Pisolini buddisti

Nostalgia, nostalgia canaglia… noooo!
Albano e Romina poi no, è troppo.
Ma se ho nostalgia del mio Blog, cosa ci posso fare?
Ma non è solo questo.
Il problema, il vero problema è che da quando non scrivo più articoli ho perso il gusto di leggere libri. Dopo 101 volte nelmiopiccolo qualcosa si è inceppato, e ci provo anche a leggere, ma ogni cosa mi sembra banale, noiosa, pesante. Non riesco a capacitarmene.
È come se il piacere della lettura fosse condizionato allo scrivere.
Vacci a capire qualcosa.
E dire che questi 101 articoli non sono stati così leggeri, da scrivere. Io faccio piastrelle e non sempre le parole mi vengono, non in maniera fluida almeno, così come l’articolo. Ma per qualche strana ragione completare l’articolo chiudeva il cerchio. Leggevo dai 4 ai 5 libri al mese – quasi sempre romanzi – e non appena trovavo quello giusto lo recensivo. Mentre scrivevo mi riempivo per ore, per giorni e poi, terminato l’articolo, mi svuotavo.
Di colpo.
Tabula rasa.
Un orologio svizzero.
A Natale i miei figli sono stati intuitivi, mi hanno regalato Netflix. E io da allora, non sapendo cosa fare, mi mangio letteralmente le serie. Anche 5 o 6 ore di fila al giorno. Ho visto Breaking Bad in una settimana. Da manicomio. Così via con le altre serie, alternate a una valangata di film, fino all’inevitabile overdose. Pur di riempire il vuoto lasciato. E invece. Vado a letto sovreccitato, rigirandomi nel letto per ore e con i più brutti pensieri che galoppano.
Ma perché mi perseguitano sempre di notte?
E dire che a me piace vedere la TV. Ma una cosa è vedere film, un’altra cosa è fare solo quello.
Un’altra cosa è non riuscire più a leggere prima di addormentarmi.

Mentre forme di meditazione orientale come lo zen diventavano di moda, Vonnegut sosteneva che in Occidente abbiamo un metodo tutto nostro per raggiungere gli stessi risultati di rallentamento del battito cardiaco e quiete mentale: si chiama «leggere racconti». Pratica che lui definì «pisolini buddisti».

dall’introduzione di Dan Wakefield in Quando siete felici fateci caso, di Kurt Vonnegut

Pisolini Buddisti: fantastico. Una frase sui benefici della lettura che mi calzava perfettamente. Leggevo romanzi, e i pensieri, soprattutto quelli pesi come giaroni, se ne andavano. Mi addormentavo che era un piacere. A pensarci bene era il mio modo di rilassarmi, di star bene. Un po’ come meditare, no?
E badate bene ho una passione da sempre per la cultura Orientale. E se si è così attratti da Buddha, il Tao e lo Zen, la meditazione non è solo un interesse, diventa un vero e proprio obiettivo. Le fiere olistiche una necessità. Un modo immediato per vivere l’oriente, per informarsi, partecipare a eventi.
Quello di lascare andare i pensieri e le cose è del resto un mio cruccio da sempre.
Ed è così che domenica scorsa – Luisa al lavoro, una cagna a livelli stratosferici – cacciando con il telecomando (il mio nuovo strumento perverso di gioco) su ogni piattaforma immaginabile, mi imbatto in una nuova serie proprio sulla meditazione: Le guide di Headspace. Otto episodi su Netflix che ti insegnano le tecniche buddiste per meditare.
Sì! CAZZO!
O adesso o mai più, mi dico, iniziandola immediatamente e già pregustando il vuoto assoluto, i pensieri dissolti, le paure annientate.
Ed effettivamente la serie parte a palla, con il narratore che racconta la sua storia: un occidentale che molla tutto per andare sulle montagne dell’Himalaya a meditare con i Maestri tibetani. Dieci anni dopo diventa lui stesso monaco buddista Tibetano, ritorna a casa realizzato e si mette a disposizione di noi comuni occidentali stressati.
Il mio nuovo eroe.
Continuo la puntata ascoltando i benefici terapeutici della meditazione che sono in brodo di giuggiole.
Anche la meditazione guidata, il mio spauracchio più grosso, l’obiettivo del corso, va benino.
Inizio la seconda puntata carico come una molla.
Già il titolo mi fa sentire mezzo stressato, mezzo risvegliato, mezzo Buddha:

Come imparare a lasciar andare. Abbandona il bagaglio emotivo, la rabbia, la frustrazione e il desiderio.

Parto bene. L’introduzione mi piace un sacco. Dice cose che ho già sentito, che sono nelle mie corde, che condivido:

… è come se avessimo in testa una scimmietta che saltella senza mai fermarsi senza prendersi il tempo di riposarsi. È per questo che ci sentiamo sopraffatti, che ci stanchiamo molto….
… la meditazione serve proprio per fermare la scimmietta, disperdere i pensieri, lasciarli andare.

Poi, inizia l’esercizio per la meditazione guidata. Le cose si complicano.

Immaginate un caldo flusso di luce che pervade il vostro corpo.

Qualcosa si inceppa.
Nella prima puntata il focus di concentrazione era stato il respiro. Pensare al respiro è più facile. Immaginare un caldo flusso di luce sul mio corpo è diverso.
Io non sento nulla.
Più che altro sono stanco,
molto stanco.
La guida si vede che se l’aspetta perché mi dà un’alternativa:

Se non ce la fate, se vi sembra troppo complicato: immaginate un posto che vi piace tanto.

E io ce la metto tutta, ma anche così su due piedi non mi viene in mente niente. La voce prosegue ed è morbida, leggera, soffusa…
La perdo.
Mi addormento.
Mi sveglio di colpo, riprendo il telecomando in mano irritato e scopro di essere alla quarta puntata.
La fine della seconda e tutta la terza me la sono dormita: Noooo!
Sono testardo e non demordo, ritorno indietro.
Se non ce la fate, se vi sembra troppo complicato: immaginate un posto che vi piace tanto.
Nulla!
Il vuoto!
Ma non quello cosmico, non quello del Buddha.
Ed è così che la scimmietta che è nella mia testa si mette in moto: Ma se lo scopo è non pensare, perché dovrei pensare a un posto che mi piace tanto?
E mentre m’intrippo la guida deve avere un conto in sospeso con me:

Non vi preoccupate se la mente vaga. È naturale. Quando capita basta che torniate sul focus iniziale.

Focus iniziale?
Ancora!
E io per sbloccarmi penso al respiro.
Mi viene più naturale: ispiro dal naso ed espiro dalla bocca. Nella prima puntata ce l’avevo fatta. Certo qualche pensiero era tornato, perché QUELLI ritornano SEMPRE, ma concentrandomi sul respiro – e se lo sento nella pancia o nel diaframma, e se è corto o lungo –  se n’erano andati.
E anche questa volta va meglio.
Ispiro ed espiro,
e va meglio.
Quasi tranquillo.
Quasi rilassato.
TRAGEDIA!

La scimmietta prende il sopravvento.
E risuonano nella mia mente i versi di una canzone di Battisti:

la mente va la mente vola
l’uomo si affida a chi lo consola
ti prego non pensarci su
la mente vola
la vita non finisce se ti senti giù
fra poco la nebbia si alzerà e il mare grande ti dirà
qual è la tua vera dimensione
e la tua giusta velocità
adesso non sei più solo 
vedi non sei più solo

E io amo Lucio, tutti i suoi album: ma perché proprio questa?
Sono secoli che non la sento, che non ci penso. Non me la ricordavo nemmeno più.
Non sei più solo, il titolo, dall’album Eh già. L’unico LP che ha fatto in famiglia, i testi di sua moglie, Grazia Letizia, che si firmò con lo pseudonimo di Velezia. Il primo scritto senza Mogol.
Ho detto che amo Battisti, ogni canzone. Ma ci sarà un motivo se Lucio già dal successivo album si è affidato ai test di Pasquale Panella.
Ma c’è qualcuno al mondo che se la ricorda???
Ribadisco: perché fra tutte le belle canzoni di Lucio proprio questa?
È con l’ansia a mille che inizio la terza puntata: Come innamorarsi della vita.
Ma ogni volta che i pensieri ritornano e io provo concentrarmi sul respiro…

la mente va la mente vola
l’uomo si affida a chi lo consola
la mente va la mente vola

Non c’è niente da fare.
Ed è così che spengo tutto e ripenso a Vonnegut e ai suoi pisolini buddisti.
E mi son detto – non so voi ma io parlo sempre tra me e me – che devo tornare a scrivere, altrimenti quella voglia che avevo di leggere non ritorna più.
E devo tornare a leggere perché quello che cerco invano di fare con la meditazione – tenere a bada la scimmietta e stare bene – già mi riusciva perfettamente leggendo romanzi.
E senza dover pensare di respirare e dormire, ricomincerò a respirare e a fare bei sogni.

Concludo l’articolo con la colonna sonora.
Non sei più solo, di Lucio Battisti.
Cliccando QUI, potete sentirla.

 

 

 

 

 

 

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Sono nato a Modena nel 1964 e vivo in un paese che è parte dell’Unione dei Comuni del Distretto Ceramico. Da 35 anni faccio piastrelle. Crescere, crescere, crescere: non esistono altri obbiettivi. Mi occupo di ricerca. Ogni anno è una sfida. Sposato con due figli, da quattro anni scrivo su questo blog. Ma fin dal primo articolo ho capito che recensire un libro, un film o una canzone non è che un pretesto per parlare di me. Il vero scopo è raccontarmi: pensieri, passioni, desideri. Ricordi. Il vero scopo è fermare il tempo. Trattenere il più possibile istanti di felicità.

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