Il cortile dell’Eden

Non vedersi da quarant’anni e ritrovarsi in un Pub. No, non è stato un caso. Quello succede nei romanzi, nelle sceneggiature dei film. Non nella vita reale. Andrea l’ho cercata in rete. Per nostalgia, curiosità, gratitudine. Per togliermela dalla testa.
È così che è incominciato.
Ho scoperto che vive in un piccolo paese dell’Appennino modenese, lo stesso in cui da bambina ci passava tutto il mese d’agosto. Abbandonandomi al calore del cortile.
L’ho ritrovata proprietaria di un Pub. Scorrendo le immagini sul web mi era sembrato di riconoscerla nei tratti somatici di una donna. In una foto serviva a un tavolo, in un’altra era davanti all’insegna del locale e sorrideva. Nella terza aveva un microfono in mano e cantava. Le è sempre piaciuto cantare. Ho sperato che non fosse lei. Da bambina era bellissima, e non è che me la aspettassi giovane e bella come allora, ma quelle erano foto di una donna qualsiasi di mezza età, come se ne vedono mille. Poi, guardandole meglio ho capito perché l’avevo riconosciuta. Cercavo Andrea e avevo trovato sua madre. Non è stata una bella sensazione.
L’avevo cercata per togliermela dalla testa. Eppure, Andrea diventò un’ossessione e  tutto un mondo che avevo seppellito riemerse. Ricordi belli e brutti, come quando si tira un sasso in uno stagno, le onde concentriche si allargano sulla superficie dell’acqua e ogni cosa che s’imbatte nell’onda e nel sasso prende nuova linfa. Azione. Reazione. È così che va il mondo. Un calderone che dal niente ribolle di vita propria, fomentato dai ricordi, incentivato dalla fantasia. Ed è così che mi convinsi: dovevo rivederla. Cliccai sulla tastiera il nome del suo Pub e Bingo! Scoprii che nel locale facevano spesso musica dal vivo, che avevano indetto un concorso per esordienti. Lessi esordienti e pensai alla mia prima squadra, il mio primo campionato di calcio. O forse no. Forse ci chiamavano giovanissimi? La memoria è un altro effetto collaterale della vecchiaia. I ricordi sbiadiscono, si confondono.
Quello di cantare davanti a una platea è stato un mio grande sogno a occhi aperti. Stupire il pubblico con una mia canzone, condita da un paio di battute divertenti.
Da una decina di anni avevo preso un pianoforte. La maestra fu chiara, dopo la prima lezione: Non diventerai mai un pianista, ma imparare le note e divertirti con delle canzoncine quello sì. Certo non sarei mai diventato Chopin, fino a lì ci arrivavo anch’io. Non le dissi mai il mio obiettivo. Come il grande Vasco avrei imparato le note e scritto qualcosa di mio. E un paio di ballate le avevo scritte per davvero. Cantarle dal vivo era poi tutta un’altra storia. Per ora ero rimasto nella fase embrionale, mi limitavo a perfezionarle con il pianoforte, urlarle in macchina a squarciagola, immaginando di cantarle in uno stadio strapieno.
Ed è così che d’istinto scaricai la domanda di partecipazione al concorso e la inviai.
Nelle generalità avevo messo un nome d’arte: Ensō , cantautore over 50, come strumento di preferenza il pianoforte.
L’unico obbligo era mandare una demo della canzone entro e non oltre il 1 maggio. Mancavano un paio di settimane, ce la potevo fare. L’evento era stato organizzato per venerdì 17 giugno alle ore 21,00. Avrebbero scelto 13 artisti, 13 canzoni, risposto a tutti entro il 1 giugno.
Tic tac, tic tac… il cronometro era partito.

Arrivo nel piccolo borgo dell’appennino tosco emiliano che non è nemmeno mezzogiorno. È una giornata piovosa. Alle 15,00 ho la prova generale, se voglio mangiare qualcosa mi devo sbrigare.
Mi affaccio sul piccolo balconcino dell’albergo, ma la nebbia avvolge ogni cosa – strade, case, boschi. La pioggia ora viene giù a secchiate. I miei occhi cercano le vette, ma trovano fantasmi giovanili.
Era più bello rincorrerci sotto la pioggia, più piacevole abbracciarsi col freddo.
«Facciamo il gioco della forza?»
Era sempre lei a chiedermelo. Ero sempre io a vincere, a schiacciarla contro il muro del corridoio lungo e stretto che portava alle cantine. Abbracciati, appiccicati, incollati, per tutto il tempo che ne avevamo voglia. Due pezzi di puzzle che si incastravano perfettamente.

La prova si rivela una pura formalità. Solo alla fine si avvicina Andrea, mi dice che la canzone le è piaciuta molto, che stasera sarò l’ultimo a esibirmi. Non dice niente di che.
Sono già in strada che mi raggiunge di corsa. «Elso, aspetta. A proposito ti devo per forza chiamare Elso, o mi dici il tuo vero nome?»
« Ensō con la S non con la L, che cos’ha che non va?» le domando.
«Ok, Enso va bene» risponde Andrea. «Ti volevo dire che sei l’unico solista e se ti fa piacere potremmo mettere un piccolo tavolino in sala. Potresti goderti lo spettacolo».
Ci guardiamo per la prima volta negli occhi. Non mi ha riconosciuto. È solo curiosa. Lo è sempre stata. A me è bastato un solo istante per ritrovarla. Gli stessi occhi di cerbiatto. Inafferrabili come allora, due pesci che sgusciano fuori dalle reti dei pescatori.

Arrivo al Pub che è già buio, giusto in tempo per sentire il primo artista. Ordino una birra piccola. Andrea sta servendo ai tavoli.
È una lei più stanca, confusa, sbiadita. I lineamenti più pronunciati. I capelli neri, tagliati corti, da uomo. Si percepiscono ancora bagliori di bellezza, ma come fuochi fatui si stanno esaurendo. La vecchiaia non risparmia nessuno. Ci omologhiamo. Da vecchi ci assomigliamo tutti.
I primi due gruppi hanno fatto un pezzo rock, duro. Anche a non volerlo si fa fatica a non prestargli attenzione. Ma già dal terzo si alza nel locale il chiacchiericcio dei clienti, fomentato dalla birra alla spina che scorre come un fiume, dall’alcool. Fatico a capire le parole della canzone melodica. I più se ne fregano degli artisti. Di sicuro se ne frega il gruppetto alla mia sinistra. Un paio di volte li hanno richiamati, pregati di rispettare l’artista. Ma il cliente ha sempre ragione: consuma! E loro se ne sono fatti di giri. Il più chiassoso è il classico sborone. Un coglione. In ogni gruppo ce n’è uno. Sembrano fatti con lo stampino. Devono sempre rubare la scena, prendere per il culo il malcapitato di turno. È il loro modo di sfogarsi. Ne ho conosciuti a bizzeffe. Sono quelli che o tutti o nessuno. La bevuta, la spacconata, la serata al night. La scopata con la prostituta. Tutti si devono comportare allo stesso modo. Il loro. Il coglione ordina un altro giro per tutti, ma i bicchieri sono per lo più metà pieni. Solo il suo è vuoto.
«Per me no. Passo. Ho bevuto abbastanza».
«Dai Daddy non fare il guastafeste», ribatte pronto il rompicoglioni. «Ti tiri sempre indietro. È per questo che non ti fila nessuno. Per forza Paola ti ha lasciato. Sei una palla al piede». Ed esplode in una risata lunga, falsa come Giuda «Ah ah ah ah ah…», già rivelatrice della sua sostanza avariata. Sto per dirgliene quattro, quando l’unica ragazza del gruppo mi precede.
«Anch’io passo. E la devi smettere di prendertela con Daddy».
«Scusa Daddy, non sapevo che ti eri portato dietro la mammina ah ah ah …».
«Scusa Manzo ma lo sai che sei proprio uno stronzo?» risponde pronta la ragazza.
«Ma che cazzo vuoi?» urla Manzo.
«Da te? Niente tranquillo. Piuttosto mi faccio suora».
E stavolta sono gli alti a ridere e genuinamente.
Manzo deve avere capito la lezione. Si beve la sua pinta in un’unica sorsata e poi si spegne.
All’improvviso sento che mi chiamano. Mi alzo, ma mi accorgo di essere completamente impreparato. Salgo sul palco, mi siedo sullo sgabello del pianoforte e ho un blackout. Avevo memorizzato un piccolo discorso di presentazione. Quelle minchiate che si dicono in questi casi. Le stesse che ripetevo nei miei viaggi musicali. Ma ora mi sembra tutto così inutile, banale. E il peggio è che faccio fatica a respirare. Non avevo considerato l’impatto emotivo. Chiudo gli occhi e maledico di essere qui. Sale qualche risatina, dopo qualche istante un altro piccolo applauso di incoraggiamento. Vorrei essere altrove, ferito, morto. Vorrei essere sepolto. Ci sono tutte le avvisaglie di un attacco di panico. Sento che se non mi sdraio potrei svanire. È già successo. Mi concentro sul respiro. Di solito serve. Ispiro dal naso ed espiro dalla bocca. Respiri lunghi. Mi portano un bicchiere d’acqua e mentre bevo rimbomba la risata inconfondibile di Manzo. Grazie a me si è ringalluzzito. Ed è proprio questa risata che paradossalmente mi aiuta. Realizzo che peggio di così non può andare e piano piano va meglio. Il respiro si fa normale.
Mi domandano se me la sento di continuare.
«Continuare, ma se non ho nemmeno iniziato?» rispondo. «Dovete scusarmi è la mia prima volta. Eh già… sono un pivello, ma ormai sono qui e non sarà questa paura fottuta a bloccarmi, né tantomeno questo tempo infame. Neanche fosse il giorno dei morti». In molti ridono. Mi caricano. E improvviso al piano una stupida canzone sulla pioggia che mi cantava mia madre quando ero piccolo, intervallata da un’altra, di Jovanotti.

Piove piove la gatta non si muove, piove piove la gatta non si muove
accendi una candela e dici buonasera
Piove senti come piove, Madonna come piove, senti come viene GIU’…

Ed è proprio quando le risate si fanno fragorose, quando ho perso del tutto la credibilità, che svelo l’arcano. Poche parole accompagnate col pianoforte dalla melodia della mia canzone.

Mi è sempre piaciuta la pioggia. Col freddo era più bello stringerti. Buttarti a terra. Abbracciarti. Mi capita spesso di pensare a quei due bambini che combaciavano perfettamente, che bastava allungarci per trovarci, un urlo per incontrarci. Il nostro segnale primordiale. Un grido stridulo, acuto, come un richiamo d’uccelli. Chissà come la prenderebbero se adesso, se proprio in questo istante,  li togliessimo dal loro cortile dell’Eden e li scaraventassimo nel loro futuro?  In un futuro in cui non combaciamo per niente.

Il cortile dell’Eden

Quando parte il pezzo non ride più nessuno. Un risultato l’ho già ottenuto, anzi due. Ho incuriosito e ammutolito il pubblico.
Suono una melodia struggente, leggerissima, come una brezza estiva che di notte entra nella tua camera, ti accarezza il viso, scivola sul tuo corpo. Canto poche parole, ermetiche, surreali. La mia canzone è l’opposto delle altre performance, come il giorno e la notte, l’acqua e il fuoco, il diavolo e l’acqua santa. La Sonata al chiaro di luna di Ludwing Van Beethoven e gli Iron Maiden.

Sono già stato qui
conosco ogni passo, nascondiglio e sasso di quel cortile
lo ritrovo ogni notte nei miei sogni
ti ritrovo ogni notte nei miei sogni

Urli il mio nome e scendo da te
trovo un uccello sul pianerottolo tuo
grido il tuo nome ma esce uno stridulo
una musica, come una liturgia
gridi il mio nome ma esce uno stridulo
una musica, come una liturgia

Voli via e io dietro a te

la polvere che sale nel cortile
il ritmo del respiro
il suono d’un sospiro
abbraccio da capogiro

Felicità
il mondo intero per cercare
Felicità
una casa a cui tornare

il cortile dell’Eden
una musica, come una liturgia

L’applauso sembra sincero. Non che siano entusiastici, ci mancherebbe. L’età media del pubblico non arriva ai trenta. Ma non se l’aspettavano, questo sì. Non dopo la premessa iniziale. Andrea sale sul palco, prende in mano il microfono. Mi guarda distoglie lo sguardo e dopo un attimo mi torna a guardare. È palesemente in difficoltà. È lei a completare la frittata.
«Pochi minuti di attesa e avre…» si interrompe per un attimo, come a cercare le parole «… e avrete il verdetto dei giudici». Poi se ne va in fretta e furia. La vedo uscire dal locale.
Mi dispiace averla scioccata. Forse non sarei dovuto venire. Vorrei raggiungerla, dirle che non è niente, che è solo una stupida canzone. Ordino una birra piccola. Mi godo la prima sorsata.

Mi sveglio in un bagno di sudore, con il pastone in bocca e mal di testa. Mi sono bastate un paio di birre di troppo per essere out. Anche il sonno è stato pesante, per non parlare dei sogni. Non li ricordo, ma sento che sono stati terribili, come sempre. Angoscianti. Nel dormiveglia che precede il risveglio li ricordo ogni volta. Mi accorgo che sono solo incubi, ma mi spaventano lo stesso. Ogni volta mi convinco di poterli trattenere, per raccontarli, analizzarli. Esorcizzarli. Ma l’attimo dopo mi sveglio e non me ne rimane che un’oscura reminiscenza, non appena cerco di afferrarli svaniscono del tutto. È come se tutte le mie fobie non aspettassero che la notte per esplodere, le prime luci del mattino per andarsene, come scarafaggi che fuggono sul pavimento, pipistrelli sazi che anelano l’oscurità.
Se c’è davvero qualcuno lassù in alto a far girare la giostra ci ha preso. È il più abile dei prestigiatori. Nel suo pezzo forte è insuperabile: tutte le mattine oblio per tutti. Come potremmo iniziare una nuova giornata altrimenti? Con la guerra in testa.
Finita la doccia va meglio. Mi affaccio sul terrazzo. È una splendida giornata. Mi godo finalmente il panorama. Il canto degli uccelli è il miglior buongiorno. Il mio canto preferito. Una decina di mucche pascolano libere nei campi verdi. Più su il monte Cimone sovrasta ogni vetta. È l’unico che non molla, che piacere seguir con gli occhi le macchie di neve che dalla cima scendono, si diradano, diventano lunghe e strette striscioline.
Scompaiono.

Quando scendo a fare colazione trovo Andrea.
«Facciamo che mi offri la colazione?»
È silenziosa, fissa il pavimento mentre mangia la brioche, come se in quei finti listelli di legno ceramico ci fosse la soluzione dei suoi problemi.
«Cosa facciamo adesso?» domanda.
«Facciamo colazione», rispondo pronto.
«Lo sai cosa intendo? Perché non mi hai avvertito?», si lamenta lanciandomi una rapida occhiata.
«Volevo farti una sorpresa. Non ti è piaciuta?» domando ironico.
Andrea solleva gli occhiali sopra la fronte, mi fissa contrariata «Non è questo, è che… me lo dovevi dire. Ti presenti così, dopo tanti anni… perché proprio adesso?»
«Ero curioso» ribatto, dispiaciuto di vederla così tesa. «Volevo vederti, un’ultima volta».
Andrea ci pensa su, finalmente sorride. «Eh, già, volevi solo vedermi eh?», poi aggiunge «be’, io no» e ride di gusto. E io lo so, lo so benissimo che non è vero, ma sto zitto. Aspetto che sia lei a continuare.
«Come ti è venuto quel nome… Elso?» chiede.
«Ah ah ah… Ensō e non Elso, te l’ho già detto» rispondo. «È il simbolo dello Zen e significa cerchio. Simboleggia l’illuminazione, la forza, l’universo. Ma è tutto qui quello che mi vuoi chiedere?»
«No», risponde Andrea, dopo essersi pulita la bocca con il tovagliolo. «Ma sto ancora aspettando di sapere cosa ti aspetti da me».
Vedo passare la cameriera, le chiedo altri due espressi. «Sai, una volta potevamo stare ore in silenzio. I primi tempi non sapevamo nemmeno parlare. Eppure era tutto una meraviglia. Abbiamo vissuto un’infanzia dorata e nemmeno lo sapevamo. Adesso non ci guardiamo nemmeno negli occhi. Siamo in imbarazzo, dobbiamo per forza riempire il silenzio con le parole».
«Siamo diventati adulti, è normale» minimizza Andrea. «Adesso abbiamo le nostre vite. E poi io tutti questi bei ricordi non li ho». Me lo dice fissandomi negli occhi, come a volermi provocare.
«Adesso siamo vecchi», ribatto. «È questo che siamo diventati. Vecchi e non adulti. Ti vuoi nascondere? È questo che vuoi? Se vuoi giocare a nascondino dimmelo. Ma non puoi cambiare le regole a tuo piacimento. Vai, conto io. Nasconditi. Vediamo come va a finire, se almeno questo gioco te lo ricordi ancora.»
Andrea rimane in silenzio, ha la faccia imbronciata, come una bambina convinta di aver subito il più grosso torto del mondo. «Non sono stupido», proseguo. «Lo so benissimo che non abbiamo un futuro insieme. Rovineremmo tutto. Anch’io ho una vita cosa credi? E non ho nessuna intenzione di metterla in gioco. Per anni e anni non ho pensato a te. Fino a quando non sei riemersa. Ma non esiste un oggi in cui possiamo stare insieme, non sono stupido. Esistiamo solo laggiù. Anche adesso che sono qui con te, sono i ricordi di allora a prevalere. E non dirmi che non hai pensato a me, in tutti questi anni, perché lo so, io lo so che non è vero. Sei sempre stata curiosa. Le nostre differenze ti incuriosivano. Quante volte mi hai chiesto di fare la pipì insieme in cortile. Ricordi? Mi dicesti che non ero capace di farla accovacciato come te, come una femmina, e io ti dimostrai il contrario. Allora anche tu imparasti a farla in piedi contro un muro, un albero, proprio come un maschio. Come ridevi, e come eri orgogliosa, Da quella volta hai continuato a…»
«Smettila, io non me lo ricordo». E me lo dice di nuovo con l’intenzione di ferirmi. «La tua canzone era la più bella, ma sei arrivato quarto ed è meglio così. È giusto che la giuria abbia premiato i più giovani», si sfoga Andrea, mentre scorre con il telefonino un paio di messaggi.
La fisso. Adesso sono io che ho il muso. Ha la pelle rovinata, le rughe. È nera da quanto sole prende e sono lì lì per dirle che è brutta, che ha la pelle di una vecchia, che tutto quel sole ha peggiorato la situazione. Andrea deve aver intuito qualcosa, si copre il viso con una mano. Si infila gli occhiali da sole con un gesto nervoso.
«Se devi andare vai» le dico risentito. «Tanto quello che ci dovevamo dire ce lo siamo detti, giusto?»
Si alza, mi chiede gentilmente di aspettarla. Quando ritorna sorride. «Sono andata in bagno, pensavi eh che ti avessi mollato così?»
«Be’, altri 10 secondi e me ne sarei andato io, ma per davvero». Sto per continuare ma mi precede. «Scusa, non sto passando un bel momento, ma tu non c’entri. Eh poi sì, ci hai preso, me ne devo andare, ma un po’ di tempo ce l’ho ancora», e per la prima volta mi guarda intensamente. «Come ti è venuta?» chiede.
«Che cosa, non capisco» rispondo.
«La canzone, che altro?» mi fa, come a voler essere spiritosa.
Ormai ho capito. Ha paura. Preferisce rimanere sul presente e io l’assecondo. «La musica è stato un parto, ci ho lavoravo per anni. Cercavo una cosa semplice, che mi emozionasse. Ma faticavo a trovare l’idea giusta. Qualcosa di buono a dir la verità l’avevo buttata giù, ma mancava sempre quelqualchecosa. Poi ho visto La leggenda del pianista sull’oceano di Tornatore, ho sentito la colonna sonora di Morricone e mi si è accesa la luce. Una melodia magica, malinconica. Perfetta. Nel film, Novecento, il più grande pianista di tutti i tempi, dopo aver incontrato e poi perso il suo grande amore, fa l’unica cosa che sa fare al mondo: trasforma in musica i suoi sentimenti. Questa storia d’amore nel libro di Baricco non c’è, ma è uno dei momenti più suggestivi del film e contribuisce insieme alla colonna sonora, che ovviamente non può essere in un romanzo, a renderlo un capolavoro. Ed è proprio la musica che più di ogni altra cosa mi è rimasta. Quel ritornello l’ho studiato, vivisezionato, modificato. E alla fine l’ho fatto mio. È stato un lavoro infinito. Se non fossi venuto qui ci lavorerei ancora. Per le parole è stato più semplice, le ho buttate giù di getto. Ho preso spunto da una poesia di Gabriel Rossetti, un poeta britannico. L’attacco è suo.

Sono già stato qui.
Quando o come non saprei dire.
Conosco l’erba oltre la porta
il dolce intenso odore
il suono d’un sospiro
le luci lungo la costa.
Già sei stata mia prima d’ora
quanto tempo fa non saprei dire.

« È molto bella» esclama. «Prima lo zen ora questa poesia. Non me l’aspettavo. Cosa fai lo scrittore? L’insegnante?»
«No, dai, non prendermi per il culo» ribatto. «Cosa faccio? Suono il pianoforte, pensavo fosse evidente ah ah ah… ma ho letto molti libri, questo sì. Mi rilassano, soprattutto i romanzi. Quando eravamo piccoli non leggevo, lo sai. Mi ci vedevi a leggere un libro? Allora era tutto nuovo, intero, intenso. Era tutto pieno di senso. Vivevamo la nostra età dell’innocenza a mille. Io che mandavo giù il pasto intero pur di finire prima. Io che mi buttavo letteralmente giù dalle scale per raggiungerti. E se non ti trovavo correvo più veloce del vento intorno al cortile, da quanta adrenalina avevo in corpo, giacché lo sapevo che mi avevi sentito, lo sapevo che mi avresti raggiunto. I libri sono venuti dopo, quando ogni cosa mi è venuta a noia. Leggere mi fa stare bene. È come vivere mille altre vite, ma lo so, lo so benissimo che ogni storia in cui mi immedesimo non è che un surrogato della felicità».
Mi sembra di nuovo pensierosa. Le ho di nuovo parlato di un noi al passato remoto e me ne pento. Le sto per chiedere scusa io questa volta, ma mi anticipa. «Sai, io mi ricordo ancora di quella volta che facevamo la lotta sul pianerottolo di casa tua». È la prima volta che ricorda un episodio della nostra infanzia. «Tua madre è uscita di casa proprio quando eravamo avvinghiati come serpenti. Era così arrabbiata che ci ha picchiato. Sì, è vero: eravamo sempre insieme».

Sono già in pianura quando telefona Andrea.
«Ciao, come hai fatto ad avere il mio numero?» rispondo sorpreso.
«Era nella domanda del concorso» ribatte Andrea.
Queste ultime 24 ore mi hanno provato. Ho dormito poco e male. Basta Andrea, sono stanco di doverti strappare le parole con le tenaglie, le vorrei dire. «Eh, già» replico invece. «La domanda del concorso, che stupido che sono. Che cosa c’è Andrea?»
«C’è che te ne sei andato. C’è che ti presenti dopo quarant’anni e te ne vai così. C’è che… resta ancora un po’».
Non avrei mai pensato di sentire queste parole. Mi ci vuole un po’ a metabolizzarle.
«Non scherzare» rispondo pragmatico. «Lo sai anche tu che rovineremmo tutto. I primi tempi potrebbe anche funzionare, ma dopo un paio di settimane non ci sopporteremmo più».
«Che ne sai? Proviamoci almeno? mormora con un filo di voce».
«Andrea, Andrea, saresti di nuovo TU la prima a mollare. Lo sai benissimo. Allora ti eri trovata un moroso più grande, adesso ne hai uno più giovane, di quanto? Quindici, vent’anni?», e questa ultima frase la dico con l’intenzione di ferirla.
«Cosa c’entra l’età del mio compagno?» s’infervora.
«C’entra, c’entra. Sei sempre stata troppo avanti per me, e tuttora non molli», torno alla carica. «Tu ti circondi di giovani, io esco con gli amici ma poco dopo già mi annoio. Tu fai le 3 di mattina, io vado a letto con le galline. Se stai con un canarino devi essere capace di volare, e io non volo più da quel pezzo».
«Quindi adesso che mi hai visto e me l’hai fatta pagare sei a posto?» urla, «tante belle parole, tanto casino e alla fine volevi solo vendicarti».
«I primi tempi ti pensavo continuamente. Non mi capacitavo che mi avessi buttavo via così, come un sacco del pattume », ammetto desolato. «Mi illudevo che sarebbe tornato tutto come prima. Scendevo in cortile rumorosamente pur di farmi sentire da te, giocavo con gli altri sprizzando allegria da tutti i pori, aspettando che tu scendessi. Ma non scendesti più. Facevamo tutto insieme, e di colpo ti davo così tanto fastidio che non vedevi neanche gli altri amici pur di non vedere me. Pensi che non me ne fossi accorto? Te lo ricordi almeno da quanto stavamo insieme?»
«Da quando avevamo 3 anni» ammette.
«Brava, è proprio così. E quando mi hai lasciato mi sono sentito perso, e tenero come il burro per un paio d’anni», confesso. «Poi è arrivata la fase della rabbia e credimi se ti dico che se ti avessi visto ti avrei picchiata. Ero sempre nervoso, irritabile. È stato il momento più buio, da sembrare infinito. Ma quando si è giovani tutto passa, la vita prima o poi ti reclama e ti stupisci di quanto possa essere piacevole vivere. Ho ricominciato a guardarmi attorno e ho smesso di detestarti. È stato quando ho incominciato a desiderare le altre ragazze che sei scomparsa. Sì, c’è stato un tempo che avrei voluto vendicarmi, ma quel tempo è passato da un pezzo e credimi non è per questo che sono tornato».
«Mi dispiace» ammette, «non pensavo di averti fatto così tanto male. Mi ero innamorata di un ragazzo più grande. È andata così». E sento un lungo sospiro dall’altro capo del telefono, e poi di nuovo la voce di Andrea «perché sei tornato?»
«Volevo capire se i miei ricordi coincidono con i tuoi. Che mi aiutassi a discernere il vero dalla fantasia», e mentre lo dico mi rendo conto che siamo alla resa dei conti.
Restiamo in silenzio per un tempo che sembra infinito, lo sa anche Andrea che tocca a lei, che solo la sua voce può interrompere questo vuoto.
«Robby, io sono meno brava di te con le parole, ma non ho mai dato a nessuno così tanti baci come ho dato a te, nemmeno ai miei due bambini. Stavo ore a baciarti, e sai… i più belli sono stati i primi. Sono quelli che ricordo con più nostalgia, te li davo sulla guancia. Te ne avrò dati un milione. Il momento più bello dell’estate era quando tornavo a casa dalla montagna, quando tornavo da te. Non vedevo l’ora di rivederti».
«Ecco, era ora che buttassi giù la maschera» esclamo, «me lo devi. Vedi Andrea, io penso che nulla muore per davvero nei luoghi, e so, lo so per certo che quei due bambini sono ancora laggiù, saranno sempre laggiù. Nel nostro cortile dell’Eden, giacché non hanno bisogno di noi per continuare a rincorrersi, stringersi, desiderarsi».

Come colonna sonora dell’artico ho scelto la musica di Ennio Morricone, nell’indimenticabile La leggenda del pianista sull’oceano.

Cliccando QUI, potete sentirla e vedere le bellissime immagini del film.

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Sono nato a Modena nel 1964 e vivo in un paese che è parte dell’Unione dei Comuni del Distretto Ceramico. Da 35 anni faccio piastrelle. Mi occupo di ricerca. Crescere, crescere, crescere: non esistono altri obbiettivi. Ogni anno è una sfida. Sposato con due figli, da quattro anni scrivo su questo blog. Ma fin dal primo articolo ho capito che recensire un libro, un film o una canzone non è che un pretesto per raccontarmi: pensieri, passioni, desideri. Ricordi. Il vero scopo è fermare il tempo. Trattenere il più possibile istanti di felicità.

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