrelle". Ogni anno una nuova sfida. Ma vivo la mia professione con passione. L'unico modo a mio parere, per non "impazzire". La seconda: ho un'altra grande passione. Sono tifoso del Modena Football Club 1912... Sì lo so, è una bella "sfiga"! Ma sono nato a Modena, amo la Ghirlandina e il vero amore mica puoi sceglierlo... P.S. Ho messo il nome della mia squadra del cuore per intero, perché oramai, del Modena calcio rimane solo la storia.

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